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16/10/2020

Il conflitto armeno-azero nello spazio post-sovietico


La Russia smetterà di prendere l’Occidente a modello di riferimento: parola del Ministro degli esteri Sergej Lavrov. Si deve “cessare di guardare ai nostri colleghi occidentali, UE compresa, quale metro di valutazione della nostra condotta… e di misurarci con il loro aršin [antica misura russa che corrispondeva a 71,12 cm; ndt]. Loro non hanno l’aršin, hanno i pollici”.

L’uscita di Lavrov è venuta in risposta alle dichiarazioni sia del Consiglio europeo, sulla vicenda Naval’nyj, sia della von der Leyen, sul dialogo col Cremlino. Mosca, ha detto Lavrov, dubita delle capacità di accordo della UE: basti guardare al “Nord Stream 2” e alla direttiva sul clima, modificata retroattivamente solo per complicare la costruzione del gasdotto, oppure all’appoggio al golpe in Ucraina, con la UE che violò l’accordo concluso tra Viktor Janukovič e l’opposizione.

“I responsabili della politica estera occidentale non comprendono la necessità di un dialogo reciprocamente rispettoso. Forse dovremmo smettere per un po’ di dialogare con loro. Tanto più che Ursula von der Leyen afferma che sia impossibile un partenariato geopolitico con le attuali autorità russe. Così sia, se è quello che vogliono”.

E se questo è l’atteggiamento occidentale, non sembra però che nemmeno i soggetti del cosiddetto “spazio post-sovietico” tengano oggi in particolar conto i rapporti con Mosca.

Il cessate il fuoco di 72 ore tra Armenia e Azerbajdžan, non è durato che qualche ora e al momento il conflitto sembra anzi intensificarsi; mentre tre-quattromila chilometri più a est, a Biškek, continuano a rincorrersi notizie sulle dimissioni del presidente Sooronbaj Žäänbekov, prima smentite, poi confermate, col primo ministro Sadyr Žaparov che assume le funzioni di Presidente, dopo la rinuncia dello speaker del parlamento Kanat Isaev.

In entrambi i casi, le potenzialità russe appaiono per ora solo nominali. Nel primo caso, la mediazione tentata una settimana fa proprio da Sergej Lavrov tra Džejkhun Bajramov e Zograb Mnatsakanjan ha dato frutti men che apprezzabili; nel secondo, un partner strategico di Mosca nella regione centro-asiatica sembra sul punto di precipitare nella guerra civile.

“Non c’è niente di più prezioso per me della vita di ogni mio connazionale”, ha detto un paio di giorni fa Žäänbekov; non sto “aggrappato al potere. Non voglio rimanere nella storia del Kirgizstan come il Presidente che ha versato il sangue dei propri cittadini. Così ho deciso di dare le dimissioni”. In ogni caso, gli osservatori dubitano che il passo possa veramente pacificare la situazione.

A proposito del Karabakh, Sergej Kuz’micëv scrive su iarex.ru che, a dar credito alle dichiarazioni sia di Erevan che di Baku, l’intero Caucaso meridionale dovrebbe essere ricoperto di alcuni strati di cadaveri dell’una e dell’altra parte, carcasse di aerei, carri armati e di droni.

Al momento, i droni da bombardamento e da osservazione, forniti a Baku da Ankara e Tel Aviv, pur distruttivi, soprattutto nei confronti delle artiglierie di Stepanakert, non paiono alterare il sostanziale equilibrio militare e l’operazione lanciata da Baku “per liberare la regione occupata nel 1991” segna il passo, mentre Erevan pare accontentarsi di respingere gli attacchi e tenere sgombre le vie d’accesso alla Repubblica di Artsakh, abitata prevalentemente da popolazione armena.

