Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/03/2025

A Complete Unknown: il nuovo biopic su Bob Dylan

“Poi, al Newport Folk Festival nel 1965, Dylan abbandonò il sound acustico per quello elettrico, e pare che i puristi del folk lo fischiassero. I critici della sinistra tradizionale lo fustigarono pesantemente per essersi “venduto”. Al contrario, i giovani attivisti come me si sentivano galvanizzati: avevano sempre amato il rock ’n’ roll : la sua energia, la sua diversità di fronte a una società impomatata e repressa.

I testi di Dylan erano ora meno politici, ma rappresentavano meglio l’alienazione dei giovani in una società in cui cataste di prodotti da consumare seppellivano l’animo umano. Un paio d’anni dopo, aggiornammo la nostra analisi politica riconoscendo il potenziale del rock nel creare un clima culturale fecondo per una più vasta ribellione giovanile”

Amore e Lotta. Autobiografia di un rivoluzionario negli Stati Uniti, David Gilbert, Mimesis, 2016

Nashville, Newport Folk Festival 25 luglio 1965, il giovane Bob Dylan si appresta a compiere un’opera di “tradimento” e di contestazione verso il proprio pubblico senza precedenti, almeno in un concerto dal vivo.

Quello che fino ad ora era il massimo esponente della scena folk, decide durante la serata che la celebra, di salire sul palco, attaccare l’amplificatore alla chitarra elettrica e alzarla al massimo volume per suonare i suoi nuovi brani.

Un gesto che può sembrare normale ma non per il contesto in cui si svolgeva. Non durante un festival folk, con un pubblico “radicale” e così poco avvezzo ai compromessi che comportava l’avvicinarsi al pop rock elettrico e quindi alla discografia mainstream nord-americana, abbandonando “a loro giudizio” la potenza del messaggio politico dei testi.

Bob Dylan aveva già pubblicato il suo primo album della svolta elettrica Bringing It All Back Home e stava lavorando al secondo Highway 61 Revisited, ma sicuramente la presa di posizione del cantautore del Minnesota in quel contesto, verso il suo pubblico che aveva contribuito alla sua popolarità è un vero e proprio pugno nello stomaco.

Highway 61, bisogna ricordarlo, è una canzone che appare nel suo primo album, che Dylan riscrisse parzialmente ispirandosi agli Everly Brothers, sulla base di un brano blues composto da Curtis Jones e di cui probabilmente ignorava l’autore, la sua “rivisitazione”, in realtà sarà una svolta radicale.

Non a caso nella precedente pellicola biografica su Bob Dylan, I’m Not There, uscita nel 2007 con la regia di Todd Haynes, il concerto di Newport del 1965 è rappresentato da una sparatoria verso il pubblico, con il nostro che imbraccia un mitragliatore che simboleggia la chitarra elettrica!

Il film di cui vogliamo parlare però è un altro, A complete Unknown, l’ultimo biopic su Bob Dylan girato da James Mangold, uscito in Italia a gennaio ed ancora nelle sale cinematografiche, interpretato da Timotee Chalamet, che si conclude proprio con l’evento appena raccontato e con il definitivo librarsi “solitario” in volo dell’ormai ex cantautore folk verso l’olimpo della musica.

Il film basato sulla biografia scritta da Elijah Wald Dylan Goes Electric!, si concentra quindi sulla prima parte della carriera artistica di Bob Dylan, cioè la prima metà degli Anni Sessanta, a partire dal suo arrivo a New York per conoscere e farsi conoscere dal suo idolo Woody Guthrie, cantautore folk, pioniere di un genere che ispirò moltissimi artisti e attivisti politici americani ed a cui lo storico Alessandro Portelli ha dedicato, dalla metà degli Anni settanta, un nutrito numero di saggi e libri a cui volentieri rimandiamo.

Famosa la scritta sulla sua chitarra acustica “This Machine Kills Fascist”.

Purtroppo Guthrie è molto malato su un letto da ospedale e assistito dall’amico Pete Seeger, anche lui cantautore della scena folk ma, per così dire, neanche calcolato dal giovane Dylan che ha occhi solo per il suo mito. Seeger è animato da buone intenzioni, un bravo cantautore, molto più coerente di Dylan, ma non al suo livello artistico.

Nel film, nel suo primo incontro, Dylan suonerà la canzone composta per lui – Song to Woody – che sarà uno dei pochi brani originali compresi nel suo primo album che porta il suo nome e che registrò per la Columbia nel novembre 1961.

Una canzone che è un atto d’amore per i cantautori come Guthrie ed il loro mondo, e da cui cui proprio Dylan prenderà ispirazione, uomini che “sono venuti con la polvere e se ne sono andati con il vento”, come recita il ritornello del brano in questione.

