Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/11/2024

Pensando ad Anna

Pochi giorni fa sono andato a Firenze alla Festa dei Popoli, per vedere “Pensando ad Anna”. Avrei tanto tantissimo da scrivere ma condenserò in poche righe.

Non sapevo cosa aspettarmi, perché girare un film con materiale storico e politico del genere non è affatto impresa facile né artisticamente, né politicamente.

Il costante rischio è quello di ricadere nel retorico, o di contro nello sloganistico. E poi mettere in scena con immagini di qualità, attrarre uno spettatore con un buon ritmo è ormai impresa impossibile nel cinema italiano.

Sono rimasto sbalordito.

È un film meraviglioso, esteticamente perfetto, politicamente interessantissimo, che non sfigura se rapportato sia alla tradizione del cinema più valido, sperimentale e politico italiano degli anni '70, sia se confrontato con il cinema mainstream di casa nostra, quello tanto esaltato dalla critica, quello serioso e drammatico italiano (che non passa mai di moda).

Ed è un film coraggioso politicamente perché esce in questo 2024 nell’italietta che si è riscoperta tutta fascista, sapendo che ne pagherà le conseguenze in termini di distribuzione (e creerà scandali, basti vedere i giornali di questi giorni... ma sono i classici scandaletti che durano un attimo).

Ed è coraggioso soprattutto perché mescola vari stili, partendo da un approccio di etnografia performativa, passando per Brecht ma andando oltre. È un film, è un documentario, è teatro, ed è fatto bene, benissimo.

Mi sono laureato in cinema, sono comunista e sono l’autore del “famoso” saggio storico sulle rivolte nelle carceri italiane negli anni ’70 quindi non sono di primo pelo rispetto le vicende esposte nel film eppure senza rendermene conto sono stato strappato alla poltrona e trascinato lungo il percorso, mi sono emozionato, ho pianto, ho tifato, ho vissuto l’esperienza totalizzante che soltanto il Cinema con la C maiuscola può farti vivere.

Complimenti al regista, alle attrici, agli attori, alla distribuzione per questo magnifico film e alla Festa dei Popoli per averlo ospitato.

Complimenti a Pasquale per la lucidità, la coerenza e la forza di essere nella scena e di riattraversare gli eventi più brutali e traumatici della sua vita (e in questi tempi di over reactions e trigger warning è davvero una lezione di etica) con l’onestà di chi sa che ogni secondo di sofferenza vissuta può essere oggi esperienza e racconto per chiarire una storia nelle storie e per indicare che un’altra antropologia umana è possibile.

A tutte e tutti noi il dovere di dare una chance al film “Pensando Ad Anna” e dare una chance a noi stesse/stessi di essere migliori di ciò che siamo oggi e riempire di intensità umana il breve tempo concessoci su questa Terra.

Spero che le polemiche pennivendole di oggi diano solo pubblicità a questo film che senza paura di esagerare colloco assieme a Il Terrorista di De Bosio, Todo Modo, Indagine su Un Cittadino Al Di Sopra di Ogni Sospetto di Petri, Le Mani Sulla Città di Rosi, in parte Operación Ogro di Pontecorvo e pochi altri tra i migliori film politici italiani di sempre.

Complimenti e grazie per questo film a tutte/i: a Tomaso Aramini, Peter Zeitlinger, Tiziana De Giacomo, Luca Iervolino, Tiziano Di Sora e soprattutto a Pasquale Abatangelo.

Fonte

27/11/2019

Una storia degli Anni ’70

«Correvo. Correvo pensando ad Anna. Dietro di me le guardie ansimavano, minacciando di spararmi. Davanti avevo solo i grandi spazi vuoti della notte».

È un breve ma quanto mai significativo frammento, tratto dalle prime pagine di “Correvo pensando ad Anna. Una storia degli anni ’70“, libro firmato da Pasquale Abatangelo (ex membro dei Nuclei Armati Proletari e delle Brigate Rosse), edito da PGreco, e dedicato all’amatissima Anna, moglie e compagna di una vita.

Un frammento tanto significativo, da dare il titolo al libro in parola.

Quella corsa, dopo un tentativo di furto ai danni di un negozio di elettrodomestici, si concluse con l’arresto e la reclusione, dell’allora giovane ribelle Pasquale Abatangelo, nel carcere fiorentino delle Murate.

Si era nel Gennaio del 1970. Allora, Pasquale non era ancora il militante politicizzatosi dietro le sbarre di una delle tante celle che lo avrebbero tenuto rinchiuso nel corso di quasi trent’anni.

