Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/09/2015

Approvati i gemellaggi tra il Comune di Livorno e Kobane, Suruc, Qamislo

Il Consiglio Comunale di Livorno ha approvato all'unanimità, con 28 voti favorevoli su 28 presenti, una delibera che impegna l'amministrazione a stipulare gemellaggi e patti di amicizia con le municipalità curde di Kobanê, Suruç e Qamişlo. La mozione, oltre a sancire il riconoscimento dell'Autonomia Democratica del Rojava e richiedere l'apertura di un corridoio umanitario stabile al confine turco-siriano, impegna il Comune, in collaborazione con l'ASL6, a mettere a disposizione spazi idonei per lo stoccaggio di beni di prima necessità e a stabilire contatti ufficiali con le autorità della Turchia per richiedere il transito di carichi di farmaci e altri aiuti destinati ai territori del Kurdistan. 

La mozione è stata presentata dal consigliere di Buongiorno Livorno Marco Bruciati e dal consigliere del Movimento 5 Stelle Daniele Esposito, e successivamente sottoscritta anche dal consigliere del Partito Democratico Alessio Ciampini.

Durante il dibattito, il consigliere Bruciati ha sottolineato l'importanza dei principi di democrazia e parità di genere che ispirano la Carta Sociale del Rojava, e, in qualità di membro ufficiale della delegazione italiana, ha ribadito l'importanza della Carovana internazionale per l'apertura di un corridoio umanitario per Kobanê, che si terrà a Suruç il prossimo 15 settembre.

Il consigliere di Città Diversa Marco Cannito, oltre a dichiarare il proprio sostegno  per la mozione, è intervenuto ricordando la scandalosa vicenda dell'arresto di Abdullah Oçalan e le sue inumane condizioni di isolamento carcerario; ha inoltre denunciato l'assenza e i ritardi dell'ONU riguardo alla negazione dei diritti del popolo curdo. Il consigliere Ciampini ha sottolineato che il conflitto apertosi in Kurdistan, con il suo dramma umanitario, coinvolge l'Italia direttamente non solo per la prossimità geopolitica ma anche per la somiglianza storica con il nostro passato. 

La Vicesindaco Stella Sorgente ha chiuso il dibattito ribadendo l'impegno dell'amministrazione che si concretizza non soltanto nel rapporto avviato da tempo con la Onlus Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia, ma anche attraverso iniziative autonome come la proficua collaborazione con la ASL6 per l'invio di aiuti e la richiesta istituzionale di apertura di un corridoio umanitario attraverso contatti diplomatici con la Turchia, auspicando anche il coinvolgimento attivo della Regione Toscana e del Governo.

La Presidente del Consiglio Comunale Giovanna Cepparello ha infine comunicato l'esito positivo della votazione manifestando grande soddisfazione per l'unanimità raggiunta dal Consiglio su un tema che fa onore all'amministrazione comunale e a tutta la città.

Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia Onlus, 31 agosto 2015

A questo indirizzo è disponibile il video integrale degli interventi nel Consiglio Comunale di Livorno.

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23/07/2015

Turchia, dilaga la protesta, decine di arresti. Il Pkk uccide due poliziotti


Come scrivevamo ieri, la strage di Suruc che lunedì ha ucciso 32 giovani attiviste e attiviste – per la maggior parte turchi di origine alevita – arrivati al confine con la Siria per partecipare a una missione di ricostruzione di Kobane potrebbe rappresentare uno spartiacque, un elemento di accelerazione della crisi del regime turco.

Il movimento di contestazione a Erdogan, al suo partito islamista, al suo blocco di potere affaristico e clientelare, ai suoi legami con il fondamentalismo religioso strumentalizzato per colpire il governo siriano e il movimento curdo sembra trarre nuova linfa dalla rabbia, dall’indignazione generata da un attacco che ha colpito giovani di sinistra animati da un moto di solidarietà.

Che le autorità turche, improvvisamente sollecite dopo anni di negligenze, tolleranze e sostegno attivo nei confronti dei jihadisti dello Stato Islamico, abbiano già diffuso il nome dell’attentatore – Seyh Abdurrah­man Ala­goz, ventenne turco che si era unito al Califfato e sarebbe rientrato in patria poche settimane fa attraversando il controllatissimo confine con la Siria – non fa che aumentare i sospetti e le accuse da parte di vasti settori della società curda e di quella turca.