Seeger, che è un “decano” della Folk music, ex membro della giovane gioventù comunista e del Partito Comunista Americano e messo nella lista nera durante l’era McCarthy – sa riconoscere il talento del ragazzo e capisce da subito quanto la sua capacità unica di interpretare la realtà e il cambiamento attraverso i suoi poetici testi, possa portare giovamento al movimento folk e le cause politico di cui è vettore. In quegli anni Seeger stava tentando a stento di portare avanti la scena e rendere meno di nicchia il genere tra i giovani, distratti dall’aggressività disimpegnata ma sicuramente più affascinante del rock and roll e della british invasion, con una nuova generazione che si stava impegnando nel movimento per i diritti civili contro il segregazionismo portato ancora avanti negli stati del Sud.

Dylan è la “bright new face” della musica folk, come scrisse il New York Times, il 29 settembre del ’61 quando incominciava ad emergere con le sue performance, l’altro volto giovane del genere insieme a Joan Baez che aveva cominciato ad esibirsi nel 1958 a Boston e che che aveva suonato per la prima volta a Newport Folk Festival nel 1959.

A Complete Unknown ha una struttura abbastanza classica, in cui il nostro protagonista vive una parabola non tanto per quanto riguarda il suo percorso artistico, visto che come detto il biopic finisce proprio con l’esplosione della sua carriera musicale con la svolta elettrica, quanto più nel suo rapporto con la scena folk e ciò che questo ambiente musicale significava per le battaglie politiche del tempo.

Inizialmente sia l’artista che il movimento traggono vantaggio reciproco, Dylan si fa conoscere al mondo e il folk raggiunge i giovani in un modo che forse neanche Seeger si aspettava, probabilmente perché i tempi stavano cambiando. Sia il folk che Dylan arrivano all’apice, ma quando quest’ultimo comincia a sviluppare una certa insofferenza creativa verso i rigidi schemi del folk, quando cresce artisticamente anche influenzato dai suoni provenienti da oltre oceano, la scena lo rigetta e questo rapporto finisce tra fischi e disapprovazione, dopo averlo acclamato.

Il punto più alto di questa empatia tra pubblico e Dylan nel film è l’esecuzione di The times are a-changin’, canzone che darà il nome al suo terzo album su cui inizia a lavorare nell’estate del 1963 e che verrà pubblicato nel 1964, il primo a contenere esclusivamente sue composizioni originali su temi sociali, e tutt’ora una pietra miliare della musica contemporanea, l’ultimo prima della sua svolta elettrica.

Oltre Seeger e Guthrie, nel film sono tre i rapporti fondamentali che contribuiscono a fare crescere il giovane Dylan. Uno è quello con la sua fidanzata storica Sylvie Russo probabilmente alter ego fittizio di Suze Rotolo, la ragazza che passeggia con Dylan sulla copertina dell’album The Freewhelin’. Rappresenta l’amore vero e autentico di Dylan, che inizialmente lo incoraggia ad essere sé stesso e ad emergere con le sue canzoni, ma fatica dividerlo con tutti e a stare dietro alla sua popolarità, e alla fine si sottrae da quella che al giorno d’oggi sarebbe definita una relazione tossica.

Un altro è Bob Neuwirth, anche lui cantautore, artista visuale che guida Dylan verso la svolta elettrica, in qualche modo aprendo il suo mondo a nuovi suoni e suggestioni, assecondando da amico e collaboratore la sua nuova maturità creativa.

Terza e ultima figura centrale per il percorso di Dylan in questo film è Joan Baez, che nella pellicola come nella realtà divide la ribalta col menestrello del Minnesota, abbracciando in pieno la causa del movimento. Più di tutti la Baez rappresenta, il rapporto di reciproco vantaggio che Bob ha con la scena folk. I due oltre ad avere una fugace ma intensa relazione, si aiutano a vicenda. a Baez contribuisce a fare emergere Dylan interpretando i suoi testi con la sua magnifica voce, e viceversa i testi aiutano lei a mantenere viva la sua carriera musicale.

Non a caso quando Dylan lascia Newport dopo aver dichiarato la sua indipendenza dal movimento folk, l’ultima persona che vede è la Baez che decreta la sua libertà e rappresenta in quel momento proprio il mondo che Dylan sta tradendo e abbandonando.

Dieci anni dopo, la Baez che nel film è interpretata da Monica Maria Barbaro, compose “Dimonds and Rust” sul burrascoso rapporto tra i due, forse una delle sue canzoni liriche più intense.

A Complete Unknown è un biopic che intelligentemente sceglie di concentrarsi su un periodo limitato dell’incredibile vita di un artista universale, poliedrico, misterioso e dalle mille facce, difficilmente incasellabile in un solo genere musicale.