Non era ancora il militante comunista, fondatore dei Nuclei Armati Proletari, poi approdato alle Brigate Rosse, che avrebbe fatto parte del Movimento dei Proletari Prigionieri, del cosiddetto Fronte delle Carceri, e che tanti grattacapi avrebbe dato a secondini e direttori degli Istituti penitenziari, dei giudiziari e dei vari “carceri speciali”.

Supercarceri che furono teatro di epocali rivolte, scatenate dalla rabbia proletaria tenuta in gabbia, capeggiate da membri autorevoli del movimento dei prigionieri, dei Nap, delle Br, delle organizzazioni comuniste extraparlamentari.

Rivolte e distruzioni. Come all’Asinara, a Badu ‘e Carros, a Trani, a Porto Azzurro, a Palmi, a Fossombrone. Nomi che ancora oggi danno i brividi a chi ha avuto in sorte di “frequentarli”.

Rivolte e distruzioni, alle quali faceva seguito – sempre – la violenza cieca delle guardie penitenziarie.

Un prezzo ineluttabile da pagare alla lotta, messo in conto ogni volta. Quei militanti prigionieri ne erano coscienti. E pagavano senza lamentarsi. Era questo il clima di quegli anni. Era questo il gioco crudele delle parti.

Eppure, quel giovane beat e contestatore, dedito anche all’uso sporadico di droghe, portava già in sé i germi del rigoroso e inflessibile guerrigliero, che avrebbe fatto di quel ragazzo, senza patria e senza causa, un uomo tosto e un brigatista irriducibile. Per usare un termine tanto caro ai media di regime e al regime stesso.

Quel ragazzo – come tanti altri di quella generazione che si affacciava al decennio dei ’70 e che aveva già visto sfilare i cortei operai e studenteschi dell’autunno caldo del ’68 – era, dunque, già in conflitto con il sistema iniquo della società divisa per classi.

Quel sistema economico, politico, sociale, scellerato e diseguale, di cui lo Stato borghese e sedicente “democratico” si rendeva, e si rende tutt’ora, garante. Con le sue leggi, le sue regole, la sua ideologia di casta.

In conflitto con una società che, nella sua apatia reazionaria e conformista, tendeva ad escludere ogni forma di ribellione che provenisse dai ceti subalterni, dalle fasce sociali più deboli, dalle categorie che si voleva sottomesse e invisibili. Per storia o per principio religioso. Come la donna.

A rifiutare ogni antagonismo, prodottosi nelle pieghe e nelle piaghe di quel nascente proletariato metropolitano che, negli anni successivi, avrebbe saldato le sue rivendicazioni con quelle dell’operaio massa, degli studenti, del proletariato extra legale, di una parte degli intellettuali più radicali.

Con le rivendicazioni di tutti coloro che, stanchi della sclerotica fissità del sistema borghese, che fondava la sua ragione d’essere su una morale perbenista e clericale, e su una rigida gerarchia di classe, volevano cambiare il mondo. Nel nome della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia proletaria. Insomma, nel nome del comunismo!

Un insieme magmatico e plurale, di soggettività politiche e individualità, che, attingendo al patrimonio delle lotte operaie che avevano caratterizzato fino ad allora l’intero ‘900; guardando ai movimenti di liberazione che insorgevano nel mondo, contro gli imperi coloniali e contro l’imperialismo Usa; ispirandosi alle guerriglie in corso nel continente latinoamericano; e forti di quella cultura rivoluzionaria marxista, di cui era imbevuta la loro linfa ideologica – seppur declinata secondo diverse chiavi di lettura, ortodosse o eretiche che fossero – diede vita al più grande movimento rivoluzionario, nel cuore della vecchia Europa a capitalismo avanzato.

Un’onda d’urto di violenza tale da destabilizzare equilibri che si ritenevano stabili e consolidati. Da far tremare la Repubblica e il partito-stato democristiano. E tale finanche da mettere in crisi quell’alleanza atlantica, della quale l’Italia si è sempre dichiarata serva e vassalla fedele, pur rappresentando l’anello debole dell’imperialismo occidentale.

Di questo e di tanto altro parla il libro di Pasquale Abatangelo.

Un libro appassionato, lucido, sincero. Che non fa sconti a nessuno. Al Potere in primo luogo. Ma anche alle organizzazioni rivoluzionarie e combattenti. Ed infine, tanto meno a sé stesso.

Un racconto di vita e militanza fibroso e refrattario ad ogni vittimismo lamentevole, tipico di molti sconfitti.

Un libro che ci offre uno spaccato di storia sociale, politica e umana, nell’Italia attraversata dal movimento del sessantotto, dalle spinte insurrezionali e dalla Lotta Armata.

