Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/02/2017

La questione vaccini: tra la padella di Big Pharma e la brace delle bufale

Negli ultimi mesi l’opinione pubblica è stata scossa da un’apparente crescita di decessi per meningite. In rete impazza il dibattito sull’attendibilità o meno delle campagne di profilassi contro il meningococco c, il batterio più presente in questo focolaio che sta interessando soprattutto la regione Toscana. Eminenti e rispettati medici, da anni in prima fila nello studio e nel monitoraggio dei flussi epidemici del meningococco, si espongono pubblicamente contro le bufale che attraversano la rete. Bufale che arrivano fino alla provocazione dei fascisti di Casapound secondo cui il focolaio sarebbe stato prodotto dagli immigrati, tutti portatori sani. Una vera bufala, quest’ultima, semplicemente perché in Africa e in Europa i ceppi di meningococco sono differenti (b e c in Europa, A, W-135 e X in Africa) e gli uni non si riscontrano nei territori degli altri.
Si potrebbe investire molto tempo nello smontare queste argomentazioni, ma non è il compito essenziale di questo articolo. Il problema è un altro: concentrarsi sulla lotta alle bufale non centra il punto.

Se le bufale sono la manifestazione ultima di questa epidemia di diffidenza nei confronti dei vaccini, quali ne sono le cause? Proviamo a evidenziare alcuni punti:

1. In una situazione di devastazione della sanità pubblica e peggioramento dell’accesso alle più basilari cure sanitarie, media ufficiali e partiti di Governo scatenano una campagna isterica sulla necessità di vaccinarsi. Risulta strano che il macellaio sia tanto interessato al povero vitello.

2. La scienza e la medicina non sono neutrali. Il legame tra comunità medica ufficiale e produttori farmaceutici è risaputo. La comunità medica è travolta dallo stesso crollo di fiducia che travolge il resto delle istituzioni.

Questa diffidenza genera il suo contrario. Nasce e fiorisce un mercato di ciarlatani: avvocati disposti a intentare le più bizzarre cause per risarcimento danni da vaccini, santoni della cosiddetta medicina naturale, siti di bufale. Così si passa dalla padella del mercato dei vaccini alla brace del mercato dell’antivaccinismo.

Per entrambi i poli, siamo clienti. Il punto, in questa questione come in altre, è l’affermazione di un punto di vista di classe indipendente. Solo sottraendo il controllo della sanità al mercato, solo riqualificando e difendendo la sanità pubblica, un problema medico torna a essere tale.

Un’epidemia di meningite?

La questione “meningite” dunque non è un problema precisamente medico. Secondo uno dei manuali di clinica dei vaccini più famoso al mondo, Vaccines – Plotkins et al, le moderne campagne di profilassi sono più che sufficienti per mantenere sotto il livello di guardia il rischio da epidemia di meningite. Ancora nel 1998 la Gran Bretagna era attraversata da una media di 1500 casi di meningite l’anno; dieci anni dopo, nel 2008, il livello è mantenuto stabilmente sotto i 50 casi. Nel quinquennio 2001-2005, sempre secondo Vaccines, i casi di infezione da meningococco c in Olanda vengono ridotti da 276 a 4. E si potrebbe continuare a lungo.

La Toscana è attualmente interessata da un focolaio di meningite da meningococco c. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità (ISS d’ora in poi) si sono registrati 57 casi contro i 31 dei primi due mesi del 2015. Secondo Eurosurveillance, i decessi sarebbero saliti a 10 ma è necessario porre molta cautela prima di dire che si tratta di decessi correlati all’infezione. Decorsi clinici complicati (pazienti già colpiti da altre patologie, anziani etc.) possono precipitare in caso di infezione. L’infezione in questi casi accelererebbe una cartella clinica già compromessa.

Per capire, infine, perché al momento non siamo di fronte a un’epidemia di meningite è sufficiente considerare questi dati: secondo l’ISS, nel 2015 ci sono stati 196 casi di infezione da meningococco c; già lo scorso anno la media fu di 0.32 casi per 100mila abitanti, contro i 0.27 del 2014, i 0.29 del 2013 e i 0.23 del 2012. C’è dunque una fluttuazione fisiologica che ha già toccato un picco lo scorso anno, senza che si gridasse all’epidemia.

Va poi aggiunto che, secondo dichiarazioni lasciate allo stesso Telegiornale Regionale, da un medico dell’ospedale pediatrico Meyer il numero più elevato di casi in Toscana è dovuto a un sistema diverso e più sensibile di rilevazione che permetterebbe di diagnosticare più facilmente i casi di meningite.