A questo punto, scrive Kuz’micëv, Erevan e Baku si trovano di fronte a un bivio: la guerra non ha portato sinora risultati concreti, ma qualsiasi passo verso concessioni reciproche potrebbe risultare esiziale per entrambe. Per l’attuale governo armeno, che strappò il potere nel 2018 alla compagine coinvolta nella precedente “guerra del Karabakh“, sarebbe la via diretta verso la fine.

Per il presidente azero Il’ham Aliev, sempre più legato a Erdogan, potrebbero rivelarsi fatali, oltre ai “patrii falchi”, anche gli “oppositori moderati siriani” portati da Ankara, che stanno ridando fiato agli islamisti azeri. E, ancora ieri, Aliev ha dichiarato alla turca NTV di esser contrario all’introduzione, al momento, di forze di pace in Karabakh.

Sempre su iarex.ru, Stanislav Tarasov rileva le “strane tesi” espresse da Aliev in un’intervista alla turca Haber Global, a proposito dell’inclusione di Ankara nei negoziati condotti dal gruppo di Minsk dell’OSCE: “In questa fase non è prevista”, ha detto Aliev, dato che si tratta “solo di un cessate il fuoco per motivi umanitari e non di trattative”; inoltre, “tali trattative sono infruttuose e non hanno prodotto alcun risultato”.

Ma, “in ogni caso, de iure o de facto la Turchia deve necessariamente partecipare alla soluzione di questo problema. Già vi prende parte: non è un segreto che teniamo regolari consultazioni con la Turchia fin dal 27 settembre”, cioè dallo scoppio del conflitto.

Tali dichiarazioni, scrive Tarasov, costituiscono una sfida non solo ai paesi co-presidenti del Gruppo di Minsk (Russia, Francia, USA) ma anche a Putin personalmente, dato che, come sottolinea la turca Milliyet, Erdogan e Aliev lo stanno provocando a una posizione radicalmente diversa sul Nagorno-Karabakh, tale per cui Mosca dovrebbe condividere con la Turchia le proprie posizioni in Transcaucasia.

Vale a dire, “ritrasmettere in questa regione gli sconvolgimenti del Medio Oriente e collegarli agli eventi” del Caucaso. Così che, l’attuale conflitto per il Karabakh non è che un episodio del “grande gioco in atto per gli equilibri di potere nel vasto spazio geopolitico di un Grande Medio Oriente”.

Il pericolo dunque, osserva Tarasov, è che l’intera regione del Caucaso possa esplodere, come nei Balcani, portando alla frammentazione degli Stati esistenti e alla nascita di nuovi Stati, oltre che aprire le porte all’intervento militare non solo delle potenze regionali, come Turchia e Iran, ma anche (in misura diversa) delle grandi potenze.

È così che i Guardiani della rivoluzione iraniani si sono espressi due giorni fa per una soluzione pacifica in Artsakh, ritenendo che una “escalation del conflitto tra Azerbajdžan e Armenia non sia altro che un tentativo di organizzare una sollevazione americano-sionista nella regione”.

Secondo il generale Asghar Abbas-Kulizadeh, vicecomandante del Corpo “Ashura”, i nemici “dell’Islam e della Rivoluzione non esiteranno a colpire la Repubblica Islamica. Oggi, l’obiettivo principale dei nemici è seminare divisioni nella regione”.

Intanto, hanno preso il via all’Assemblea Nazionale francese le udienze sul riconoscimento dell’indipendenza della Repubblica di Artsakh, sul coinvolgimento della Turchia e la presenza di mercenari.

“Un progetto di legge in proposito è stato presentato alla Camera bassa dell’Assemblea nazionale francese”, ha dichiarato a Armenpress David Papazjan, direttore esecutivo della Fondazione di Stato per gli interessi dell’Armenia, mentre il Ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drienne ha accusato Ankara di violare il cessate il fuoco.

Dunque, qual è il ruolo riservato a Mosca in questo quadro? A parere del politologo Dmitrij Evstaf’ev, l’élite politica russa si sta rendendo conto che non esiste oggi alcuno “spazio post-sovietico”: esso si è come “disintegrato, degradato”.

