Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/10/2014

Brasile: Dilma Rousseff in forte vantaggio

Secondo gli ultimi sondaggi la presidente uscente del Partito dei Lavoratori (di centrosinistra), Dilma Rousseff, avrebbe un vantaggio tra sei e otto punti percentuali sullo sfidante Aécio Neves del Partito della Social Democrazia Brasiliana (di destra).

Rousseff ha guadagnato terreno nelle ultime settimane e in particolare negli ultimi giorni di campagna elettorale ricordando agli elettori la crescita dei salari e l’espansione dei programmi sociali negli ultimi 12 anni di governo del Partito dei Lavoratori.

Negli ultimi giorni sono stati condotti due sondaggi. Il primo – dell’istituto Datafolha che da alla Rousseff il 53 per cento mentre a Neves il 47. Il secondo sondaggio – fatto dalla Ibope – mostra Rousseff al 54 per cento e Neves al 46 per cento. Il margine di errore è 2,2 per cento.

Nonostante questi due ultimi sondaggi, Neves ha detto che rimane fiducioso di vincere le elezioni, grazie a rilevamenti interni che lo mostrerebbero “alcuni punti” avanti.

Lo scorso 5 ottobre al primo turno la Rousseff, ottenne 42 per cento, mentre Neves il 34 per cento dei voti e la sua alleata Marina Silva il 21%.

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22/10/2014

Brasile: la ‘rosso-verde’ Marina sostiene le destra e strizza l’occhio agli Usa

Alla fine la cosiddetta candidata socialista - in quanto espressione del Partito Socialista Brasiliano - ed ecologista - ruppe con il governo Lula, di cui era ministra dell’ambiente, proprio sui temi dell’ecologia - ha scelto la destra.

Alle scorse elezioni presidenziali Marina Silva aveva scelto di non dare indicazioni di voto per il ballottaggio, e così una parte consistente dei suoi elettori al secondo turno scelsero di votare per la leader del Partito dei Lavoratori, Dilma Rousseff, poi uscita vincitrice. Forse per questo stavolta le lobby e gli ambienti economici e politici brasiliani che hanno sostenuto la sua candidatura le hanno chiesto – e hanno ottenuto – una chiara indicazione di voto per Aecio Neves, il grigio candidato del centrodestra piazzatosi secondo al primo turno dopo la presidente uscente.

Una scelta che potrebbe mettere a rischio la vittoria, domenica prossima, dell’ex guerrigliera socialdemocratica, che non ha certo brillato per verve riformatrice durante il suo primo mandato ma che, vista la possibilità di un’affermazione della destra ideologica ed economica filo statunitense, riceve in queste ore il sostegno di movimenti sociali, sindacali e politici della sinistra che l’hanno in questi anni criticata anche aspramente.

Nell’ultimo sondaggio pubblicato dai media brasiliani Dilma supera l’avversario di soli 2 punti percentuali, un vantaggio che non assicura di certo il risultato anche se la rilevazione, realizzata dall’istituto demoscopico Datafolha per Tv Globo e Folha de Sao Paulo rivela che le intenzioni di voto per Rousseff sono aumentate di 3 punti rispetto all’ultimo sondaggio della stessa azienda, fatto una settimana fa, mentre Neves è sceso di due punti. Il risultato finale, stando a Datafolha, sarebbe 52% contro 48%.

E’ proprio sull’elettorato giovanile, urbano e tendenzialmente appartenente alle nuove classi medie che ha sostenuto Marina Silva al primo turno che punta il leader del Partito della Socialdemocrazia Brasiliana (Psdb, di destra) per battere la favorita. Nel primo turno, lo scorso 5 ottobre, Dilma Rousseff ha vinto con il 41,5% dei voti, contro il 33,5% ottenuto dal senatore socialdemocratico e il 21% della ex rossa ed ex verde Silva. Il che vuol dire che la destra ha teoricamente i numeri per vincere, se è capace di coalizzare i rispettivi elettorati. E così Neves e Silva si sono incontrati in un meeting pubblico organizzato a San Paolo e si sono abbracciati, con il candidato della destra che ha parlato di “un momento storico per ottenere un cambiamento”. “Questo è il momento più importante della mia campagna. Smetto di essere candidato di un partito per essere il rappresentante di un grande movimento di trasformazione, di valori, priorità e posizioni” ha enfatizzato Neves che punta su ciò che Silva rappresenta simbolicamente per l’elettorato di sinistra per sottrarre voti alla sfidante. In cambio del suo sostegno al senatore di destra “Marina” ha chiesto a Neves, in caso di vittoria, la realizzazione di alcune delle riforme che Dilma non ha voluto o non ha potuto realizzare in tanti anni di governo: la riforma agraria, innanzitutto, una maggiore protezione dell’ambiente e il proseguimento dei piani sociali di assistenza ai poveri.

