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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/07/2023

USA - Vittoria storica per il nuovo movimento operaio

Ieri, i teamsters hanno raggiunto il migliore pre-accordo della loro storia per i 340.000 lavoratori statunitensi dell’UPS.

Fondato più di 100 fa, precisamente nel 1903, il sindacato rappresenta 1 milione e 200 mila lavoratori tra Stati Uniti, Canada e Puerto Rico.

Questo pre-accordo incrementa i salari di tutti i lavoratori, crea più lavoratori a tempo pieno, e include dozzine tra maggiori tutele sui posti di lavoro e diversi migliorie in genere.

Il Comitato Nazionale di Contrattazione dei teamsters dell’UPS ha sostenuto in maniera unanime l’ipotesi di accordo, con il contratto che era in scadenza a fine luglio ed avrebbe visto i lavoratori del gigante della logistica scioperare compatti dal 1 agosto.

Un’azione collettiva che avrebbe portato alla “rottura” della catena logistica – considerando che ottimisticamente solo un quinto del flusso gestito dall’UPS sarebbe stato riassorbibile dai competitor, ed avrebbe generato un impatto rilevante su tutta l’economia.

Bloomberg aveva calcolato che uno sciopero sarebbe costato 170 milioni di dollari al giorno ad un’azienda che ha avuto un operating profit di 13,1 miliardi di dollari nel 2022.

Sarebbe stato il più grande sciopero di tutti i tempi in una azienda privata Usa.

L’entusiasmo del Presidente Generale dei Teamsters, Sean M. O’Brien, per l’obiettivo raggiunto è palpabile: «Abbiamo chiesto il miglior contratto nella storia dell’UPS, e l’abbiamo ottenuto».

E non si è trattato per niente di una gentile concessione.

Questa vittoria è il risultato di una lunga battaglia condotta all’interno dell’organizzazione sindacale stessa contro la precedente leadership di James P. Hoffa e le regole stesse di funzionamento del sindacato.

Una lotta iniziata con la bocciatura “a maggioranza” della precedente ipotesi del contratto, i cui contenuti sono stati “ribaltati” da questo pre-accordo; un sonoro rifiuto non ratificato dalla dirigenza a causa di un cavillo per cui alle votazioni avevano partecipato meno dei 3/4 degli aventi diritto.

Da allora, grazie alla creazione della “corrente organizzata” (caucus in inglese) Teamsters for a Democratic Union, vi è stato un “assalto alla dirigenza” che ha portato al cambio della guida nel 2021 con, tra l’altro l’elezione, di O’Brien, le capillari azioni di sensibilizzazione e la creazione di ambiti collettivi in un ambiente fortemente individualizzato già prima dell’inizio delle trattative ufficiali.

Come affermano Alexandra Bradbury e Luis Feliz Leon in una bella inchiesta – UPS Teamsters ‘just Practising’ – pubblicata su Labor Notes e ripresa da Jacobin Magazine: «la forza dei lavoratori è stata costruita in decine di migliaia di dialoghi negli hub della UPS, nei parcheggi, nei café durante l’ultimo anno»

Questo lavoro ha portato i teamsters dell’UPS a votare a favore dello sciopero con una percentuale del 97%, e a fare le “prove generali” dello sciopero con rally locali e simulazioni a tappeto dei picchetti dal momento in cui il tavolo negoziale era saltato, ad inizio luglio.

I webinar informativi aperti agli iscritti per scambiarsi informazioni ed idee hanno aumentato la partecipazione da 500 a 1.500 fino a 5.000, sintomo di uno “zoccolo” duro di attivisti pronti a mobilitarsi.

I teamsters hanno insegnato ai teamsters stessi, per così dire, tra l’altro facendo sentire i singoli lavoratori combattivi parte di una più generale disposizione alla lotta, dentro una cornice organizzata.

Come ha detto una lavoratrice con alle spalle 27 anni nella UPS: «Cercavo di combattere il management, ma non avevo i mezzi per farlo».

Il sindacato, lasciatosi alle spalle l’era degli Hoffa (padre e figlio), ha fornito ai lavoratori quegli strumenti.