Così, non esiste alcuna “Eurasia post-sovietica, c’è un terreno selvaggio, in cui agiscono forze assolutamente diverse, che non tengono in nessun conto la Russia; organizzazioni apertamente gangsteristiche”, che non sono solo i “Lupi Grigi” turchi.

Oggi non sussiste alcuna “base istituzionale per rafforzare la nostra influenza nello spazio post-sovietico. Possiamo scordarci di tutte queste organizzazioni burocratiche, dall’Unione economica euroasiatica, al Trattato per la sicurezza collettiva”.

Nello specifico del conflitto in corso, Evstaf’ev ricorda come il tema al centro dei social network armeni sia oggi che “Putin ha di nuovo privato gli armeni della vittoria”: volevano arrivare fino a Baku ed ecco che invece sono arrivati i soliti russi a “rubarci la vittoria”.

Al tempo stesso, il politologo si è detto turbato dalle dichiarazioni di Aliev alla CNN: ha portato giustificazioni “per la partecipazione dei turchi e per l’inizio del conflitto. Ho visto un uomo spaventato: non sa cosa fare. Ho l’impressione che sia in una dipendenza molto pericolosa da coloro che ha invitato, i radicali turchi e islamisti. Forse la Russia dovrebbe pensare a cosa fare per aiutarlo a liberarsi dell’eccessiva influenza di quelle persone”.

Stiamo tralasciando ciò che “succede nell’area del mar Caspio”, ha detto ancora Evstaf’ev; “guardate cosa stanno facendo gli americani nel Vicino e Medio Oriente. Praticamente in due mesi, sotto la copertura dei discorsi sul ritiro delle truppe dal Medio Oriente, hanno quasi completato il perimetro di isolamento dell’Iran. E non escludo che il nostro ‘meraviglioso partner‘ Erdogan stia preparando il salto per lui più importante: dalla costa occidentale a quella orientale del Caspio. Perché Erdogan agisce sempre in base al principio di riempire il vuoto: un vuoto che noi stessi abbiamo creato, distruggendo prima l’URSS, senza creare organizzazioni efficienti nello spazio post-sovietico, infischiandocene di reindustrializzare l’Eurasia, un’opportunità che avevamo avuto a cavallo del 2000. Così, Erdogan riempirà il vuoto: un vuoto che, sulla costa orientale del Caspio, si chiama Turkmenija, Kazakhstan, Uzbekistan”, ecc.

Mosca è avvertita.

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08/10/2020

Kirgizija: dar fuoco al granaio vicino per nascondere l’incendio in casa propria

Momento interlocutorio in Kirgizija, dopo le manifestazioni seguite al voto di domenica scorsa per il rinnovo del Parlamento, giudicate dall’opposizione tra le più falsificate nella storia elettorale del paese.

Secondo i risultati ufficiali, con un’affluenza del 56%, solo quattro della quindicina di partiti in lizza erano riusciti a superare la soglia del 7%; a quanto pare, tutti e quattro vicini al presidente Sooronbaj Žäänbekov, esponente dei cosiddetti “clan meridionali”.

I partiti rimasti esclusi continuano a guidare le manifestazioni, chiedendo nuove elezioni, tanto più che, martedì scorso, la Commissione elettorale centrale ha dichiarato non validi i risultati del voto del 4 ottobre.

Le proteste di massa erano scoppiate già nella giornata di lunedì, dopo l’annuncio dei risultati. Negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza, i sostenitori dei partiti d’opposizione, rimasti esclusi dal parlamento, ne avevano assaltato l’edificio, che ospita anche l’amministrazione presidenziale. Si parla di un morto e oltre 900 feriti negli scontri.

