Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/02/2025

C’era una volta Sergio Leone

di Sandro Moiso

Diego Gabutti, Nel West con Sergio Leone. Dollari, armoniche e pistole a Cinelandia, Giulio Perrone Editore, Roma 2024, pp. 146, 16 euro

Be’, c’è un film che ho visto una volta / su di un uomo che cavalcava nel deserto, l’attore era Gregory Peck. / Veniva ucciso da un ragazzino affamato che bramava di farsi un nome. / Gli abitanti della cittadina volevano prendere il ragazzo e appenderlo per il collo. / Be’, lo sceriffo lo pestò per bene / mentre il pistolero morente era sotto il sole ed esalava l’ultimo respiro. / «Lasciatelo libero, lasciatelo andare, lasciategli dire che mi ha sconfitto con lealtà. / Voglio che sappia che cosa si prova ad affrontare la morte in ogni momento.» (Bob Dylan, Brownsville Girl)

A partire da C’era una volta il West, il film di Sergio Leone del 1968, Diego Gabutti ci consegna ancora una volta un’opera-mondo, definizione certamente usata a sproposito al giorno d’oggi per troppi romanzi e saggi, ma che serve perfettamente a riassumere il lavoro del saggista e giornalista torinese appena pubblicato da Perrone Editore nella collana Passaggi di dogana.

Come ogni opera realmente degna di questa definizione, a partire dal quarto film western realizzato da Leone, il sintetico saggio di Gabutti mette a fuoco ed esplora, aprendosi a riflessioni che procedono per cerchi concentrici, sia lo storia del cinema western che quella del regista italiano, allargandosi progressivamente a tutto l’immaginario cinematografico, hollywoodiano e non, e pop del secolo appena trascorso, con qualche puntata anche negli anni più recenti, per poi tornare alle origini e al suo centro reale: la novità rappresentata dal regista stesso e dal suo cinema.

Cinema innovativo che ha anticipato, si scusi ancora l’utilizzo di un altro termine fin troppo abusato, tutto ciò che è stato definito postmoderno, sia nella letteratura che nell’arte e nel cinema, nei decenni successivi. Un cinema totale, ma non reale o realistico, in cui tutto l’immaginario, popolare e dotto, a partire da Omero fino a Popeye passando per la letteratura picaresca e il vaudeville oppure Tex Willer e John Ford e dalla commedia dell’arte alla commedia all’italiana, ma l’elenco potrebbe continuare all’infinito, è stato riassunto, sintetizzato e magnificamente portato sugli schermi con un successo di pubblico, anche se non sempre di critica, enorme e, probabilmente, mai raggiunto da tutto il cinema italiano precedente e successivo. Con buona pace di tutti gli estimatori, spesso sfegatati e immotivati, del neorealismo.

E proprio su questo punto è giusto sottolineare le pagine autobiografiche in cui l’autore ricorda, con la sua solita ironia, un esame di Storia del cinema sostenuto col vate del realismo “critico” e dell’intellighenzia cinematografica italiana di un tempo ormai lontano: Guido Aristarco. Critico cinematografico e docente universitario, fondatore della rivista “Cinema Nuovo”, esponente della critica materialista e avverso al cinema di Leone, ma i cui dettami della sua idea di cinema sono probabilmente rappresentati ancora oggi da film assolutamente improponibili e inguardabili di molto cinema italiano e da un’erronea concezione di ciò che dovrebbe essere considerato cinema d’autore (con tutte le ambiguità e le pretese intellettualistiche che tale definizione reca con sé). D’altra parte, come avrebbe avuto modo di affermare lo stesso Gabutti in un’intervista rilasciata diversi anni or sono:

Non c’è mai stata un’influenza dei film di Leone sul cinema italiano, tranne che al tempo degli spaghetti-western, quando i suoi film erano banalizzati e fraintesi da una pletora d’imitatori. Leone è stato un esempio per il giovane cinema americano degli anni sessanta e settanta. Era il regista preferito di Coppola, di Scorsese, di Lucas e di Spielberg. Chi ne apprezzava l’umorismo, chi l’arte di dirigere gli attori, chi gli eleganti e solenni movimenti di macchina, chi la natura aforistica dei dialoghi. Clint Eastwood, che gli deve tutto anche come regista, non è tra i suoi ammiratori dichiarati, anche se in ogni suo film, naturalmente, c’è qualcosa di Leone (a cominciare dalla sua faccia, dai suoi primi piani). In Italia – anche dopo C’era una volta in America, che non è il suo film migliore (il miglior film di Leone è senza discussioni C’era una volta il west) ma che è il suo solo film esaltato dai nostri critici parrucconi – è stato sempre amato dal pubblico e detestato dal milieu cinematografico. Critici che considerano Pasolini un regista cosa possono capire di Leone? (E di letteratura, e di politica, e di qualunque altra cosa?)

