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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/05/2014

USA, repressione e condanne

di Michele Paris

Il più recente atto di repressione contro il movimento Occupy Wall Street che aveva scosso gli Stati Uniti tra il 2011 e il 2012 è andato in scena questa settimana in un’aula di tribunale di New York, dove la studentessa 25enne Cecily McMillan è stata ritenuta colpevole dell’aggressione ad un poliziotto che la stava arrestando durante una protesta organizzata nel marzo del 2012.

Il procedimento legale ai danni della giovane attivista è durato incredibilmente due anni e si è concluso ancora più incredibilmente con un verdetto di condanna, nonostante le prove schiaccianti non solo della sua innocenza in relazione ai fatti addebitati, ma anche delle violenze da lei stessa subite e dell’abituale brutalità dell’agente di polizia, indicato come “vittima” nel processo.

I fatti in questione risalgono al 17 marzo di due anni fa, quando, al termine di una manifestazione nel parco Zuccotti, a Manhattan, per celebrare i sei mesi dalla nascita del movimento Occupy Wall Street, Cecily McMillan venne arrestata assieme ad una settantina di altri attivisti.

Il “crimine” commesso da quest’ultima sarebbe stato un colpo inferto con il gomito contro il viso dell’agente della polizia di New York, Grantley Bovell, il quale era però intento ad afferrarla in modo estremamente brusco da dietro la schiena. La ragazza ha sempre sostenuto di avere reagito istintivamente a quella che essa stessa riteneva un’aggressione, senza nemmeno accorgersi che la persona alle sue spalle fosse un poliziotto.

La versione della McMillan è stata supportata da numerose testimonianze, così come da filmati e immagini scattate durante l’arresto. Inoltre, in seguito all’assalto della polizia, l’accusata fu vittima di un malore che rese necessario il ricovero in ospedale. A causa delle percosse subite, la presunta assalitrice avrebbe poi presentato ematomi e ferite varie a schiena, spalle, testa e seno, tutte puntualmente documentate da immagini fotografiche.

Come in un processo in uno stato di polizia, queste prove sono state tuttavia bollate come altamente sospette dall’accusa, quando non escluse del tutto, mentre la deposizione dell’agente Bovell - il quale, secondo alcuni reporter presenti in aula, si sarebbe addirittura sbagliato nell’indicare l’occhio colpito dal gomito di Cecily McMillan - è stata giudicata inattaccabile.

L’altra prova presentata dalla procuratrice Erin Choi è risultata poi essere un filmato di meno di un minuto e di pessima qualità apparso in maniera anonima su YouTube che avrebbe mostrato il momento in cui l’accusata ha colpito l’agente Bovell, tralasciando ciò che aveva causato la reazione istintiva della giovane e le stesse operazioni in corso delle forze di polizia, impegnate a percuotere e arrestare in maniera indiscriminata i manifestanti.

Come se non bastasse, il giudice scelto a presiedere il processo, Ronald Zweibel, si è anche rifiutato di ammettere come prova a discolpa della McMillan i referti medici sulle sue condizioni dopo le percosse ricevute per mano della presunta vittima. Il giudice Zweibel ha infine giudicato irrilevanti le testimonianze di altri attivisti che quella stessa sera del 17 marzo 2012 erano finiti ugualmente vittime dello stesso agente Bovell, tra cui un giovane al quale il poliziotto avrebbe sbattuto ripetutamente la testa contro i sedili dell’autobus utilizzato per trasportare gli arrestati.

Fuori dagli atti sono rimasti infine anche i file relativi ad almeno due procedimenti disciplinari subiti da Bovell durante la sua carriera nella polizia, il primo dopo che aveva investito un 17enne nel corso di un inseguimento e l’altro per avere colpito ripetutamente un sospettato steso sul pavimento di un negozio del Bronx.

Cecily McMillan, in ogni caso, dopo la condanna è stata subito trasferita nel famigerato carcere di Rikers Island, nell’East River di New York, dove attenderà il verdetto relativo alla pena da scontare, previsto per il 19 maggio, che potrebbe arrivare fino a sette anni.