Nel tentativo di bloccare la diffusione delle notizie sull’attentato, ieri, un tribunale turco – ma tutti sanno quanto la magistratura sia diventata un docile strumento nelle mani del potere politico – ha imposto per la terza volta in pochi mesi la chiusura di Twitter, obbligando la direzione del social network a rimuovere da migliaia di profili le foto e i video della strage prima di autorizzarne lo sblocco. Molti anche i siti internet chiusi d’autorità perché avevano pubblicato immagini o articoli non corrispondenti ai diktat del governo.

Un ennesimo atto di censura – accompagnato dalle consuete minacce a giornali e tv e dal divieto di mostrare foto e video sulle conseguenze dell’attentato o anche solo riguardanti le vittime – che però non ha impedito che le immagini dei ragazzi e delle ragazze straziati dalle schegge della bomba piazzata presumibilmente da un attentatore suicida travestito da donna facessero il giro del mondo e rimbalzassero su milioni di profili. Le immagini strazianti dei primi funerali delle vittime hanno ulteriormente commosso e mobilitato la parte più cosciente e attiva dell’opinione pubblica progressista.

Nel paese le mobilitazioni non si fermano e in alcune di esse il ruolo dei miliziani armati delle organizzazioni combattenti curde e dell’estrema sinistra turca diventa più esplicito. Come durante i funerali di due delle vittime – Ismet Seker e Cemil Yil­diz – nel popolare e ribelle quartiere di Gazi, a Istanbul, dove centinaia di miliziani con il volto coperto hanno sfilato armati e alcuni dei quali hanno sparato in aria colpi di kalashnikov per salutare i due compagni caduti. Martedì mattina alcuni militanti armati avevano invece attaccato una locale stazione di polizia nella stessa zona.


D’altronde le forze di sicurezza rispondono alle mobilitazioni con una rinnovata brutalità, e finora solo a Istanbul sono una cinquantina i manifestanti arrestati tra la zona di Taksim, il quartiere di Kadikoy sulla sponda asiatica della metropoli e a Besiktas.

Ma è sul possibile ritorno alle armi della guerriglia curda che si accentrano ora le attenzioni di politici e analisti. Ieri infatti il Partito dei Lavoratori del Kurdistan si è assunto la paternità dell’omicidio di due agenti di polizia – uno dei quali impiegato nelle squadre speciali antiterrorismo – in segno di rappresaglia contro la collaborazione tra forze di sicurezza e i fondamentalisti  di Daesh. Ieri mattina i corpi dei due agenti erano stati rinvenuti senza vita nella loro abitazione di Ceylanpinar, nella provincia di Urfa, la stessa di Suruc, a maggioranza curda. Nonostante i corpi presentassero entrambi ferite d’arma da fuoco alla testa in un primo tempo il governatore provinciale aveva assicurato che non si trattava di un episodio di natura politica, sostenuto anche dalle dichiarazioni di un locale deputato del Partito Democratico dei Popoli (Hdp).

Ma qualche ora dopo è giunta la rivendicazione dei due omicidi da parte delle HPG, le Forze di Difesa Popolare, il fronte armato del partito che teoricamente sta ancora intavolando delle trattative con il regime turco miranti alla smobilitazione delle milizie armate in cambio di concessioni sul fronte politico, sociale e culturale che Ankara però è restia a concedere.

Da capire ora se l'azione di Ceylanpinar rappresenta un episodio isolato oppure se dentro le forze della resistenza curda si sta facendo strada l'idea di un ritorno alle armi che però metterebbe in estrema difficoltà il fronte politico rappresentato da un neonato Hdp che per la prima volta è riuscito ad irrompere nel parlamento di Ankara non solo grazie al voto massiccio dei curdi ma anche di molti turchi di sinistra.



