Dicono - lo racconta il Direttore di una testata importante, di quelle che possono permettersi scoop anche in materia mortuaria - che il boia sia finito sepolto in un cimiterino di montagna. Interno a un penitenziario. Un’operazione meditata a lungo, che ha creato non pochi imbarazzi politici e diplomatici, nazionali e internazionali, all’attuale governo della Repubblica nata dalla Resistenza. Il no dell’Argentina e della Germania ad accettare la salma del capitano Priebke, la cui triste vita ed egualmente mesta memoria restano in eterno legate al massacro ardeatino, creavano una gigantesca impasse a un esecutivo che vivacchia sui rattoppi di forzose alleanze politiche. Però le norme, locali e straniere, imponevano una sepoltura proprio sul suolo offeso dalla barbarie di quell’ex militare tardivamente condannato e di per sé mai pentito delle efferatezze commesse. Un negazionista, un nostalgico di quell’ideologia abbracciata in gioventù ed esibita senza imbarazzo sino alla soglia della dipartita. Il resto l’abbiamo visto e sentito: i sindaci non concedevano i cimiteri, addirittura la chiesa glissava i funerali, e una sorta di benedizione impartita da una confraternita eterodossa, scatenava le proteste della comunità che in quei luoghi aveva vissuto lutti per le operazioni del capitano.
C’era poi l’intento di evitare il sacrario, la Predappio nazista fuori tempo massimo, impedendo ai fanatici della svastica (purtroppo tuttora tollerati e protetti in troppi casi: stadi e palasport, amministrazioni locali e anche strutture dell’ordine) di scorrazzare con saluti romani e lugubre armamentario di morte ereditato da nonni sanguinari come fu Erich. Una necessità, visto che la penisola che va da Caiazzo in su è stata ovunque martoriata da Wehrmacht, SS, Gestapo e dalla truppaglia della Repubblica Sociale che millantando “onore patrio” spiava, rastrellava, torturava e assassinava con loro. Il governo Letta sceglieva una via che lasciasse il minor strascico possibile, così da “far compiere alla democrazia italiana il suo atto di civiltà e umanità, senza perdere la memoria”. Lo sostiene quel Direttore. E sia, perché non certo dell’ostracismo al cadavere del boia si può nutrire una società che vuole perpetuare princìpi di libertà. Ma sulla segretezza del sito, che potrebbe non rimanere tale se si permetteranno visite dei parenti (per ora i figli) alle cui calcagna qualsiasi reporter potrebbe collocarsi, scoprendo la prigione e rivelandola, già si scatenano i pruriti. Pur protetto dall’anonimato di un’inumazione priva di lapide in una casa circondariale i cui “ospiti”, ci dicono, sono prevalentemente giovani extracomunitari che di Priebke nulla sanno, in molti iniziano a domandarsi dove sia.
Lo zelante avvocato Giachini, che al Priebke imputato e condannato ha prestato vicinanza legale ed extralegale, lancia il guanto di sfida alla rivelazione del quotidiano. Il cimitero non sarebbe quello delle foto e poi chissà… Un cadavere celato può egualmente diventare feticcio. Ci si può sbagliare, ma un posto appropriato a serbare viva la memoria degli scempi compiuti, da cui generazioni future possono immunizzarsi e tenersi lontane, sono le aree stesse del supplizio. Si dirà: i caduti alle Ardeatine, alla Risiera di San Saba, a Fossoli si rivolterebbero nella tomba nel vedersi affiancati ai propri boia. Vero. Eppure in quei luoghi, venerati da molti, dimenticati dai più, cui sfugge che le convinzioni si rafforzano ricordando non rimuovendo, nessun fanatico nazifascista potrebbe venerare il camerata berlinese. Glielo impedirebbero l’al di qua dei vivi che coscientemente onorano il sacrificio di coloro che donarono un domani alla nazione, lo impedirebbe l’al di là degli spiriti liberi che aleggiano in quei luoghi. Lì nessun Priebke, vivo o morto, né i suoi miserabili epigoni avrebbero spazio per rinfocolare ideologiche nostalgie di morte.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Erich Priebke. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Erich Priebke. Mostra tutti i post
08/11/2013
18/10/2013
Via Rasella. La verità storica
L'ultima "videointervista" rilasciata dal boia nazista Eriche Priebke al suo solerte e adorante avvocato (a proposito di conflitto di interessi, anche qui non si scherza) è un flusso di menzogne in libertà; un riepilogo sciatto, ma "nobilitato" dalla testimonianza diretta, di tutti i luoghi comuni diffusi a piene mani dai collaborazionisti italiani (i fascisti in camicia nera e poi in camicia bianca scudo-crociata) nell'immediato dopoguerra.