Una narrazione che si staglia sullo sfondo della ristrutturazione capitalistica del lavoro e del sistema produttivo, in corso negli anni ’70.

E su uno scenario internazionale, all’interno del quale, dopo la sconfitta in Vietnam, riprendeva vigore l’imperialismo statunitense e cominciavano ad agitarsi i primi sussulti di quel neoliberismo, le cui spietate politiche anti popolari hanno poi trovato piena applicazione negli anni ’90. Giungendo fino ai nostri giorni, devastati dalla crisi.

Una scrittura veloce e immediata, che attraversa il clima rivoluzionario e caldo che ha pervaso, per quasi un quindicennio, il nostro paese.

Un procedere puntiglioso, che prova a spiegare le dinamiche stesse che portarono parte di quella generazione, a prendere le armi e a praticare il terreno della lotta armata. Tra azioni deflagranti, avanzate clamorose e battute di arresto. Fino alla sconfitta finale.

Una riflessione, intima e collettiva, che Abatangelo propone su quell’esperienza. Per comprenderne ed analizzarne gli errori, certo. Ma anche per cogliere quelle istanze rivoluzionarie che possono, ancor oggi, risultare positive e praticabili.

E che potrebbero costituire il lievito necessario per un movimento comunista in estrema difficoltà, ma che di sicuro non vuole rinunciare a dare battaglia. Che non vuole rinunciare alla Lotta di Classe. Ancorché non armata!

Per tutto il libro, ci sembra di avvertire l’ansimare convulso di quel ragazzo che corre per sfuggire agli sbirri. E noi corriamo insieme a lui. Ansimiamo con lui. Parteggiamo inequivocabilmente per lui.

Una corsa lunga e a tratti frenetica, fino all’ultimo respiro. Una vita dura e militante, come dicevamo.

Il carcere. Il sogno rivoluzionario di una generazione e il suo dissolversi tra divisioni interne, pulsioni centrifughe e soggettiviste, errori politici e teorici.

Ma soprattutto, un sogno infrantosi contro la brutale risposta di uno Stato “democratico” disposto a tutto, pur di piegare e annientare quel movimento rivoluzionario. Insorto con o senza armi.

I Nuclei Armati Proletari e le Brigate Rosse. Le rivolte carcerarie e la repressione. La violenza dei secondini. L’Asinara e il “circuito dei camosci”.

E su ogni cosa, l’amore per Anna e di Anna. La sua donna, fino all’ultimo giorno di vita. Una piccola ma importantissima storia, calata nel divenire e nel succedersi rapido degli eventi della Storia più grande.

Ma anche l’amore fraterno per Nicola. Figura imprescindibile, nella vita di Pasquale.

Correvo pensando ad Anna è un crudo, umano, commovente confronto con la realtà rivoluzionaria. Senza assoluzioni di comodo. Morali o politiche che siano!

Un libro intenso e pieno di passione. Che trasuda comunismo rivoluzionario e cultura proletaria ad ogni parola, ad ogni frase.

Che non si nasconde, che non recrimina, che non cerca attenuanti e non si piange addosso. Un libro da cui è espunto ogni irritante e grottesco sentimento vittimario. Di rassegnazione o di resa.

Pagine che restituiscono fierezza e orgoglio di classe. Intrise di quella lealtà di cui sono capaci solo i veri comunisti rivoluzionari. Non certo gli infami!

Un libro che si nutre di lotta e di conflitto. Dove l’innato desiderio di libertà e la necessità dell’uomo monodimensionato dell’era moderna, di spezzare il giogo del sistema capitalistico, che risucchia e annichilisce l’esistenza stessa del proletariato, delle classi subalterne e di chiunque senta la lama fredda della mannaia del potere vibrargli sul collo e incombere su una vita smembrata dal quadrante del tempo veloce e dalle disarticolanti leggi del lavoro e del profitto, si scontrano con le asfittiche regole di mercato, imposte dalle élite nella plancia di comando.

Élites finanziarie o statali, globali o nazionali, il cui unico scopo è l’estrazione del plusvalore dalla carne di schiavi, consapevoli o meno della loro stessa schiavitù. Della loro stessa riduzione a merce.

Segmenti di un potere “imperiale”, pronti a soffocare nel sangue ogni tentativo di rivolta o di semplice opposizione sociale e antagonista. Con l’ausilio antidemocratico di torture, di sistemi ai limiti dell’umano, e di leggi speciali anticostituzionali. La cui applicazione più rigorosa e crudele, trova nell’istituzione carceraria la sua implacabile logica repressiva.