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22/07/2015

Dopo la strage di Suruc il regime turco trema: twitter bloccato, bavaglio ai media

Erano per lo più giovani e giovanissimi gli attivisti curdi e turchi arrivati da tutto il paese nei giorni scorsi a Suruc, a pochi chilometri dalla frontiera con la Siria e dalla città martire di Kobane. Quando la bomba piazzata nel centro culturale Amara è esplosa, stavano cantando slogan di solidarietà con la lotta della resistenza curda contro i tagliagole dello Stato islamico. Di lì a poco avrebbero provato a superare il confine, dopo l’ennesimo divieto delle autorità di Ankara, per partecipare a una missione di solidarietà con l’obiettivo di partecipare alla ricostruzione di Kobane. Avevano raccolto giocattoli per allietare le sofferenze dei bambini di Kobane, volevano costruire una biblioteca e un museo dedicato all’epica lotta della città – e di tutto il Kurdistan – contro le orde jihadiste. Dei 330 ragazzi e ragazze – alcuni militanti di organizzazione della sinistra radicale curda e turca, altri semplicemente animati dalla volontà di partecipare ad un progetto solidale – che avevano aderito all’appello della Federazione delle Associazioni della Gioventù Socialista, arrivando da molte città della Turchia, 32 sono stati dilaniati dall’esplosione. Altri e altre sono in gravissime condizioni, e purtroppo il già tragico bilancio di questa assurda strage potrebbe aggravarsi.

L’eccidio ha di nuovo scatenato la rabbia dei settori della popolazione e di quelli politici che da tempo accusano, non a torto, il regime turco di aver da sempre sostenuto o quantomeno tollerato il radicamento del jihadismo estremista in Siria per poter intervenire in un paese su cui le mire di Ankara sono esplicite. Regime che all’inizio ha provato a dare la colpa a una fantomatica sigla di ‘estrema sinistra’, ma ormai il giocattolo della propaganda erdoganiana si è rotto da tempo, e così i vari ministri hanno dovuto presto cambiare registro, accusando l’Isis, per la prima volta, di aver colpito su suolo turco. Anche la maggior parte dei media internazionali – italiani compresi – hanno dato per buona questa ricostruzione di comodo. Forse in pochi fuori dalla Turchia ricordano la strage di Reyhanlı. L’11 maggio del 2013 due autobomba esplosero nella città a pochi chilometri dal confine con la Siria, a poca distanza da Antiochia, abitata da popolazioni di origine arabo-siriana. Quel giorno 51 civili rimasero uccisi in un eccidio che il governo turco tentò in tutti i modi di attribuire al governo di Damasco per giustificare i propri piani di invasione della Siria, e in seguito alla sinistra rivoluzionaria turca, accusata di essere il braccio militare di Assad sul suolo patrio. Ma venne subito fuori un’altra versione, mentre decine di migliaia di abitanti della regione scendevano in piazza contro il governo islamista: a provocare la strage erano stati elementi di una sigla allora ancora poco nota, l’Isis, nei confronti della quale l’Akp aveva dimostrato tolleranza e supporto. Un militare che aveva diffuso documenti segreti che provavano i legami degli apparati governativi con i jihadisti e con la strage venne arrestato e processato, e molti giornalisti conobbero il volto repressivo dello stato prima ancora che, pochi mesi dopo, milioni di turchi scendessero in piazza in quello che fu conosciuto come ‘Occupy Gezi’.

La strage di lunedì a Suruc è forse ancora più grave di quella di due anni fa, anche se il bilancio di morte è minore. Perché la bomba non ha colpito nel mucchio, a caso, ma una realtà politica che lavora a superare il muro contro muro che a lungo ha caratterizzato i rapporti tra il movimento curdo di liberazione nazionale e le organizzazioni rivoluzionarie turche. Perché ha colpito a Suruc, avamposto della solidarietà con una città – Kobane – e un’entità – il Rojava – che da mesi stanno catalizzando gli sforzi per una battaglia militare contro il jihadismo sunnita ma anche quelli politici contro un regime di Ankara che neanche la sconfitta dell’Akp alle recenti elezioni politiche sembra essere riuscita a incrinare. Non a caso la bomba ha colpito giovani di sinistra all’interno di un centro culturale che da più di un anno ormai rappresenta uno snodo fondamentale delle missioni di solidarietà provenienti da tutta Europa.