La confutazione puntuale, ragionata fondata sulla documentazione storica, è stata fatta in decine di volumi e ricostruzioni. Ma i giornalai di regime - in questi giorni - preferiscono prestare attenzione alle ultime parole del boia come se fossero "dichiarazioni attendibili". C'è una ragione: questa lista di menzogne contiene un dispositivo di comando che anche oggi - in questa "due giorni" di mobilitazione contro le politiche del governo e i suoi distruttivi effetti sociali - torna utile perché recita "chi comanda non deve mai essere ostacolato, altrimenti ogni rappresaglia sarà stata voluta dai contestatori".
Una sintesi delle confutazioni è il testo che qui vi proponiamo, scritto da Andrea Dominici che ha campeggiato per anni sul sito del Comune di Roma, per essere poi misteriosamente "perduto" durante la consiliatura di Gianni Alemanno.
Con questa pubblicazione, almeno, speriamo che la nuova giunta metta riparo a questo ennesimo sfregio alla memoria storica della città.
Il testo completo in pdf:
NoteDomeniciSuViaRasella.pdf113.4 KB
Fonte
La confutazione puntuale, ragionata fondata sulla documentazione storica, è stata fatta in decine di volumi e ricostruzioni. Ma i giornalai di regime - in questi giorni - preferiscono prestare attenzione alle ultime parole del boia come se fossero "dichiarazioni attendibili". C'è una ragione: questa lista di menzogne contiene un dispositivo di comando che anche oggi - in questa "due giorni" di mobilitazione contro le politiche del governo e i suoi distruttivi effetti sociali - torna utile perché recita "chi comanda non deve mai essere ostacolato, altrimenti ogni rappresaglia sarà stata voluta dai contestatori".
Una sintesi delle confutazioni è il testo che qui vi proponiamo, scritto da Andrea Dominici che ha campeggiato per anni sul sito del Comune di Roma, per essere poi misteriosamente "perduto" durante la consiliatura di Gianni Alemanno.
Con questa pubblicazione, almeno, speriamo che la nuova giunta metta riparo a questo ennesimo sfregio alla memoria storica della città.
Il testo completo in pdf:
Fonte
16/10/2013
Albano medaglia d’oro
Ieri nella cittadina romana a pochi chilometri da Roma è successo qualcosa di molto importante, e di non scontato.
Sono bastati pochi minuti dalla diffusione della notizia che i funerali del capitano nazista si sarebbero svolti ad Albano che centinaia di persone sono scese in piazza animate da un genuino sentimento di rabbia e indignazione. La città insignita della medaglia d’argento al valore della Resistenza si è immediatamente riempita non solo di attivisti antifascisti ma anche di tanta gente che non ha accettato passivamente l’affronto e la provocazione di un funerale che stava per trasformarsi in un rito di celebrazione del nazismo.
La rete di solidarietà più o meno coperta nei confronti del criminale di guerra ha ottenuto la complicità della parte più reazionaria della Chiesa cattolica, e i lefebvriani hanno pensato che un funerale con scarso preavviso e in un piccolo comune avrebbe loro permesso di celebrare i fasti del nazionalsocialismo senza particolari problemi. Complice il Prefetto di Roma Pecoraro che senza ascoltare o consultare nessuno – tranne evidentemente i propri superiori nel governo Letta – aveva accordato i permessi necessari, poi revocati quando Albano era già diventata un campo di battaglia.
Ma la città non è rimasta in silenzio, non ha accettato supinamente l’affronto e non ha permesso che per l’ennesima volta la memoria delle migliaia di vittime di Priebke e dei suoi camerati venisse oltraggiata. Per di più alla vigilia dell’anniversario del rastrellamento nazifascista del ghetto di Roma e in una città dove la Resistenza è stata assai attiva.
E’ stato un risultato importante, che ha dimostrato che l’antifascismo non è un affare di pochi 'fissati', è vivo ed è ancora un valore popolare. E soprattutto ha dimostrato che la lotta paga, perché nonostante l’arrivo in città di alcuni gruppetti di neofascisti – i soliti Boccacci e Castellino in testa – il funerale e le celebrazioni del criminale sono stati impediti.
Avevamo scritto in questi giorni che Priebke non meritava alcuna pietà, neanche da morto. E non certo per un auto assolutorio accanimento nei confronti di una salma senza vita dopo che Priebke per anni se ne è andato a spasso indisturbato per Roma. Ma in nome della difesa della società dall’ideologia criminale di cui è stato esecutore e portatore cosciente e non pentito, che i suoi fans avrebbero voluto ribadire e celebrare approfittando di un gesto di complice ‘pietà’ da parte di alcune istituzioni.
Dopo una vita trascorsa all’insegna dell’impunità – anche una volta condannato Priebke ha beneficiato di una inaccettabile dose di libertà e di solidarietà – la damnatio memoriae è l’unico strumento possibile attraverso la quale impedire che la sua tomba diventi meta di pellegrinaggio per estremisti di destra e potenziali emulatori.
Che in passato si sia stati troppo indulgenti e teneri nei confronti di altri criminali di guerra nazisti e fascisti responsabili di eccidi ed efferatezze anche più gravi di quelle di cui Priebke si è macchiato non può rappresentare un motivo di indulgenza, seppur postuma, nei suoi confronti.