La storia della prima metà degli anni Sessanta negli Stati Uniti rimane piuttosto sullo sfondo, tranne forse la “crisi dei missili” a Cuba nell’ottobre del 1962 che entra prepotentemente nella narrazione filmica, facendoci immergere nel clima di possibile imminente escalation nucleare tra USA ed URSS, in misura minore entra invece il movimento per i diritti civili e le tensioni politiche che attraversano gli Stati Uniti del tempo.

Sicuramente in alcuni tratti la narrazione è un po’ romanzata, ci sono degli errori storici evidenti e forse l’interpretazione di Chalamet, per quanto molto intensa, restituisce un po’ il cliché dell’artista maledetto e tormentato, con una vena nichilista ed individualista che prende progressivamente piede.

Se la figura di Seeger risulta un po’ stereotipata, veramente “macchiettista” e con una stigmatizzazione negativa del profilo di Alan Lomax, che non gli rende giustizia. “Antropologo ed etnomusicologo, autore e produttore, archivista, conduttore radiofonico, e attivista politico, Lomax è l’uomo che ha scoperto Woody Guthrie e Muddy Waters. L’uomo che ha registrato oltre 5.000 ore di musica e folklore per la Library of Congress di Washington, e che proprio per la sua attività di ricerca si è guadagnato l’attenzione dell’FBI” https://www.minimaetmoralia.it/wp/musica/alan-lomax-luomo-che-registro-il-mondo/

Un gigante della ricerca musicale, e non solo, che ha permesso la conoscenza e la trasmissione della cultura orale delle classi subalterne degli Stati Uniti senza il quale una figura come Dylan non sarebbe mai esistita.

Molto interessante sicuramente la scelta di evidenziare l’aspetto malinconico di Bob Dylan quando decide di staccarsi dalla scena folk col suo live a Newport nel 1965. Per quanto capisca che sia giunta l’ora di lasciar andare il suo enorme talento compositivo – nel film è sostenuto da Jonny Cash interpretato da Boyd Holdbrook – una parte di sé rimane amareggiata per come si è diviso dal mondo che lo ha scoperto e lo ha portato ad essere quello che era diventato.

Questo tormento ci porta a pensare all’eterno dilemma per un artista: compiacere ed avere una totale riconoscenza verso il pubblico che gli consente di poter vivere della sua arte, o dare una chance alla propria libertà creativa senza assecondare il mondo circostante?

Sembra molto raro trovare l’equilibrio, cosi come sembra difficile essere costretti a scegliere tra la piacevole sensazione di far parte di una comunità seguendone però le regole, ed essere liberi di seguire le proprie aspirazioni. Un dilemma che a ben pensare non riguarda solo chi fa arte e la forza di A Complete Unknown sta proprio nel farci riflettere su questo e su quella stagione musicale che ispirò una gioventù ribelle che da lì a poco mise in discussione l’establishment politico statunitense.

Tornando alla citazione iniziale, è proprio da una strofa di una canzone di Dylan: “non c’è bisogno di un meteorologo per capire dove soffia il vento” – (Subterrean Homesick Blues) registrata nel gennaio 1965 – che l’ala più radicale del movimento studentesco statunitense di cui Gilbert faceva parte, prese il nome per definirsi, e dare poi vita all’organizzazione clandestina del Weather Underground.

Fonte

01/08/2017

Forever young


May God bless and keep you always,
May your wishes all come true,
May you always do for others
And let others do for you.
May you build a ladder to the stars
And climb on every rung,
May you stay forever young,
Forever young, forever young,
May you stay forever young.

May you grow up to be righteous,
May you grow up to be true,
May you always know the truth
And see the lights surrounding you.
May you always be courageous,
Stand upright and be strong,
May you stay forever young,
Forever young, forever young,
May you stay forever young.

May your hands always be busy,
May your feet always be swift,
May you have a strong foundation
When the winds of changes shift.

May your heart always be joyful,
May your song always be sung,
May you stay forever young,
Forever young, forever young,
May you stay forever young.

Gran testo.

16/10/2016

Bob Dylan, l’arte non si ingabbia

Un giorno a metà anni ’70 arrivò una telefonata al dipartimento di letteratura inglese e americana dove lavoravo. Era l’ambasciata del Canada: c’è un poeta canadese di passaggio a Roma, ci piacerebbe se si potesse organizzare un incontro con i vostri studenti.

Il direttore, Agostino Lombardo, non capì bene il nome e comunque non sapeva chi fosse, ma disse cortesemente di sì. Il giorno designato, scendendo in aula 1 di Lettere, la trovammo ricolma di studenti fino al soffitto. Poi il poeta prese la chitarra e attaccò: «Suzanne takes you down to her place near the river…». Si chiamava Leonard Cohen.