Secondo l’avvocato della difesa, la decisione del giudice di escludere la possibilità di cauzione nel caso della sua assistita risulta alquanto insolita e conferma il carattere vendicatorio dell’intero procedimento. L’imputata, secondo il suo legale, sconterebbe in particolare il rifiuto del patteggiamento proposto dalla procura, secondo il quale la McMillan avrebbe dovuto accettare un capo d’accusa minore e in cambio sarebbero stati lasciati cadere quelli più gravi. L’attivista americana ha invece coraggiosamente insistito sulla sua innocenza, anche se accettando il patteggiamento non avrebbe fatto un solo giorno di carcere.

Viste le “anomalie” del processo di primo grado appena concluso, sembrano esserci ora ampi spazi per un ribaltamento della sentenza in appello. In molti mettono però in guardia dal clima intimidatorio nei confronti dei movimenti di protesta negli Stati Uniti e il crescente utilizzo dei tribunali per scoraggiare qualsiasi forma di dissenso contro il sistema.

Le stesse modalità con cui il movimento Occupy Wall Street era stato represso durante il mandato dell’ex sindaco multi-miliardario di New York, Michael Bloomberg, testimoniano a sufficienza sia dei timori della classe dirigente USA per una rivolta sociale strisciante contro le enormi disuguaglianze che caratterizzano questo paese sia la mancanza di scrupoli nell’utilizzare metodi di polizia anti-democratici, spesso condannati dal governo di Washington quando vengono messi in atto da paesi nemici.

Occupy Wall Street, d’altra parte, pur non offrendo una chiara prospettiva politica ed economica alternativa, aveva per la prima volta da molti anni portato al centro del dibattito le esplosive questioni di classe esistenti negli Stati Uniti, mettendo l’accento sull’accentramento del potere politico ed economico nelle mani di una ristrettissima cerchia, identificata con lo slogan dell’1%.

Ciò aveva incontrato un certo sostegno tra la popolazione, così che le autorità hanno ben presto proceduto con la repressione dei vari centri di protesta che erano sorti nelle principali città americane, quasi sempre con la giustificazione di dover fare rispettare l’ordine pubblico o, quando sono stati smantellati gli accampamenti pacifici nei parchi cittadini, le norme sanitarie.

Tra i sostenitori di Occupy Wall Street gli arresti sono stati alla fine migliaia, anche se la grande maggioranza dei fermati sarebbero stati successivamente rilasciati senza essere incriminati, soprattutto dopo che il movimento ha iniziato a perdere energia. La vicenda di Cecily McMillan, perciò, risulta emblematica e la giovane attivista potrebbe essere stata presa di mira come esempio, visto che era stata una degli organizzatori del movimento ed era apparsa in molte cronache sui principali giornali nazionali.

Il suo caso, inoltre, spicca per la ferocia e la determinazione con cui l’ufficio del procuratore distrettuale di New York, il democratico Cyrus Vance jr., ha perseguito la condanna in aula. Determinazione che il figlio dell’ex segretario di Stato americano ai tempi di Jimmy Carter ha invece mancato di dimostrare nei confronti di reali associazioni a delinquere come le principali banche di Wall Street, le cui attività criminali rientrerebbero interamente nelle competenze della procura della Grande Mela.

Fonte

New York come Torino...

31/12/2012

Una pallottola contro Occupy. Il maccartismo al tempo delle corporation

Migliaia di persone accampate davanti alla sede di Wall Street un anno fa non sapevano di essere considerate dall’intelligence americana alla stregua di una minaccia terroristica interna. Lo apprendono oggi da un documento dell’Fbi appena reso pubblico grazie al Freedom of Information Act, una legge del 1966 per l’accesso totale o parziale a documenti anche classificati da parte di cittadini o associazioni.