Ma ritorniamo alla tesi e al tema centrale del testo, da cui poi si diramano tutte le altre riflessioni: C’era una volta il West come ultima, unica e potentissima espressione del western classico e della sua fine. Dopo il quale non solo Leone non realizzerà più film alla stessa altezza, pur rimanendo fino all’ultimo uno dei registi dell’Olimpo della storia del cinema, non solo italiano, ma non sarà più possibile realizzare film western dello stesso livello, esclusi forse i due capolavori di Sam Peckimpakh: Il Mucchio Selvaggio e Pat Garrett e Billy the Kid.

Tutti e tre, anche se il film di Leone del 1968 rimane il più innovativo e il più radicale dal punto di vista della riscrittura delle saghe western, parlano della fine del West e del western tradizionale allo stesso tempo. Ferrovie, automobili, filo spinato per dividere le proprietà, grande finanza (non le banche che comunque si potevano ancora tranquillamente rapinare fuggendo a cavallo oppure con l’auto come avrebbe fatto la banda Cavallero proprio negli anni della leoniana Trilogia del Dollaro1 ), avevano finito per chiudere definitivamente gli spazi dei cavalieri, degli sceriffi e dei banditi romantici. La ferrovia sarebbe arrivata fino all’Oceano Pacifico finendo di unificare l’unica potenza che si sarebbe potuta affacciare contemporaneamente sui due Oceani maggiori, rendendo meno “avventuroso” e quindi niente affatto mitico quel «Go West, Young Boy!» da cui la leggenda aveva avuto inizio. Almeno sugli schermi e nella narrativa popolare.

 Ancora una volta la lettura del testo di Gabutti si presenta come una cavalcata, e in nessuna altra occasione il paragone potrebbe essere più adatto, attraverso la storia del cinema western, da The Great Train Robbery (film della durata di 11 minuti realizzato nel 1903) fino a Quentin Tarantino, ma anche attraverso la vita dello stesso Leone, che l’autore ebbe modo di conoscere ed intervistare più volte e sul quale aveva già pubblicato quarant’anni prima un altro libro altrettanto bello e importante: C’era una volta in America2.

Nello specifico vanno comunque segnalate le pagine dedicate alle superbe intepretazioni di Charles Bronson (Armonica), che mai avrebbe più raggiunto tale intensità espressiva; Henry Fonda (Frank) nella sua forse unica e credibilissima interpretazione del villain di turno; Jason Robards (Cheyenne), il più bravo tra i protagonisti e il più romantico dei banditi e, infine, di Claudia Cardinale (Jill), all’apice della sua bravura, bellezza e sensualità istintiva.

Cinema e volti di un tempo che fu e che, nonostante gli sforzi successivi, non sarebbero mai più tornati ad essere visti sugli schermi, considerato anche che, come afferma Gabutti, quel film aveva di fatto «esaurito il genere» e, aggiunge chi scrive, il cinema del mito. Quello di Hollywood o comunque ispirato dagli studios dell’epoca d’oro che, come aveva scritto da qualche parte Amadeo Bordiga in una frase raccolta in epigrafe dall’autore torinese, copiava «dal paradiso terrestre».

È giusto, però, far scorrere i titoli di coda di un libro che ogni amante del cinema dovrebbe leggere accompagnandoli con le chitarre distorte e l’armonica minacciosa del tema dell’uomo dell’armonica o da quello romantico di Jill oppure, ancora, dalle note della marcetta dedicata a Cheyenne o quelle tristi che accompagnano la sua morte. Autentici capolavori di un compositore, Ennio Morricone, che legò indissolubilmente il suo nome a quello di Leone, conosciuto ancora sui banchi di scuola, e al successo planetario dei suoi film.

Note

  1. Sostanzialmente composta dai primi tre film del regista: Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto e il cattivo (1966)  

  2. D. Gabutti, C’era una volta in America. Dollari, cowboys, whisky, donne, oppio, gangster e pistole… Un’avventura al saloon con Sergio Leone, Rizzoli Editore, Milano 1984.  