Nel corso delle proteste, sono stati liberati dagli arresti l’ex Presidente Almazbek Atambaev (le accuse contro lui e il suo clan andavano da: riciclaggio di denaro sporco e traffico di droga con l’Afghanistan a contatti diretti con la Turchia, dal commercio di armi e i flussi finanziari, fino ai contatti con gli agenti locali del MI6), l’ex primo ministro Sapar Isakov, insieme al faccendiere Sadyr Žaparov, proposto come Primo ministro, dopo le dimissioni di Kubatbek Boronov.

Il presidente Sooronbaj Žäänbekov, inizialmente dato, da alcune fonti, come “dileguatosi”, in un’intervista ieri a RIA Novosti, ha chiesto all’opposizione di trovare una “piattaforma di dialogo”, ma finora non ci sono stati negoziati ufficiali; mentre a Oš, nel sud del paese, suo fratello Asylbek Žäänbekov, ha raccolto alcune centinaia di sostenitori del presidente.

L’agenzia centralasia.media scrive che, tenendo conto dell’influenza nel paese dell’ex presidente Atambaev, tuttora forte, è molto probabile che eventuali nuove elezioni porterebbero a un suo ulteriore rafforzamento, dato anche il sicuro sostegno da parte di Ankara e Washington.

Intanto, la Procura generale ha emesso mandati di cattura per i leader di alcuni dei più forti clan meridionali, confermando così quella che da sempre – almeno, sin dalla fine dell’Unione Sovietica – appare essere la caratteristica delle contese “politiche” kirgize: la lotta tra clan della parte meridionale del paese, più agraria, e quella settentrionale, più urbanizzata e industriale.

E se iarex.ru, scriveva martedì che “l’intrigo principale è come i vincitori si divideranno le posizioni di governo e cosa faranno i perdenti”, ieri Interfax parlava di “ignoti che avrebbero preso possesso di alcuni dei più importanti giacimenti di oro e carbone del paese”.

Nella regione di Noryn, sarebbe stata occupata la grande miniera di carbone di Kara-Keče, con cui si alimenta tra l’altro la centrale termo-elettrica di Biškek, per cui si temono possibili black-out nella capitale.

Nella regione di Žalal-Abad, a occidente, direttamente al confine con l’Uzbekistan, gli abitanti del posto hanno occupato la miniera d’oro di Žamgir e, nella stessa regione, occupato il giacimento di rame di Bozymčak. Anche più su, nella parte nordoccidentale del paese, gli abitanti hanno occupato la miniera di Ištamberdi, i cui diritti di sfruttamento sono detenuti dalla compagnia cinese (già due anni fa si erano avute manifestazioni contro la compagnia) “Full Gold Mining”.

A Biškek, una sessantina di persone ha cercato di penetrare nell’edificio della più grande compagnia di estrazione dell’oro del paese, la “Kyrgyzaltyn spa”; sarebbe stata occupata anche l’unica raffineria kirgiza, non lontana dalla capitale. Martedì, invece, alcune centinaia di persone avrebbero saccheggiato e incendiato il giacimento aurifero di “Džeruj”, il secondo del paese per importanza.

E se Mosca rimane cauta nei commenti sulla situazione, non ha mancato di mettere in stato di massima vigilanza la propria base aerea di “Kant”, in cui stazionano aerei Su-25 e elicotteri Mi-8MTB, che sorvegliano lo spazio aereo dei paesi dell’Accordo per la sicurezza collettiva: Armenia, Russia, Kazakhstan, Tadžikistan, Bielorussia, Kirgizija.

In ogni caso, la maggior parte degli osservatori rimarcano come gli avvenimenti kirgizi rientrino chiaramente nel più generale scenario di destabilizzazione ai confini russi: dall’Ucraina alla Bielorussia, dal Caucaso alla Moldavia e Transnistria.