Uno specchietto per le allodole agitato davanti a un elettorato di sinistra deluso e disilluso da tanti anni di promesse mancate da parte di un Pt sempre più moderato e conformista, sconvolto da ondate di scandali per corruzione e lontano ormai dalle battaglie epiche che hanno contraddistinto la prima fase dell’era in cui il partito era guidato dal metalmeccanico Lula da Silva (che non a caso negli ultimi giorni è sceso in campo a fianco della Rousseff per recuperare qualche consenso). Se vincerà le elezioni Neves né potrà né vorrà rispettare quanto chiesto, strumentalmente, dall’ex candidata ecologista. Il suo programma, al di là della fuffa buonista nei confronti di poveri e svantaggiati, parla di un riorientamento delle relazioni del Brasile verso Stati Uniti e Unione Europea, e di un allentamento di quelle stabilite in questi anni con gli altri paesi latinoamericani nell’ambito dell’Alba. La Rousseff ha in questi anni contribuito enormemente al rafforzamento dei rapporti con le economie del resto dell’America Latina e al consolidamento delle relazioni con i paesi emergenti, in particolare firmando accordi con il resto dei cosiddetti Brics – Russia, Cina, India e Sudafrica – per fondare una banca comune per gli investimenti e favorire uno sganciamento dal dollaro. Brasilia ha inoltre incrementato gli sforzi per rendere il paese più indipendente dalle tecnologie statunitensi in fatto di internet dopo quanto rivelato da Snowden a proposito del sistematico spionaggio dell’intelligence di Washington nei confronti dei governi dell’area. Mosse che non sono piaciute affatto agli Stati Uniti e neanche troppo all’Unione Europea che aspirano a tornare a relazioni con Brasilia improntate alla subalternità del partner latinoamericano.

Non sono quindi solo gli elettori brasiliani a tenere il fiato sospeso in vista del ballottaggio del 26 ottobre, ma anche tutti i movimenti sociali, politici e sindacali progressisti e rivoluzionari dell’intero continente.

Marina Silva promette ai brasiliani una “terza via” che somiglia tragicamente all’oscuro passato di un Brasile che in questi anni è cambiato, anche se sicuramente non abbastanza. Per questo domenica moltissimi elettori voteranno contro Neves senza alcun entusiasmo per Dilma, coscienti che se dovesse vincere la destra filoamericana la società brasiliana potrebbe tornare tragicamente indietro di almeno 20 anni.

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06/10/2014

Brasile: Dilma Rousseff in testa, flop Marina Silva

E’ stato un innegabile flop quello della ‘terza incomoda’ Marina Silva, ex ministro dell’ambiente del governo Lula poi passata all’opposizione e candidata alla presidenza del Brasile dopo la morte questa estate, in un incidente aereo, del segretario del Partito Socialista Eduardo Campos.

Nelle scorse settimane alcuni sondaggi l’avevano addirittura data in testa o comunque alla pari con la presidente uscente Dilma Rousseff, anche se negli ultimi giorni molte rilevazioni davano in discesa i consensi per la candidata socialista.
Che però, a spoglio ultimato, è arrivata solo terza con il 21,32% dei voti. Largamente in testa si è piazzata la leader del Partido dos Trabalhadores (Pt, centrosinistra) con il 41,59%, consenso non sufficiente però a vincere al primo turno. E così la presidente uscente il prossimo 26 ottobre dovrà confrontarsi al ballottaggio con il candidato del Partito della Socialdemocrazia (Psdb, di centrodestra, nonostante il nome) Aécio Neves, forte di un 33,55% dei voti.
Dopo la proclamazione dei risultati da parte del Tribunale Elettorale Centrale la presidente uscente ha rivolto un esplicito ringraziamento all’ex leader del Pt Lula da Silva, la cui presenza ha aleggiato costantemente su una campagna elettorale contraddistinta più dalla sfiducia che dall’entusiasmo. «Voglio rivolgere un ringraziamento speciale al leader del nostro partito, il compagno Lula, senza il quale non sarei qui dove sono».