Fonte

08/07/2020

Ennio Morricone for Dummies

Ci capita spesso di assistere alla celebrazione di grandi personaggi, e di riconoscere il merito di questi personaggi in base alle cose che di loro conosciamo, senza però sapere esattamente cosa in passato li ha resi tanto apprezzati e rispettati. Una questione di memoria storica che a volte ci sfugge, per questioni spesso anagrafiche, e che non sempre è facile recuperare. Perché mentre i giovani apprezzano quel personaggio per le sue ultime opere, spesso ignorando i capolavori del passato, magari coloro che conoscono tutta la storia ritengono superfluo raccontarla, convinti che la conoscano tutti. Per cui succede di parlare spesso con giovani appassionati che stimano registi come Hitchcock o Scorsese perché hanno visto "Psyco" e "Shutter Island", ma magari non conoscono "Taxi Driver" o "La donna che visse due volte".Stessa storia per Morricone. Che è uno degli artisti italiani più stimati dentro e fuori confine e in generale uno degli migliori autori di colonne sonore cinematografiche di sempre (forse il migliore in assoluto), ma che molti conoscono (e apprezzano) per la nuova onda di visibilità avuta negli ultimi anni, grazie soprattutto alle collaborazioni con Quentin Tarantino. Tarantino che da sempre è grande fan sia di Morricone che degli spaghetti-western che abbiamo prodotto negli anni 60-70, dai quali ha ripescato più volte stili e musiche. D'altronde lo stesso oscar vinto questo weekend per le musiche di "The Hateful Eight" (che resta una colonna sonora bellissima, al di là di quanto dicono i detrattori) riguarda temi in realtà scritti per "La Cosa" di John Carpenter (anno 1982), e molti degli accompagnamenti di Tarantino sono presi da vecchie colonne sonore di Morricone (i casi più celebri sono probabilmente il tema de "Il Mercenario" ripreso per "Kill Bill Vol. 2" e quello di "Allonsanfàn" in "Bastardi Senza Gloria").Oggi dunque facciamo quello che per molti è superfluo e per molti altri è necessario: ripercorreremo dieci capolavori del passato che hanno creato il mito di Morricone. Ad alcuni servirà come ripasso, ad altri come scoperta, a tutti come ripresa della meraviglia che una grande colonna sonora può offrire. Queste le dieci composizioni che secondo noi sono indispensabili per capire Morricone, selezionate da una carriera durata oltre 50 anni, da cui ovviamente sono rimaste fuori decine di altre opere (il dolore di ogni selezio
ne). Quelle le riscoprite seguendo il vostro istinto, ok?


La leggenda del pianista sull'oceano (1998)


Una delle colonne sonore più impegnate e impegnative di Morricone, visto che il protagonista era un pianista considerato tra i migliori al mondo nella storia di Tornatore. Particolarmente romantica, a tratti commovente, quasi per tutto il film. Tranne per una sequenza di 15 minuti nella parte centrale del film, dove l’arrogante jazzista Jelly Roll Morton sfida Novecento sulla sua stessa nave. E beh, la sfida ha un vincitore. Per chi vedesse le immagini commentate da queste musiche per la prima volta, vi avvertiamo: si rimane a bocca aperta.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970)


Il film più famoso di Gian Maria Volontè, in un personaggio oscuro e senza scrupoli che rappresenterà a lungo il seme malato della società italiana. La colonna sonora è potente, l’uso del marranzano (presente spesso nelle soundtrack di Morricone) è ingegnoso, quasi un lamento su un incedere misterioso e letale, disturbato esattamente quanto il carattere del protagonista del film. Si dice che Stanley Kubrick fu ampiamente ispirato da queste musiche. Riutilizzata più volte dai programmi di inchiesta politica in tv.

C’era una volta il West (1968)



Qui apriamo l’enorme capitolo western di Morricone, che rappresentò il vanto principale della sua opera. Sergio Leone quello che ne esaltò maggiormente le caratteristiche, scegliendolo per ogni suo film, fino a "C’era una volta in America" che western non lo era più (e che purtroppo non trovate in questa disamina, altrimenti Leone avrebbe monopolizzato la panoramica). Il film precedente però lo era ancora, e fu uno dei migliori del genere: "C’era una volta il West" possiede una delle storie più originali e coraggiose di tutto il western e la colonna sonora è magistrale, oltre che estremamente varia. Qui sopra avete uno dei pezzi più amati di Morricone da sempre (se lo avete sentito live sapete di cosa stiamo parlando), e siam costretti a escludere il meraviglioso tema dell’armonica, che vi consigliamo di godervi direttamente nel duello finale del film.