Non a caso, alla vigilia del voto, il presidente Sooronbaj Žäänbekov aveva fatto una serie di viaggi la scorsa settimana, e a Mosca si era incontrato con Putin, dicendo che, in vista delle elezioni, si notavano “strani movimenti”, con alcune forze politiche che “cercano di tirare la coperta dalla propria parte”. Secondo centralasia.media, Putin avrebbe allora risposto che la Russia sosterrà sempre il governo ufficiale in carica, nella sua aspirazione a garantire l’unità e la stabilità della società.

Più in generale, il politologo russo Aleksej Mukhin ha dichiarato, sempre all’agenzia centralasia.media, che le rivolte succedutesi negli anni in Kirgizija hanno la peculiarità di di essere di breve durata. Dopo la cosiddetta “rivoluzione dei tulipani” del 2005, venne rovesciato l’allora presidente Askar Akaev; stessa sorte per il suo successore, Kurmanbek Bakiev: entrambi costretti a dimettersi, accusati di corruzione e nepotismo.

“Penso che questa sia una peculiarità nazionale. Ma la situazione è caotica solo a prima vista. Vorrei far notare che questi eventi si stanno verificando proprio nel momento in cui è necessario distogliere l’attenzione, sia russa che mondiale, dai processi politici in atto in un’altra parte del mondo”.

Si sa, ha detto ancora Mukhin, “che le ambasciate USA, in particolare in Kirgizija, hanno una rete molto estesa all’interno della società civile. E in linea di principio, è molto facile organizzare tali rivolte senza particolari conseguenze politiche. Ora, penso che la situazione in Bielorussia, Kirgizija, Nagorno-Karabakh, così come in futuro, forse in Transnistria e in Asia centrale, possa trasformarsi in una fase turbolenta per distogliere l’attenzione da cose molto particolari: intendo le sporche elezioni presidenziali USA. Fondamentalmente, è il modello per cui si appicca il fuoco al granaio vicino per nascondere l’incendio in casa propria“.

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07/09/2015

Sollevazioni islamiste in Tagikistan e agitazioni filo-Ue in Moldavia

Secondo le notizie diffuse dal Ministero degli interni del Tagikistan, nelle scorse ore sono stati catturati 31 dei militari che, tre giorni fa, avevano preso parte a una sorta di golpe, guidati – ma la faccenda non è del tutto chiara – dal vice Ministro della difesa Abdukhalim Nazarzoda. Altri 13 insorti sarebbero rimasti uccisi. Il gruppo di militari ribelli, dopo il fallito tentativo, venerdì scorso, di assaltare il Comando centrale del Ministero della difesa e nel corso del quale 8 poliziotti erano rimasti uccisi, si era rifugiato nella gola di Ramit, una quarantina di chilometri dalla capitale Dušambe. Contemporaneamente, un altro gruppo di insorti aveva attaccato la cittadina di Vakhdat, venti chilometri a est della capitale.

Nel bollettino diramato venerdì dal Ministero degli interni subito dopo i due attacchi terroristici, Abdukhalim Nazarzoda veniva descritto come “membro del Partito del rinascimento islamico, ex combattente dell'Opposizione unita tagika che, dopo la firma dell'accordo di pace del 1997 era stata inserita con una quota del 30% nelle forze armate del Tagikistan”. Dal gennaio 2014 Nazarzoda era vice Ministro della difesa e sembra che il Presidente Emomali Rakhmon lo avrebbe destituito dalla carica solo venerdì pomeriggio, dopo l'attacco del mattino. Ancora ieri le agenzie scrivevano che mentre Nazarzoda guidava il blitz nella capitale, un altro alto ufficiale, il colonnello Zieraddin Abdulloev, anche lui ex combattente del Partito islamico, era a capo dei militari che assaltavano il comando della milizia di Vakhdat. Mentre il gruppo impegnato in questo secondo attacco era stato completamente liquidato sul momento, Nazarzoda e oltre 130 incursori erano riusciti a sganciarsi dal combattimento e a rifugiarsi, appunto, tra le montagne che circondano Ramit. La Tass ricorda come la città, negli anni della guerra civile tra il 1992 e il 1997, fosse una delle basi d'appoggio più forti dell'opposizione islamista.