Ed in effetti l’ex operaio metalmeccanico è dovuto scendere in campo personalmente per convincere alcuni settori della società brasiliana a schierarsi dalla parte dell’ex guerrigliera, poco amata, anche se per motivi opposti, da due diversi ambienti sociali. Mentre da una parte larghi settori popolari e alcune organizzazioni sindacali e di sinistra sono scontenti per le mancate riforme e per l’immobilismo sulle questioni sociali e sui diritti civili da parte dell’amministrazione Rousseff, dall’altra alcuni settori di una piccola e media borghesia cresciuti proprio grazie all’ascesa al potere del PT desiderano ora un cambiamento al vertice, con il mantenimento di alcune delle direttrici politiche attuali ma imprimendo una direzione più liberista all’esecutivo.
Due spinte teoricamente opposte che si sono intrecciate nelle manifestazioni e nei veri e propri moti che hanno sconvolto il Brasile negli ultimi mesi, nati spesso da rivendicazioni di sinistra e popolari – la riduzione dei prezzi dei trasporti pubblici, la riforma agraria, la fine dello sperpero di denaro pubblico per i mondiali di calcio e infrastrutture inutili, un tetto per centinaia di migliaia di lavoratori precari e contadini senza terra – sui quali si sono poi innestate le parole d’ordine e le mobilitazioni dei settori giovanili della piccola e media borghesia all’insegna della denuncia della corruzione e della richiesta di ‘meritocrazia’.
E’ ad entrambi i settori che Marina Silva, un passato ormai lontano da pasionaria ecologista, ha cercato di parlare per attirare consensi. Miscelando parole d’ordine di ‘sinistra’ con ammiccamenti espliciti ai poteri forti e alle lobby che spingono per un cambiamento soprattutto nella politica estera del Brasile, pretendendo un miglioramento delle relazioni economiche e commerciali con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, un allentamento dei rapporti con l’Alba e altre aggregazioni politico-economiche del continente e una corsia preferenziale nei confronti dell'Alleanza del Pacifico, leggi ancora meno restrittive per le multinazionali e le lobby finanziarie  di quelle varate dal governo del PT. Insomma una sorta di 'terza via' che però ha finito con assomigliare molto, troppo, al programma della destra che ha sempre sofferto l'integrazione del Brasile nelle alleanze indipendenti continentali costruite a partire dalle svolte progressiste e rivoluzionarie di Cuba, Venezuela, Bolivia ed Ecuador, con continue concessioni alle richieste delle multinazionali del petrolio, dell'acqua e degli Ogm e a quegli ambienti della borghesia brasiliana che pretende un'indipendenza assoluta della Banca Centrale di Brasilia, in un ritorno all'ortodossia moneratista che poco piace all'elettorato del paese.
 Per non parlare dei suoi legami con l'integralismo evangelico, che ha reso poco credibili le critiche della Silva all'immobilismo della Rousseff nel campo dei diritti civili in ossequio ai diktat del Vaticano.

E quindi alla fine il voto ha rimesso le cose al loro posto, riconsegnando un’immagine e un panorama politico assai simile a quello del Brasile degli anni scorsi: supremazia del centrosinistra da una parte, leadership nell’opposizione di un centrodestra che controlla molti degli stati del Paese.

Però ora il capitale elettorale dell’esponente evangelica arrivata solo terza diventa terreno di conquista per i due candidati al ballottaggio, che dovranno sicuramente estremizzare il proprio messaggio politico. Per attrarre i voti dei settori popolari che hanno votato al primo turno per Marina Silva la Rousseff, per convincere a votare per lui gli elettori più moderati e conservatori che hanno votato ieri per la candidata ‘socialista’ Aecio Neves. Entrambi i candidati dovranno offrire qualcosa alla Silva, nel tentativo di convincerla a esprimere una indicazione precisa ai propri elettori, ma l’ex ministro dell’ambiente potrebbe anche fare come quattro anni fa, quando alla fine decise di non esprimere nessuna indicazione di voto per il secondo turno. Molti degli elettori che hanno partecipato al primo turno - hanno votato ieri quasi l'81% degli aventi diritto - potrebbero non andare affatto alle urne tra tre settimane.