Se negli scorsi anni si è sbagliato non facendo vivere adeguatamente l’antifascismo nelle lotte quotidiane in modo intransigente non è il caso di perseverare nell’errore.
Se per molti l'antifascismo è diventato un valore 'obsoleto' è colpa di chi in questi anni, da sinistra, ha sdoganato i fascisti e ha messo sullo stesso piano partigiani e repubblichini. O dell'allora Ministro degli Interni Giorgio Napolitano, primo ministro degli Interni di sinistra dal dopoguerra, che si guardò bene dall'aprire l'armadio della vergogna e rivelare al paese nomi e cognomi dei gerarchi e dei collaborazionisti mai puniti da una Repubblica antifascista solo a parole.
Non è certo colpa di chi contro vento e mare ha continuato a mobilitarsi affinché le organizzazioni di estrema destra siano messe fuori legge e i loro covi chiusi.
Non è per oltraggiare le spoglie del boia centenario che ieri ci si è mobilitati. E’ contro i Priebke vivi che si è scesi in piazza. Contro una chiesa che mantiene forti elementi di ambiguità e contiguità con gli ambienti e il pensiero nazista. Contro un Prefetto che farebbe bene a chiedere scusa e a dimettersi.
La mobilitazione di ieri ad Albano sia d’esempio. Non è accettabile che ad Affile un monumento celebri le gesta di Rodolfo Graziani, e non è alle carte bollate o alle petizioni su internet che gli antifascisti devono affidarsi.
Fonte
15/10/2013
Perché l’Argentina rifiuta la salma di Erich Priebke
Il ministro degli esteri argentino Héctor Timerman (foto) ha disposto di rifiutare qualunque pratica per l’ingresso nel paese australe della salma (la tentazione di usare “carogna” è forte) del genocida Erich Priebke: «L’Argentina non può accettare un tale affronto alla dignità umana» Sia la DAIA che l’AMIA, le due principali organizzazioni ebraiche del paese, hanno immediatamente considerato impeccabile la decisione del ministro di Cristina Fernández de Kirchner, quest’ultima convalescente dall’operazione al cranio di martedì.
La pronta decisione di Timerman su Priebke è l’ennesima testimonianza della svolta di 180 gradi impressa alla politica dei diritti umani in Argentina, iniziata nel 2003 quando Néstor Kirchner annullò le leggi d’impunità volute dal governo neoliberale di Carlos Menem dando corso ai processi per violazioni di diritti umani che in questo momento tengono in carcere con condanne definitive quasi 700 repressori e con 3.000 processi ancora in corso. È una differenza fondamentale e irriducibile quella tra l’Argentina kirchnerista dell’ultimo decennio e l’Argentina che accolse Priebke nel dopoguerra e poi massacrò decine di migliaia di persone nei golpe del 1955, 1962, 1966 e 1976. Tutto è reversibile ma è necessario (e disonesto non farlo) riconoscere la forza, la capacità e la dignità dell’Argentina e dell’America latina di riscrivere la storia anche sui diritti umani.
Vale la pena ricordare che Hector Timerman è figlio di Jacobo, giornalista ed editore prestigioso, direttore del quotidiano La Opinión, che fu sequestrato per tre anni dalla dittatura dal 1977 al 1980. Il giovanissimo Héctor parlò alle Nazioni Unite per chiederne la liberazione. Finito l’incubo personale Jacobo si rifugiò in Israele dove scrisse uno dei primi libri di memorie sullo sterminio in Argentina: Prigioniero senza nome, cella senza numero.
È una testimonianza intensa, rafforzata dal venire da un giornalista liberal-democratico, proveniente da una famiglia ebrea ucraina (dov’era nato negli anni ‘20) sopravvissuta alla Shoah, alla quale si sentiva libero di far riferimento nel denunciare l’antisemitismo della dittatura argentina. Alcuni interrogatori, che appaiono basati su una riproposizione rioplatense dei protocolli dei savi di Sion, sono surreali. Veniva accusato, e per confessarlo lo torturarono per settimane, di essere parte di un complotto ebraico con il quale i 400.000 ebrei di Argentina (bambini e anziani compresi) sarebbero stati sul punto di appropriarsi di un milione di ettari di territorio per creare in Patagonia una fantomatica Repubblica ebraica di Andinia (Timerman 1981, 69–80).
Pur avendo importanti mezzi economici, e nonostante il fatto che il sequestro del padre fosse un caso internazionale oggetto di campagne sia di Amnesty International che di organizzazioni ebraiche in tutto il mondo, fino all’interessamento dello stesso presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, l’allora poco più che ventenne Héctor ricordava a chi scrive – sembra paradossale – innanzitutto la solitudine: «Mia madre, a pochi giorni dal sequestro di mio padre, mi disse: “però che soli che siamo, che soli”. E veramente mio padre era solo, completamente solo, accompagnato, come lui diceva, “dai miei lettori”».
