Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

25/02/2011

This is the rhythm of the night...

Probabilmente con il seguente articolo perderò la simpatia dei pochi metallari rimasti: pazienza, non per questo passerò nottate in bianco. Piuttosto, il vero "dilemma" che assilla la mente di noi morbosi è questo: che fine ha fatto la disco dance? Quelle canzoni, magari stupidelle, ma che ti facevano scorrere il ritmo e la voglia di ballare? Quelle che canticchiavi tutto il santo giorno e magari danzavi in ascensore? Partendo dagli Spargo, Indeep, Imagination (band queste, in cui il basso la faceva da padrone), passando per l'intamontabile Falco, Black Box, Via Verdi (i rockettari!!!), per arrivare ai più recenti ma altrettanto validi 2 Unlimited, Ti.Pi.Cal (i picciotti!!!), Robert Miles e Gala? E vogliamo parlare dello spirito di quei tempi, che cazzo di fine ha fatto?
Per molte persone, ormai, andare a ballare vuol dire farsi sistematicamente inculare dai prezzi improponibili delle discoteche "rinomate" e star li a far numero a bordo pista, vantandosi per il solo fatto di esserci, per poi immancabilmente ubriacarsi o calarsi una pasta per sconfiggere la noia che li assale. Io penso invece che chi ama davvero la musica dance sa che non c'è bisogno di tante cazzate per divertirsi: basta lasciarsi trasportare dalle melodie e magari andare dietro alla tettona bionda vista al piano bar, ed il gioco è fatto! Sarò forse troppo nostalgico, ma i giovani d'oggi mi fanno schifo: una generazione nata vecchia che non sa più divertirsi perchè cresciuta in ciò che prima era la rivoluzione. Chi vive oggi questi fenomeni è ormai abituato a tutto, e dà ogni cosa per scontata. La musica è come la playstation, i cellulari o le mignotte che ammirano in tv mentre io, alla loro età, guardavo Holly & Benji piuttosto che Tutti in campo con Lotti.
Hardcore (non quello punk, purtroppo), minimal, techno, cazzi e mazzi... ma cos' è sta merda??
Dio cane: ridateci Dr. Alban!

23/02/2011

Libia secondo atto

Qualche giorno fa scrissi che le fucilate (poi tramutatesi in bombardamenti) elargite a piene mani da Gheddafi al proprio popolo sì ponevano a garanzia non solo della sua dittatura ma anche dell'interesse italiano.
In quell'occasione mi riferivo principalmente agli interessi dell'ENI nell'area, la realtà tuttavia va ben oltre il tornaconto del cane a sei zampe.
Per saperne di più in modo conciso, come di consueto, tocca affidarsi ai comici, ormai da anni artefici dell'informazione più decente che si posso trovare nel Bel Paese:

"La meraviglia è una dote degli italiani. La sorpresa di fronte all'impensabile, ma solo perché nessuno ci aveva voluto pensare, è una caratteristica nazionale. Abbasso Gheddafi, il sanguinario dittatore beduino, il genocida del suo stesso popolo, lo stragista di migliaia di libici innocenti. Sì, d'accordo, ma nessuno ha mai detto nulla all'Eni di Scaroni, alla Juventus degli Agnelli, all'Impregilo di Romiti, alla Finmeccanica o all'Unicredit di nonsipapiùchi? La mamma non li ha informati prima che si sposassero con Gheddafi? Aziende italiane con enormi interessi nella Libia e partecipazioni azionarie dirette da parte del Paese responsabile dell'attentato di Lockerbie. La cittadina scozzese dove morirono le 259 persone del volo Pan Am insieme a 11 abitanti. Il più sanguinario atto terroristico prima delle Torri Gemelle? Qualcuno ha alzato un dito in quarant'anni contro chi ha spogliato di tutti i beni e cacciato da un giorno all'altro come dei cani gli italiani che vivevano in Libia da decenni? Anzi, è avvenuto il contrario. Gheddafi è stato protetto, riverito, accolto come il garante della mitica Quarta Sponda dell'Italia. Non è un mistero che la sua aviazione militare sia stata addestrata in Italia e neppure che i nostri servizi segreti lo abbiano più volte avvertito di minacce e attentati. Si dice che sfuggì alla morte durante il bombardamento ordinato da Reagan grazie a informatori italiani. Gheddafi è uno di noi, che lo si voglia o meno, che lo si accetti oppure no. Il baciamano di Berlusconi è solo l'ultimo episodio, il più plateale e indecoroso per gli italiani, di un rapporto lungo decenni. Gheddafi salvò la Fiat alla fine degli anni' 70 con i suoi capitali, nessuno si indignò. Abbiamo barattato petrolio con armi e assistenza militare, energia con la perdita del pudore della nostra democrazia. E ora, giustamente, ci indigniamo. La meraviglia è dei bambini e degli ipocriti. L'Italia è il Paese delle Meraviglie e dell'Ipocrisia. Gheddafi ha dichiarato che rimarrà fino alla morte. L'Italia perde un suo fedele alleato che ha già rinnegato. Gheddafi? Ma chi lo conosce?"
Link originale.