L’azienda è stata piegata e, vista la minaccia reale dello sciopero, dopo quello storico del 1997 – che aveva come slogan proprio part-time america won’t work – ha dovuto mettere 30 miliardi di dollari aggiuntivi sul tavolo delle trattative per venire incontro alle richieste dei teamsters.

Una vittoria, non solo per i teamsters ma per tutto il “nuovo movimento operaio” americano, come riconosce di fatto O’Brien stesso: «Questo contratto costituisce un nuovo standard nel movimento operaio e alza l’asticella per tutti i lavoratori».

Sarebbe miope non riconoscerne le conseguenze che avrà direttamente per settori storici che hanno ritrovato uno slancio militante, come i lavoratori dell’UAW nel settore automobilistico, anch’essi impegnati nella vertenza per il rinnovo del contratto di categoria; nonché per i lavoratori dell'industria dell'intrattenimento in lotta contro i giganti di Hollywood, così come quelli della ristorazione di Starbucks o della logistica, come Amazon.

La compattezza tra le file dei lavoratori dell’UPS – sia che si trattasse degli autisti, generalmente più tutelati rispetto ai lavoratori dei magazzini – la virtuosa divisione dei compiti tra un Comitato Negoziale per la prima volta nella storia dell’organizzazione sindacale integrato da membri provenienti dalla “base” (Rank-and-file in inglese), e la capillare preparazione dello sciopero, hanno piegato la controparte padronale con la sola minaccia dell’azione collettiva che sarebbe costata tremendamente cara all’azienda e all’economia nord-americana.

Diamo una panoramica dei risultati.

I lavoratori full-time e part-time avranno lo stesso aumento di stipendio: subito 2,75 dollari di più all’ora e 7,50 in più per tutta la durata del contratto.

I lavoratori part-time – che sono il 60% della forza-lavoro all’UPS e lavorano prevalentemente nei magazzini – non riceveranno per ora meno di 21 dollari l’ora, ed i lavoratori a tempo, che già guadagnano quella cifra riceveranno aumenti proporzionati. In media i part-time ricevevano all’oggi 15,5 dollari l’ora, poco meno del doppio rispetto agli 8 che ricevevano nel 1982.

L’aumento dello stipendio sarà il doppio di quello ottenuto nel contratto precedente: nei prossimi cinque anni riceveranno complessivamente un aumento del 48%.

I teamsters dell’UPS saranno gli autisti più pagati negli Stati Uniti, incrementando la media della paga a 49 dollari l’ora.

I lavoratori part-time matureranno un miglioramento dell’anzianità retributiva di 1,5 dollari l’ora.

I lavoratori part-time neo-assunti guadagneranno 21 dollari l’ora, per poi passare a 23.

Verrà abolito l’odiato sistema del two-tier, che differenziava i lavoratori più anziani dai neo-assunti rispetto al trattamento retributivo. Chi ha fino ad ora subito questo sistema diventerà Regular Package Car Driver e gli verrà riconosciuta l’anzianità retributiva.

Tutti i mezzi dei driver saranno muniti di aria condizionata/ventilazione sia nell’abitacolo che nell’area di carico, a partire dal primo gennaio dell’anno prossimo.

I lavoratori riceveranno una giornata di festività piena durante il Martin Luther King Day.

I lavoratori non saranno più costretti a straordinari nel giorno di riposo che verranno pianificati di fatto settimanalmente.

Ai lavoratori part-time verrà garantito di svolgere il proprio lavoro per otto ore, in maniera prioritaria rispetto al supporto degli “stagionali” (che verrà ristretto a 5 settimane tra novembre e dicembre).

Finora gli venivano garantite non più di 3/4 ore a turno, ed erano prevalentemente costretti a svolgere un secondo lavoro.

Verranno create 7.500 nuove posizioni full-time all’UPS e verranno “riempite” le 22.500 già aperte, creando maggiori opportunità di passaggio dal part-time al full-time durante la carriera lavorativa.

