Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/10/2019
Il Nobel a Peter Handke, una scelta coraggiosa
Non si può non riconoscere che il conferimento del Premio Nobel per la letteratura 2019 a Peter Handke sia stata una scelta coraggiosa. Si, perché lo scrittore austriaco, a causa delle sue dichiarazioni apertamente contrarie tanto alla disgregazione e frammentazione che Germania e Usa avevano scatenato nei paesi della ex Jugoslavia, quanto alla successiva aggressione militare dei paesi aderenti alla NATO nei confronti della Serbia, è stato fatto oggetto, per più di un ventennio, di un duro ostracismo da parte di tutti gli apparati ideologici di Stato europei e da parte del gotha dell’intellettualità così detta “progressista” occidentale.
Perter Handke nasce a Griffen, Carinzia (Austria), nel 1942, da padre austriaco e da madre facente parte della minoranza slovena morta suicida nel 1971; un evento che segnerà profondamente la sua giovinezza ed a cui dedicherà poi il romanzo semi-autobiografico “ Infelicità senza desideri”. Studia giurisprudenza presso l’Università di Graz ma senza laurearsi, perché si dedica presto alla letteratura in modo esclusivo e diviene noto come scrittore con il breve testo radiofonico “The Flood“, nel 1963. I suoi primi scritti vengono pubblicati sulla rivista del “Grupo de Graz”, Manusc kripte e, tanto per stile quanto per contenuti, ricordano molto da vicino le storie di Franz Kafka.
Scrive pezzi teatrali (il suo Insulti al pubblico – sperimentale e provocatorio – avrà vasta eco). Poi racconti, romanzi, saggi, poesie con una forte predilezione per l’introspezione attraverso una scrittura intensa e minimale ma anche descrittiva e densa di visioni quasi cinematografiche, al punto che molti lo affiancano ai francesi della ècole du regard. Nel 1966 pubblica il suo primo romanzo “Los Hornets”. Ma sarà il romanzo “Prima del calcio di rigore”, del 1970, a dargli notorietà internazionale ed a far tradurre le sue opere in diverse lingue. Il regista Wim Wenders – con il quale Handke ha altre collaborazioni – ne trae il film omonimo. Più in là i due torneranno a collaborare per il film ”Il cielo sopra Berlino”.
Handke diviene presto uno nomi più rappresentativi della letteratura in lingua tedesca dopo la generazione di Günter Grass ma si fa subito notare per lo spirito polemico nei confronti della generazione di scrittori che includeva Alfred Andersch, Heinrich Böll, Ilse Aichinger e Ingeborg Bachmann.
Nel 1973 gli assegnano il “Georg Büchner” (il premio Cervantes in lingua tedesca) che restituirà poi per protesta contro i bombardamenti sui civili in Serbia. “Per me la Jugoslavia era l’Europa […] La Jugoslavia, per quanto frammentata sia potuta essere, era il modello per l’Europa del futuro. Non l’Europa come è adesso, la nostra Europa in un certo senso artificiale, con la sua zona di libero scambio, ma un posto in cui nazionalità diverse vivono mischiate l’una con l’altra, soprattutto come facevano i giovani in Jugoslavia, anche dopo la morte di Tito. Ecco, penso che quella sia l’Europa, per come io la vorrei. Pertanto, in me l’immagine dell’Europa è stata distrutta dalla distruzione della Jugoslavia“.
Così scrive Peter Handke all’indomani dei bombardamenti sulla Serbia e, per quelle parole, diviene un “reietto”. Certo, lo scrittore austriaco è molto legato a quel tormentato territorio per via della madre morta suicida nel 1971. Ma quelle parole hanno soprattutto il valore di una testimonianza civile e di un avvertimento profetico nei confronti di un’Europa che sta per avviarsi verso un’ unione senz’anima e senza memoria delle tragedie appena trascorse.
Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, bombardieri inglesi, francesi, italiani e tedeschi avranno partecipato attivamente ad un’aggressione militare, attaccando la Serbia ed il Kosovo insieme a quelli statunitensi e senza risparmiare i civili.
Nel 1978 Handke dirige il film “La donna mancina” tratto dal proprio omonimo romanzo pubblicato nel 1976 e, nel 2009, è insignito del prestigioso premio “Franz Kafka”.