Ci ho ripensato in questi giorni di discussioni e controversie sul Nobel per la letteratura a Bob Dylan. Penso che abbia ragione Francesca Borrelli: «Il Nobel per la letteratura a una star della musica pop è una ghiotta occasione per fare sfoggio di conformismo, nella certezza di ritrovarsi in buona e qualificata compagnia». Immagino che se invece, come tanti auspicavano, avessero premiato Philip Roth, o il mio adorato Don DeLillo o magari Jonathan Franzen, sarebbe stato un atto di anticonformismo eversivo e spregiudicato. O no?

Il fatto è che il Nobel in quanto tale è sempre una fabbrica di consenso, e quindi di “conformismo”. È una consacrazione, e quindi chiama all’unanimità. Semmai, leggendo le argomentate e plausibili perplessità di Francesca Borrelli o Valerio Magrelli (per non parlare del furore di Alessandro Baricco), vorrei dire che proprio stavolta il premio è controverso e conflittuale. Basta guardare l’inusitata vis polemica dell’editoriale del Corriere della Sera per domandarsi di che conformismo stiamo parlando.

Ovviamente, possiamo pensare e dire che Bob Dylan non merita il Nobel perché non riteniamo che sia un grande artista; in questo senso, non faremmo altro che il nostro mestiere di critico. Ma dire invece che non avrebbe dovuto avere il Nobel perché non appartiene al campo della letteratura mi pare più problematico. In fondo, io di corsi accademici di letteratura con dentro Bob Dylan e Robert Johnson, il blues e la popular ballad, ne ho fatti diversi, e non credo di essere stato l’unico. Il punto di cui si discute allora non è la qualità dell’arte di Dylan, ma di che arte si tratta; il punto è, infine, se nel terzo millennio intendiamo per letteratura la stessa cosa che intendevano i tardo-ottocenteschi creatori del premio Nobel.

Almeno dall’inizio del ‘900 – dall’avvento delle nuove tecnologie della parola: cinema, radio, riproduzione della voce – la pagina stampata non è stata più l’unico veicolo al quale affidiamo il lavoro sulla parola, l’immaginazione di visioni, la narrazione di storie – cioè, le funzioni essenziali di quello che chiamiamo letteratura. Peraltro, anche prima, e ancora oggi, una grande parte dell’umanità, non solo in Occidente, continua a raccontarsi a voce le proprie storie e a cantare le proprie poesie (se una cosa si può dire di Bob Dylan è che prima e meglio di chiunque ha fatto da ponte fra gli universi della parola e dell’immaginario, impiantando una sensibilità linguistica e tecnologica modernistica sul sostegno di una secolare oralità).

Ho sentito e letto persone che dicevano: sì, il Nobel lo merita, ma dovevano darglielo per la musica. Mi immagino già, se fosse successo, lo scandalo dei musicisti veri: il Nobel a un canzonettaro? Questa non è vera musica! E così via. Il punto, infatti, non è che per riconoscere figure come Dylan dovremmo aggiungere nuove categorie, ma piuttosto che dobbiamo ripensarne la definizione, la delimitazione dei loro confini, e in ultima analisi l’utilità stessa di suddividere per categorie i saperi e le arti. Le categorie separano le arti e i saperi in sfere incomunicanti; artisti come Dylan le mescolano, le scavalcano, le confondono, ci fanno dubitare e cercare ancora – che poi è la funzione delle arti e della letteratura medesima. Dylan non appartiene alla letteratura perché non ce lo possiamo chiudere dentro. Dovremmo ringraziarlo perché ci induce inaspettatamente a riproporci l’antica domanda di Jean Paul Sartre –«qu’est ce que la littérature?» – e a lasciare la risposta in sospeso («nel vento»?).

Torniamo a Leonard Cohen, altro artista mezzo sangue, un po’ di qua e un po’ di là e da nessuna parte. Nella sua canzone «The Singer Must Die», reo di avere tradito la poesia mischiandola con la musica, il cantante accetta con umile orgoglio la pena di morte comminatagli dal tribunale. «Vi ringrazio, vi ringrazio di avere fatto il vostro dovere, voi detentori del vero, voi guardiani del bello. La vostra visione è giusta, la mia visione è sbagliata. Vi chiedo scusa se ho sporcato la vostra aria con la mia canzone».

Fonte

13/10/2016

Bob Dylan, il Nobel per la letteratura


Singolari coincidenze, nel giorno della morte di Dario Fo... il Nobel per la Letteratura 2016 è andato a Bob Dylan per aver "creato una nuova espressione poetica nell'ambito della tradizione della grande canzone americana". L'annuncio è stato accolto dal boato dei presenti in sala.
Di sicuro, è uno degli "scrittori" più letto, recitato, cantato. La sua produzione musicale è pressoché sterminata, quindi i tre testi che qui mettiamo sono una scelta assolutamente individuale e per nulla indicativa.

Speriamo soltanto che i "sessantottini per il sì" non si azzardino a profferire parola su nessuno dei due Nobel protagonisti di questa giornata...

