Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/01/2015

Terra nostra


Si chiamava Pino Daniele, non solo lui, il cantante, ma l’album della vita. Dove c’è quasi tutto, sebbene nella vita si cambi, però senza tradire: le radici, l’origine, la melodia, l’ispirazione, la voglia d’essere se stessi senza egoismi, grazie alle contaminazioni che rafforzano, alle mescolanze che fanno crescere. Metteva poesie in musica, come altri certo, scardinando però stereotipi, facendo riemergere ritmi ascosi che il ventre di Napoli serba e restituisce come un’eruzione. Lui impastava quella lava sonora insieme ad altri Efesti in una fucina diventata laboratorio e palcoscenico. Dolce armonia ed esplosioni di gente e natura, quello stare vicini fra mille strilli attorno, la difesa amorosa che preserva da cadute e salite. Aveva ventitre anni Pino Daniele quando creava questo monumento auto agiografico, era poco più che un ragazzo e un grande artista, non sappiamo quanto se ne compiacesse, probabilmente non al di là del costume dei numerosi frequentatori di palcoscenico, naturalmente un po’ narcisi. Se lui lo era, non lo mostrava, mettendo in prima linea la fatica del lavoro altrui che i suoi pezzi narravano. E quello personale e di gruppo, perché la collettività di Napoli Centrale (la band d’esordio che lo scoprì) la trasferiva con la stessa gente (il gigante Senese in primis) nei successivi progetti di sound.

Guardando al popolo della tradizione partenopea che cammina sotto al muro, prende cauce pe dinto ‘e cianche e sin da bambino s’è sentito urlare uhè levati dai piedi! l’album in questione conferma la folgorazione dell’esordio. Il lirismo d’una terra che è propria ma di tutti, è mescolanza e non frontiera, accomuna e abbraccia perché chiunque abbia il mare conosce quel che succede, è abituato alla bocca salata - sicuramente non solo per la brezza - porta la sua croce e sa d’essere fesso e contento perché col mare si ha tutto e niente. Fatalismo verghiano? Forse, ma non immutabilità perché quella follìa esaltata che è anche determinazione, magari un po’ ribellistica alla Masaniello, ribolle nelle vene. Pino la respira, la sente, la fa sua e l’esalta. Senza remore, fuori da conformismi di condanna o dal compassato lasciar vivere. Perché ‘o buono guaglione Teresa, vuole e ha diritto d’essere una signora, nessuno deve dirle niente, nemmeno la stradale quando cammina coi tacchi a spillo e grida “so’ normale”. Normalità del vivere, lottare, sperare e cambiare. Un riscontro che ci dev’essere per non veder sviliti i progetti, perché se ti ritrovi al collocamento e sei venduto per poco e niente, finendo a lavorare sulla tangenziale con le mani rosse che ti fanno male, quanto puoi durare? Così potresti essere allegro, ma ti senti già vecchio...

Tutto ciò Daniele lo viveva col cuore, lo leggeva negli occhi dei coetanei ventenni disoccupati o male occupati da politici e camorra. E quell’intimismo che, come le lacrime sfuggite senza volerlo, ti fanno sentire nu criaturo ca nun po’ fa’ pipi e ripara dal mondo sporco, è solo un rifugio, non una fuga. Una voglia d’essere allegri, magari con lo spinello in bocca, non per cercare l’oblìo. Il desiderio di lotta esiste, è il riscontro che manca, nel Sud come nel Nord a più d’una generazione. Così il lamento di chi cerca comprensione, ammettendo i limiti delle illusioni di viaggi e autostrade che m’hanno fottuto con la confessione di non credere più perché si torna a casa morti di fatica, risulta una piccola ma profonda orazione civile. Che risorge con l’unica possibilità, l’unica: quella di stravolgere il mondo, di cambiarlo e credere. Credere nella Rivoluzione proprio se vesti o cazone rutto ed ‘e ‘mmane te fanno male. Così il vento, quello che scioscia e rump’e fenestre, è la presenza naturale e metaforica che fa volare malinconie e dubbi che l’uomo comune e l’intellettuale possono riscontrare sul destino, l’impegno, le finalità dell’esistenza. Daniele ha vissuto altri anni di creatività e successi, ricevendo e pagando scotti dalla macchina spettacolare. Eppure in quell’album c’era, se non tutto, molto. Non ha vissuto quanto avrebbe meritato, però da uomo d’ideali ha vissuto profondamente, lasciando orme per chi percorre la via dell’arte e l’arte della vita.