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07/09/2014

Presidenziali 2014: il futuro dell’integrazionismo sudamericano passa da Brasilia.

Avrebbe dovuto essere la solita corsa a due fra PT (Partito dei Lavoratori) e PSDB (Partito della Social Democrazia Brasiliana), la sfida che ha caratterizzato tutto il periodo democratico nel Brasile post-dittatura. I ’90 neoliberali di Cardoso, il nuovo millennio di “sviluppismo nazionale” a tinte socialdemocratiche, marchiato Lula da Silva e ora Dilma Rousseff. Invece nella campagna per le elezioni presidenziali del 5 ottobre prossimo è entrato a forza un nuovo contender, sconvolgendo il quadro politico che si andava commentando da diversi mesi: è Marina Silva, la candidata del PSB, il Partito Socialista Brasiliano.

Una campagna elettorale fin qui “quieta”, con la Rousseff saldamente in testa a tutti i sondaggi, ha infatti cambiato radicalmente corso dopo che il 13 agosto il candidato designato della seconda forza di opposizione, Eduardo Campos è morto in un incidente aereo, automaticamente sostituito dalla sua vice. In pochi giorni la metà femminile del duo presidenziale del PSB è stata capace di triplicare (dal 8% al 21%) le intenzioni di voto a favore del partito e innanzarlo fino alla seconda posizione, superando il PSDB di Aecio Nieves.

Gli ultimi sondaggi le attribuiscono un ulteriore avanzamento e se differiscono sui punti di distacco con Dilma Rousseff (5 per Ibope, 34% a 29%, con Neves al 19%, mentre soli tre giorni dopo Datafolha le dichiarava in pareggio al 34% con Neves in caduta libera al 15%) entrambe confermano il vantaggio della Silva sulla presidente uscente in uno scontato secondo turno.

Una eventuale caduta del PT significherebbe la fine (prematura?) di un ciclo politico di profondi cambiamenti nel paese, e aprirebbe forse a modificazioni sostanziali nel disegno strategico brasiliano per la regione.

Chi è Marina Silva?


Prima candidata afroamericana alle presidenziali, figlia di raccoglitori di caucciù e analfabeta fino a 16 anni, evangelista ma favorevole ai matrimoni gay, la leader ambientalista Marina Silva si candida a governare la “nuova democrazia”, un misto di imprenditorialismo e diritti civili che sarebbe capace di raccogliere la autentica “eredita’” dei migliori anni del Lulismo, dopo la mala gestione del governo Rousseff.

La sua ascesa politica ha origine proprio da questa contrapposizione con la presidente uscente. La Silva era stata infatti ministro dell’ambiente del PT durante il secondo governo Lula, e aveva lasciato il partito per candidarsi alle presidenziali del 2010 proprio contro Dilma, conquistando alla guida del Partito Verde più di venti milioni di voti e il terzo posto complessivo. Quest’anno ci avrebbe riprovato candidandosi con la “red sostenibilidad”, una “rete” politica che però non ha ottenuto le firme necessari per presentarsi. E’ allora che le strade di Marina Silva e del PSB si sono incrociate: l’ex ministra ha negoziato il secondo posto in un ticket presidenziale con Campos, allineandosi alla agenda economica neoliberista del partito. Ora, rimasta sola, continua ad affermare che in caso di elezione lascerebbe il PSB per tornare alla “red”.

Il matrimonio di interesse con il PSB, tuttavia, ha già mostrato alcune crepe, causate dal rapporto disinvolto della Silva con il programma del partito. Prima c’era stato l’abbandono dei dirigenti Carlos Siqueira e Milton Coelho, poi quello del segretario nazionale per i diritti LGBT Luciano Freitas . Il programma diffuso dallo staff della Silva in cui si dichiarava l’appoggio al matrimonio gay era stato infatti repentinamente cambiato in seguito alle numerose proteste della comunità evangelica, ridimensionando il suo impegno ad un blando “sostegno ai diritti delle persone LGBT”. La modifica, pur alienandole alcune correnti del partito, le ha consentito di confermarsi la candidata ufficiale della chiesa evangelica, che in un Brasile cattolico rappresenta comunque il 22% dei fedeli.