Lunedì sera la rabbia, il dolore, lo sconforto hanno preso forma nei tanti cortei che hanno attraversato le vie delle città di tutto il paese, da Van a Istanbul. Slogan contro Erdogan, il suo partito, il suo blocco di potere, individuati come i protettori, i padrini, i mandanti dell’eccidio di Suruc. Che a piazzare la bomba sia stato un invasato fedele del Califfato o un agente dei servizi agli ordini del ‘Sultano’ poco importa. Non è neanche fondamentale, allo stato, comprendere se Ankara e islamisti fossero d'accordo nell'architettare la strage o se invece essa debba essere letta come un avvertimento dei jihadisti nei confronti dei loro padrini dopo un leggero allentamento del sostegno all'Isis e l'arresto di alcune centinaia di volontari diretti in Siria.

Basta vedere il comportamento delle autorità e della polizia contro i manifestanti – per l’ennesima volta gasati, manganellati, investiti dai getti d’acqua dei Toma – per capire da che parte sta il regime turco. Mentre la polizia in assetto antisommossa attaccava le decine di migliaia di persone scese in piazza a Taksim, e i manifestanti in strada ad Ankara, a Izmir, a Diyarbakir e a Mersin, il primo ministro Davutoglu andava in ospedale a far visita ai feriti, seguito da un codazzo di telecamere.

Ma le ipocrite dichiarazioni di lutto da parte degli alti papaveri del partito islamista non possono certo fare piazza pulita di anni di collaborazionismo con le milizie che hanno seminato il terrore in Iraq e in Siria e che ora colpiscono anche in casa. Come ha fatto l’attentatore – l’ipotesi della giovane kamikaze sarebbe stata per ora scartata dagli inquirenti – ad arrivare all’interno del centro culturale Amara di Suruc imbottito di esplosivo nonostante la struttura fosse circondata dai militari e dai poliziotti turchi che avevano perquisito uno per uno tutti i partecipanti alla carovana di solidarietà con Kobane? Da dove è arrivato il ventenne turco Abdur­rah­man Ala­göz che secondo alcune fonti sarebbe l’attentatore e che si sarebbe unito all’Is due mesi fa? Perché subito dopo l’esplosione la polizia in assetto antisommossa ha impedito con la forza a centinaia di persone di aiutare i feriti, alcuni dei quali secondo fonti mediche si sarebbero potuti salvare se soccorsi per tempo? La direttrice del centro Amara, Zehra Yanar­dağ, ha denunciato: «La poli­zia è arri­vata prima delle ambu­lanze. I carri armati chiu­de­vano le strade e i poliziotti lanciavano lacri­mo­geni. Non pote­vamo respi­rare. Molti feriti sono morti là». E ancora: perché i corpi delle vittime sono stati esaminati nell’obitorio di Gaziantep e non in quello di Urfa? Perché il governo ha così tanta fretta di chiudere le indagini indicando responsabili probabilmente di comodo ed ha imposto sulla vicenda il bavaglio alla stampa con il divieto assoluto di pubblicare immagini delle conseguenze dell'attentato mentre in tutto il paese molti utenti segnalano il blocco di Twitter anche se nessuna dichiarazione in tal senso è stata realizzata dalle autorità competenti? Evidentemente il regime teme che la rabbia per quanto accaduto lunedì a Suruc possa montare, organizzarsi, trasformarsi in un’ennesima ondata di opposizione contro una situazione di complicità con il terrorismo jihadista ormai insopportabile per milioni di curdi, ma anche di turchi.

Manifestazioni popolari che si preannunciano enormi sono state già lanciate dai curdi e dalla sinistra turca per il fine settimana mentre i partiti dell’opposizione tuonano contro una intollerabile interferenza di Ankara negli affari interni della Siria, individuata come causa della strage di lunedì. Nei quartieri popolari di Istanbul lunedì e ieri di nuovo hanno fatto la loro comparsa le barricate e i miliziani incappucciati delle organizzazioni combattenti curde e turche hanno ricordato i 'martiri di Suruc' mitra alla mano. Di fronte a tanto sangue e in mancanza di passi concreti nella trattativa con la stato turco i comandi del Pkk stanno faticando non poco per tenere a bada le milizie della resistenza curda che assistono impotenti al massacro della propria gente dalle montagne dell'Anatolia.