Logica che venne avallata, nell’Italia di quegli anni, da quel Partito Comunista, le cui smanie governiste trovarono, nel Compromesso Storico con il padronato e la Dc, il loro fisiologico e ripugnante sbocco politico. Ai danni, chiaramente, del movimento operaio, e in contrapposizione con il patrimonio di lotte che aveva attraversato l’intero novecento. E di cui il Pci avrebbe dovuto essere erede e baluardo, contro il dominio del Capitale

Pasquale, dunque, ci parla della sua vita, senza reticenze. Sapendo che dall’altra parte della pagina incontrerà lo sguardo, gli occhi, l’intelligenza dei compagni.

Ci dice di un’infanzia povera e del collegio di via dei Malcontenti. Della lontananza obbligata dall’effetto materno e degli abusi “preteschi” di rito.

Siamo con lui durante la ribellione e camminiamo sulle strade del movimento Beat.

Viviamo la droga e i primi furti. Il carcere. L’incontro con il proletariato extra legale e la successiva politicizzazione con il Movimento dei Proletari Prigionieri.

Assistiamo alla nascita dei Nuclei Armati Proletari e al conseguente passaggio con le Brigate Rosse.

Partecipiamo alla Lotta Armata. Vissuta dall’interno di quell’istituzione totale che furono i carceri speciali, creati dallo Stato e dal boia Carlo Alberto Dalla Chiesa, per spezzare la resistenza dei “prigionieri politici” provenienti dal movimento rivoluzionario.

Per precludere ogni sbocco possibile al dialogo tra il proletariato combattente rinchiuso nelle celle dei padroni e le organizzazioni esterne.

Veniamo catapultati nel vivo delle azioni delle Br, e del rapimento Moro.

Pasquale ci trascina con lui nella costante formazione marxista. Ci coinvolge nelle rivolte carcerarie.

Piangiamo con lui i compagni rimasti sul terreno, uccisi con il sogno rivoluzionario negli occhi. Come Sergio Romeo, Luca e Annamaria Mantini, Riccardo Dura e tanti altri.

Avvertiamo sulla nostra carne le botte e le manganellate, frutto della feroce repressione del nemico.

Dello Stato borghese che si voleva abbattere, nel nome degli ideali di libertà e di giustizia sociale. Nel nome del comunismo.

Il tutto, all’incrocio di un passaggio storico irripetibile e condensato nel clima insorgente di una generazione, che vide la Rivoluzione ad un passo.

Ne respirò il vento dolce della Primavera e quello acre del sangue. Scorgendo il sole di un’alba radiosa su cui si addensarono, prima minacciose e poi furenti, le nubi oscure della tempesta che dissolse il sogno.

Un sogno infrantosi contro l’inevitabile risposta di un nemico che si mostrò implacabile, crudele, violento. Invocando una democrazia che aveva stuprato per primo con stragi, attentati, bombe, repressione poliziesca, morti operaie, golpe di matrice militare, quando non dichiaratamente fascista. Nel segno del Capitale e della pace borghese. Dell’atlantismo e dell’imperialismo Usa.

Soprattutto, con la complicità di quel Partito Comunista che realizzò la più squallida delle infamie. Convertendosi alla logica padronale del sistema liberale, per mezzo di quel Compromesso Storico che svendette, sui banchi del mercato della politica e della finanza, un patrimonio di lotte e di cultura operaia. Col solo fine della governabilità.

Pasquale Abatangelo a quel Pci non risparmia critiche. Il suo giudizio è intriso di quella spietatezza che, sola, si può riservare a coloro che ci hanno voltato le spalle quando avremmo avuto più bisogno di aiuto. A coloro che ci hanno tradito!

Ma Abatangelo non fa sconti neanche alla sua parte. Non mancano le critiche ad un movimento che non seppe unire le sue diverse anime, scadendo, alla fine, in un frazionismo letale, che produsse spaccature e distinguo che lo condussero alla sconfitta.

Non manca la lucida presa d’atto di una Lotta Armata che finì per avvitarsi su sé stessa, in un crescendo di conflitti interni, di recriminazioni e accuse reciproche.

Di sterili battaglie teoriche, di azioni avventate e disomogenee. Su cui posero la definitiva pietra tombale le dissociazioni e i pentimenti repentini e vigliacchi. Finanche dei più alti e, fino ad allora, stimati dirigenti.

Una lotta armata che non seppe trovare più risorse, di fronte alla risposta dello Stato, e in un quadro internazionale completamente mutato, agli inizi degli anni ’80.