Ieri il tanto inatteso quanto meritato Premio Nobel per la letteratura 2019 ”per la sua opera influente che, con ingegno linguistico, ha esplorato le periferie e le specificità dell’esperienza umana” che gli restituisce dignità e lo risarcisce dall’ostracismo subito per tutti questi anni.
Handke, assiduo viaggiatore, ha sempre avuto una predilezione speciale per la Spagna ed oggi vive vicino Parigi.
Fonte
16/10/2016
Bob Dylan, l’arte non si ingabbia
Un giorno a metà anni ’70 arrivò una telefonata al dipartimento di letteratura inglese e americana dove lavoravo. Era l’ambasciata del Canada: c’è un poeta canadese di passaggio a Roma, ci piacerebbe se si potesse organizzare un incontro con i vostri studenti.
Il direttore, Agostino Lombardo, non capì bene il nome e comunque non sapeva chi fosse, ma disse cortesemente di sì. Il giorno designato, scendendo in aula 1 di Lettere, la trovammo ricolma di studenti fino al soffitto. Poi il poeta prese la chitarra e attaccò: «Suzanne takes you down to her place near the river…». Si chiamava Leonard Cohen.
Ci ho ripensato in questi giorni di discussioni e controversie sul Nobel per la letteratura a Bob Dylan. Penso che abbia ragione Francesca Borrelli: «Il Nobel per la letteratura a una star della musica pop è una ghiotta occasione per fare sfoggio di conformismo, nella certezza di ritrovarsi in buona e qualificata compagnia». Immagino che se invece, come tanti auspicavano, avessero premiato Philip Roth, o il mio adorato Don DeLillo o magari Jonathan Franzen, sarebbe stato un atto di anticonformismo eversivo e spregiudicato. O no?
Il fatto è che il Nobel in quanto tale è sempre una fabbrica di consenso, e quindi di “conformismo”. È una consacrazione, e quindi chiama all’unanimità. Semmai, leggendo le argomentate e plausibili perplessità di Francesca Borrelli o Valerio Magrelli (per non parlare del furore di Alessandro Baricco), vorrei dire che proprio stavolta il premio è controverso e conflittuale. Basta guardare l’inusitata vis polemica dell’editoriale del Corriere della Sera per domandarsi di che conformismo stiamo parlando.
Ovviamente, possiamo pensare e dire che Bob Dylan non merita il Nobel perché non riteniamo che sia un grande artista; in questo senso, non faremmo altro che il nostro mestiere di critico. Ma dire invece che non avrebbe dovuto avere il Nobel perché non appartiene al campo della letteratura mi pare più problematico. In fondo, io di corsi accademici di letteratura con dentro Bob Dylan e Robert Johnson, il blues e la popular ballad, ne ho fatti diversi, e non credo di essere stato l’unico. Il punto di cui si discute allora non è la qualità dell’arte di Dylan, ma di che arte si tratta; il punto è, infine, se nel terzo millennio intendiamo per letteratura la stessa cosa che intendevano i tardo-ottocenteschi creatori del premio Nobel.
Almeno dall’inizio del ‘900 – dall’avvento delle nuove tecnologie della parola: cinema, radio, riproduzione della voce – la pagina stampata non è stata più l’unico veicolo al quale affidiamo il lavoro sulla parola, l’immaginazione di visioni, la narrazione di storie – cioè, le funzioni essenziali di quello che chiamiamo letteratura. Peraltro, anche prima, e ancora oggi, una grande parte dell’umanità, non solo in Occidente, continua a raccontarsi a voce le proprie storie e a cantare le proprie poesie (se una cosa si può dire di Bob Dylan è che prima e meglio di chiunque ha fatto da ponte fra gli universi della parola e dell’immaginario, impiantando una sensibilità linguistica e tecnologica modernistica sul sostegno di una secolare oralità).
Ho sentito e letto persone che dicevano: sì, il Nobel lo merita, ma dovevano darglielo per la musica. Mi immagino già, se fosse successo, lo scandalo dei musicisti veri: il Nobel a un canzonettaro? Questa non è vera musica! E così via. Il punto, infatti, non è che per riconoscere figure come Dylan dovremmo aggiungere nuove categorie, ma piuttosto che dobbiamo ripensarne la definizione, la delimitazione dei loro confini, e in ultima analisi l’utilità stessa di suddividere per categorie i saperi e le arti. Le categorie separano le arti e i saperi in sfere incomunicanti; artisti come Dylan le mescolano, le scavalcano, le confondono, ci fanno dubitare e cercare ancora – che poi è la funzione delle arti e della letteratura medesima. Dylan non appartiene alla letteratura perché non ce lo possiamo chiudere dentro. Dovremmo ringraziarlo perché ci induce inaspettatamente a riproporci l’antica domanda di Jean Paul Sartre –«qu’est ce que la littérature?» – e a lasciare la risposta in sospeso («nel vento»?).