Fine 2011. Da giorni migliaia di persone a New York siedono accampate davanti alla sede della borsa più importante del mondo, a Wall Street. In giro per gli Stati uniti il movimento Occupy si allarga, con una mobilitazione soprattutto giovanile. L’FBI guarda con attenzione: annota ogni movimento, contatta la polizia locale, si coordina con la sicurezza dei campus. Non solo. Creano una sorta di organismo ombra insieme al “settore privato”, ovvero le corporation. Occupy viene apertamente definito come una minaccia terroristica interna, tanto da far scattare l’intesse dell’Homeland security.
Da qualche ora una piccola parte di questa attività non propriamente democratica dell’Fbi appare nero su bianco in un documento ottenuto grazie al freedom of Information Act, il Foia, dall’associazione The Partnership for Justice Fund: sono 112 pagine tra rapporti, annotazioni, email e analisi. Gran parte del documento è coperto da omissis, ma è possibile ricostruire con sicurezza la stretta sorveglianza che ha riguardato il movimento Occupy Wall Street.
L’attenzione dell’Fbi parte un mese prima dell’azione di Zuccotti park, la zona di fronte a Wall Street dove per diversi giorni gli attivisti si sono accampati. Il 19 agosto del 2011 gli agenti dell’Fbi si incontrano con i funzionari della borsa di New York per discutere come gestire la protesta. Nei giorni successivi viene preparato un rapporto dalla Domestic Security Alliance Council, DSAC, che parla delle attività di occupy come di “terrorism”. Questa agenzia – creata nel dicembre del 2005 su impulso dei responsabili della sicurezza di 100 aziende tra le quali la Coca Cola, Citigroup e la Federal Express – riunisce le corporation e le agenzie di sicurezza Usa, tra le quali l’Fbi, con lo scopo di creare un canale di comunicazione e scambio di informazioni contro il terrorismo. Occupy è senza dubbio al centro della loro attenzione. La preoccupazione di una nuova onda di contestazione globale della prassi economica liberista – soprattutto in un momento di piena crisi – aumenta giorno dopo giorno. Un ritorno del Maccartismo degli anni ’50.
In molti stati Usa tra ottobre e novembre inizia la raccolta di informazioni sul movimento, con un coinvolgimento diretto dei centri d’intelligence della polizia federale Usa. Tra i rapporti di questo periodo appare anche una mezza pagina particolarmente inquietante (consultabile a pagina 61 del documento divulgato). “Un (omissis) di ottobre ha pianificato un attacco con un fucile di precisione contro i manifestanti a Houston, in Texas”, si legge nella prima riga. Un episodio mai rivelato prima, su cui ci sono pochissimi dettagli e molti omissis. L’obiettivo – secondo il report dell’Fbi – era una non meglio identificata leadership del movimento. Una sorta di strategia della tensione? Oppure uno dei tanti episodi di violenza folle, sullo stile dei recenti attacchi? Difficile capirlo. Certo le 112 pagine divulgate sono senza dubbio solo la punta dell’iceberg di un momento storico ancora da raccontare. Con una domanda finale: e in Italia? Quali sono state le strategie di sorveglianza dei movimenti sociali in questo mesi di governo Monti? Anche da noi esiste un canale di comunicazione tra corporation e polizia?

Per approfondire: leggi e scarica il rapporto Fbi

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02/01/2012

Il sogno americano di Occupy

NEW YORK - Dalle prime tende piantate a Zuccotti Park lo scorso 17 settembre sono passati poco più di tre mesi, che sul bilancio del 2011 hanno avuto però un impatto considerevole. Nato nel cuore del distretto finanziario newyorkese per contestare il sistema politico ed economico americano, lo spirito del movimento si è rapidamente diffuso in tutti gli Stati Uniti, facendo esplodere la rabbia e l'insoddisfazione della popolazione nelle grandi città e nelle piccole comunità. A spingere le persone a riempire le piazze d'America sono state l'esasperazione causata dall'enorme disuguaglianza economica che divide il paese, lo sdegno per l'intromissione delle aziende sulle scelte politiche del paese e la rabbia per aver visto i colpevoli di una crisi economica globale devastante restare impuniti. «Questa è la fine di un lungo processo, non solo il risultato della crisi economica», racconta al manifesto Richard Wolff, noto economista della New School di New York e professore emerito della University of Massachusetts, in un caffè dietro Union Square.