Mutazione che si realizzava sia sul versante economico, nel quale si portava a compimento quella ristrutturazione capitalistica del lavoro e del sistema produttivo intrapresa nel decennio precedente; sia sul terreno militare, con la recrudescenza, dopo il disastro del Vietnam, dell’imperialismo Usa. Che ripropose la sua logica guerrafondaia su un mondo, nella carne del quale aveva necessità di aprire nuove, putrescenti pustole mercantili.

Il libro di Pasquale, all’incrocio tra romanzo storico, racconto di formazione ed elegia di carattere politico, rappresenta una splendida, necessaria, commovente testimonianza di un periodo storico, troppe volte mortificato ed adulterato dalla narrazione di comodo offerta dai vincitori.

Una narrazione che, inevitabilmente, ha cancellato la verità storica dei fatti. Bisogna essere riconoscenti a Pasquale per questo straordinario lavoro di memoria e di trasmissione. Dobbiamo essergli riconoscenti come individui e come collettivo comunista.

Perché, nel fluire continuo della Storia, il passato degli sconfitti possa far ascoltare la sua voce nel nostro presente. Riscattando le proprie ragioni e i propri morti. Per condurci infine, nella pratica incessante delle lotte, ad un mondo senza classi.

Scrive George Jackson, nel suo bellissimo saggio Col sangue agli occhi, portato a termine nel carcere americano di San Quintino, libro amatissimo da Abatangelo: «Per lo schiavo, la rivoluzione è un imperativo, è un atto cosciente di disperazione, dettato dall’amore».

Le ultime pagine di questa Storia degli anni ’70 si chiudono esattamente rievocando, con un implicito senso di continuità, quelle parole. E a noi piace chiudere così. Rivendicando la rivoluzione, come atto disperato generato dall’odio di classe. E come gesto d’amore dei dannati della terra!

Fonte

25/01/2018

E’ morta Anna, la compagna nei pensieri di Pasquale Abatangelo


Ieri è morta Anna, la compagna di tutta vita di Pasquale Abatangelo, ex prigioniero politico dei Nap prima e delle Br poi che aveva dato il titolo al recente libro curato dallo stesso Abatangelo: “Correvo pensando ad Anna”, uno dei libri più belli e onesti scritti sugli anni della lotta armata, delle rivolte nelle carceri e la vita nelle carceri speciali nel nostro paese. Qui di seguito il ricordo dedicato ad Anna:

Ciao Anna, ci mancherai...

Oggi 24 gennaio 2018 alle ore 12,30, Anna se n’è andata. Ci ha lasciati dopo aver lottato a lungo con tutte le sue forze contro la terribile malattia che le era stata diagnosticata diciannove mesi fa, ma che l’aveva aggredita già da alcuni anni senza mai manifestarsi. E’ morta a casa sua, nel suo letto, dopo un’atroce agonia durata una settimana, trascorsa sotto sedazione.

Da oltre un anno, Anna viveva inchiodata nel suo letto, soffrendo senza mai lamentarsi. Da vera combattente ha affrontato a viso aperto la sua tremenda malattia. Lo ha fatto senza paura, senza piangersi addosso, con tanta, tanta dignità, fino in fondo, come ha sempre fatto nella vita, pur sapendo che questa volta combatteva la sua ultima battaglia.

Con lei noi perdiamo una moglie, una madre, una sorella, un’amica, e una compagna meravigliosa.
Anna era una donna che amava la vita e odiava i funerali, non le piacevano gli addii, e quando doveva porgere l’ultimo saluto alle persone amate, con le quali aveva condiviso tutto, dalle lotte ai sogni, preferiva salutarle con un CIAO o un ARRIVEDERCI.

Gli ospedali non le piacevano e aveva scelto di confrontarsi con la malattia a casa sua. Voleva morire nel suo letto, assistita dalle persone a lei più care. E così è stato.

Adesso che lei non c’è più, saremo in tanti a sentire la sua mancanza. Ed io, malgrado il dolore che mi opprime il cuore, non posso esimermi dal ringraziare, anche a nome suo, tutti quelli che in questa battaglia sono stati al suo fianco, tutti quelli che le hanno voluto bene e i tanti compagni, amici e conoscenti che in questi diciannove mesi di malattia le hanno manifestato affetto e solidarietà.

Ringrazio di cuore anche i medici e gli infermieri dell’ANT, per l’assistenza domiciliare gratuita che le hanno prestato sia di giorno che di notte, con tutte le competenze necessarie a garantirle un’assistenza medica specialistica di livello ospedaliero.

Anna, che è sempre stata coerente con se stessa fino alla fine dei suoi giorni, ha scelto di essere cremata e non vuole essere oggetto di alcuna cerimonia funebre. Soprattutto non vuole che sia esposto pubblicamente il suo cadavere deturpato e torturato dalla prolungata malattia. Lei vuole essere ricordata per come era da viva.