Torniamo a Leonard Cohen, altro artista mezzo sangue, un po’ di qua e un po’ di là e da nessuna parte. Nella sua canzone «The Singer Must Die», reo di avere tradito la poesia mischiandola con la musica, il cantante accetta con umile orgoglio la pena di morte comminatagli dal tribunale. «Vi ringrazio, vi ringrazio di avere fatto il vostro dovere, voi detentori del vero, voi guardiani del bello. La vostra visione è giusta, la mia visione è sbagliata. Vi chiedo scusa se ho sporcato la vostra aria con la mia canzone».
Fonte
Il direttore, Agostino Lombardo, non capì bene il nome e comunque non sapeva chi fosse, ma disse cortesemente di sì. Il giorno designato, scendendo in aula 1 di Lettere, la trovammo ricolma di studenti fino al soffitto. Poi il poeta prese la chitarra e attaccò: «Suzanne takes you down to her place near the river…». Si chiamava Leonard Cohen.
Ci ho ripensato in questi giorni di discussioni e controversie sul Nobel per la letteratura a Bob Dylan. Penso che abbia ragione Francesca Borrelli: «Il Nobel per la letteratura a una star della musica pop è una ghiotta occasione per fare sfoggio di conformismo, nella certezza di ritrovarsi in buona e qualificata compagnia». Immagino che se invece, come tanti auspicavano, avessero premiato Philip Roth, o il mio adorato Don DeLillo o magari Jonathan Franzen, sarebbe stato un atto di anticonformismo eversivo e spregiudicato. O no?
Il fatto è che il Nobel in quanto tale è sempre una fabbrica di consenso, e quindi di “conformismo”. È una consacrazione, e quindi chiama all’unanimità. Semmai, leggendo le argomentate e plausibili perplessità di Francesca Borrelli o Valerio Magrelli (per non parlare del furore di Alessandro Baricco), vorrei dire che proprio stavolta il premio è controverso e conflittuale. Basta guardare l’inusitata vis polemica dell’editoriale del Corriere della Sera per domandarsi di che conformismo stiamo parlando.
Ovviamente, possiamo pensare e dire che Bob Dylan non merita il Nobel perché non riteniamo che sia un grande artista; in questo senso, non faremmo altro che il nostro mestiere di critico. Ma dire invece che non avrebbe dovuto avere il Nobel perché non appartiene al campo della letteratura mi pare più problematico. In fondo, io di corsi accademici di letteratura con dentro Bob Dylan e Robert Johnson, il blues e la popular ballad, ne ho fatti diversi, e non credo di essere stato l’unico. Il punto di cui si discute allora non è la qualità dell’arte di Dylan, ma di che arte si tratta; il punto è, infine, se nel terzo millennio intendiamo per letteratura la stessa cosa che intendevano i tardo-ottocenteschi creatori del premio Nobel.
Almeno dall’inizio del ‘900 – dall’avvento delle nuove tecnologie della parola: cinema, radio, riproduzione della voce – la pagina stampata non è stata più l’unico veicolo al quale affidiamo il lavoro sulla parola, l’immaginazione di visioni, la narrazione di storie – cioè, le funzioni essenziali di quello che chiamiamo letteratura. Peraltro, anche prima, e ancora oggi, una grande parte dell’umanità, non solo in Occidente, continua a raccontarsi a voce le proprie storie e a cantare le proprie poesie (se una cosa si può dire di Bob Dylan è che prima e meglio di chiunque ha fatto da ponte fra gli universi della parola e dell’immaginario, impiantando una sensibilità linguistica e tecnologica modernistica sul sostegno di una secolare oralità).