Nonostante alcuni sondaggi mostrino l’enorme impatto avuto dalla morte di Campos sulle intenzioni di voto a favore del PSB, l’improvvisa popolarità della sua vice sarebbe però frutto anche dell’appoggio entusiasta di settori sociali dediti a calcoli politici meno “emozionali”.

Se infatti alcuni legano il suo improvviso successo all’appeal che avrebbe sulla classe media urbana, giovane ed istruita, ingrossata dalle politiche sociali del PT, altri lo riconducono ad un implicito endorsement del capitale nazionale, una “ribellione” della centrale finanziaria di San Paolo al governo di Brasilia. La candidatura “fumosa” della Silva, in bilico fra ambientalismo e accordi con l’agronegocio, diritti civili e conservatorismo economico, apparirebbe ora, morto Campos e scalzato Nieves, come la miglior arma per attaccare l’egemonia del PT e le sue politiche, considerate ostili al gran capitale.

Nonostante la sua immagine “nuova” e “radicale” infatti, la Silva sostiene una agenda economica che sorpassa a destra perfino il PSDB, incentrata sull’indipendenza della banca centrale, lo snellimento della burocrazia per le aziende, incentivi agli investimenti privati e una generale opposizione agli interventi macroeconomici della gestione petista. Non a caso la sua campagna elettorale è coordinata da Maria Alice Setúbal, ereditaria di Itau’, la banca più grande del Brasile, paragonata dalla Silva a Chico Mendes, il leader sindacalista seringueiro assassinato nel 1988.

Una faccia nuova e pulita per portare avanti quello che era già il programma economico di Campos quindi, apprezzato dalla Banca Mondiale e dagli investitori internazionali.

Lo staff di Dilma Rousseff ha reagito alla crescita della Silva accantonando i toni moderati tenuti fino a quel momento e accettando per la prima volta il confronto diretto con gli altri candidati, avviando una “offensiva” del PT contro la nuova minaccia proveniente dal centro dello spettro politico.

Oltre a giudicarla “inesperta” e inadatta a guidare il gigante sudamericano attraverso le molte sfide di ordine economico e sociale che lo aspettano, la presidente uscente ha più volte sottolineato come la candidata del PSB non goda di una base politica sufficiente a governare, il che la lascerà, se eletta, sprovvista dei voti necessari ad esercitare una azione di governo efficace. In un crescendo di propaganda “anti-Silva”, la Rousseff ha esplicitamente associato la candidata del PSB alla disoccupazione e al modello agroesportatore di cui ufficialmente si proclama nemica, nonché’ deriso il suo atteggiamento da “salvatrice della patria”, paragonato alle presidenze Janio Quadros e Fernando Collor, terminate rispettivamente in abbandono e impeachment.

Infine il suo apparente progressismo sui diritti civili, in particolare riguardo alle tematiche della droga, aborto e omosessualità è ritenuto una finzione, maschera di una ferrea adesione ai principi della chiesa evangelica confermata da numerose dichiarazioni rilasciate negli scorsi anni, che farebbero della Silva la più conservatrice dei candidati alla presidenza.

Anche il PSDB ha dovuto correre ai ripari. Dopo che alcune indiscrezioni, smentite da Nieves, prospettavano un suo appoggio alla Silva nella corsa presidenziale, il candidato di centro-destra ha dovuto convocare lo stato maggiore del suo partito per elaborare un cambio di strategia capace di contenere la trascinante avanzata del PSB (e del PT) perfino nei feudi storici PSDB dello stato di San Paolo e Minas Gerais.

La affinità ideologica e di agenda economica fra il PSB e il PSDB è tale infatti che il grosso dei voti di quest’ultimo si sposterebbe quasi per intero su Marina Silva al secondo turno il 26 ottobre. L’obiettivo di Nieves è che questa emorragia di suffragi non si verifichi già il 5 ottobre.