Fonte
11/10/2013
Lo avrai camerata Priebke…
Ad imperitura ignominia di Erich Priebke e di chi lo ha difeso, giustificato, compianto in questi pochi anni nei quali la giustizia ha fatto tardivamente il suo corso. Ora e sempre Resistenza.
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio del torturati
Più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA
Piero Calamandrei
Fonte
25/07/2013
Erich Priebke: il boia centenario a spasso per Roma…
Il boia della Fosse Ardeatine se ne va a zonzo per Roma nonostante una condanna all’ergastolo. E la notizia che potrebbe festeggiare i suoi 100 anni, il 29 luglio, con una festa, genera rabbia e sconcerto.
"Non ci sarà alcuna festa per i 100 anni". Risponde piccato il legale che segue Erich Priebke, Paolo Giachini, alle polemiche di queste ore sulla festa che si starebbe organizzando in vista del centenario dell'ex ufficiale delle SS condannato all'ergastolo che sta scontando ai domiciliari a Roma. "E' ora di farla finita, l'Anpi e la Comunità ebraica si occupino dei problemi che li riguardano non di un povero vecchietto che sta scontando a norma di legge il suo ergastolo. Lo lascino in pace" dice Giachini.
Niente carcere, quindi, ma neanche veri arresti domiciliari per il boia delle Fosse Ardeatine. Visto che in realtà l’arzillo vecchietto se ne va a zonzo per Roma, accompagnato dalla badante e da ben due bodyguard. Pochi giorni fa è stato ripreso in un video dell’Ansa mentre passeggia nelle strade del quartiere della Balduina…
“Priebke sta scontando la sua pena - dichiara Giachini - e la possibilità di uscire di casa rientra nei diritti che gli sono stati accordati dalla legge italiana. Se la legge è ancora uguale per tutti, non ha senso sollevare questo polverone".
Insomma la festa per i cent’anni del criminale di guerra nazista si farà o no? Nelle ultime dichiarazioni il suo legale smentisce, anche se qualche ora prima aveva parlato alle agenzie di stampa di “una festa in forma privata per pochi intimi”. Niente festone, come accadde dieci anni fa, quando il condannato e i suoi fan festeggiarono allegramente in un agriturismo vicino a Roma. Perché “Priebke è stanco, ha poca voglia di festeggiare”.
Ma la festa ci sarà, visto che su Twitter l’avvocato Carlo Taormina, che fu tra i difensori dell'ex ufficiale delle SS, pubblicizza la sua partecipazione al party al quale, dice, ci saranno anche dei sacerdoti. "Parteciperò alla festa dei cento anni di Priebke come ho fatto per i 90. Allora? Nessuno sa che dei 50 imputati 49 sono stati assolti" scrive Taormina. "Sono stato invitato dal suo avvocato – dice alle agenzie di stampa - e quindi andrò".
La notizia dei festeggiamenti previsti ha mandato su tutte le furie le associazioni dei partigiani e dei deportati. In un comunicato l'Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi nazisti (Aned) esprime il proprio sdegno: "Priebke è un criminale di guerra nazista; non possiamo dimenticare che per sua diretta responsabilità tanti ragazzi italiani, colpevoli soltanto di aver combattuto per la libertà e la democrazia, non hanno potuto conoscere neppure la maturità, hanno visto distrutti i propri sogni e i propri progetti. Erich Priebke, che non ha mai pronunciato parole di pentimento - sottolinea l'Aned -, gode già nel nostro paese di un regime di semilibertà, concessogli da una giustizia certamente più umana e rispettosa di quella da lui propugnata da sempre. Non sfidi ora i sentimenti più profondi degli italiani e la memoria dei familiari dei Martiri con festeggiamenti assolutamente fuori luogo". Simile la presa di posizione dell’Anpi: ''Un criminale di guerra non può essere festeggiato, alla memoria delle vittime del nazifascismo non si può mai derogare (...) Le ragioni della giustizia e della verità storica non posso essere oscurate, dando la possibilità a personaggi noti di strumentalizzare politicamente il compleanno con l'intento di assolvere la barbarie nazifascista e screditare il ruolo e il significato che i partigiani ebbero nella Resistenza e nella nascita della Repubblica e della democrazia. Priebke rappresenta la responsabilità di tutte le stragi compiute in Italia, che hanno causato la morte di circa 15.000 persone”.