Come se non bastassero 40 anni di supporto ambiguo e occulto al regime del simpatico colonnello, la totale assenza di lungimiranza politica ha condotto l'Italia a collezionare, negli ultimi giorni, una serie di magre internazionali d'antologia.
Siamo partiti con il "Non lo voglio disturbare" di Berlusconi, abbiamo proseguito con Frattini secondo cui "L'Europa non deve esportare la democrazia" (se lo fa Bush, invece, gli andiamo dietro di corsa e Scaroni ringrazia) e siamo giunti al timore che la fine del colonnello libico scopra il vaso di pandora dell'immigrazione africana (che poi il grosso degli irregolari giunga in Italia via terra e non dalle coste libiche non interessa a nessuno). Le solite figure da pezzenti, che questa volta potrebbe avere risvolti più seri rispetto a quelli cui ci ha abituati la nostra Repubblica.
La degenerazione degli assetti politici nel sud del Mediterraneo, infatti, mette in discussione decenni di politica estera regionale del nostro Paese che, pur con strategie discutibili e in molti casi avulse da ritorni diretti per l'interesse nazionale, aveva portato l'Italia a tessere una rete d'interessi piuttosto fitta con quelle nazioni che nell'ultimo mese sono capitolate una dietro l'altra.
La crisi libica in particolare ci ha messo in mezzo a una triangolazione di fuoco da cui difficilmente usciremo illesi. Attorno all'Italia, infatti, troviamo:
Alla fine della fiera, dunque, è plausibile attendersi che il caos in Nord Africa mieterà un'illustre vittima anche a nord delle sponde di Tripoli, una vittima che tra il degrado istituzionale, le puttane, la crisi economica, e la totale assenza di coscienza civile dei propri cittadini, è sempre più prossima a toccare il fondo raggiunto nel ventennio fascista.

21/02/2011

Il gemellaggio - Come lo vede Peter Gomez

Mentre la situazione in Libia degenera sempre di più e l'UE non sa fare di meglio che indignarsi per le violenze del regime, mi sono imbattuto nell'interessante punto di vista espresso da Peter Gomez (direttore de Il Fatto Quotidiano) richiamante il gemellaggio che abbozzai tempo fa riferendomi alla coppia Mubarak - Berlusconi.
Trovandolo piuttosto interessante (anche alla luce delle riflessioni che può suscitare -ndr) ho pensato di riciclarlo per il messaggio odierno.
Buona lettura, dunque, sempre ammesso che abbiate voglia di leggere.