«Quello che abbiamo con Occupy Wall Street è il prodotto di almeno trenta o quaranta anni di evoluzione. Quaranta anni fa il divario fra ricchi e poveri era molto minore negli Stati Uniti rispetto all'Europa. Ora qua è il maggiore in assoluto. Con la crisi del 2007 è cambiato qualcosa psicologicamente, la gente ha visto che anche i ricchi incontravano difficoltà, un'immagine che ha offuscato l'idea americana che con il duro lavoro tutti un giorno potranno essere ricchi. Il sistema invece non funziona più, neanche per i ricchi, che dopo aver detto per trent'anni di non aver bisogno del governo ora fanno affidamento sullo Stato per salvarsi. Questo è molto difficile da accettare per gli americani, che vedono il governo aiutare le banche ma non la massa delle persone, e si sentono presi in giro».

Oltre a insegnare economia marxiana e a tenere un corso sulla crisi economica, il professor Wolff è uno degli ispiratori del movimento Occupy Wall Street, per cui ha scritto articoli e tenuto discorsi in accampamenti in tutta America, dal Maine alla California. «Due mesi fa ho parlato all'Università del Maine, che si trova nel villaggio di Orono, un sobborgo di Bangor», ricorda. «Dopo lo speech siamo stati nel centro di Bangor e c'era un accampamento di Occupy. Se in una piccola cittadina del nord di 40.000 persone è presente il movimento allora ne comprendi l'eco, l'interesse. Occupy Wall Street rappresenta la risposta a quarant'anni di evoluzione, di disuguaglianza, di crollo del sogno americano».

Il movimento si è sviluppato su internet durante l'estate, ideato dalla rivista anticonsumista canadese Adbuster e rilanciato dall'influente collettivo di hacker Anonymous, che hanno incoraggiato i propri lettori ad innalzare pacifiche barricate contro Wall Street. «Quello che è cominciato a Zuccotti Park è stato provato almeno una volta all'anno negli ultimi venti. Ne ho fatto parte anche io», spiega il professor Wolff. «Poi qualcuno se ne è uscito con l'idea di montare tende a Zuccotti Park e questa volta il seme ha attecchito. Il merito era del suolo, delle condizioni, che hanno contribuito a produrre il successo di Zuccotti Park. Per questo motivo il movimento è cresciuto così rapidamente, toccando in due mesi trecento città in tutta America». Queste condizioni, spiega il professor Wolff, sono da ricercare nel «salario reale, che è rimasto invariato dal 1978. In trent'anni non è cambiato nulla e gli americani hanno risposto lavorando di più, il 20% delle ore in più rispetto all'Europa, secondo i dati dell'Ocse. Inoltre i lavoratori americani sono stati i pionieri del debito, accumulandone più che in qualsiasi altro paese. Questa è un'economia matura, senza crescita. Gli americani sono stati gettati nell'acqua gelida del declino economico senza preparazione psicologica. I ragazzi oggi non credono che riusciranno ad avere la stessa qualità della vita dei propri genitori, ed è la prima volta nella storia americana. Gli immigrati venivano qua per trovare una vita migliore, ma non è più così dagli anni settanta e c'è voluto parecchio per farlo entrare in testa agli americani, che ora sono furiosi».

Questa rabbia ha portato all'occupazione di Zuccotti Park e di altre centinaia di piazze. Un gruppo eterogeneo di migliaia di persone si è unito per contestare l'avidità dell'America delle aziende, scandendo il coro "we are the 99%". «Improvvisamente il mondo intero è stato ripensato in termini di 1% e 99%. Il movimento è passato da un pugno di persone alla prima pagina del New York Times e questo significa che c'è una risposta di massa. Ogni giorno c'è un articolo sul 99%, tutti pensano così. Il movimento sta cambiando tutto», afferma il professor Wolff, che si dichiara un esponente della sinistra americana e ammette di vivere il momento migliore della propria vita. «Per capire il movimento di Occupy bisogna capire che è la prima volta in trenta o quaranta anni che emerge una sinistra organizzata, che comincia a trovare due cose: una buona audience, con la popolazione intenzionata ad accettarne l'esistenza, e una forma organizzativa. Per il capitalismo in questo paese è una combinazione molto pericolosa. Questo è Occupy Wall Street, un movimento che mostra organizzazione, anche se è molto orgoglioso di non essere organizzato. Questo paese ha bisogno di credere che non esista una sinistra, che invece c'è ed è anche grande. Dal momento che si finge che non esista, la sinistra è libera di muoversi ed è ora nelle condizioni migliori degli ultimi 50 anni. Siamo alla fine del declino e ora comincia la ricostruzione».