Ma non mancherebbe un piccolo giallo: stamattina Interfax riferiva che il sito di opposizione Tajinfo.org smentiva la partecipazione di Nazarzoda all'attacco di venerdì. Sarebbe stato lo stesso generale, con una telefonata a un militare a lui prossimo, ad aver negato il fatto, sembra, dopo aver saputo dell'arresto di vari ex comandanti dell'Opposizione tagika unita. Nazarzoda accuserebbe anzi il Governo di aver organizzato l'attacco a Dušambe, per incolparne poi gli ex comandanti dell'opposizione.

Al momento, sembra che le operazioni per snidare il gruppo di soldati che ancora resiste nelle gole fuori la capitale, continuino. Non è chiaro se l'ambasciata statunitense, che venerdì era rimasta chiusa temendo un attacco del gruppo terroristico, abbia riaperto i battenti. Da parte di Mosca, Putin si era subito messo in collegamento con Rakhmon, ribadendo l'appoggio russo al presidente.

Ad ogni buon conto, la confinante Kirghizija ha rinforzato oggi le frontiere ed è stato intensificato lo scambio di informazioni operative tra le guardie di confine kirghise e tagike.

Forte contrapposizione, al momento non armata, anche in un'altra ex repubblica sovietica, la Moldavia. Continua nella capitale Kišinëv, pur se non nelle dimensioni di ieri – si erano riunite diverse decine di migliaia di persone – il meeting dei manifestanti che chiedono le dimissioni del presidente e del governo. Il meeting è organizzato dalla cosiddetta piattaforma civile “Demnitate si adevar“ (Dignità e giustizia) e dal “Blocco rosso” – anche se i primi sostengono di non aver nulla in comune con gli obiettivi dei secondi – che accusano la leadership del paese di essere agli ordini dei gruppi oligarchici e di far solo finta di perseguire l'integrazione europea. Messa in questi termini, la faccenda ricorda qualcosa?! Tanto più che, pare, tra i prossimi passi dei manifestanti, ci sarebbe quello di trasformare il movimento “Dignità e verità” in partito politico, alla cui guida dovrebbe essere Maja Sandu, ex Ministro dell'istruzione, ex pretendente alla carica di primo ministro, protégé della fondazione "Soros" e dell'ambasciata USA e di altre più o meno note organizzazioni a stelle e strisce.

Comunque, il premier Valerij Strelts si è incontrato ieri con una delegazione di manifestanti, che gli hanno consegnato la lista delle proprie richieste: elezioni parlamentari anticipate da tenersi non più tardi del marzo 2016, dimissioni del presidente della repubblica Nicolae Timofti ed elezione diretta del nuovo capo dello stato, confisca del miliardo di euro che sarebbe stato sottratto alle banche. A loro volta, Timofti e il portavoce del parlamento Andrian Kandu hanno detto di essere disposti a incontrare i manifestanti nei prossimi giorni.

Stamattina la polizia avrebbe fermato alcuni leader della protesta, tra cui il capo di “Blocco rosso” Grigorij Petrenko.

La Tass ricorda come la piattaforma “Dignità e verità” avesse già organizzato grosse manifestazioni la primavera scorsa, con la partecipazione di forze politiche diverse, tra cui anche quelle favorevoli alla liquidazione dello stato moldavo e della sua unione alla Romania.

Anche qui, un caso nel caso: gli inviati della rete televisiva russa Lifenews sono stati fermati all'aeroporto di Kišinëv ed è stato impedito loro l'ingresso nel paese, col pretesto che non sono accreditati presso il Ministero degli esteri moldavo. Lo stesso era accaduto l'aprile scorso quando i corrispondenti di un'altra rete russa, Zvezda non erano stati ammessi in territorio moldavo, allorché avevano dichiarato di volersi recare in Transdnestria, regione indipendentista non riconosciuta da Kišinëv.