Nato a Hennigsdorf nel 1913, Erich Priebke aderì a 20 anni al Partito Nazista dei Lavoratori Tedeschi. Heinrich Himmler lo fece entrare nelle SS e lo aiutò nella carriera all'interno dell'esercito tedesco, dove raggiunse il grado di capitano. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale fu mandato in Italia, dove insieme ad altri militari tedeschi partecipò al coordinamento delle strategie che il Terzo Reich avrebbe dovuto adottare nella penisola. Nel 1942 divenne capo della sezione di Brescia della Gestapo, la polizia segreta nazista. L'anno successivo venne trasferito a Roma al seguito delle truppe di occupazione sotto il comando di Herbert Kappler, che in seguito Priebke dirà di considerare come un maestro. Dopo l'attacco partigiano che i Gruppi d'azione patriottica (Gap) misero a segno contro il battaglione 'Bozen' in via Rasella a Roma, il 23 marzo 1944, Kappler lo coinvolse nel piano di organizzazione delle esecuzioni dei 335 ostaggi per “vendicare” i 33 nazisti morti. Un eccidio che avvenne il giorno successivo alle Fosse Ardeatine, nelle cave di pozzolana situate due chilometri oltre Porta San Sebastiano. Con un colpo alla nuca vennero uccisi, secondo tempi calcolati e programmati con meticolosità, in circa cinque ore, dal primo pomeriggio alle 20, 335 italiani, di ogni età e di varia condizione sociale, patrioti, ebrei e rastrellati per caso. Dopo la sconfitta della Germania, l'ex ufficiale nazista fuggì in Argentina, attraverso la rete di contatti creati e gestiti da padre Krunoslav Draganović e con la collaborazione della Ratline, un'organizzazione segreta che permise la fuga nei paesi latinoamericani ad Adolf Eichmann, Klaus Barbie e altri criminali di guerra nazisti. Priebke si rifugiò a San Carlos de Bariloche, un paesino ai piedi delle Ande, riuscendo a sfuggire al Processo di Norimberga e ai servizi segreti israeliani. Finché nel 1994 un membro del 'Centro Simon Wiesenthal' lo riconobbe e ne segnalò la presenza alle autorità argentine. Estradato in Italia, nel novembre 1995 venne rinviato a giudizio per crimini di guerra. Fu dichiarato colpevole di omicidio plurimo dal Tribunale militare: tuttavia non fu condannato a causa della prescrizione del reato e per la concessione delle attenuanti (!). Poi però la Corte di Cassazione annullò la vergognosa sentenza. L'ex ufficiale nazista fu prima condannato a 15 anni, poi ridotti a 10 per motivi di età e di salute; poi, nel marzo del 1998, la Corte d'Appello militare lo condannò all'ergastolo, insieme all'altro ex ufficiale delle SS Karl Haas. La sentenza, seppur confermata nel novembre dello stesso anno dalla Corte di Cassazione, venne commutata in arresti domiciliari a causa dell'età avanzata dell'imputato. Che però nel maggio nel 2008 non gli impedì di partecipare, come presidente onorario, al concorso di bellezza Star of Year, nella tappa finale di Gallinaro (Frosinone) sebbene solo in via telematica. Dal 2009, godendo ancora di ottima salute, gli è concesso uscire di casa "per fare la spesa, andare a messa, in farmacia" ed affrontare "indispensabili esigenze di vita". Il 25 marzo 2011, all'indomani dell'anniversario della strage, Priebke venne fotografato dal settimanale Oggi a cena in un ristorante della Capitale, fatto che suscitò indignazione e rabbia tra gli antifascisti.
L’eccidio delle Fosse Ardeatine
E’ il massacro compiuto a Roma dalle truppe di occupazione della Germania nazista il 24 marzo 1944, ai danni di 335 civili italiani, come atto di rappresaglia in seguito all'attacco compiuto da membri dei Gap (gruppi di azione patriottica) romani contro un battaglione di truppe germaniche in via Rasella, nel centro della Capitale. Per la sua efferatezza, l'alto numero di vittime, e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, é diventato l'evento simbolo della rappresaglia nazista durante il periodo dell'occupazione. Il 23 marzo 1944 - giorno del 25° anniversario della fondazione del partito Fascista di Mussolini - 17 partigiani dei Gap, guidati da 'Rosario' fecero esplodere un ordigno in Via Rasella, a Roma, proprio mentre passava una colonna di militari occupanti. I partigiani, legati al movimento clandestino comunista italiano, riuscirono poi ad evitare la cattura disperdendosi tra la folla. Nell'attentato vennero uccisi 32 militari dell'11esima Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment Bozen, mentre altri morirono nei giorni successivi. L'esplosione uccise anche due civili italiani. La sera del 23 marzo, il Comandante della Polizia e dei Servizi di Sicurezza tedeschi a Roma, tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, insieme al comandante delle Forze Armate della Wermacht di stanza nella capitale, Generale Kurt Malzer, proposero che la rappresaglia consistesse nella fucilazione di dieci italiani per ogni ‘tedesco’, e che le vittime venissero selezionate tra i condannati a morte detenuti nelle prigioni gestite dai Servizi di Sicurezza e dai Servizi Segreti. Il Colonnello Generale Eberhard von Mackensen, comandante della Quattordicesima Armata - la cui giurisdizione comprendeva anche Roma – approvò.