I ‘repubblicani’ del Chp (nazionalisti laici di centrosinistra) ora potrebbero decidere di non formare più il previsto governo di unità nazionale insieme all’Akp (uscito vittorioso dalle elezioni ma senza la maggioranza assoluta), per timore di essere oggetto della riprovazione generale se facessero da stampella ad Erdogan proprio nel momento di maggiore debolezza del regime. «Suruc - afferma il direttore del quotidiano Cumhuriyet, Can Dundar - è il frutto insanguinato della politica dell’Akp e del Mit (i servizi segreti, ndr) su Siria e Isis».

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21/07/2015

Attacco suicida a Suruc, strage di giovani diretti a Kobane

Nella tarda mattinata di oggi un attacco suicida da addebitare quasi certamente allo Stato Islamico ha fatto strage a Suruc, località curda nel distretto turco di Urfa che sorge a pochi chilometri dalla città martire di Kobane.

Secondo il co-presidente del partito curdo DBP, İsmail Kaplan, l’attacco suicida avrebbe preso di mira circa 300 membri della Federazione delle Associazioni della Gioventù Socialista prima della loro partenza per Kobanê. Il bilancio attuale, destinato probabilmente ad aggravarsi nelle prossime ore, parla di decine di morti e più di cento feriti. I media locali per ora parlano di almeno 35 morti e di molti feriti gravi riprendendo i dati diffusi dal Ministero degli Interni di Ankara.


L’esplosione - che è stata ripresa da una telecamera - si è verificata nel giardino del Centro culturale Amara dove i giovani si trovavano dal loro arrivo ieri da diverse località della Turchia, in particolare da Istanbul ed Ankara. I ragazzi e le ragazze, molti dei quali giovanissimi, si erano radunati nel giardino del centro culturale per leggere un comunicato alla stampa prima di tentare di nuovo di recarsi a Kobanê - le autorità turche avevano in precedenza loro impedito di entrare in Rojava - per dare man forte alla resistenza curda contro i jihadisti e partecipare ad una missione di ricostruzione. I giovani attivisti della sinistra turca pretendevano di raggiungere Kobane per poter partecipare a varie attività, come l’allestimento di un parco giochi e la distribuzione di rifornimenti sanitari alla popolazione stremata.

Mentre secondo alcune fonti governative turche a causare l'esplosione sarebbe stata una ragazza kamikaze molto giovane, la parlamentare del Partito Democratico dei Popoli (HDP) di Urfa, Dilek Öcalan, ha detto ad alcune agenzie di stampa: ”Abbiamo appreso che l’esplosione è stata causata da una bomba collocata in una borsa che è stata fatta detonare durante l’assemblea dei giovani”.

Mentre scriviamo arrivano anche alcune notizie - da confermare - che parlano di un contemporaneo attacco sferrato dai fondamentalisti contro Kobane anche con l'esplosione di una autobomba nei pressi del centro di comando delle Unità di Protezione del Popolo (Ypg).

Le organizzazioni della sinistra turca e curda hanno indetto manifestazioni di protesta in tutto il paese. Ad Istanbul l'appuntamento è per le ore 19 in Piazza Taksim, sempre che le forze di sicurezza del regime turco non impediscano come 'da tradizione' di protestare contro il sostegno del governo ai terroristi di Daesh. Alla stessa ora si scenderà in piazza anche a Izmir e nella capitale Ankara mentre alcuni esponenti dell'Akp - il partito islamista al potere - stanno cercando di difendere l'assurda tesi che a compiere la strage di adolescenti diretti a Kobane sia stata una fantomatica sigla di estrema sinistra.

La tensione in tutto il paese è altissima, e già questa mattina proprio a Suruc gli agenti e i militari turchi in tenuta antisommossa hanno disperso con cariche e lacrimogeni gruppi di giovani e attivisti curdi che volevano recarsi al centro culturale Amara per soccorrere i feriti.

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