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mercoledì 3 maggio 2017

Francia. Melenchon e la volatilità elettorale

Augurandomi di non disturbare eccessivamente mi permetto una breve annotazione a margine relativa alla “scelta / non scelta” adottata dal candidato della “gauche” francese Mélenchon al riguardo della posizione da assumere nel ballottaggio presidenziale di domenica prossima (ballottaggio e non secondo turno: differenza da tenere bene a mente per gli improvvisati, in materia elettorale, legislatori italiani).

La scelta di Mélenchon è semplicemente opportuna e non tattica e non deve suscitare alcuno scandalo o perplessità nei sostenitori della linea “tutti uniti contro la destra” (o “contro” comunque qualcuno o qualcosa come succede da noi: populismo e quant’altro).

Si tratta, appunto, di una “scelta/non scelta” che prende atto dell’estrema volatilità che, in presenza di una profonda crisi di un certo tipo di forma della democrazia liberale, tutti gli elettorati dimostrano nelle più svariate occasioni: basta citare Brexit ed elezione di Trump ma anche (mi è scappato il veltroniano “ma anche” e lo mantengo) – ad esempio – i ballottaggi delle amministrative italiane più recenti.

Il fatto è che, in omaggio alla disintermediazione, all’esasperata personalizzazione della politica, del liquefarsi della “forma – partito” (esempio classico proprio la Francia e il PS che, nel turno “primario”, oltre all’impopolarità di Hollande ha sicuramente pagato il fatto di aver presentato un candidato strettamente “di partito”) nessuno controlla più nessuno e ogni indicazione di voto che arriva dall’alto è clamorosamente smentita (per questo c’è l’esempio Alitalia in piccolo, ma soprattutto in grande il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 in Italia).

Nessuno controlla più nessuno in particolare allorquando il candidato non è presente direttamente nell’arena della contesa e la volatilità elettorale può esprimersi liberamente nelle forme più massicce: ormai è ridotto ai minimi termini il voto di appartenenza e quello di opinione ha assunto davvero contorni molto incerti.

Un quadro di volatilità elettorale che, ormai di turno in turno, nelle diverse situazioni tocca il 40%.

Si è discettato per decenni sulle vicende dell’Uomo qualunque in Italia o del movimento poujadista in Francia, episodi lontani e isolati: adesso le fortune e le sfortune elettorali costruite in brevissimo tempo si sprecano. Pensiamo a Syriza, Podemos, Ciudadanos, M5S, lo stesso Macron. Un fenomeno che, tra l’altro non riguarda soltanto l’insegna “né di destra, né di sinistra” ma anche formazioni e leader ben caratterizzati sull’asse politico.

In realtà Mélenchon si è semplicemente sottratto al rischio di una dimostrazione di sostanziale impotenza nella capacità di indirizzare vasti settori di elettorato che a lui si erano rivolti bypassando la mediazione dei soggetti politici: come ha fatto Macron che adesso potrebbe pagare il fio di questa distorsione dell’agire politico mentre la candidatura di Marine Le Pen soffre meno di questa sindrome. Infatti, molto probabilmente il sostegno che le arriverà dal movimento sovranista di Dupont – Agnant risulterà più efficace (e si tratta di un consistente pacchetto di voti: 1.600.000 circa) proprio per via della diversa consistenza delle soggettività politiche collettive presenti nella “droite” e alla maggiore abitudine a seguire le indicazioni di donne e uomini ritenuti “della Provvidenza” (il personalismo un grande favore alla destra almeno in Occidente).

Si tratta del risultato di una politica votata esaustivamente al tecnicismo della governabilità e alla ricerca del Capo che parla direttamente alle folle (poi quando il Capo ha finito di parlare le folle se ne vanno a tutti a casa).

Un agire politico che ha perso, da queste parti, il proprio “ubi consistam” avendo smarrito completamente anche soltanto l’idea della rappresentanza.

Questo mi sembra il punto in cui ci troviamo all’interno di una situazione che espone l’intero quadro a un rinnovarsi di “resistibili ascese”.

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