Dunque, dovremmo domandarci se vi è un interesse nel sottolineare il rischio epidemico. E senza fare troppe dietrologie, probabilmente c’è.

Da dove viene Big Pharma?

E’ naturale che il capitalismo in crisi generi costantemente dietrologie. I lavoratori non si fidano di chi accumula profitto dalla salute ed è una diffidenza naturale. Allo stesso tempo, la privatizzazione della sanità e della produzione farmaceutica rende abbastanza evidente l’associazione “produco un farmaco, perché mi conviene”. In tempi di scandali finanziari, non c’è ragione di pensare che l’industria farmaceutica ne sia esclusa. Tutt’altro. Il punto semmai è comprendere quanto le opportunità di profitto nel settore dei vaccini condizionino la realtà.

Secondo l’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) il mercato mondiale dei vaccini è ancora un mercato relativamente piccolo: circa il 2% del mercato farmaceutico, per un valore complessivo superiore ai 20 miliardi di dollari. Il punto non sono i suoi numeri assoluti, ma il tasso di crescita spaventoso: negli ultimi 13 anni il mercato è cresciuto a ritmi del 15% contro il 7% dell’industria farmaceutica; dai 5 miliardi di dollari del 2000, ora il mercato dei vaccini si aggira sui 24 miliardi e non ci sono prospettive di arresto. Si stima che entro il 2025 lambirà i 100 miliardi di dollari.

E’ chiaro che si tratta di un mercato in crescita, al momento non afflitto dal problema della sovrapproduzione. La produzione di vaccini non è completamente piegata dalla legge della domanda e dell’offerta: il vero business è la fornitura pubblica, che gli Stati pagano profumatamente. E’ il vero paradosso del parassita Big Pharma: produrre vaccini con margini spaventosi che i lavoratori acquisteranno con le proprie tasse, quando una pianificazione statale potrebbe fornirli praticamente gratis. E’ il capitalismo, bellezza.

Numeri di questo tipo spiegano perché crescono le pressioni delle grandi multinazionali per ampliare la rosa delle vaccinazioni obbligatorie prima dell’accesso scolastico. Il caso della multinazionale Merck che, all’inizio degli anni 2000, fece una campagna spietata per introdurre il proprio vaccino contro il papilloma virus nell’elenco delle vaccinazioni scolastiche obbligatorie non era dettata da ragioni filantropiche; si trattava di battere sul tempo Glaxo, che stava sottomettendo un vaccino analogo all’approvazione della FDA, l’ente americana responsabile di queste autorizzazioni.

E’ questo che genera una contraddizione che il mercato non può risolvere: il vaccino serve a mantenere l’immunità di un gregge di popolazione e quindi in sé non ha nulla di negativo; ma è prodotto per generare un profitto privato e quindi è subito sottoposto al ciclo delle merci. Non se ne esce: mi serve il vaccino, ma devo pagare; le multinazionali producono i vaccini per i loro profitti ma... servirà comunque il vaccino.

Il problema è dunque Big Pharma, non il vaccino in sé.

Difendere e finanziare la sanità pubblica

Il punto dunque è che, per quanta forza possano avere le bufale contro i vaccini, il problema principale è che curarsi costa. E i vaccini vanno inevitabilmente in fondo alla lista perché gratuiti solo in determinate fasce d’età.

Dietro a un ticket sanitario vi è la fornitura per qualsiasi strumentazione utilizzata dagli ospedali: dai camici ai carrelli, dai guanti ai vaccini, fino ai bisturi e i farmaci, per passare attraverso i grandi macchinari diagnostici, tutto quello che vi circonda in un ospedale è fornito da un imprenditore privato attraverso gara d’appalto. E’ un business enorme, che i lavoratori pagano con le proprie tasse.

I tagli alla sanità, che nella nuova Legge di Stabilità sono stati portati avanti attraverso i Lea, i nuovi ticket sanitari, vanno nella direzione di spostare i lavoratori verso le cliniche private. Gli ospedali pubblici devono rimanere in piedi solo per il business della fornitura privata; l’obiettivo della borghesia italiana è quello di dirottare le prestazioni progressivamente verso gli enti privati.