Ho sentito e letto persone che dicevano: sì, il Nobel lo merita, ma dovevano darglielo per la musica. Mi immagino già, se fosse successo, lo scandalo dei musicisti veri: il Nobel a un canzonettaro? Questa non è vera musica! E così via. Il punto, infatti, non è che per riconoscere figure come Dylan dovremmo aggiungere nuove categorie, ma piuttosto che dobbiamo ripensarne la definizione, la delimitazione dei loro confini, e in ultima analisi l’utilità stessa di suddividere per categorie i saperi e le arti. Le categorie separano le arti e i saperi in sfere incomunicanti; artisti come Dylan le mescolano, le scavalcano, le confondono, ci fanno dubitare e cercare ancora – che poi è la funzione delle arti e della letteratura medesima. Dylan non appartiene alla letteratura perché non ce lo possiamo chiudere dentro. Dovremmo ringraziarlo perché ci induce inaspettatamente a riproporci l’antica domanda di Jean Paul Sartre –«qu’est ce que la littérature?» – e a lasciare la risposta in sospeso («nel vento»?).
Torniamo a Leonard Cohen, altro artista mezzo sangue, un po’ di qua e un po’ di là e da nessuna parte. Nella sua canzone «The Singer Must Die», reo di avere tradito la poesia mischiandola con la musica, il cantante accetta con umile orgoglio la pena di morte comminatagli dal tribunale. «Vi ringrazio, vi ringrazio di avere fatto il vostro dovere, voi detentori del vero, voi guardiani del bello. La vostra visione è giusta, la mia visione è sbagliata. Vi chiedo scusa se ho sporcato la vostra aria con la mia canzone».
Fonte
13/10/2016
Bob Dylan, il Nobel per la letteratura
Singolari coincidenze, nel giorno della morte di Dario Fo... il Nobel per la Letteratura 2016 è andato a Bob Dylan per aver "creato una nuova espressione poetica nell'ambito della tradizione della grande canzone americana". L'annuncio è stato accolto dal boato dei presenti in sala.
Di sicuro, è uno degli "scrittori" più letto, recitato, cantato. La sua produzione musicale è pressoché sterminata, quindi i tre testi che qui mettiamo sono una scelta assolutamente individuale e per nulla indicativa.
Speriamo soltanto che i "sessantottini per il sì" non si azzardino a profferire parola su nessuno dei due Nobel protagonisti di questa giornata...
*****
Forever Young
Album Planet Waves – 1974
May God bless and keep you always,
May your wishes all come true,
May you always do for others
And let others do for you.
May you build a ladder to the stars
And climb on every rung,
May you stay forever young,
Forever young, forever young,
May you stay forever young.
May you grow up to be righteous,
May you grow up to be true,
May you always know the truth
And see the lights surrounding you.
May you always be courageous,
Stand upright and be strong,
May you stay forever young,
Forever young, forever young,
May you stay forever young.
May your hands always be busy,
May your feet always be swift,
May you have a strong foundation
When the winds of changes shift.
May your heart always be joyful,
May your song always be sung,
May you stay forever young,
Forever young, forever young,
May you stay forever young.
*****
Hurricane
Album Desire – 1976
Pistol shots ring out in the barroom night
Enter Patty Valentine from the upper hall.
She sees the bartender in a pool of blood,
Cries out, "My God, they killed them all!"
Here comes the story of the Hurricane,
The man the authorities came to blame
For somethin' that he never done.
Put in a prison cell, but one time he could-a been
The champion of the world.
Three bodies lyin' there does Patty see
And another man named Bello, movin' around mysteriously.
"I didn't do it," he says, and he throws up his hands
"I was only robbin' the register, I hope you understand.
I saw them leavin'," he says, and he stops
"One of us had better call up the cops."
And so Patty calls the cops
And they arrive on the scene with their red lights flashin'
In the hot New Jersey night.
Meanwhile, far away in another part of town
Rubin Carter and a couple of friends are drivin' around.
Number one contender for the middleweight crown
Had no idea what kinda shit was about to go down
When a cop pulled him over to the side of the road
Just like the time before and the time before that.
In Paterson that's just the way things go.
If you're black you might as well not show up on the street
'Less you wanna draw the heat.
Alfred Bello had a partner and he had a rap for the cops.
Him and Arthur Dexter Bradley were just out prowlin' around
He said, "I saw two men runnin' out, they looked like middleweights
They jumped into a white car with out-of-state plates."
And Miss Patty Valentine just nodded her head.
Cop said, "Wait a minute, boys, this one's not dead"
So they took him to the infirmary
And though this man could hardly see
They told him that he could identify the guilty men.