"Berlusconi e il vento del Maghreb

Lui mostra i muscoli, promette sfracelli sulla giustizia, assicura che adesso con una mezza dozzina di parlamentare in più al proprio fianco chiuderà per sempre i conti con la magistratura. Eppure il futuro del Cavaliere resta tutt’altro che in discesa.
All’improvviso Silvio Berlusconi deve fare i conti anche con il vento caldo del Maghreb. Al caso Ruby, si sommano le rivolte degli abitanti dei paesi del Nord Africa e le minacce dell’amico dittatore Gheddafi il quale, dopo aver fatto massacrare la folla con granate Rpg, dice di star pensando di aprire le frontiere se l’Unione Europea non cesserà di sostenere le (giuste) richieste dei manifestanti.
Nell’immediato la prospettiva è che centinaia di migliaia di profughi arrivino sulle coste italiane. Nel medio periodo invece il pericolo (per Berlusconi) è che l’incendio del Mediterraneo si propaghi anche qui.
Non è uno scherzo. È un’eventualità concreta che preoccupa più d’uno dei signori del Palazzo. Il gradimento del premier è ormai in caduta libera. Solo il 28 per cento degli italiani, spiega su Il Corriere della Sera Renato Mannheimer, lo vuole ancora seduto sulla poltrona di Presidente del Consiglio. La base dell’alleato leghista è talmente in subbuglio da aver suggerito domenica ai vertici del Carroccio di annullare all’ultimo momento il collegamento tra Radio Padania (i cui ascoltatori sono imbufaliti) e la trasmissione Rai di Lucia Annunziata. Poi ci sono le donne. C’è la chiesa. Gli americani, i paesi dell’Unione europea, e addirittura la massoneria. Persino Licio Gelli lo ha mollato. E con un’intervista a Il Tempo(leggi) ha tenuto a farlo sapere in giro.
Il cocktail insomma è esplosivo. Basta pochissimo per farlo (politicamente) deflagrare.
Così il Cavaliere teme le toghe e ancor più ha paura della piazza. Che cosa accadrà quando verrano depositate tutte le foto trovate nei cellulari delle ragazze a pagamento ospiti delle sue feste? E sopratutto cosa accadrà il 6 aprile, giorno dell’inizio del dibattimento per concussione e prostituzione minorile?
È ovvio, il premier farà di tutto per tirare il processo per le lunghe. Anzi per non farlo nemmeno iniziare. La campagna elettorale per le amministrative è alle porte e sarà piuttosto semplice per lui e per i suoi onorevoli avvocati scovare una serie di appuntamenti ai quali non possono assolutamente mancare. Il giorno della prima udienza è poi l’anniversario del terremoto dell’Aquila. Volete che il capo del governo non debba presenziare a qualche cerimonia?
La questione, però è che poi alle cerimonie ci si deve per forza andare. La sentenza sul legittimo impedimento della Corte Costituzionale ha detto chiaramente che spetta al tribunale stabilire se gli impegni addotti dal potente imputato per marcare visita sono reali o meno. Quindi se Berlusconi metterà in calendario una commemorazione delle vittime del sisma, poi dovrà parteciparvi. E qui inizia il problema. Il primo ministro, per i ben noti motivi legati alla mancata ricostruzione della città, nel capoluogo abruzzese non si può più far vedere. Il rischio fischi e proteste (sopratutto ora) è troppo alto. Come altissimi restano i rischi legati a ogni comparsata pubblica sua e dei suoi molti avvocati difensori.
I partiti e il Parlamento figurano agli ultimi due posti in tutte le classifiche sulla fiducia nelle istituzioni da parte dei cittadini. E la scelta del Pdl di proporre la reintroduzione dell’autorizzazione a procedere per i parlamentari coinvolti in inchieste giudiziarie non può che farla scendere ancora: sia tra gli elettori di sinistra che tra quelli di destra. Su una cosa infatti gli italiani sono davvero uniti: l’insofferenza (crescente) per la Casta.
Per questo persino le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia del 17 marzo a Palazzo Chigi suscitano preoccupazioni. In tempi come questi ricordare il Risorgimento e il riscatto della Nazione diventa un atto rivoluzionario. Sventolare il Tricolore e non un vessillo di partito, un fatto quasi eversivo. Anche perché, in fondo, pure al Cairo e a Tunisi, i manifestanti imbracciavano solo le bandiere dei loro rispettivi Paesi.
Ma lo hanno fatto per giorni. E abbiamo poi visto tutti come è finita."


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20/02/2011

Gheddafi pezzo di merda!