In quell'occasione, in cui anche al direttore di Rossija Segodnija era stato negato l'accesso in Moldavia, il Ministero degli esteri russo aveva dichiarato che “a quanto pare, non soddisfatta del "rastrellamento" nello spazio dei media nazionali richiesto dai canali tv russi, la Moldavia ha deciso di seguire la strada dell'Ucraina, importandone l'arsenale dei metodi di lotta con i giornalisti russi”.

Lo scorso 2 settembre Kišinëv aveva espresso la propria contrarietà in occasione della parata organizzata a Tiraspol per il 25° dell'indipendenza della Transdnestria dalla Moldavia, ottenuta ancor prima della fine dell'Urss e abitata per il 60% da russi e ucraini.

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12/08/2015

Il Kirghizistan entra nell'Unione Euroasiatica

E siamo a cinque: un'altra delle repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale, il Kirghizistan, entra oggi a far parte dell'Unione Economica Eurasiatica, la comunità di stati ideata da Nursultan Nazarbajev e decisamente sostenuta e perseguita da Vladimir Putin con l'intento di creare un vasto blocco regionale che sottragga i territori dell'ex Urss all'influenza dell'Unione Europea e degli Stati Uniti e limiti l'isolamento di Mosca.

L'Unione, nata ufficialmente il primo gennaio del 2015 dopo pochi anni di gestazione, già comprende Russia, Kazakistan, Bielorussia e Armenia. Il 23 dicembre 2014 al Cremlino era stato firmato l'accordo che ha sancito l'ingresso odierno del Kirghizistan nell'Unione, mentre a inizio agosto è stata ratificata l'intesa che consente a Bishkek di essere, a pieno titolo, il quinto membro dell'Unione. "È stato appena firmato il trattato di adesione del Kirghizistan", aveva annunciato Putin davanti alla stampa. "Siamo convinti che l'adesione di Armenia e Kirghizistan nell'Unione economica eurasiatica corrisponde agli interessi fondamentali nazionali di questi paesi ", aveva detto il leader russo.

Dopo il colpo di stato filoccidentale andato in scena a Kiev nel 2014, l'imposizione delle sanzioni occidentali a Mosca, l'inizio della guerra contro le popolazioni del Donbass e l'aumento dell'accerchiamento militare della Federazione Russa da parte della Nato, il processo di formazione del blocco regionale ha visto una estrema accelerazione.

Produzione industriale, agricoltura, trasporti e successivamente energia rientreranno negli accordi di mercato comune, ma a scaglioni. L'intenzione è avere già dal 2017 un mercato comune dell'energia elettrica e successivamente quello del petrolio e di altri tipi di energia. Tuttavia le questioni monetarie, soprattutto alla luce di un rublo sempre più debole, iniziano a farsi complicate mettendo parzialmente in contraddizione gli interessi tra Mosca e Astana, mentre il bielorusso Aleksandr Lukashenko continua ad alzare la posta, mantenendo stretti rapporti anche con l'Ue.

Lo scopo dell'Unione resta comunque favorire una maggiore coesione economica tra gli stati, componenti dell'organizzazione, creando un'area dove la libera circolazione delle merci e dei capitali possa favorire la crescita di tutti i suoi membri.

Tuttavia il Kirghizistan ha mantenuto un elenco di prodotti per i quali, durante un periodo transitorio, sarà necessario applicare aliquote doganali di importazione in vigore precedentemente. La lista si compone di 163 articoli e comprende 25 gruppi di prodotto.