Four in the mornin' and they haul Rubin in,
Take him to the hospital and they bring him upstairs.
The wounded man looks up through his one dyin' eye
Says, "Wha'd you bring him in here for? He ain't the guy!"
Yes, here's the story of the Hurricane,
The man the authorities came to blame
For somethin' that he never done.
Put in a prison cell, but one time he could-a been
The champion of the world.
Four months later, the ghettos are in flame,
Rubin's in South America, fightin' for his name
While Arthur Dexter Bradley's still in the robbery game
And the cops are puttin' the screws to him, lookin' for somebody to blame.
"Remember that murder that happened in a bar?"
"Remember you said you saw the getaway car?"
"You think you'd like to play ball with the law?"
"Think it might-a been that fighter that you saw runnin' that night?"
"Don't forget that you are white."
Arthur Dexter Bradley said, "I'm really not sure."
Cops said, "A poor boy like you could use a break
We got you for the motel job and we're talkin' to your friend Bello
Now you don't wanta have to go back to jail, be a nice fellow.
You'll be doin' society a favor.
That sonofabitch is brave and gettin' braver.
We want to put his ass in stir
We want to pin this triple murder on him
He ain't no Gentleman Jim."
Rubin could take a man out with just one punch
But he never did like to talk about it all that much.
It's my work, he'd say, and I do it for pay
And when it's over I'd just as soon go on my way
Up to some paradise
Where the trout streams flow and the air is nice
And ride a horse along a trail.
But then they took him to the jailhouse
Where they try to turn a man into a mouse.
All of Rubin's cards were marked in advance
The trial was a pig-circus, he never had a chance.
The judge made Rubin's witnesses drunkards from the slums
To the white folks who watched he was a revolutionary bum
And to the black folks he was just a crazy nigger.
No one doubted that he pulled the trigger.
And though they could not produce the gun,
The D.A. said he was the one who did the deed
And the all-white jury agreed.
Rubin Carter was falsely tried.
The crime was murder "one," guess who testified?
Bello and Bradley and they both baldly lied
And the newspapers, they all went along for the ride.
How can the life of such a man
Be in the palm of some fool's hand?
To see him obviously framed
Couldn't help but make me feel ashamed to live in a land
Where justice is a game.
Now all the criminals in their coats and their ties
Are free to drink martinis and watch the sun rise
While Rubin sits like Buddha in a ten-foot cell
An innocent man in a living hell.
That's the story of the Hurricane,
But it won't be over till they clear his name
And give him back the time he's done.
Put in a prison cell, but one time he could-a been
The champion of the world.
*****
Like a rolling stone
Album Highway 61 Revisited – 1965
Once upon a time you dressed so fine
You threw the bums a dime in your prime, didn't you?
People'd call, say, "Beware doll, you're bound to fall"
You thought they were all kiddin' you
You used to laugh about
Everybody that was hangin' out
Now you don't talk so loud
Now you don't seem so proud
About having to be scrounging for your next meal.
How does it feel
How does it feel
To be without a home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?
You've gone to the finest school all right, Miss Lonely
But you know you only used to get juiced in it
And nobody has ever taught you how to live on the street
And now you find out you're gonna have to get used to it
You said you'd never compromise
With the mystery tramp, but now you realize
He's not selling any alibis
As you stare into the vacuum of his eyes
And ask him do you want to make a deal?
How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?
You never turned around to see the frowns on the jugglers and the clowns
When they all come down and did tricks for you
You never understood that it ain't no good
You shouldn't let other people get your kicks for you
You used to ride on the chrome horse with your diplomat
Who carried on his shoulder a Siamese cat
Ain't it hard when you discover that
He really wasn't where it's at
After he took from you everything he could steal.
How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?
Princess on the steeple and all the pretty people
They're drinkin', thinkin' that they got it made
Exchanging all kinds of precious gifts and things
But you'd better lift your diamond ring, you'd better pawn it babe
You used to be so amused
At Napoleon in rags and the language that he used
Go to him now, he calls you, you can't refuse
When you got nothing, you got nothing to lose
You're invisible now, you got no secrets to conceal.
How does it feel
How does it feel
To be on your own
With no direction home
Like a complete unknown
Like a rolling stone?
Fonte
E’ morto Dario Fo. L’indimenticabile “Morte accidentale...”