Sulla sua bara non vuole fiori e desidera che i soldi destinati al loro acquisto siano tutti donati alla Fondazione Ant.

E’ possibile farlo anche con un versamento bancario intestato a:

FONDAZIONE ANT Italia ONLUS
IBAN IT/57/N/06385/02563/07400000800P
(Aggiungendo eventualmente nella causale il motivo della donazione).

Un ringraziamento di cuore a tutti quelli che la omaggeranno con questo gesto di solidarietà.
Col sangue agli occhi e a pugno chiuso.

Fonte

14/04/2017

Consigli (o sconsigli) per gli acquisti: Correvo pensando ad Anna, di Pasquale Abatangelo

Dal letame di molta memorialistica sugli anni Settanta, capita ad un certo punto di scovare il fiore più bello. E’ la vita onesta e tragica di Pasquale Abatangelo a restituire il significato di una vicenda collettiva sepolta dalla rancorosa storia dei vincitori, di destra e di sinistra. Da troppo tempo si è cambiato nome alle cose, ma rimane brutalmente vero il verso di Gertrude Stein: una rosa è una rosa è una rosa.

Questa autobiografia restituisce senso ad un nome ormai prosciugato di significati materiali: il comunismo. La vita di Pasquale Abatangelo è il comunismo italiano degli anni Settanta. La sua vita come sineddoche di una generazione di militanti rivoluzionari che, sprovvisti di tutto tranne che della loro disciplina e del proprio sacrificio, seppero mettere paura al potere. E’ questo un privilegio che pagarono duramente: tanti non ressero, altri conservarono intatta la propria dignità. Pasquale fu uno di questi.


La vita di Pasquale racchiude simbolicamente il senso del lungo decennio delle lotte di classe in Italia tra il 1968 e la fine degli anni Settanta. Una vita di scarto come tante all’epoca, dal collegio alla strada, alle prime rapine al carcere. Ma la rinascita al comunismo avvenne all’interno di quella vicenda collettiva che sconvolse le sorti di una generazione. L’impolitico Pasquale dovette fare i conti con l’urgenza rivoluzionaria di una generazione che travolse i destini individuali: «Qui si crearono le basi della particolarità italiana. Anche in Francia, anche in Germania, in Inghilterra, negli USA il Sessantotto trovò le parole per capire, descrivere e rifiutare le istituzioni totali. Ma solo in Italia si generò una dinamica paritaria, orizzontale e osmotica, fra banditi e rivoluzionari. Anni dopo, nei libri di filosofia ho trovato le parole adatte per descrivere il significato di questo incontro: reciproco riconoscimento».

Il reciproco riconoscimento di cui parla Pasquale non è “solo” quello tra detenuti comuni e militanti politici. E’ quello tra un pezzo delle classi subalterne e le avanguardie rivoluzionarie. E’ questa la relazione che spiega la durata anormale e la durezza dello scontro che trascinò il paese in una vera e propria guerra civile – seppure a “bassa intensità”. E’ questa l’eccezionalità italiana, che permise la nascita di un movimento rivoluzionario di massa e, contestualmente, alla crescita della lotta armata: «I giovani contestatori incarcerati contribuivano ad allargare gli orizzonti politici e culturali delle avanguardie del movimento dei detenuti. Ma anche i rapinatori e i ladri arricchivano il bagaglio politico e umano dei militanti dell’estrema sinistra. L’influenza si sviluppava nei due sensi. I galeotti si appropriavano della cultura e dell’esperienza politica dei sessantottini, indispensabili per dare senso a un sussulto collettivo altrimenti destinato a bruciarsi in una specie di jaquerie. Gli extraparlamentari, per la maggior parte studenti di estrazione sociale piccolo borghese, inghiottivano a rapide sorsate il sapere concreto dei detenuti, frutto delle acide esperienze fatte ai margini della società».

Ma all’interno di questa storia collettiva si inserisce la specifica vicenda di Pasquale, comprensibile solo se inserita negli anni Settanta ma – al contempo – pienamente degna dei caratteri dell’eccezionalità dell’uomo. Pasquale viene arrestato l’ultima e definitiva volta nel 1974. Da poco politicizzato, fonda insieme ad altri compagni i Nap di Firenze, e durante un esproprio proletario finito tragicamente viene catturato e tradotto in carcere per uscirne solo nel 1993 in libertà condizionata, a cui seguirono altri dieci anni di semilibertà e libertà vigilata. Vent’anni ininterrotti di carceri speciali, di rivolte, di lotte di classe dentro le strutture repressive, di pestaggi subiti e, quando possibile, ridati, senza vittimismo. Non c’è spazio per il piagnisteo durante la lotta di classe, ma un conto è dirlo o anche solo “pensarlo” a mente fredda, un altro è praticarlo per venti lunghi anni, lontano dagli affetti, dalla vita normale, o anche solo dalla militanza in condizioni di libertà.