Per un pugno di dollari (1964)



Qui le cose da dire sarebbero talmente tante che forse è meglio non dire nulla. Con questo film e questa colonna sonora nascono i miti del western all’italiana, di Sergio Leone, di Clint Eastwood e viene fuori uno dei temi musicali più emblematici associati al cinema western. Tutto fatto praticamente solo con un flauto, una pistola e un viso di pietra. Immortale.

Bianco Rosso e Verdone (1981)


Qualcosa che in pochi ricordano è che Morricone era bravissimo a musicare anche le commedie. Ha composto le colonne sonore di molti film di Luciano Salce (il regista di "Fantozzi", la cui soundtrack però fu fatta da un altro grande, Fabio Frizzi) e ha accompagnato i primi film di Carlo Verdone. Prima "Un sacco bello" (che ha pure una colonna sonora riuscitissima) e poi "Bianco Rosso e Verdone", in cui Morricone si supera con uno dei suoi tipici colpi di genio: tema allegrotto e divertente che riprende le note del nostro inno nazionale. Il patriottismo che strappa un sorriso.

Il clan dei Siciliani (1969)



Torna il marranzano per uno dei film di gangster famosi più per la colonna sonora che per altro. Qui la musica è semplicemente perfetta: annoiata come l’omertà, triste come la rassegnazione e tragica in crescendo come la mafia. Una delle composizioni più citate dai fan di Morricone.

The Mission (1986)



"The Mission" fu una delle opere più particolari di Morricone. Perché particolare era il mix di culture del film che ha ispirato la colonna sonora: armoniosa, naturale e sempre suggestiva. Fu anche uno dei suoi apici emotivi, sebbene le musiche di "The Mission" siano tra quelle che richiedono più atmosfera per essere apprezzate in pieno. Non rubano la scena, ma esercitano una leggera attrazione costante sull’ascoltatore, che se ben predisposto ci scivola dentro per intero. La magia tradotta in musica.

Dimenticare Palermo (1990)



Il thriller comunque è quello che esalta maggiormente le capacità di Morricone. Più della metà delle sue composizioni furono orientate verso film drammatici, che fanno emergere la sua capacità di creare pathos tramite motivi che spesso restano indimenticabili. Motivi come quelli di "Frantic" e "Gli intoccabili" sono rimasti fuori da questa selezione, per rappresentare la potenza drammatica di Morricone gli abbiamo preferito un film relativamente minore come "Dimenticare Palermo". Che sarà anche meno “capolavoro cinematografico” degli altri, ma ha un tema musicale trascinante che moltiplica la tensione delle immagini. Ecco, senza una colonna sonora così, questo sarebbe stato un film di cui non si ricorderebbe nessuno.

Nuovo Cinema Paradiso (1988)



Uno dei lavori più armoniosi di Morricone, a celebrare l’intensa relazione artistica con Tornatore. Per un regista che sa raccontare storie con uno stile d’altri tempi, un compositore che rispolvera la sua sensibilità classica con una composizione orchestrale che non fa altro che stabilire l’equilibrio e muovere le corde delle emozioni interne. Non esattamente una delle colonne sonore che ti colpiscono di più tra quelle fatte da Morricone, eppure una di quelle più amate storicamente. Qui non scopri il suo lato più geniale, ma quello maggiormente capace di instaurare relazioni affettive.

Novecento (1976)



Chiudiamo col dramma. Il capolavoro di Bertolucci per una storia epica che richiedeva un’atmosfera capace di catalizzare la potenza della storia. Per il motivo centrale della colonna sonora Morricone si è preso tutto lo spazio e il tempo possibile: il brano comincia con grande lentezza e va in costante ascesa, prendendoti in braccio e trasportandoti in tutto lo spettro di sensazioni del film, tra gloria ricercata e eventi che cambiano i destini delle persone. In quattro minuti di sola musica c’è tutto quello che una grande storia può trasmettere, e senza il quale una grande storia smette di essere grande. È questo che è stato Morricone per il cinema.

Fonte

16/08/2010

Saharan dream

Negli ultimi giorni mi è stato davvero difficile trovare una colonna sonora su cui far scorrere il tempo.
Sono incappato in tanti pezzi, in generi differenti, ma niente riusciva a tirarmi fuori dall'anima ciò che ha hanno smosso due giorni di pioggia battente e continua.
E adesso, osservando lo scorcio di mare che spunta tra i maledetti palazzi che vedo dalle mie finestre, mi sento un po' come un gabbiano impossibilitato a volare.
Morricone, però, forse riuscirebbe a levarmi da qui, e senza nemmeno tirar fuori un deca!