*****

Forever Young

Album Planet Waves – 1974

May God bless and keep you always,
May your wishes all come true,
May you always do for others
And let others do for you.
May you build a ladder to the stars
And climb on every rung,
May you stay forever young,
Forever young, forever young,
May you stay forever young.

May you grow up to be righteous,
May you grow up to be true,
May you always know the truth
And see the lights surrounding you.
May you always be courageous,
Stand upright and be strong,
May you stay forever young,
Forever young, forever young,
May you stay forever young.

May your hands always be busy,
May your feet always be swift,
May you have a strong foundation
When the winds of changes shift.
May your heart always be joyful,
May your song always be sung,
May you stay forever young,
Forever young, forever young,
May you stay forever young.

*****

Hurricane

Album Desire – 1976

Pistol shots ring out in the barroom night
Enter Patty Valentine from the upper hall.
She sees the bartender in a pool of blood,
Cries out, "My God, they killed them all!"
Here comes the story of the Hurricane,
The man the authorities came to blame
For somethin' that he never done.
Put in a prison cell, but one time he could-a been
The champion of the world.

Three bodies lyin' there does Patty see
And another man named Bello, movin' around mysteriously.
"I didn't do it," he says, and he throws up his hands
"I was only robbin' the register, I hope you understand.
I saw them leavin'," he says, and he stops
"One of us had better call up the cops."
And so Patty calls the cops
And they arrive on the scene with their red lights flashin'
In the hot New Jersey night.

Meanwhile, far away in another part of town
Rubin Carter and a couple of friends are drivin' around.
Number one contender for the middleweight crown
Had no idea what kinda shit was about to go down
When a cop pulled him over to the side of the road
Just like the time before and the time before that.
In Paterson that's just the way things go.
If you're black you might as well not show up on the street
'Less you wanna draw the heat.

Alfred Bello had a partner and he had a rap for the cops.
Him and Arthur Dexter Bradley were just out prowlin' around
He said, "I saw two men runnin' out, they looked like middleweights
They jumped into a white car with out-of-state plates."
And Miss Patty Valentine just nodded her head.
Cop said, "Wait a minute, boys, this one's not dead"
So they took him to the infirmary
And though this man could hardly see
They told him that he could identify the guilty men.

Four in the mornin' and they haul Rubin in,
Take him to the hospital and they bring him upstairs.
The wounded man looks up through his one dyin' eye
Says, "Wha'd you bring him in here for? He ain't the guy!"
Yes, here's the story of the Hurricane,
The man the authorities came to blame
For somethin' that he never done.
Put in a prison cell, but one time he could-a been
The champion of the world.

Four months later, the ghettos are in flame,
Rubin's in South America, fightin' for his name
While Arthur Dexter Bradley's still in the robbery game
And the cops are puttin' the screws to him, lookin' for somebody to blame.
"Remember that murder that happened in a bar?"
"Remember you said you saw the getaway car?"
"You think you'd like to play ball with the law?"
"Think it might-a been that fighter that you saw runnin' that night?"
"Don't forget that you are white."

Arthur Dexter Bradley said, "I'm really not sure."
Cops said, "A poor boy like you could use a break
We got you for the motel job and we're talkin' to your friend Bello
Now you don't wanta have to go back to jail, be a nice fellow.
You'll be doin' society a favor.
That sonofabitch is brave and gettin' braver.
We want to put his ass in stir
We want to pin this triple murder on him
He ain't no Gentleman Jim."

Rubin could take a man out with just one punch
But he never did like to talk about it all that much.
It's my work, he'd say, and I do it for pay
And when it's over I'd just as soon go on my way
Up to some paradise
Where the trout streams flow and the air is nice
And ride a horse along a trail.
But then they took him to the jailhouse
Where they try to turn a man into a mouse.

All of Rubin's cards were marked in advance
The trial was a pig-circus, he never had a chance.
The judge made Rubin's witnesses drunkards from the slums
To the white folks who watched he was a revolutionary bum
And to the black folks he was just a crazy nigger.
No one doubted that he pulled the trigger.
And though they could not produce the gun,
The D.A. said he was the one who did the deed
And the all-white jury agreed.

Rubin Carter was falsely tried.
The crime was murder "one," guess who testified?
Bello and Bradley and they both baldly lied
And the newspapers, they all went along for the ride.
How can the life of such a man
Be in the palm of some fool's hand?
To see him obviously framed
Couldn't help but make me feel ashamed to live in a land
Where justice is a game.

Now all the criminals in their coats and their ties
Are free to drink martinis and watch the sun rise
While Rubin sits like Buddha in a ten-foot cell
An innocent man in a living hell.
That's the story of the Hurricane,
But it won't be over till they clear his name
And give him back the time he's done.
Put in a prison cell, but one time he could-a been
The champion of the world.