Mentre a casa nostra il teatrino politico ci conduce allegramente verso il baratro del default economico (siamo prossimi a quota 1900 miliardi di debito pubblico e nel frattempo Berlusconi continua a sparare a zero sulla magistratura, il neonato partito di Fini è già prossimo allo sfascio e nel PD la mezza sega Renzi litiga con la mezza suora Bindi) tutto il mondo osserva con timore il dilagare delle proteste nell'universo islamico.
Quando ne parlai precedentemente, accennai appena al concetto di effetto domino, conscio del fatto che l'unica realtà oggettiva in merito alle proteste in atto, sia la totale imprevedibilità del loro andamento, soprattutto agli occhi di un osservatore occidentale.
Tuttavia, a partire dalle dimissioni di Mubarak dell'11 febbraio scorso, l'estensione delle sommosse a tutto o quasi l'universo islamico è divenuta realtà. Anche a seguito delle migliaia di profughi sbarcati a Lampedusa nei giorni scorsi, nemmeno i telegiornali più schifosamente asserviti che abbiamo in Italia hanno potuto glissare sul fatto che l'intero status quo medio orientale e dell'Africa Mediterranea, cementatosi in 20 anni di dominio statunitense nell'area (a partire dalla prima guerra del Golfo), sia pericolosamente vicino alla disgregazione.
Allo stato attuale dei fatti, la fiamma della rabbia popolare si estende più o meno compatta dal Marocco all'Egitto e da qui ha infettato la penisola arabica, spargendo caos in strutture apparentemente immobili come Bahrein e Kuwait oltre a minacciare gli assetti, spesso già precari, di Siria, Giordania, Arabia Saudita, Oman, Yemen e Sudan.
Per farla breve, una porzione territoriale grande all'incirca il doppio dell'Europa è messa in subbuglio da popolazioni esasperate da decenni di sussistenza all'interno della fascia dei cosiddetti paesi del 3 mondo ma non troppo, ovvero quelle nazioni che sono riuscite a salire mezzo gradino in più rispetto all'Africa nera (piagata da AIDS, fame, mancanza d'acqua e regimi di dittatori-macellai), ma che sono state bloccate nel proprio cammino di crescita dalle potenze occidentali, troppo interessate a garantire il proprio tornaconto in un'area talmente strategica da rendere giustificabile l'appoggio a regimi dittatoriali d'ogni risma. La contraddizione insita in noi esportatori di democrazia, è venuta a galla per la prima volta durante la rivoluzione egiziana, che ha visto un occidente imbarazzato di fronte alla scelta di sostenere il fidato Mubarak, che in 30 anni non ha mai tradito le aspettative israeliane e statunitensi, oppure appoggiare la popolazione indigena che si aspettava ben altra reazione dal mondo democratico e in particolare da quel presidente d'oltre oceano che sulla pretesa di cambiamento ha fatto campagna elettorale e vinto le elezioni.
Archiviata la vittoria della piazza sul faraone, sono convinto che buona parte dei gabinetti politici del nostro emisfero confidasse in una regolarizzazione della stabilità regionale, che tuttavia è stata disattesa in meno di una settimana a seguito della destabilizzazione in Libia. Le proteste esplose in seno al regime di Gheddafi, assumono importanza cruciale per gli esiti di tutta la campagna rivoluzionaria perché caratterizzati da una recrudescenza nella violenza di regime che sino ad ora non si era registrata in alcuno dei paesi soggetti ai moti popolari. Il contesto libico è infatti diametralmente differente da quello tunisino ed egiziano, perché Gheddafi non ha mai fatto mistero di reggere il proprio potere sulle fucilate elargite a piene mani dall'esercito a qualsiasi tipo di manifestante, è quindi improbabile pensare che la Libia diventi specchio delle vicende tunisine ed egiziane. Tuttavia, la resistenza dell'opposizione di piazza ai fucili, sarà il metro con cui si dovrà (o quanto meno dovrebbe -ndr) misurarsi la politica estera occidentale ed italiana in particolare nel prossimo futuro. Il nostro paese, infatti, si trova in queste ore nel medesimo imbarazzo che ha investito la Casa Bianca durante i fatti egiziani essendo uno dei principali partner economici (attraverso l'ENI) e politici (la passione che Berlusconi ha per Gheddafi è seconda solo a quella per Putin) spesso sembrano una coppia d'amanti) dello stato africano, e il fatto che la Farnesia sia trincerata dietro il mutismo in merito ai fatti di Libia, mi conduce a pensare che nei prossimi giorni assisteremo all'ennesima figuraccia di Maroni, che prima denuncia il mancato supporto europeo all'Italia nella gestione dei flussi migratori dalla Tunisia, venendo poi immediatamente bacchettato da Bruxelles che gli fa presente di non aver mai ricevuto alcuna richiesta d'assistenza da parte della repubblica delle banane.
Nel frattempo i fucili libici mietono manifestanti anche a difesa dell'interesse nazionale italiano.