Il comunismo in Italia e negli anni Settanta ha significato anche questo: non solo “convertire” un proletario ribelle in militante disciplinato della lotta di classe, ma aprire il mondo della “cultura” a chi ne aveva sempre rifiutato i suoi dispositivi di classe: «I libri mi diedero sicurezza, consegnandomi verità che non avrei più dimenticato lungo tutta la mia vita di militante comunista. Ma mi insegnarono anche che odiare non bastava, ed era facile ammetterlo se il mondo da ereditare era quello di Fabrizio del Dongo o di Pierre Bezuchov, più difficile se la lettura era interrotta dalle urla provenienti dai corridoi, in quel carcere di merda dove picchiare i detenuti era come giocare a tresette».

Il ribelle Abatangelo era una macchina costruita dalla società per odiare. Il carcere era il luogo dove questo odio moltiplicava la sua forza e scorreva nelle vene dei detenuti. Ma la rinascita al comunismo implicava anche la messa in discussione della propria natura ribelle: l’odio di classe era la molla inaggirabile, ma la propria militanza rivoluzionaria non si sarebbe risolta nel solo odio, pena il ritorno al ribellismo fine a se stesso dal quale ci si era faticosamente, e radicalmente, emancipati. Anche qui: facile scriverlo, maledettamente difficile farlo nel circuito delle carceri speciali dove l’annientamento della propria personalità costituiva il primo obiettivo della repressione. Ancora di più: facile per qualche “politico” rapidamente educato alle durezze del carcere; molto meno per un ribelle proletario politicizzato successivamente, proprio in quel carcere che favoriva la cattiveria e l’odio quale unico orizzonte esistenziale.

Ma la “potenza” del libro sta altrove rispetto alla mera rievocazione della propria esperienza personale, sebbene notevole e, in molti passaggi, commovente proprio per la sua sincerità scevra da qualsiasi ricerca di legittimazione postuma. Il libro non è solo memoria e testimonianza, ma anche analisi politica. Non è oggetto relegabile alla sola memorialistica, di per sé quindi operazione dignitosa ma in qualche modo “minore”. I ricordi di Pasquale s’intrecciano con la riflessione politica sulla lotta armata, sulla sua fine, sulle strade possibili che non seppe prendere e che segnarono la fine del comunismo in Italia inteso come movimento reale che abbatte lo stato di cose presenti: «Le BR non erano mai state una “sigla”, un brand, come si dice oggi. Le BR erano un corpo organizzato di uomini e donne che aveva dato fondo alle proprie energie combattendo, e che si era estinto facendo la lotta armata, perché, nelle scelte strategiche e tattiche, non era riuscito a guardare oltre il ciclo di lotte sociali che lo aveva prodotto come avanguardia politico-militare».

Come abbiamo detto varie volte, gli anni Ottanta – intesi come riflusso generalizzato della società dalla politica, intesi come definitiva scomparsa del comunismo come orizzonte delle lotte di classe nel paese – non erano inevitabili in Italia. Nonostante la durezza e la lunghezza dello scontro avvenuto nel decennio precedente, erano possibili evoluzioni politiche in grado di cambiare le forme della lotta senza abbandonarne la sostanza. Altrove – in contesti parimenti marchiati dalla violenza repressiva – questo passaggio è avvenuto, sedimentando nei movimenti antagonisti una relazione tra esigenze di sopravvivenza e strategie politiche anticapitaliste. Pur nell’obiettivo riflusso, si è mantenuto un legame, storico e ideale. In Italia no.

In Italia, come scrivevamo in un’altra occasione, «con gli anni Settanta scompare il comunismo, cioè la possibilità di organizzare lotte di classe per il potere che contengano, certamente nelle forme e nei contenuti nuovi che l’attualità impone, un’alternativa politica al capitalismo, e che sappiano attraverso questa instaurare rapporti con la maggioranza del proletariato italiano. Chi l’ha saputo fare (come il movimento che portò a Genova), l’ha fatto a scapito del comunismo stesso, riducendosi ad un riformismo radicale a-comunista e vertenziale. Chi invece è rimasto comunista, non ha saputo più intrecciare la propria esperienza politica con quella della maggioranza (e quindi del consenso) del proletariato nazionale, riducendosi allo stato di minorità esistenziale dal quale non sa come uscirne (sia nelle sue versioni conflittualiste che in quelle micro-partitiche)».