Il contratto che verrà firmato contiene più di settanta migliorie, e nessuna concessione da parte della base: un primato assoluto, nella storia contrattuale dei Teamsters.

Il 31 luglio, 131 rappresentanti delle sezioni locali statunitensi e di Puerto Rico si incontreranno per prendere visione dell’ipotesi di contratto, mentre tutti gli iscritti del sindacato riceveranno una lista dei miglioramenti del pre-accordo.

Si terranno poi incontri locali ed i teamsters avranno diverse settimane per esprimere la propria approvazione o la bocciatura attraverso il voto digitale, dal 3 al 22 agosto.

Questa vittoria è una pietra miliare per lo sviluppo del nuovo movimento operaio statunitense, e la palese dimostrazione di come i lavoratori che operano in un settore chiave della “catena del valore” possono piegare alle proprie richieste anche un’azienda multinazionale espressione dell’oligarchia finanziaria, se organizzati da un sindacato militante che incentiva e non annichilisce il protagonismo dei lavoratori.

I teamsters hanno veramente cambiato il gioco, e pensiamo, non solo negli USA.

Fonte

21/07/2023

USA - Lo sciopero che ferma Hollywood

L’industria dell’intrattenimento a Hollywood e nel resto degli Stati Uniti è virtualmente chiusa a causa dello sciopero indetto dai sindacati degli sceneggiatori (WGA) e degli attori-artisti radiotelevisivi (SAG-AFTRA) per ottenere dai produttori televisivi e cinematografici migliori condizioni contrattuali. La mobilitazione era iniziata grazie ai primi il 2 maggio scorso, mentre gli attori, per la prima volta in sciopero da 43 anni, si sono uniti soltanto nel fine settimana. Per la natura del loro lavoro, la protesta di scrittori e attori sta suscitando particolare interesse tra i media e la popolazione americana, offrendo un modello di resistenza per altre categorie di lavoratori sul piede di guerra in tutti gli Stati Uniti.

Lo sciopero in corso ha ottenuto la solidarietà esplicita di nomi importanti del mondo del cinema d’oltreoceano, da George Clooney a Matt Damon, da John Cusack a Brian Cox. Altri ancora, come Susan Sarandon o Timothy Olyphant, hanno invece preso parte essi stessi alle proteste, organizzate prevalentemente di fronte agli edifici che ospitano alcuni dei principali “studios” a Los Angeles e a New York.

Gli attori e i “perfomer” ultra-famosi e super-pagati sono solo una minima parte dell’industria dello spettacolo USA. La maggior parte di coloro che lavorano in questo settore può contare al contrario su impieghi e guadagni estremamente incerti, spesso nemmeno sufficienti ad arrivare alla quota minima annua di 26.470 dollari che dà diritto all’assicurazione sanitaria offerta dal sindacato.

Le richieste centrali dei lavoratori in sciopero riguardano i compensi derivanti dallo streaming di film e serie TV e dalle trasmissioni successive alla prima messa in onda, il recupero del potere di acquisto degli stipendi erosi dall’inflazione e l’impatto dell’Intelligenza Artificiale. Il sindacato degli sceneggiatori chiede ad esempio un aumento delle retribuzioni pari all’11% entro i prossimi dodici mesi.

L’organizzazione dei produttori televisivi e cinematografici (AMPTP) offre invece soltanto un adeguamento del 5%, che, visti gli attuali livelli di inflazione, corrisponde a una riduzione di fatto degli stipendi. La controproposta ha scatenato particolare indignazione anche in seguito a una dichiarazione pubblica dell’amministratore delegato di Disney Bob Iger, il cui stipendio annuo è di circa 27 milioni di dollari, che ha definito “irrealistiche” le richieste dei lavoratori.

Un’altra proposta-shock avanzata durante le trattative dal cartello dei produttori è la possibilità di ricorrere all’Intelligenza Artificiale scansionando l’immagine di un attore per poi utilizzarla a piacimento e per sempre senza presenza fisica in scena. Il compenso previsto per garantirsi questa “copia digitale” degli attori sarebbe pari allo stipendio di mezza giornata lavorativa.