Politicamente il Kirghizistan resta una pedina strategica per il Cremlino. Non a caso lo stesso Putin ha interrotto la famosa e chiacchieratissima assenza di marzo (dopo l'omicidio di Boris Nemtsov) incontrando il 16 marzo il presidente kirghizo, Almazbek Atambayev, a San Pietroburgo: chiaro segnale che Atambayev rappresenta un alleato fidato. Soprattutto dopo il tentativo di rivoluzione colorata (quella “dei Tulipani”) che ha tentato di imporre a Bishkek, dal 2005 al 2010, un regime pro occidentale, e gli anni di violenze e incertezze, concluse proprio con il ritiro di Roza Otunbayeva, l'oppositrice che lasciò libero il passaggio all'attuale leader verso le urne nel 2011.

"Il fatto che noi firmiamo per l'adesione all'Unione euroasiatica il 23 dicembre - aveva detto al Cremlino l'attuale presidente kirghizo - è significativo. Ieri è stata la notte più lunga e io spero che per noi dopo di questo tornerà ad allungarsi il tempo per la luce".

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23/01/2015

L’Isis recluta nell’Asia Centrale ex sovietica

Sono migliaia i cittadini dell'Asia centrale ex sovietica, dove negli ultimi anni forte è stata l’infiltrazione dei gruppi radicali islamisti spesso favorita dall’intervento della Turchia, delle petromonarchie e di alcune fondazioni legate alle amministrazioni statunitensi, ad essersi arruolati nello Stato islamico in Iraq e Siria (Isis). A puntare l’attenzione sul fenomeno è stato nei giorni scorsi un rapporto dell'International Crisis Group secondo il quale "Tra 2mila e 4mila cittadini dell'Asia centrale si sono recati in questi ultimi tre anni nei territorio controllati dall'Isis".

I cinque Paesi dell'Asia centrale ex sovietica - Kazakistan, Kirghizistan, Turkmenistan, Tagikistan e Uzbekistan - sono dominati da governi autoritari di impronta laica o comunque secolare, che considerano - giustamente - l'islamismo politico come una minaccia da contrastare. "Oggi è più facile per l'Isis reclutare in Asia centrale che in Afghanistan o in Pakistan" sottolinea Deirdre Tynan, responsabile per la regione dell'Icg, per il quale solo la distanza ha impedito che, in questi Paesi, si potessero sviluppare dinamiche d'instabilità come quelle alle quali si assiste in Medio Oriente. "Tuttavia - continua Deirdre Tynan - il desiderio di cambiamento politico e sociale è profondamente radicato nella regione" e potrebbe essere strumentalizzato ed egemonizzato dagli islamisti.

Il fatto che i profili delle possibili reclute si siano notevolmente variegati è la dimostrazione che gli sforzi dell'Isis per attirare militanti dalle regione si sono intensificati. Tra i casi citati dall'Icg, quello di una parrucchiera di 17 anni, di uomini d'affari e persino di madri che hanno portato con loro i bambini. "Tutti questi pensano che il califfato islamico possa essere un'alternativa seria alla vita post-sovietica", sottolinea il rapporto. Per affrontare il fenomeno, i Paesi interessati hanno assunto provvedimenti, che però non si sono dimostrati molto efficaci. Il Kazakistan e il Tagikistan (rispettivamente il Paese più ricco e più povero della regione) hanno introdotto nei rispettivi codici penali nuovi reati che puniscono chi va a combattere all'estero, ma secondo l’Icg poco è stato finora fatto per intercettare i "foreign fighters" prima che partissero per Siria e Iraq.

L'Uzbekistan, terra d'origine del temibile Movimento islamico dell'Uzbekistan, legato ad al Qaeda, è particolarmente esposto - secondo l'Icg - alla minaccia terroristica, perché la gran parte dei combattenti Isis provenienti dall'Asia centrale sono uzbeki. Se parla di circa 2.500 persone.

A novembre e dicembre oltre 60 islamisti che si preparavano a partire per la Siria sono stati arrestati in Tagikistan. La maggior parte di loro era componente di Jamaat Ansarullah, organizzazione legata al Movimento islamico dell'Uzbekistan.

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