*****

Like a rolling stone

Album Highway 61 Revisited – 1965

Once upon a time you dressed so fine
You threw the bums a dime in your prime, didn't you?
People'd call, say, "Beware doll, you're bound to fall"
You thought they were all kiddin' you
You used to laugh about
Everybody that was hangin' out

Now you don't talk so loud
Now you don't seem so proud
About having to be scrounging for your next meal.

How does it feel
How does it feel
To be without a home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

You've gone to the finest school all right, Miss Lonely
But you know you only used to get juiced in it
And nobody has ever taught you how to live on the street
And now you find out you're gonna have to get used to it
You said you'd never compromise
With the mystery tramp, but now you realize
He's not selling any alibis
As you stare into the vacuum of his eyes
And ask him do you want to make a deal?

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

You never turned around to see the frowns on the jugglers and the clowns
When they all come down and did tricks for you
You never understood that it ain't no good
You shouldn't let other people get your kicks for you
You used to ride on the chrome horse with your diplomat
Who carried on his shoulder a Siamese cat
Ain't it hard when you discover that
He really wasn't where it's at
After he took from you everything he could steal.

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

Princess on the steeple and all the pretty people
They're drinkin', thinkin' that they got it made
Exchanging all kinds of precious gifts and things
But you'd better lift your diamond ring, you'd better pawn it babe
You used to be so amused
At Napoleon in rags and the language that he used
Go to him now, he calls you, you can't refuse
When you got nothing, you got nothing to lose
You're invisible now, you got no secrets to conceal.

How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?

Fonte

02/01/2016

Un sindacalista rivoluzionario in musica

I nostri anniversari sono opposti rispetto a quelli del capitali. E i nostri caduti non li dimentichiamo.

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Cent'anni fa, i tribunali di Salt Lake City e lo stato uccisero Joe Hill, militante degli Industrial Workers of the World. Una rivolta la sua ritmata dalle canzoni

Era la fine del 1915, cent’anni fa. A Salt Lake City, Utah, i tribunali e lo stato uccisero Joe Hill, militante e bardo del sindacato rivoluzionario degli Industrial Workers of the World (Iww). Dal carcere, aveva scritto: «So che molti ribelli importanti dicono che la satira e la canzone sono fuori luogo in un’organizzazione di lavoratori, e ammetto che le canzoni non sono indispensabili alla causa; ma ogni volta che mi viene, continuerò a scrivere queste mie sciocchezze cantate, anche se so bene che la lotta di classe è una cosa seria».

Alle radici di Dylan
Scrive Tom Morello, musicista ribelle di oggi: «Senza Joe Hill, non ci sarebbero Woody Guthrie, Bob Dylan, Bruce Springsteen, i Clash, i Public Enemy, Minor Threat, System of a Down, Rage against the Machine». Joe Hill spiegava: «Un opuscolo, per buono che sia, lo leggi una volta e basta, ma una canzone la impari a memoria e la canti e la canti; se prendi un po’ di nudi fatti e di senso comune, li rivesti con un po’ di umorismo per renderli meno aridi, e li metti in una canzone puoi raggiungere tanti lavoratori troppo poco istruiti o troppo indifferenti per leggere un opuscolo o un editoriale».
La base degli Iww erano lavoratori migranti e stagionali, e niente è più leggero, resistente e trasportabile di una canzone; come poi il movimento dei diritti civili, gli IWW saranno un singing movement , i cui militanti girano l’America portandosi in tasca due cose: la tessera che li fa riconoscere come compagni dovunque vanno, e il canzoniere rosso, The little red songbook, il cui fine dichiarato era di «fan the flames», alimentare le fiamme della rivolta.

Il sangue dell’agnello
Joe Hill era un genio della parodia. Prendeva canzonette di successo, canti popolari, brani gospel, e rovesciava il senso mantenendo il suono. Prende una canzone popolare, la storia dell’eroico ferroviere Casey Jones, e lo trasforma in Casey Jones il crumiro, che si ammazza per far correre i treni durante uno sciopero, arriva in paradiso dove gli angeli sono in lotta, fa il crumiro anche lì e finisce a spalare zolfo all’inferno. Dalle canzoni di chiesa riprende la capacità di creare comunità, di cantare e improvvisare tutti insieme, e le trasforma in inni all’unità operaia. «There is power in the blood of the lamb», c’è potere nel sangue dell’Agnello, diventa «there is power in a band of working man», c’è potere in una schiera di lavoratori, quando sono uniti, mano nella mano.
A forza di sentire le bande dell’Esercito della Salvezza annunciare la beatitudine futura nella dolcezza del cielo («in the sweet bye and bye»), si inventa una frase diventata familiare anche da noi: «mangia e prega, campa di niente, e avrai latorta in cielo (pie in the sky). Senza Joe Hill, anche un po’ di Gianni Rodari (La torta in cielo, 1966) non ci sarebbe.
Scrive Tom Morello: «Joe Hill non si limitava a scrivere canzoni contro l’ingiustizia. Era in prima linea, a rischio della vita, per creare un mondo migliore e più giusto. Per questo il potere aveva paura di lui. Per questo l’hanno ucciso». Le sue canzoni hanno avuto un impatto così straordinario e duraturo perché nascono da dentro il proletariato ribelle, intrise del linguaggio che Joe Hill, immigrato proletario, aveva assorbito sui moli del porto di San Diego, fra i boscaioli dell’Oregon, nelle miniere di rame, nei saloon della Bowery, in tutti i posti dove aveva lavorato e lottato.
Joe Hill rimane un’icona della sinistra (c’è anche un film di Bo Widerberg, Joe Hill, 1971. Peccato che nella versione italiana le canzoni siano cantate in pedestri traduzioni italiane) sia per le sue canzoni, sia per l’ ingiustizia simbolica della sua morte.