Non ci sono dubbi che l’unione delle forze tra sceneggiatori e attori-artisti radiotelevisivi ha dato visibilità mediatica e uno slancio considerevole alle rivendicazioni di quanti operano in questo ambito. Le loro controparti temono quindi seriamente il prolungarsi della mobilitazione. Il “CEO” del colosso dei media IAC, Barry Diller, in un’intervista rilasciata nel fine settimana alla CBS ha avvertito che un accordo dovrà essere trovato entro il primo di settembre, in modo da evitare quelli che ha definito “effetti devastanti” per l’industria dell’intrattenimento.

Diller ha spiegato che se lo sciopero dovesse proseguire, ad esempio fino a Natale, si assisterebbe, tra l’altro, alla cancellazione in massa di sottoscrizioni ai servizi streaming e al crollo delle entrate per le società televisive e cinematografiche, col risultato di azzerare i nuovi programmi. Per Diller, l’unica soluzione per mettere fine allo sciopero accontentando i lavoratori sarebbe il taglio del 25% dei compensi degli attori e dei dirigenti più pagati del settore.

La vera strategia dei produttori è però un’altra. Un articolo pubblicato la settimana scorsa dalla testata del settore Deadline, ha rivelato come i vertici delle case di produzione puntino a sfinire i lavoratori in sciopero, prolungando le trattative fino a che l’assenza di lavoro e stipendio li convinca a rinunciare alle proteste. Un dirigente citato in forma anonima da Deadline ha riferito che la AMPTP ritiene che “entro ottobre, dopo cinque mesi di sciopero, la maggior parte degli sceneggiatori si ritroverà senza soldi”. L’obiettivo è perciò di attendere che “gli iscritti al sindacato comincino a perdere i loro appartamenti e le loro case”.

Gli “studios” americani hanno beneficiato enormemente dell’avvento delle nuove tecnologie, come appunto i servizi in streaming, ma i maggiori guadagni non sono stati evidentemente distribuiti nemmeno in maniera parziale ai lavoratori. L’ex presidente del sindacato degli attori (SAG-AFTRA), Richard Mansur, in un’intervista al sito People’s Dispatch ha ricordato come, a partire dai primi anni Ottanta del secolo scorso, si sia verificato un “trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto senza precedenti”.

Questa dinamica è comune a tutti i settori dell’economia capitalista e ha colpito i lavoratori nel suo insieme. Riflessioni di questo genere stanno penetrando anche sulla stampa ufficiale negli Stati Uniti grazie alla popolarità dell’industria dell’intrattenimento. I temi legati alle rivendicazioni e alle problematiche del lavoro trovano dunque un’eco particolare che, dal punto di vista delle corporation, rappresenta un serio pericolo, soprattutto alla luce delle crescenti tensioni sociali già sfociate in questi ultimi anni in numerosi scioperi anche negli USA.

Su queste preoccupazioni fanno leva i vertici dei sindacati che, molto spesso, sono quasi costretti a proclamare mobilitazioni per contenere le pressioni dei lavoratori. Nonostante un apparente atteggiamento di sfida nei confronti delle compagnie, la loro condotta è sempre improntata alla ricerca di un accordo nei tempi più brevi possibili e, soprattutto, al tentativo di tenere isolate le rivendicazioni delle varie categorie di lavoratori.

La collaborazione tra membri della WGA e della SAG-AFTRA sta ora minacciando questa strategia e potrebbe finire per saldarsi ad altre mobilitazioni di settori pronti a entrare in sciopero già nelle prossime settimane. Particolare attenzione suscita il caso del gigante della logistica UPS, con il contratto collettivo quinquennale di circa 330 mila lavoratori negli Stati Uniti in scadenza il prossimo 31 di luglio.

Fonte

14/07/2023

USA - Si prepara il più grande sciopero della storia statunitense

“There’s an appetite to fight the boss” (Sean O’Brian, dirigente dei teamsters).

Se entro la fine di luglio non verrà trovato un accordo sul rinnovo del contratto, i 340.000 lavoratori del gigante della logistica statunitense UPS – organizzati dall’International Brotherhood of Teamsters (IBT) – entreranno in sciopero.