E’ ancora Pasquale a rilevarlo nel migliore dei modi e con le parole opportune in uno dei passaggi conclusivi del libro: «La lotta armata era nata in un contesto storico preciso. Incarnava una sfida politica che presupponeva una società impregnata di comunismo e una forte radicalizzazione delle masse. Queste condizioni risultavano scomparse. Riattivarle era un dovere. Ma non si poteva surrogare un simile lavoro con il ricorso ad azioni isolate, in un Italia dove, semmai, il problema era quello di una nuova alfabetizzazione marxista dei movimenti che, genericamente, si dichiaravano contro la globalizzazione».

E’ ancora da qui che dobbiamo oggi ripartire. E’ ancora questo il senso della riflessione ancora tutta da fare nei movimenti anticapitalisti italiani. Quello di riattivare un ciclo di lotte di classe in grado di legarsi alle necessità del proletariato, che sappia instaurare con esso una lingua e dei comportamenti comuni e condivisi, ma che – al tempo stesso – non sacrifichi sull’altare di questa relazione il comunismo. E’ una riflessione, d’altronde, che molti dei compagni di Pasquale fecero negli anni Novanta, inascoltati da un movimento sedotto dalle sirene post-moderne della fine della storia. Sbagliarono in primo luogo le Br, che non seppero tenere unito un ragionamento perso nei rivoli della frammentazione a cui andarono incontro negli anni Ottanta. Sbagliò un movimento che abbandonò ogni strategia rivoluzionaria, pur nel giusto compito di rimanere agganciato con ogni mezzo necessario alle correnti vive di una società in fase di progressiva atomizzazione. Ma il ragionamento proposto da Pasquale ci sembra reggere per intero, e per questo ne riportiamo un ampio stralcio:

«Se uccido Biagi e D’Antona senza alcun retroterra sociale, solo perché la guerra di lunga durata deve scintillare ogni dieci-quindici anni nel deserto della storia, me ne assumo le responsabilità. Se vado a Genova a contestare il G8 con un happening che, davanti alla ferocia della polizia, lascia solo costernazione e vittimismo, me ne assumo le responsabilità. Questo è il gioco a cui giochiamo quando proviamo a cambiare il mondo. Essere coerenti è fondamentale. Essere rivoluzionari, però, significa qualcosa in più. Significa non farsi illusioni sul nemico. Significa avere l’umiltà di ricominciare dal basso quando le sconfitte hanno sradicato le avanguardie dalle masse. Significa capire che non si può essere sempre simpatici e che, se la contraddizione fra i mezzi e i fini della lotta è sempre affiorata nella storia, una ragione deve esserci. Strategia e tattica, si diceva una volta. Sono parole di cui ci si è disfatti troppo presto. Parole che io ho cercato steso sui letti di contenzione, e che dovranno essere ricomprese daccapo, se si vorrà tornare a far paura al potere».

Questo libro è un oggetto attuale. Non è museale rivendicazione di un’esperienza politica, sebbene eccezionale. Sono, in qualche modo, le confessioni di un rivoluzionario, importanti proprio perché non vogliono in alcun modo esserlo esplicitamente. L’unica pecca è la prevedibile assenza del libro stesso dai circuiti della grande distribuzione libraria. In questo senso, dovrà essere compito dei compagni far emergere questo lavoro dall’oscurità nella quale purtroppo potrebbe venire relegato senza opportuno sostegno e promozione. Sarebbe un’occasione sprecata.

Difficile “tirare le somme” del lungo ragionamento di Pasquale Abatangelo. Prendiamo in prestito le sue parole, che facciamo nostre in ogni loro sfumatura, perché in qualche modo guidano i ragionamenti dei rivoluzionari di ogni epoca: «Come si vince? Questo non è facile. La prima cosa è abbandonare le illusioni. La seconda è comprendere che bisogna organizzarsi. I ribelli ci mettono un po’ di tempo a capire queste cose. Si attaccano a sogni di rivalsa individuale. Disprezzano la disciplina, perché pensano che sia un segno di debolezza. Ma, a certe condizioni, un ribelle può diventare un rivoluzionario. E’ già una vittoria. Non perché qualcuno, uno studente o un operaio, lo abbia fatto entrare in una casa pulita e ordinata. Ma perché la sua rabbia ha trovato un orizzonte. E questo orizzonte diventa la sua vita». D’altronde, come conclude Pasquale, «le storie come le mie ricominciano sempre». E’ il bello e il tragico del comunismo.

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