Tra le pagine e su schermo
L’accusa di omicidio per rapina fu sostenuta solo da vaghi indizi; i testimoni cambiarono versione in vista del processo; gli atti del processo scomparvero dagli archivi; il governo dello Utah rifiutò di ascoltare le proteste di tutto il mondo e il messaggio del presidente Wilson che chiedeva una revisione del processo. Ogni somiglianza con la storia di Sacco e Vanzetti è storicamente fondata.
Nel 1938, Alfred Hayes ed Earl Robinson lo ricordavano in una canzone subito resa classica dall’interpretazione di Paul Robeson: «Ho sognato di vedere Joe Hill stanotte, vivo come e te. Gli dissi, ma Joe, sei morto da anni; e lui: non sono morto mai. Dovunque i lavoratori sono in sciopero, in ogni fabbrica e miniera, dove i lavoratori lottano per i loro diritti, è lì che troverai Joe Hill».
C’è traccia di questa canzone nel discorso di Tom Joad in Furore di Steinbeck (e nel film John Ford): «Dove si lotta per dar da mangiare a chi fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì…». Dal romanzo e dal film, queste parole arrivano a Woody Guthrie e poi a Bruce Springsteen: «Dove c’è un poliziotto che picchia qualcuno, dove c’è una lotta contro il sangue e l’odio nell’aria, cercami e sarò lì…».

Muschio e vento
«Il mio testamento — scrisse Joe Hill il giorno prima dell’esecuzione — è facile da fare: non c’è niente da spartirsi, perché il muschio non si attacca a una pietra che rotola ( già: a rolling stone). Se potessi decidere, vorrei che il mio corpo fosse fatto cenere e la cenere sparsa al vento, che la porterà dove crescono i fiori, e forse aiuterà un fiore appassito a rinascere».
Al suo funerale, marciarono in trentamila. Ma forse avevano ragione Hayes e Robinson: Joe Hill non è morto, il suo fantasma è qui insieme a quello di Tom Joad. Chissà che ricordarlo e cantarlo non aiuti a far rifiorire quel movimento operaio per cui è vissuto ed è stato ucciso cento anni fa.

Fonte

16/07/2014

Knockin' on Heaven's door


Ne parlavo sta sera con una ragazza e l'ho riascoltata... Cristo che lagna! Ma come fa ad essere uno dei pezzi più conosciuti dei Guns (essendo pure una cover)???

20/09/2011

Like a Rolling Stone

Pur non apprezzando i gruppi cover e detestando ancora di più le formazioni tributo, sono dell'idea che per una band sia sempre cosa buona e giusta cimentarsi nella reinterpretazione di quei pezzi su cui i singoli componenti sì sono formati, musicalmente o per affinità di pensiero.

Mentre ero in metropolitana mi è venuta in mente la cover di Like a rolling stone con cui gli Stones rilanciarono nel '95 una carriera che artisticamente aveva già dato da un pezzo tutto quello che poteva dare.

Bazzicando su You Tube, ho trovato una miriade di versioni dell'originale bomba di Dylan. Tra nomi più e meno famosi, anche i Green Day (?!?), che dopo Working class hero fanno un'altra bella figura alle mie orecchie anche se con roba d'altri.

25/05/2011

Bob Dylan, 70 anni. E non per caso.

Settant’anni. Un traguardo. Soprattutto se ti chiami Bob Dylan e hai scritto Like a Rolling Stone, All Along The Watchtower, Blowin’ in The Wind, Forever Young, Hurricane. Settant’anni vuol dire almeno tre generazioni. Il vento della sua musica ha soffiato sul vento di continenti, è riuscito ad accomunare milioni di persone con quella forza dirompente che solo la musica e la letteratura riescono a emanare.