Il giorno seguente, i militari della Polizia di Sicurezza e della SD in servizio a Roma, al comando del Capitano delle SS Erich Priebke e del Capitano delle SS Karl Hass, radunarono 335 civili italiani, tutti uomini, nei pressi di una serie di grotte artificiali alla periferia di Roma, sulla via Ardeatina. Le Fosse Ardeatine, che originariamente facevano parte del sistema di catacombe cristiane, vennero scelte per poter eseguire la rappresaglia in segreto e per occultare i cadaveri delle vittime. Priebke e Hass avevano ricevuto l'ordine di selezionare le vittime tra i prigionieri già stati condannati a morte, ma il numero di prigionieri in quella categoria non arrivava ai 330 “necessari”. Per questa ragione, gli ufficiali della Polizia di Sicurezza selezionarono altri detenuti, molti dei quali arrestati per motivi politici, insieme ad altri che o avevano preso parte ad azioni della Resistenza, o erano semplicemente sospettati di averlo fatto. I tedeschi aggiunsero al gruppo anche 57 ebrei, molti dei quali erano detenuti nel carcere romano di Regina Coeli. Per raggiungere la quota necessaria, rastrellarono anche alcuni civili che passavano per caso nelle vie di Roma. Il più anziano tra gli uomini uccisi aveva settant'anni, il più giovane quindici. Quando le vittime vennero radunate all'interno delle cave, Priebke e Hass si accorsero che ne erano state selezionate 335 invece che le 330 previste, ma decisero che rilasciare quei 5 prigionieri avrebbe potuto compromettere la segretezza dell'azione e quindi decisero di ucciderli insieme agli altri.
I prigionieri selezionati furono condotti all'interno delle grotte con le mani legate dietro la schiena. Priebke e Hass avevano deciso di non utilizzare il metodo tradizionale del plotone di esecuzione; agli agenti incaricati dell'eccidio, infatti, venne ordinato di occuparsi di una vittima alla volta e di spararle da distanza ravvicinata, in modo da risparmiare tempo e munizioni. Gli ufficiali della polizia tedesca portarono quindi i prigionieri all'interno delle fosse, obbligandoli a disporsi in file di cinque e a inginocchiarsi, uccidendoli poi uno a uno con un colpo alla nuca. Mentre il massacro continuava, i militari tedeschi cominciarono a obbligare le vittime a inginocchiarsi sopra i cadaveri di quelli che erano già stati uccisi. Quando il massacro ebbe termine, Priebke e Hass ordinarono ai militari del genio di chiudere l'entrata delle fosse facendola saltare con l'esplosivo, uccidendo così chiunque fosse riuscito per caso a sopravvivere e seppellendo allo stesso tempo i cadaveri. L'esecuzione venne resa pubblica solo quando venne terminata. A dimostrazione che l’immane massacro non fu ordinato dai tedeschi perché i partigiani autori dell’attacco non si erano consegnati, ma indipendentemente.
"Non ci sarà alcuna festa per i 100 anni". Risponde piccato il legale che segue Erich Priebke, Paolo Giachini, alle polemiche di queste ore sulla festa che si starebbe organizzando in vista del centenario dell'ex ufficiale delle SS condannato all'ergastolo che sta scontando ai domiciliari a Roma. "E' ora di farla finita, l'Anpi e la Comunità ebraica si occupino dei problemi che li riguardano non di un povero vecchietto che sta scontando a norma di legge il suo ergastolo. Lo lascino in pace" dice Giachini.
Niente carcere, quindi, ma neanche veri arresti domiciliari per il boia delle Fosse Ardeatine. Visto che in realtà l’arzillo vecchietto se ne va a zonzo per Roma, accompagnato dalla badante e da ben due bodyguard. Pochi giorni fa è stato ripreso in un video dell’Ansa mentre passeggia nelle strade del quartiere della Balduina…
“Priebke sta scontando la sua pena - dichiara Giachini - e la possibilità di uscire di casa rientra nei diritti che gli sono stati accordati dalla legge italiana. Se la legge è ancora uguale per tutti, non ha senso sollevare questo polverone".
Insomma la festa per i cent’anni del criminale di guerra nazista si farà o no? Nelle ultime dichiarazioni il suo legale smentisce, anche se qualche ora prima aveva parlato alle agenzie di stampa di “una festa in forma privata per pochi intimi”. Niente festone, come accadde dieci anni fa, quando il condannato e i suoi fan festeggiarono allegramente in un agriturismo vicino a Roma. Perché “Priebke è stanco, ha poca voglia di festeggiare”.
Ma la festa ci sarà, visto che su Twitter l’avvocato Carlo Taormina, che fu tra i difensori dell'ex ufficiale delle SS, pubblicizza la sua partecipazione al party al quale, dice, ci saranno anche dei sacerdoti. "Parteciperò alla festa dei cento anni di Priebke come ho fatto per i 90. Allora? Nessuno sa che dei 50 imputati 49 sono stati assolti" scrive Taormina. "Sono stato invitato dal suo avvocato – dice alle agenzie di stampa - e quindi andrò".