Lunga vita e ricca di svolte. In molti stanno in queste ore cercando il Dario Fo che li tranquillizzava, il premio Nobel meno celebrato nel paese d'origine che si sia mai visto. In molti ci ammanniscono l'immagine di un anziano affabulatore col vezzo del grammelot e la passione per l'anticlericalismo.
Senza pretesa di completezza, ci sembra giusto ricordarlo per la sua opera meno tranquillizzante: "Morte accidentale di un anarchico". L'uccisione di Giuseppe Pinelli nell'ufficio del commissario Luigi Calabresi, allora capo della squadra politica della Questura di Milano.
Per chi non ricordasse chi era quel magistrato qui magistralmente "recensito", quello che si inventò il "malore attivo" – caso unico nella storia giudiziaria e clinica del pianeta, mai più ritirato in ballo – per giustificare la morte di Pinelli e il "non luogo a procedere" nei confronti dello stesso Calabresi e dei suoi uomini, sembra giusto fare sempre il nome: Gerardo D'Ambrosio, poi membro del pool di "Mani pulite" e quindi senatore per qualcuna delle mille trasformazioni del Pci in Pd...
Fonte
12/10/2015
Elezioni presidenziali in Bielorussia: il Nobel per la letteratura non vota
Si tengono oggi in Bielorussia le elezioni presidenziali. La competizione, invero abbastanza impari, è tra l'attuale presidente Alekasandr Lukašenko – eletto ininterrottamente nel 1994, 2001, 2006 e 2010 – il leader del partito liberaldemocratico Sergej Gajdukevič, l'attivista della campagna “Dì la verità” Tatjana Korotkevič e il presidente del Partito patriottico Nikolaj Ulakhovič.
Le elezioni saranno considerate valide se vi prenderà parte più della metà degli iscritti nelle liste elettorali (poco meno di 7 milioni) e il presidente risulterà eletto se otterrà più della metà dei voti.
Assistono al voto un migliaio di osservatori stranieri, di cui 344 in rappresentanza dell'Ufficio per gli istituti democratici e i diritti dell'uomo dell'Osce, 387 dell'Assemblea interparlamentare della CSI (che raggruppa le ex Repubbliche sovietiche, meno Georgia e paesi baltici), 68 dell'Assemblea parlamentare dell'Osce e 7 dell'Organizzazione di Shanghai per la cooperazione.
Secondo il sito web pronedra.ru, nessuno dei tre concorrenti di Lukašenko pare noto agli elettori e solo Nikolaj Ulakhovič si è reso famoso nel corso della campagna elettorale per l'asserzione secondo cui nelle file dello Stato islamico combattono i battisti.
Ben più conosciuta invece la neo laureata del premio Nobel per la letteratura, Svetlana Aleksievič, che ha dichiarato di non aver intenzione di andare a votare, dato che “tutti sanno chi vincerà le elezioni presidenziali” e resta ignota solamente la percentuale che otterrà il vincitore. E' questa la seconda volta in appena due giorni dal prestigioso riconoscimento che Svetlana Aleksievič si rende nota al grosso pubblico per dichiarazioni di carattere politico; l'aveva fatto la prima volta a proposito del conflitto in Ucraina, visto come “occupazione” russa. Con discreto tatto diplomatico aveva commentato la sua dichiarazione il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov, suggerendo che, “con ogni evidenza, Svetlana semplicemente non dispone di tutte le informazioni per dare una valutazione sicura di quanto accade in Ucraina”.
Aleksievič si era anche lanciata in una tirata su “l'individuo russo, che negli ultimi 200 anni ha combattuto per quasi 150 anni. E non ha mai avuto una bella vita... In questo immenso spazio postsovietico, soprattutto in Russia e Bielorussia, in cui il popolo per 70 anni è stato ingannato e poi ancora per 20 anni derubato, sono cresciuti individui molto aggressivi e pericolosi per la pace”. Altre parole, invece, per l'Ucraina: “Amo molto l'Ucraina. Sono stata a Majdan e ho pianto di fronte alle foto della “Centuria celeste”, le immagini degli oltre cento morti di euromajdan. Ma che dimostranti e poliziotti disarmati siano stati uccisi dai cecchini neonazisti ucraini e stranieri, Svetlana non lo dice, come non dice degli oltre cinquanta bruciati vivi nella Casa dei sindacati di Odessa o delle centinaia di bambini e migliaia di vecchi e donne massacrati nel Donbass.