Dopo la rottura del tavolo negoziale a metà della settimana, per cui azienda e organizzazione sindacale si accusano reciprocamente, si avvicina la scadenza fisiologica del contratto prevista per il 31 luglio senza che siano stati per ora programmati altri incontri tra le parti.

Le richieste da parte dell’ITB sono chiare: migliorare le condizioni salariali in un contesto in cui l’inflazione continua a mordere mangiandosi il potere d’acquisto, eliminare il “two-tier system” che crea una differenza di trattamento tra vecchi e nuovi assunti, aumentare i contratti a tempo pieno in una azienda che fa ampio uso di lavoratori part-time, incrementare la sicurezza e la salute sul posto di lavoro, una protezione più forte di fronte ai metodi marziali di gestione e controllo del personale...

Le trattative avevano raggiunto un accordo di massima su alcuni punti qualificanti senza che l’azienda avesse fatto una contro-offerta soddisfacente.

Qualora i lavoratori si astenessero dal lavoro – ipotesi votata con il 97% dei consensi già a giugno e per cui si stanno preparando i “picchetti di prova” da una costa all’altra – si tratterebbe del più grande sciopero in una azienda privata della storia degli Stati Uniti, nonché di un possibile punto di svolta per il nuovo movimento operaio americano.

Il fiume carsico della lotta di classe che è riemerso durante la pandemia ha proseguito il suo corso da Starbucks ad Amazon fino ad Hollywood!

Nel 1997 gli allora 185 mila teamsters – diretti dalla leadership militante di Carey divenuto presidente nel 1991 – scioperarono per 15 giorni con le parole d’ordine: Part-time america won’t work vincendo una vertenza che costrinse l’azienda a creare 10 mila impieghi fissi dalle 20 mila posizioni di part-time.

L’azione dei lavoratori mostrò allora l’importanza della logistica nella catena del valore delle merci, la possibilità di aggredire la condizione di precarietà lavorativa che il nuovo ciclo di accumulazione neo-liberista aveva imposto ad una ampia fetta della classe operaia costringendola alla flessibilità di falsi part-time, la facoltà di colpire la dove fa più male facendo perdere all’azienda ben 850 milioni di dollari.

Dopo un quarto di secolo il mondo è cambiato.

La package delivery è molto più importante di ciò che era per l’economia nel suo complesso nel 1997 – non solo per ciò che concerne il commercio digitale – basti pensare che la sola UPS movimenta il 6% del PIL statunitense ogni giorno.

Inoltre il settore impiega attualmente negli USA 1,1 milioni di lavoratori, cioè il doppio del 1997.

Nel 1997 – sembra un secolo fa – le persone compravano nei negozi, Amazon vendeva esentasse libri per corrispondenza ed i giganti del retail statunitense Target e Wallmart non offrivano servizi di vendita on line.

Le politiche di zero-stock nei magazzini fino ad ora attuate, quindi, oggi non porterebbero solo problemi alla consegna finale di un prodotto, ma al ciclo delle merci nel suo complesso.

Una fragilità della globalizzazione neo-liberista che abbiamo visto con la rottura della mercato mondiale delle merci a seguito della mancanza di alcune componenti/materie prime e che potrebbe essere amplificazione dall’azione organizzata dei lavoratori.

In UPS – a causa degli arretramenti della precedente dirigenza della IBT succeduta a Carey e manifestatasi nei rinnovi contrattuali del 2013 e del 2018, nonché della situazione di classe nel suo complesso – il 60% della forza lavoro, specialmente nei magazzini, è part-time, costretta a ritmi massacranti con una costante pressione dei capi, guadagna poco più del minimo salariale, mentre gli autisti che lavorano 6 giorni la settimana talvolta per 10-12 ore al giorno, sono costretti a fare straordinari forzati anche il giorno di riposo, ed hanno mezzi inadatti per le avverse condizioni climatiche.