Il capitalismo in crisi produce una sanità in crisi. Ci si vaccina solo in emergenza e ci si cura solo in emergenza, pagando di più le stesse prestazioni. Per i padroni il bilancio sarà comunque in attivo. Non è un caso che per l’Istat, per la prima volta da 40 anni, l’aspettativa media di vita si sia abbassata: 80.1 anni per i maschi italiani nel 2015 contro gli 80.3 anni del 2014; 84.7 anni per le donne contro gli 85 del 2014. Sono valori medi, che possono nascondere picchi ben più gravi.

Spicca ancora di più il Rapporto 2016 del Tribunale dei diritti del malato, basato su 21mila segnalazioni. Secondo il Rapporto, il 30% degli intervistati non riesce a pagare tutti i ticket sanitari delle prestazioni di cui avrebbe bisogno (nel 2015 erano il 20% degli intervistati). Ancora nel 2015 in Italia si contava una media di 45mila decessi ospedalieri in più rispetto al 2014.

Il problema è alla rovescia: non si tratta di difendere necessariamente l’ampliamento della lista delle vaccinazioni obbligatorie e passare dalla parte di Big Pharma o di contrastarla e stare dalla parte delle bufale. Si tratta di sottrarre a Big Pharma e ai privati la produzione dei vaccini.

Si tratta di organizzare i lavoratori della sanità perché acquisiscano il controllo della fornitura ospedaliera e, allo stesso tempo, di espropriare i principali fornitori di materiale medico perché la fornitura sia un servizio pubblico.

Se il vaccino è necessario, non solo non difendiamo la “libera scelta”, ma difendiamo l’introduzione della sua gratuità e della nazionalizzazione della sua produzione.

Un servizio sanitario pubblico composto da una rete di cliniche e presidi ben finanziati, qualificati e gratuiti smonterebbe completamente la meccanica del dibattito attorno alle campagne di vaccinazioni. Le renderebbe semplicemente una tappa nel mantenimento dell’immunità di gregge secondo le esigenze cliniche del momento.

Ma, come per la scuola, le ferrovie, le biblioteche, i servizi all’infanzia, i servizi di salute mentale ed altri, anche in questo caso è necessario risalire la china: non mendicare finanziamenti che servono solo a ingrassare il fornitore privato, ma rimettere al centro il conflitto di classe.

Perché perfino da questo dibattito sui vaccini emerga stringente la più importante delle necessità: conquistare il controllo della sanità pubblica per porla democraticamente sotto la direzione di chi vi lavora e non di chi vi accumula denaro.

Il compito di una forza di classe non può essere quella di improvvisarsi medici o sostituirsi ai medici nel tentativo di reggere il confronto sui temi scientifici. Il nostro compito è batterci contro la diffusione del mercato nel settore sanitario, contro il conflitto di interessi che ne deriva. Se un settore della medicina sarà influenzato da questa impostazione, nascerà direttamente dall’interno della comunità medica un fronte in grado di contestare, se necessario, la tendenza eccessiva all’uso di farmaci, la politica della cosiddetta ipervaccinazione, la necessità di una rete di osservazione medica pubblica e capillare, la riqualificazione della rete di medici di base ecc.

03/04/2016

Silenzio si muore. Politica e meningite nel Niger

Non c’è nulla di strano. Quando sono i poveri a morire è proprio come hanno vissuto. Nel silenzio, senza tracce e pubblicità. Hanno attraversato la vita nella dimenticanza. La povertà è anzitutto mentale, antropologica potremmo dire. Ma lei non si trova nei poveri. Si nasconde invece e da tempo nella politica. I poveri se ne vanno senza rumore. La politica merita questo nome quando offre ai ‘senza voce’ della storia la possibilità della parola. Ogni altra attività politica non è nient’altro che vuote chiacchiere per chi può andare a farsi curare altrove. Oppure nel paese ma nelle cliniche private gestite dai dottori che fanno sciopero nelle strutture pubbliche. Nel Niger, dal gennaio di quest’anno, si registrano 61 morti, soprattutto bambini, a causa della meningite. I loro nomi sono sconosciuti perché i volti dei poveri sono inghiottiti dalla sabbia e dalla polvere della rassegnazione. Intanto l’attualità politica si diverte a giocare con la dignità confiscata al popolo. Essa dovrà presentare un giorno i conti ai poveri che, soli, detengono la verità della storia.