Non stupisce quindi che le decine di commenti, ad esempio, lasciati dai visitatori del sito web della Komsomolskaja pravda, abbiano da subito associato il premio Nobel per la letteratura a Svetlana Aleksievič, a quello per la pace a Barck Obama: “A chi danno il premio? Solo a chi sputa sulla Russia”; a lei “che è sempre stata la stella di Radio Svoboda”; e “Tutti sanno che è stata proprio la CIA a decretare il Nobel per la letteratura a Pastenak, Brodskij e Solženitsin; anzi, fu lo stesso Solženitsin a sollecitare alla CIA il premio per la lotta contro l'Urss”; e via di questo passo.
Staremo a vedere quale commento verrà da Aleksievič sui risultati del voto di oggi in Bielorussia, di cui pure è cittadina.
Fonte
Le elezioni saranno considerate valide se vi prenderà parte più della metà degli iscritti nelle liste elettorali (poco meno di 7 milioni) e il presidente risulterà eletto se otterrà più della metà dei voti.
Assistono al voto un migliaio di osservatori stranieri, di cui 344 in rappresentanza dell'Ufficio per gli istituti democratici e i diritti dell'uomo dell'Osce, 387 dell'Assemblea interparlamentare della CSI (che raggruppa le ex Repubbliche sovietiche, meno Georgia e paesi baltici), 68 dell'Assemblea parlamentare dell'Osce e 7 dell'Organizzazione di Shanghai per la cooperazione.
Secondo il sito web pronedra.ru, nessuno dei tre concorrenti di Lukašenko pare noto agli elettori e solo Nikolaj Ulakhovič si è reso famoso nel corso della campagna elettorale per l'asserzione secondo cui nelle file dello Stato islamico combattono i battisti.
Ben più conosciuta invece la neo laureata del premio Nobel per la letteratura, Svetlana Aleksievič, che ha dichiarato di non aver intenzione di andare a votare, dato che “tutti sanno chi vincerà le elezioni presidenziali” e resta ignota solamente la percentuale che otterrà il vincitore. E' questa la seconda volta in appena due giorni dal prestigioso riconoscimento che Svetlana Aleksievič si rende nota al grosso pubblico per dichiarazioni di carattere politico; l'aveva fatto la prima volta a proposito del conflitto in Ucraina, visto come “occupazione” russa. Con discreto tatto diplomatico aveva commentato la sua dichiarazione il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov, suggerendo che, “con ogni evidenza, Svetlana semplicemente non dispone di tutte le informazioni per dare una valutazione sicura di quanto accade in Ucraina”.
Aleksievič si era anche lanciata in una tirata su “l'individuo russo, che negli ultimi 200 anni ha combattuto per quasi 150 anni. E non ha mai avuto una bella vita... In questo immenso spazio postsovietico, soprattutto in Russia e Bielorussia, in cui il popolo per 70 anni è stato ingannato e poi ancora per 20 anni derubato, sono cresciuti individui molto aggressivi e pericolosi per la pace”. Altre parole, invece, per l'Ucraina: “Amo molto l'Ucraina. Sono stata a Majdan e ho pianto di fronte alle foto della “Centuria celeste”, le immagini degli oltre cento morti di euromajdan. Ma che dimostranti e poliziotti disarmati siano stati uccisi dai cecchini neonazisti ucraini e stranieri, Svetlana non lo dice, come non dice degli oltre cinquanta bruciati vivi nella Casa dei sindacati di Odessa o delle centinaia di bambini e migliaia di vecchi e donne massacrati nel Donbass.
Non stupisce quindi che le decine di commenti, ad esempio, lasciati dai visitatori del sito web della Komsomolskaja pravda, abbiano da subito associato il premio Nobel per la letteratura a Svetlana Aleksievič, a quello per la pace a Barck Obama: “A chi danno il premio? Solo a chi sputa sulla Russia”; a lei “che è sempre stata la stella di Radio Svoboda”; e “Tutti sanno che è stata proprio la CIA a decretare il Nobel per la letteratura a Pastenak, Brodskij e Solženitsin; anzi, fu lo stesso Solženitsin a sollecitare alla CIA il premio per la lotta contro l'Urss”; e via di questo passo.
Staremo a vedere quale commento verrà da Aleksievič sui risultati del voto di oggi in Bielorussia, di cui pure è cittadina.
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