Il retro dei dei 94 mila mezzi che guidano si trasformano in “forni” in caso di alte temperature con le relative conseguenze sulla salute: 143 infortuni – alcuni mortali – verificatesi tra il 2015 ed il 2022 sono collegati alle temperature ultra-elevate riporta un’inchiesta pubblicata dal Time.

L’azione dei teamsters all’UPS potrebbe avere un riverbero positivo per il processo organizzativo dell’intero settore, in particolare rispetto agli autisti di Amazon che sta cercando di sindacalizzare, o gli altri magazzini in cui l’Amazon Labor Union è entrata a New York.

Come ha dichiarato, riferendosi ai Teamsters, Art Wheaton, direttore dei Labor Studies all’Università di Cornell, al sito di informazione Vox: «la cosa migliore che possono fare per aiutare a organizzare Amazon è conseguire una grande vittoria all’UPS».

Quello che inizierà quindi, con ogni probabilità, il primo agosto sarà uno sciopero storico.

Un pezzo di Wall Street si confronterà contro una delle porzioni più militanti del movimento operaio organizzato che è un oggettivo impedimento per il rilancio del processo di accumulazione dentro la crisi capitalistica.

Il 72% delle azioni di UPS è infatti di proprietà di aziende quotate a Wall Street, con Vanguard Capital e BlackRock come maggiori azionisti di maggioranza.

In pratica l’oligarchia finanziaria statunitense che possiede gli stessi competitor di UPS come FedEx e le ferrovie.

Questa vertenza non è solo una questione interna alla dinamica tra capitale e lavoro nella UPS ma è uno scontro su come l’oligarchia finanziaria intende governare il sistema le relazioni industriali nel comparto logistico nel suo complesso cercando di imporre il “grado zero” di sindacalizzazione con l’union busting ad Amazon dove gli autisti sono pagati il minimo sindacale e gli vengono tagliate le ore la settimana successiva se non raggiungono la settimana precedente standard produttivi inumani; eliminando l’assunzione e passando al 100% al modello del sub-appalto come in FedEx.

Come affermano Sean Orr ed Elliot Lewis in UPS Teamsters are ready to strike co-pubblicato su Labor Notes e Jacobin: «Wall Street non vuole solo profitti. Vogliono il potere (...) Lavorano costantemente per creare le condizioni economiche per fare profitto, e non c’è migliore condizione per questo che smobilitando e dividendo la classe lavoratrice».

Contrapporre autisti a magazzinieri, fissi a part-time, lavoratori di una ditta di cui sono proprietari a quelli di un’altra di cui sono sempre i proprietari, ecc. è ciò che stanno facendo.

Ma il gioco non sembra reggere più.

Questo anche perché l’iniziativa dei lavoratori è il prodotto di un processo organizzativo duraturo e capillare in corso da anni.

L’attuale leadership che ha “scalzato” quella molto più arrendevole di James P. Hoffa, è il risultato di una battaglia interna che ha visto coinvolta la corrente progressista e di base: il caucus Teamsters for a Democratic Union che ha battagliato non poco ma che ha imposto i temi su cui si è costruita la vertenza contrattuale tra i lavoratori ben prima che iniziassero i colloqui tra le parti, e che era già riuscita nel 2018 a respingere il precedente contratto firmato dal figlio del padre-padrone dei teamsters con il 54% dei voti.

Una bocciatura che non ha avuto effetti pratici perché occorrevano almeno 2/3 dei voti per essere formalmente respinta.

A dirigere il milione e trecentomila iscritti c’è Sean O’Brian della ITB , un ex autista di una famiglia di driver da 4 generazioni iscrittosi al sindacato a 18 anni quando lavorava con i carichi pesanti nell’area di Boston, e che si definisce “militant”.

Non un sotto-prodotto del corrotto gangsterismo sindacale di Hoffa e figlio, insomma.

Tutti gli analisti del settore sono pressoché concordi nell’affermare che lo sciopero se fosse indetto, “romperà” la catena logistica.

I soggetti che dominano questo settore dell’economia a livello statunitense sono 3 oltre all’UPS: FedEX, U.S.Postal Service e Amazon Logistics.