La notizia dei festeggiamenti previsti ha mandato su tutte le furie le associazioni dei partigiani e dei deportati. In un comunicato l'Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi nazisti (Aned) esprime il proprio sdegno: "Priebke è un criminale di guerra nazista; non possiamo dimenticare che per sua diretta responsabilità tanti ragazzi italiani, colpevoli soltanto di aver combattuto per la libertà e la democrazia, non hanno potuto conoscere neppure la maturità, hanno visto distrutti i propri sogni e i propri progetti. Erich Priebke, che non ha mai pronunciato parole di pentimento - sottolinea l'Aned -, gode già nel nostro paese di un regime di semilibertà, concessogli da una giustizia certamente più umana e rispettosa di quella da lui propugnata da sempre. Non sfidi ora i sentimenti più profondi degli italiani e la memoria dei familiari dei Martiri con festeggiamenti assolutamente fuori luogo". Simile la presa di posizione dell’Anpi: ''Un criminale di guerra non può essere festeggiato, alla memoria delle vittime del nazifascismo non si può mai derogare (...) Le ragioni della giustizia e della verità storica non posso essere oscurate, dando la possibilità a personaggi noti di strumentalizzare politicamente il compleanno con l'intento di assolvere la barbarie nazifascista e screditare il ruolo e il significato che i partigiani ebbero nella Resistenza e nella nascita della Repubblica e della democrazia. Priebke rappresenta la responsabilità di tutte le stragi compiute in Italia, che hanno causato la morte di circa 15.000 persone”.
Nato a Hennigsdorf nel 1913, Erich Priebke aderì a 20 anni al Partito Nazista dei Lavoratori Tedeschi. Heinrich Himmler lo fece entrare nelle SS e lo aiutò nella carriera all'interno dell'esercito tedesco, dove raggiunse il grado di capitano. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale fu mandato in Italia, dove insieme ad altri militari tedeschi partecipò al coordinamento delle strategie che il Terzo Reich avrebbe dovuto adottare nella penisola. Nel 1942 divenne capo della sezione di Brescia della Gestapo, la polizia segreta nazista. L'anno successivo venne trasferito a Roma al seguito delle truppe di occupazione sotto il comando di Herbert Kappler, che in seguito Priebke dirà di considerare come un maestro. Dopo l'attacco partigiano che i Gruppi d'azione patriottica (Gap) misero a segno contro il battaglione 'Bozen' in via Rasella a Roma, il 23 marzo 1944, Kappler lo coinvolse nel piano di organizzazione delle esecuzioni dei 335 ostaggi per “vendicare” i 33 nazisti morti. Un eccidio che avvenne il giorno successivo alle Fosse Ardeatine, nelle cave di pozzolana situate due chilometri oltre Porta San Sebastiano. Con un colpo alla nuca vennero uccisi, secondo tempi calcolati e programmati con meticolosità, in circa cinque ore, dal primo pomeriggio alle 20, 335 italiani, di ogni età e di varia condizione sociale, patrioti, ebrei e rastrellati per caso. Dopo la sconfitta della Germania, l'ex ufficiale nazista fuggì in Argentina, attraverso la rete di contatti creati e gestiti da padre Krunoslav Draganović e con la collaborazione della Ratline, un'organizzazione segreta che permise la fuga nei paesi latinoamericani ad Adolf Eichmann, Klaus Barbie e altri criminali di guerra nazisti. Priebke si rifugiò a San Carlos de Bariloche, un paesino ai piedi delle Ande, riuscendo a sfuggire al Processo di Norimberga e ai servizi segreti israeliani. Finché nel 1994 un membro del 'Centro Simon Wiesenthal' lo riconobbe e ne segnalò la presenza alle autorità argentine. Estradato in Italia, nel novembre 1995 venne rinviato a giudizio per crimini di guerra. Fu dichiarato colpevole di omicidio plurimo dal Tribunale militare: tuttavia non fu condannato a causa della prescrizione del reato e per la concessione delle attenuanti (!). Poi però la Corte di Cassazione annullò la vergognosa sentenza. L'ex ufficiale nazista fu prima condannato a 15 anni, poi ridotti a 10 per motivi di età e di salute; poi, nel marzo del 1998, la Corte d'Appello militare lo condannò all'ergastolo, insieme all'altro ex ufficiale delle SS Karl Haas. La sentenza, seppur confermata nel novembre dello stesso anno dalla Corte di Cassazione, venne commutata in arresti domiciliari a causa dell'età avanzata dell'imputato. Che però nel maggio nel 2008 non gli impedì di partecipare, come presidente onorario, al concorso di bellezza Star of Year, nella tappa finale di Gallinaro (Frosinone) sebbene solo in via telematica. Dal 2009, godendo ancora di ottima salute, gli è concesso uscire di casa "per fare la spesa, andare a messa, in farmacia" ed affrontare "indispensabili esigenze di vita". Il 25 marzo 2011, all'indomani dell'anniversario della strage, Priebke venne fotografato dal settimanale Oggi a cena in un ristorante della Capitale, fatto che suscitò indignazione e rabbia tra gli antifascisti.