La posta in gioco

C’è molto più che la semplice rielezione di Dilma Rousseff, in palio. Non a caso le voci già insistenti su una ricandidatura di Lula nel 2018 hanno trovato in questi giorni parziale conferma nel ruolo centrale che ricoprirebbe in un governo Rousseff-bis e spinto alcuni a suggerire che l’ex presidente possa addirittura sostituire in extremis la presidenta per queste elezioni, pur di evitare la sconfitta del PT. La leadership del partito nega con forza lo scenario, ma la pressione della base aumenta mentre si avvicina la data limite, il 15 settembre, per cambiare candidato in corsa.

In questa tornata elettorale la posta in gioco non è solo la permanenza al potere del PT, al governo dal 2003, quanto una idea strategica di paese e di società implementata grazie alla egemonia politica e culturale che il partito ha costruito in ogni livello della società.

I programmi sociali che hanno portato in dieci anni la classe media a raggiungere il 54% della popolazione e ridotto il numero dei poveri a meno di un terzo per la prima volta nella storia del Brasile (secondo dati della fundacion Getulio Vargas) sono stati accompagnati da una crescita esponenziale del controllo dell’economia da parte dello stato (attraverso la gestione dei fondi pensione, ad esempio [1]) così come dall’aumento della presenza di sindacalisti o ex-sindacalisti legati al PT nei banchi del governo e nei board delle più importanti istituzioni finanziarie del paese.

Ma il Partito dei Lavoratori ha dimostrato anche di essere capace di costruire una strategia a lungo termine di rilancio della posizione del Brasile nella regione e nel mondo, che era rimasta sospesa per tutti gli anni ’80 e fino al “piano Real” del 1994. E di farlo, lontano dai riflettori della battaglia politico-elettorale, includendo anche gli avversari politici e relativi think thank, nello sforzo di disegnare un progetto nazionale che potesse sopravvivere alla alternanza fra PT e PSDB.

Nel 2004 il neo istituito Nucleo di Assunti Strategici (NAE) stilava il progetto “Brasile in tre tempi”, un documento di pianificazione con scadenza nel 2022 e passaggi intermedi nel 2007 e 2015 che toccava tutti gli aspetti della società, dall’ economia alla cultura, dalla difesa alle infrastrutture, dalla riforma dello stato alla integrazione regionale. Che le elezioni di ottobre cadano giusto in corrispondenza dell’inizio della terza e ultima fase del progetto è quindi un dato fondamentale, che arricchisce il significato politico-strategico della competizione in atto, destinata a designarne il nuovo “garante”.

Nonostante l’inflazione al 7% (ben sopra il target del 4,5%) e un rallentamento dell’ economia, il progetto strategico brasiliano sta raggiungendo i suoi obiettivi uno dopo l’altro, quantomeno in campo politico.

Dalla fondazione del G20 nel 2003 e dell’Unasur nel 2008, che ha scalzato la Organizzazione degli Stati Americani a guida statunitense, passando per l’affossamento dell’Alca nel 2005, la potenza sudamericana ha proceduto a tappe forzate verso l’integrazione continentale sotto la sua guida. Il rafforzamento dei rapporti diretti con l’Unione Europea e la Russia ha invece costituito l’anticamera di quella proiezione mondiale che il Brasile teorizza da almeno tre decenni, e che ha raggiunto vette inusitate in occorrenza dell’ultima conferenza dei paese Brics, in qualche modo sancita anche dalla organizzazione dei mondiali di calcio di quest’anno e delle olimpiadi nel 2016.

Dilma, nonostante la continua caduta di popolarità può ancora contare sull’intaccato radicamento del suo partito in ogni settore della società, fattore che, assieme agli indiscutibili successi raggiunti dal lontano 2003, potrebbe alla fine riconfermarla alla guida del paese. Non sorprende però che la tensione politica si stia alzando, anche fuori confine, dato il ruolo guida che il paese ha ricoperto da sempre nel continente e al quale ha impresso nell’ultimo decennio un deciso carattere “progressista”.

Il proseguimento di questo processo, o la battaglia per le sue spoglie, è questione che interessa da vicino le cancellerie di tutta la regione.

Cosa succederà se a trionfare nelle elezioni del mese prossimo sarà Marina Silva, magari con l’appoggio dei partiti di destra? Il progetto strategico brasiliano subirà cambiamenti solo apparenti o la sconfitta del PT metterà fine ad un decennio di integrazionismo regionale e proiezione mondiale del paese sudamericano, almeno nei termini conosciuti finora?

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