La povertà si nutre di scuse e di pretesti senza fondamenti. Il passato coloniale, il complotto internazionale, i cambiamenti climatici, la demografia, la sicurezza e la crisi della religione. Tutto è vero e falso allo stesso tempo. In ogni caso non è sufficiente per giustificare la povertà mentale che assedia ogni tentativo di trasformazione. C’è la povertà ‘conviviale’, condivisa, vissuta e che è parte della vita che abbiamo conosciuto tutti. Poi c’è la povertà che si misura in soldi, la povertà monetizzata… che è ancora più pericolosa con le disuguaglianze dominanti. E poi si trova la miseria, che tocca lo spirito e il corpo sociale di un paese. La miseria si propaga come la meningite malgrado le promesse e i mezzi a disposizione. Si muore per una eccedenza di parole inutili ed effimere, nel silenzio e la mancanza di vergogna. Una politica degna di questo nome dovrebbe provare vergogna dei propri tradimenti e soprattutto del vuoto di coscienza. I regni senza la giustizia non sono che imprese di brigantaggio, scriveva Sant’Agostino di Ippona.

Introducendo lo scritto del professore nigerino Abdou Moumouni sull’educazione in Africa, lo storico Joseph Ki-Zerbo sottolineava che Moumouni era ‘incatenato’ al suo popolo. Questa è un’affermazione essenziale per interpretare il ruolo e la missione di ogni politico. Di questi tempi e luoghi non si vede nessun politico ‘incatenato’ al popolo e per il popolo. Non si percepisce nessuna relazione di dipendenza rispetto al popolo. Il popolo, e cioè i poveri, sono utilizzati, manipolati, mantenuti in uno stato di sottomissione che conviene a molti. La miseria è utile politicamente per conservare il potere e perpetuare il sistema di esclusione globale. La classifica annuale dei paesi secondo lo sviluppo umano, fatta dalle Nazioni Unite è certamente indicativa. Nonostante contiene un fondo di verità. Il Niger buon ultimo del plotone per il terzo anno consecutivo. La meningite è un sintomo politico, l’espressione della sconfitta di una politica estrattiva. C’era una volta la politica come costruzione di un mondo differente. Ci si trova oggi tra le mani una politica indifferente per un mondo sofferente.

L’anno scorso la stessa l’epidemia aveva provocato la morte di 573 persone su 8.500 malati. Nel frattempo ci sono state le elezioni presidenziali e legislative. Il contendente alle presidenziali è stato evacuato all’estero per motivi di salute, come un atto politico. Senza accorgersi che, da tempo, la politica stessa è stata evacuata.

Niamey, aprile 2016

Fonte

11/02/2016

Meningite in Toscana. La speranza è nel gregge

La meningite meningococcica è, fra le malattie infettive, una di quelle che fa più paura. Imprevedibile, colpisce indistintamente bambini, adolescenti ed adulti. Ha un decorso spesso fulminante e può sconvolgere la vita di una famiglia portando da un giorno all’altro morte o disabilità permanente. Se paragonata ad altre malattie infettive la sua frequenza è mediamente bassa, ma in certi periodi si manifesta in alcune zone geografiche più o meno ampie con una frequenza insolitamente elevata. È allora che scatta “l’allarme meningite” dal forte impatto mediatico, con conseguente panico fra la popolazione e pressione sulla sanità pubblica. Ma a cosa è dovuto questo strano comportamento del meningococco?

I meccanismi che sono alla base del comportamento epidemiologico del meningococco sono ancora poco chiari. Il meningococco è un ospite abbastanza frequente del nostro naso-faringe. La frequenza di portatori asintomatici è bassa fra i bambini piccoli, aumenta fra gli adolescenti e giovani adulti, per poi diminuire ancora nell’età avanzata. Studi condotti su campioni di adolescenti e giovani adulti hanno rilevato la presenza di meningococco fino ad uno su dieci soggetti asintomatici. Un soggetto portatore asintomatico può ospitare lo stesso ceppo di meningococco per mesi e quindi contribuire alla sua diffusione nella popolazione. Nonostante l’elevata frequenza di portatori, i casi di malattia sono usualmente sporadici. Ma, come accennato prima, sono descritte – in Europa come nel nostro Paese – aree di iperendemia caratterizzate da ondate epidemiche con un numero di casi decisamente superiore all’atteso.