05/01/2015

Pino Daniele, colonna sonora di una generazione


Non c’è dubbio che la morte improvvisa di Pino Daniele stia suscitando grande emozione. Basta scorrere i social o fermarsi a prendere un caffè al bar sotto casa ed è possibile ascoltare commenti fondati, prevalentemente, sulla meraviglia, sullo stupore e su tutta la infinita gamma dell’esecrazione emotiva.

Certo – su questo dato c’è un punto fermo – Pinuccio è stato un grande della scena musicale.

Ma tutti i grandi che restano individui isolati – in questa società e con la vigenza di determinati rapporti sociali che ti penetrano fin dentro le budella – corrono lo stesso il concreto rischio del solipsismo e delle infinite derive a cui siamo tutti sottoposti quando impattiamo con la complessità di questa maledetta contemporaneità.

Per chi scrive, ma questo vale per un'intera generazione, Pino Daniele (come molti dell’arcipelago musicale napoletano di quegli anni) è stato un innovatore stilistico, un contaminatore per eccellenza di filoni culturali e musicali diversi e, soprattutto, è stato tra i primi ad esemplificare un suono meticcio e cosmopolitico capace di tenere assieme le pulsioni dei vicoli della città partenopea con quelli di New Orleans e di Harlem.

Certo questa mescolanza avveniva nella seconda metà degli anni ’70 ed è stato inevitabile che in questo cimento musicale precipitassero convulsamente le tensioni, le speranze, le ansie e le allusioni di un periodo storico e politico in cui il protagonismo sociale era alle stelle.

Non è un caso che Pino Daniele, Tony Esposito, Eduardo Bennato, Tony Cercola, gli Osanna, ma anche formazioni minori dal punto di vista della notorietà mediatica – ma non della valenza musicale – come Il Rovescio della Medaglia, i Trip, il Balletto di Bronzo e Quella Vecchia Locanda costituiranno quel Napolitan Power (celebrato dalle riviste musicali dell’epoca come Muzak) che fece tendenza vera nella scena artistica ma anche nella fenomenologia comportamentale di consistenti settori giovanili di quel periodo.

In questo contesto Pino Daniele è stato, oggettivamente, l’unico in grado di reggere la scena per decenni innestando, continuamente, nuove suggestioni ma – a parere di chi scrive – diluendo quella carica innovativa e di rottura con l’incartapecorito panorama musicale che, nonostante tutto, ha sempre regnato sovrano nel nostro paese specie durante i lunghi ed asfissianti decenni della restaurazione culturale post anni ’70.

Una restaurazione aiutata dal cosiddetto riflusso culturale, dall’imporsi della centralità dello strumento televisione e dall’esaurirsi della capacità espansiva delle prime "radio libere".

Per carità, non che si stia tentando di reclutare Pino Daniele in una posse o incasellarlo in una incalzante metrica Rap. Ma il Pinuccio che ascolteremo, da quegli anni in poi, non sarà più quello di Nero a metà.

Ognuno di noi, particolarmente chi si esprime anche attraverso le arti, è, prima di tutto, se stesso e l’ambiente da cui è determinato ed anche il buon Pinuccio non poteva sfuggire a questa inevitabile legge del determinismo storico.

Non si spiegherebbero, altrimenti, certe avventate dichiarazioni ascoltate in questi anni che suscitavano perplessità e stupore, non si spiegherebbe, altrimenti, un astratto misticismo sempre più ostentato ed un amaro sapore patinato che avvolgeva i suoi ultimi lavori musicali.

Detto ciò salutiamo Pino Daniele con qualche frammento di ricordo della nostra vita in cui la sua musica ha fatto, anche inconsapevolmente, da colonna sonora.

Fonte

Bellissimo, così va vissuta e ricordata la musica, di qualsiasi artista si tratti!