Nel 2021 il delivery market era dominato da queste quattro aziende con le seguenti percentuali: 37% per l’UPS, 33% per la FedEx, USPS 17% e Amazon Logistics il 12% stando ai dati di Pitney Bowes Parcel Shipping Index.

I concorrenti non potranno che sopperire al massimo e nella migliore della ipotesi per 1/5 alla mancanza di capacità di consegna di UPS che ha recapitato in media 24,3 milioni di pacchi al giorno nel 2022.

Il 40% del giro d’affari dell’azienda è “business to business” e quindi svolge un ruolo fondamentale nel processo di rotazione della merce e non solo nella consegna al dettaglio di un prodotto acquistato dall’e-commerce, dove comunque gestisce 1/5 dei resi complessivi di questo settore.

L’azienda ha macinato profitti, acquisendo una posizione di leadership nel settore grazie alla pandemia mentre i lavoratori ritenuti “essenziali” rischiavano la vita nei magazzini – dove lavora la maggior parte dei part-time – e facendo consegne, consolidando il proprio primato in un contesto di cambiamento climatico in cui magazzinieri e conducenti sono stati costretti ad operare in condizioni di caldo estremo senza che UPS fosse attrezzata per mitigarne non solo il disagio ma le ricadute, talvolta tragiche, di quella condizione lavorativa.

Secondo quanto riportato da Reuters la UPS ha guadagnato 8,2 miliardi di dollari nel 2019, 8,7 nel 2020, 13,1 nel 2021 e 13,9 l’anno scorso.

La sete di profitto dovrà placarsi di fronte all’azione dei lavoratori – sta all’azienda scegliere se farlo prima dello sciopero o quando le perdite si faranno sentire – anche in considerazione dell’ampia rete di solidarietà che si sta costruendo attorno ai Teamsters.

Come ha detto un organizzatore durante la preparazione dello sciopero della sezione 705: «WE KICKED THEIR ASS IN 1997... THEY WANT A REPEAT».

La traduzione ci sembra superflua.

Fonte

05/05/2023

USA - I corrieri della UPS si preparano allo sciopero

Anche negli Stati Uniti il settore strategico della logistica vede crescere la conflittualità sindacale.

I lavoratori della United Parcel Service (UPS), gigante della logistica, si stanno preparando a un potenziale sciopero durante le trattative contrattuali con l’azienda. I colloqui tra l’azienda e il sindacato che rappresenta i lavoratori UPS, l’International Brotherhood of Teamsters, si sono aperti il 17 aprile.

Il presidente dei Teamsters, Sean O’Brien, ha dichiarato che i lavoratori sono pronti a lasciare il lavoro se l’UPS non riuscirà a trovare un accordo su un contratto forte prima della scadenza di quello attuale, il 31 luglio.

I lavoratori chiedono una retribuzione migliore, più lavoro a tempo pieno, maggiore sicurezza del posto di lavoro e la fine della classificazione a due livelli “22.4”. La disposizione “22.4”, profondamente impopolare, crea una fascia di lavoratori meno pagati che svolgono essenzialmente lo stesso lavoro degli autisti senior, ma ricevono una retribuzione inferiore.

I lavoratori chiedono anche la fine degli straordinari eccessivi, migliori tutele contro le molestie aziendali, l’eliminazione delle telecamere rivolte verso i conducenti e la protezione dal caldo. Gli autisti hanno denunciato le temperature estreme all’interno dei loro camion. Lavoratori, come il ventiquattrenne Esteban Chavez Jr, sono morti a causa del caldo estremo.

Uno sciopero potrebbe avere un impatto formidabile. I lavoratori dell’UPS movimentano ogni giorno il 6% del PIL degli Stati Uniti. L’ultima volta che i Teamsters dell’UPS hanno scioperato è stato nel 1997, quando 185.000 lavoratori hanno abbandonato il lavoro in uno dei più grandi scioperi della storia degli Stati Uniti. L’interruzione del lavoro è costata all’azienda 850 milioni di dollari, nonostante sia durata solo 15 giorni. Da allora, negli Stati Uniti non si sono più verificati scioperi di grandi dimensioni.

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