L’esperienza più nota è certamente quella che si verificò alla fine degli anni ’90 nel Regno Unito. L’incidenza di meningite meningococcica passò in pochi anni da 2,8 a 5,3 casi per 100.000 abitanti. La maggior parte dei casi era dovuta ad un ceppo particolarmente virulento appartenente al sierogruppo C. In quegli anni si era appena reso disponibile un vaccino contro il meningococco C che fu subito utilizzato per un programma di vaccinazione di massa che iniziò nell’autunno 1999. La vaccinazione avrebbe coinvolto tutta la popolazione di Inghilterra e Galles fra 4 mesi e 17 anni di età: in tutto 12 milioni di bambini ed adolescenti! La campagna iniziò con la vaccinazione di adolescenti fra i 15 e 17 anni (la fascia di età all’epoca più colpita) e poi via via interessò il resto della popolazione bersaglio. Completata la vaccinazione fino ai 17 anni, il vaccino fu offerto – a partire dal gennaio 2002 – a tutti i giovani fino a 25 anni. L’impatto di questa campagna straordinaria di vaccinazione ha fatto storia (oltre ad aver fruttato al suo ideatore, Prof David Salisbury, numerose onorificenze). Almeno l’85% dei ragazzi fra i 5 e i 17 anni furono velocemente vaccinati e la copertura vaccinale di routine nei nuovi nati raggiunse presto livelli del 90%. L’efficacia del vaccino nel prevenire la malattia fu stimata fra l’83% e il 100% nei diversi gruppi di età[1]. Ma l’evidenza più importante raccolta all’epoca fu la capacità del vaccino di prevenire lo stato di portatore, stimata intorno al 75%. L’impatto del vaccino è dunque sia diretto (protezione individuale dalla malattia) sia indiretto per via della immunità di gregge: la riduzione fino al 75% dei portatori asintomatici, infatti, porta benefici epidemiologici molto superiori producendo una riduzione generale della circolazione del batterio con conseguente protezione indiretta anche delle fasce di età non vaccinate.

In Italia la vaccinazione di routine dei nuovi nati contro la meningite C è stata introdotta tardivamente e con risultati di copertura piuttosto deludenti. In assenza di eventi iperendemici, infatti, la richiesta del vaccino da parte dell’utenza è stata mediamente bassa e gli operatori sanitari sono stati abbastanza tiepidi nel consigliare questa vaccinazione. A questo si aggiunge il fatto che il valore economico di questa vaccinazione di massa non è spesso sufficiente a giustificarne l’utilizzo in condizioni di normale endemia.

La situazione epidemiologica registrata negli ultimi mesi in Toscana indica senza dubbio una condizione di iperendemicità per meningite meningococcica[2]. Come plausibilmente atteso, l’impatto sulla sanità pubblica di questo evento – nonostante la risposta piuttosto energica – è stata notevole. Lo so che è poco elegante autocitarsi, ma proprio pochi mesi fa scrivevo alcune considerazioni su questo blog, a proposito dell’allarme meningite, sulla necessità di avere un estintore pronto e funzionante se si vogliono prevenire gli incendi (vedi post Allarme meningite: tutti di corsa a vaccinarsi).

I casi di meningite registrati in Toscana coinvolgono un range di età estremamente ampio. Per ovvi motivi di fattibilità sarà impossibile coprire con la vaccinazione una popolazione così ampia. Dovrà pertanto essere necessario affidarsi all’effetto di protezione del gregge. Il vaccino antimeningococco ha dimostrato di poterlo fare. Purtroppo i livelli di copertura raggiunti nelle fasce infantili non hanno potuto sortire nessun effetto limitante. I livelli di copertura vaccinale raggiunti finora grazie alla campagna straordinaria di vaccinazione nelle fasce di età più importanti per la trasmissione (adolescenti e giovani adulti) sono comunque insoddisfacenti e certamente al di sotto dei livelli necessari per ottenere la riduzione della circolazione del batterio fra i portatori. È necessario dunque impegnarsi per aumentare le coperture.

L’esperienza inglese ci insegna che, considerando un efficacia del vaccino stimata intorno al 75% nel bloccare i portatori, vaccinando l’80% di un gruppo di età in effetti si potrebbe ridurre del 60% il numero di portatori. Per far questo servirebbe un impegno straordinario della sanità pubblica, insieme ad un sensibile rafforzamento dei servizi vaccinali. Contemporaneamente, questa esperienza dovrebbe servire a ricordare (a proposito di estintore) quanto sia importante mantenere alti i livelli di copertura routinaria nell’infanzia in modo da abbassare stabilmente, e sul lungo periodo, la frequenza dei portatori nella popolazione.

10 febbraio 2016

di Pier Luigi Lopalco, Professore Associato di Igiene, Università di Bari, già Head of Scientific Assessment Section, ECDC, Stoccolma.