Di celebrazioni, in questi giorni, ce ne sono state anche troppe. In fondo è solo un traguardo. Mi sono andato a leggere i giornali in giro per il mondo, la solita nenia. Se volete sapere qualcosa di Bob Dylan fate come feci io a quattordici anni, quando mi comprai la biografia scritta da Anthony Scaduto, lì dentro capirete chi è davvero quel poeta che a vent’anni partì dal Minnesota, Duluth, la provincia gelida di un’America che i fratelli Cohen hanno raccontato in maniera magistrale in Fargo, e arrivò in un ospedale di New York dove il suo idolo, Woody Guthrie, stava per tirare le cuoia e lui fece in tempo a fargli ascoltare solo quei pochi pezzi che aveva già scritto su pezzi di carta.

A New York Robert Allen Zimmerman sarebbe rimasto, e al Greenwich Village – quello degli anni Sessanta, non il quartiere di oggi – sarebbe diventato Bob Dylan.

Mi ero promesso, io che sono dylaniano da quando ero fanciullo, che non avrei mai scritto di Dylan, soprattutto in ricorrenze come queste. Dylan l’ho ascoltato a New York, Londra, Modena e Livorno. Mi è bastato, anche se l’abilità con la quale dal vivo stravolge le canzoni non piace quasi mai. Evito ogni tipo di ipocrisia, e confesso candidamente che forse solo al concerto di New York ho rivissuto la magia trovata nelle pagine del libro di Scaduto: le altre volte l’attesa e l’emozione hanno sempre giocato a mio sfavore.

Non ne avrei scritto, dicevo. Ma è stato un professore di giornalismo della Columbia University a farmi aprire gli occhi. A spiegarmi perché 70 anni, nella musica, sono un traguardo importante.

La lezione di David Hajdu è molto semplice e basata sui numeri, non sulle parole. 70 anni compie Bob Dylan, 70 ne avrebbe compiuti John Lennon lo scorso ottobre. Joan Baez ha festeggiato a gennaio, Paul Simon raggiungerà il traguardo entro la fine dell’anno. Il prossimo anno, il club dei settantenni pop leggendario crescerà fino a includere Paul McCartney, Aretha Franklin, Carole King, Brian Wilson e Lou Reed. Jimi Hendrix e Jerry Garcia sarebbero stati anche loro settantenni nel 2012.

Coincidenza? Niente affatto, secondo Hajdu.

Tutti questi signori hanno compiuto 14 anni intorno al 1955 e il 1956, quando il rock ‘n’ roll per la prima volta eruttò come un vulcano impazzito.

Quattordici è un'età formativa per quello che sarà il pop. A 14 anni si affrontano le tirannie del sesso e l’età adulta, quella che non ti lascia più le briciole sul percorso per trovare il ritorno. A 14 anni lotti per capire che tipo di adulto ti piacerebbe essere.

“Quattordici è una sorta di età magica per lo sviluppo di gusti musicali”, spiega Daniel J. Levitin, professore di psicologia e direttore del Laboratorio di Musica Perception, Cognition and Expertise della McGill University. ”Sono gli ormoni della crescita puberale i maggiori responsabili. E a 14 anni i gusti musicali ti creano un distintivo di identità”.

Il rock ‘n roll e quell’eruzione che ricorda il professor Hajdu hanno un nome e cognome: Elvis Presley, il re che l’America non ha mai avuto. Lo disse Bob Dylan stesso a Anthony Scaduto: “La prima volta che sentii Elvis fu come fuggire dalla prigione”.

Lo stesso Sir Paul McCartney ha sempre avuto una venerazione per Elvis. Ma non è questo il punto, non è solo il rock ‘n roll. Sono i 14 anni. Non sappiamo se Robert Zimmerman sarebbe mai diventato Bob Dylan se avesse compiuto i suoi 14 anni un decennio prima. Non lo potremo mai sapere. Sappiamo però che quando i Beatles sbarcarono negli Stati Uniti, all’Ed Sullivan Show, avevano 14 anni di età Bruce Springsteen, Stevie Wonder, Gene Simmons e Billy Joel. E forse anche per questo, musicalmente parlando e in modi e termini diversi tra loro, sono diventati quello che sono oggi. Forse per sapere chi sarà il genio dei prossimi anni faremmo bene ad andare a spiare negli armadietti dei ragazzi che frequentano la terza media. Probabilmente faremmo bene a spiare i 140 caratteri che i social network impongono come limite per capire i sonetti che segneranno a modo loro un’epoca.

E’ probabile che coloro che saranno celebrati nel 2067 hanno 14 anni oggi, nel 2011.

Fonte.


Mi cambia la giornata trovare persone che scrivono così di musica, soprattutto quando sì tratta d'artisti che, per un verso o per l'altro, non gravitano nella mia orbita.