L’eccidio delle Fosse Ardeatine
E’ il massacro compiuto a Roma dalle truppe di occupazione della Germania nazista il 24 marzo 1944, ai danni di 335 civili italiani, come atto di rappresaglia in seguito all'attacco compiuto da membri dei Gap (gruppi di azione patriottica) romani contro un battaglione di truppe germaniche in via Rasella, nel centro della Capitale. Per la sua efferatezza, l'alto numero di vittime, e per le tragiche circostanze che portarono al suo compimento, é diventato l'evento simbolo della rappresaglia nazista durante il periodo dell'occupazione. Il 23 marzo 1944 - giorno del 25° anniversario della fondazione del partito Fascista di Mussolini - 17 partigiani dei Gap, guidati da 'Rosario' fecero esplodere un ordigno in Via Rasella, a Roma, proprio mentre passava una colonna di militari occupanti. I partigiani, legati al movimento clandestino comunista italiano, riuscirono poi ad evitare la cattura disperdendosi tra la folla. Nell'attentato vennero uccisi 32 militari dell'11esima Compagnia del III Battaglione del Polizeiregiment Bozen, mentre altri morirono nei giorni successivi. L'esplosione uccise anche due civili italiani. La sera del 23 marzo, il Comandante della Polizia e dei Servizi di Sicurezza tedeschi a Roma, tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, insieme al comandante delle Forze Armate della Wermacht di stanza nella capitale, Generale Kurt Malzer, proposero che la rappresaglia consistesse nella fucilazione di dieci italiani per ogni ‘tedesco’, e che le vittime venissero selezionate tra i condannati a morte detenuti nelle prigioni gestite dai Servizi di Sicurezza e dai Servizi Segreti. Il Colonnello Generale Eberhard von Mackensen, comandante della Quattordicesima Armata - la cui giurisdizione comprendeva anche Roma – approvò.
Il giorno seguente, i militari della Polizia di Sicurezza e della SD in servizio a Roma, al comando del Capitano delle SS Erich Priebke e del Capitano delle SS Karl Hass, radunarono 335 civili italiani, tutti uomini, nei pressi di una serie di grotte artificiali alla periferia di Roma, sulla via Ardeatina. Le Fosse Ardeatine, che originariamente facevano parte del sistema di catacombe cristiane, vennero scelte per poter eseguire la rappresaglia in segreto e per occultare i cadaveri delle vittime. Priebke e Hass avevano ricevuto l'ordine di selezionare le vittime tra i prigionieri già stati condannati a morte, ma il numero di prigionieri in quella categoria non arrivava ai 330 “necessari”. Per questa ragione, gli ufficiali della Polizia di Sicurezza selezionarono altri detenuti, molti dei quali arrestati per motivi politici, insieme ad altri che o avevano preso parte ad azioni della Resistenza, o erano semplicemente sospettati di averlo fatto. I tedeschi aggiunsero al gruppo anche 57 ebrei, molti dei quali erano detenuti nel carcere romano di Regina Coeli. Per raggiungere la quota necessaria, rastrellarono anche alcuni civili che passavano per caso nelle vie di Roma. Il più anziano tra gli uomini uccisi aveva settant'anni, il più giovane quindici. Quando le vittime vennero radunate all'interno delle cave, Priebke e Hass si accorsero che ne erano state selezionate 335 invece che le 330 previste, ma decisero che rilasciare quei 5 prigionieri avrebbe potuto compromettere la segretezza dell'azione e quindi decisero di ucciderli insieme agli altri.
I prigionieri selezionati furono condotti all'interno delle grotte con le mani legate dietro la schiena. Priebke e Hass avevano deciso di non utilizzare il metodo tradizionale del plotone di esecuzione; agli agenti incaricati dell'eccidio, infatti, venne ordinato di occuparsi di una vittima alla volta e di spararle da distanza ravvicinata, in modo da risparmiare tempo e munizioni. Gli ufficiali della polizia tedesca portarono quindi i prigionieri all'interno delle fosse, obbligandoli a disporsi in file di cinque e a inginocchiarsi, uccidendoli poi uno a uno con un colpo alla nuca. Mentre il massacro continuava, i militari tedeschi cominciarono a obbligare le vittime a inginocchiarsi sopra i cadaveri di quelli che erano già stati uccisi. Quando il massacro ebbe termine, Priebke e Hass ordinarono ai militari del genio di chiudere l'entrata delle fosse facendola saltare con l'esplosivo, uccidendo così chiunque fosse riuscito per caso a sopravvivere e seppellendo allo stesso tempo i cadaveri. L'esecuzione venne resa pubblica solo quando venne terminata. A dimostrazione che l’immane massacro non fu ordinato dai tedeschi perché i partigiani autori dell’attacco non si erano consegnati, ma indipendentemente.
Dovrebbero regalargli una palla in fronte per il suo compleanno, tanto ormai i tempi sono più che mauri per levarsi da questa terra.
Iscriviti a:
Post (Atom)