Il diffuso sostegno popolare ottenuto dagli indignati si è però spesso scontrato con le autorità cittadine. I manifestanti hanno puntato molto sulla forma pacifica di questa protesta per non distogliere l'attenzione dagli obiettivi del movimento. «Ma non sarà sempre così», incalza il professor Wolff, «la violenza qua è iniziata dallo Stato e continuerà, visto che il governo non ha modo di confrontarsi con le condizioni che hanno prodotto Occupy Wall Street. L'unica arma del governo è la repressione. Qua a New York lo sgombero è stato un atto di violenza da parte del sindaco Michael Bloomberg. I manifestanti non creavano problemi ma sono stati sfrattati con violenza e l'immagine che rimarrà agli americani è quella dei bulldozer del governo che distruggevano la biblioteca dell'accampamento. A Zuccotti Park le persone parlano apertamente di pace e vengono attaccate dalla polizia. Ovviamente si arrabbiano. La polizia lo sa e cerca di provocare. Oltre alla repressione ora si cercherà di sviluppare un movimento di destra, per indirizzare questa rabbia da qualche altra parte. Diranno che ci proteggono dagli immigrati che vengono in particolare dall'America Latina, come in Italia succede con albanesi e marocchini».

La forza di Occupy Wall Street «è l'originalità, l'energia, l'entusiasmo», continua il professor Wolff, convinto che il movimento «stia cambiando il panorama politico americano. Quando ho parlato a Zuccotti Park all'inizio di ottobre non avevo mai visto nulla di simile prima. Durante la preparazione del discorso abbiamo discusso di un megafono, ma mi hanno detto che la polizia non li permetteva. Poi mi hanno spiegato il microfono umano. Ero in cima agli scalini, con tutte le persone di fronte. Se sei un professore hai sempre di fronte gli studenti, ma il problema è la distanza fra te e loro. Dovevo dire non più di sei o sette parole alla volta, poi la gente davanti le ripeteva, e le parole andavano dietro, alle persone in fondo. Avevo molta più attenzione di quanta ne avessi mai avuta prima, perché tutti si sforzavano di sentire le parole e volevano capirne il significato, perché avevano il compito di riferirle alle persone dietro di loro».

Durante questi tre mesi di proteste si è parlato spesso dell'impatto che il movimento potrebbe avere sulle elezioni presidenziali del prossimo novembre, con i democratici che avrebbero potuto cavalcare l'entusiasmo di Occupy Wall Street. «Quando nella seconda metà di ottobre il movimento è divenuto popolare, il partito democratico ha mandato persone da Washington, in particolare lo speaker della Camera Nancy Pelosi, per cercare di portare i dimostranti di Occupy con Obama, che non ha più l'esercito di volontari di tre anni fa», rivela il professor Wolff. «Il partito cercava persone e a Washington pensavano di reclutare i manifestanti. Il movimento però li ha rimandati a casa, spiegando di non essere con Obama. I tentativi sono durati per diverse settimane, si sono incontrati con tutti i leader, ma niente. Qualcuno tornerà con Obama, ma non troppi, e lui potrebbe anche perdere per questo motivo». Le parole del professor Wolff fanno luce anche su uno dei segreti di Occupy. «Ci sono leader riconosciuti», ammette, «ma preferisco non farne i nomi. C'è una profonda diffidenza verso i leader, è molto difficile per gli americani comprendere la leadership».

Fonte.

Forse c'è speranza per gli Stati Uniti.