18/02/2011

Vergogne italiane.

La vergogna, intesa come mentalità, modo di pensare e agire, è il vero collante che da forma al nostro Paese. Dal cancelliere comunale al metallaro, dal Presidente della Repubblica al truzzo, il comune denominatore che il associa tutti è un'innata propensione per la zingarata di peggior specie, quella che non è più scherzo goliardico anche di cattivo gusto (Monicelli docet), ma azione degna della peggiore infamia.
I riferimenti al mondo della politica e dell'economia ovviamente sì sprecano, ma quelli preferisco lasciarli alla satira di Grillo, Crozza, Ascanio Celestini o Vauro, non perché a me fotta sega ma perché suddetti professionisti sono nettamente più bravi del sottoscritto a sputtanare il Paese in cui viviamo.
Oggi, andrò quindi a fare le pulci alla cara scena metal tricolore, che tanto esalta il pubblico nostrano appena si vocifera dell'ennesima reunion inutile o della ristampa in vinile di qualche album di cui nessuno sentiva la mancanza (i collezionisti segaioli, ovviamente, non sono contemplati come campione statistico probante -ndr).
Prima di procedere con le insaccate è necessario premettere che, pur con qualche neo, il metal italiano mantenne una discreta rispettabilità fino al termine degli anni '80 grazie a Necrodeath, Schizo e Bulldozer, che in quel periodo poteva essere tranquillamente considerati tra i migliori avanguardisti estremi presenti in Europa. Poi vennero gli anni '90 e la fine dell'appeal commerciale del metal classicamente inteso, spazzato via da Cowboys From Hell, Black Album e Nevermind.
Molte formazioni uscirono devastate da questa improvvisa deriva del mercato, per fortuna loro (e nostra -ndr) diverse chiusero i battenti, tante, invece, intrapresero la via dello sputtanamento per rimanere a galla e magari fare il botto che i tre nomi precedentemente citati fecero in quegli anni.
Gran parte della scena italiana piuttosto che re-inventarsi (senza troppe difficoltà considerando le basi di partenza -ndr) nel nuovo estremo che prendeva piede in quel periodo (death e black metal) sì dedicò a maldestri equilibri per accodarsi ai trend del mercato statunitense. I risultati, furono ovviamente pietosi.
Partiamo dunque con la tanto agognata colonna infame!
Extrema
In prima fila gli Extrema, che della totale mancanza d'identità hanno fatto autentica bandiera della propria esistenza.
Il gruppo lombardo nato sotto la stella del thrash americano dei bei tempi (si forma nell'86), prossimo al debutto discografico sì lega all'involuzione del genere sancita dai citati Pantera e prosegue il cammino fino ai giorni nostri, sostanzialmente scimmiottando il percorso stilistico dei Machine Head (i marchettari di Oakland).
Il risultato è una carriera spesa alla rincorsa del successo di mercato, che alla prova dei fatti non è mai arrivato se non per il batterista Dalla Pellegrina, che nel 2005 ha mollato il gruppo per unirsi ai Negrita, dimostrando un attaccamento alla causa degno del miglior trasformista politico (soprattutto considerando i trascorsi attuali del gruppo di Arezzo, che s'è rammollito parecchio rispetto agli esordi).
Schizo
Baccate anche agli Schizo, che nonostante un glorioso passato e un presente più che onorevole, a metà anni '90 non poterono fare a meno d'infognarsi in contaminazioni industriali sfociate negli EP Sound of Coming Darkness e Tones of the Absolute.
A parziale scusante di quella marchettara digressione, guarda caso imbastita quando gli alfieri della scena estrema USA erano i Fear Factory, pongo l'assenza di Reder alle redini della formazione. Resta tuttavia il fatto che pure i siciliani diedero prova di una coerenza relativizzata dalla direzione dei venti, con tanti saluti all'attitudine old school che riscoprirono a partire dalla seconda metà degli anni 2000.
L'arrivo al peggio del peggio, ci riporta geograficamente nel nord della penisola, più precisamente sull'asse Genova - Biella, in cui si sono intrecciati i destini di Necrodeath e Opera IX.
Necrodeath
I primi, come scritto in apertura, nel corso degli anni '80 furono band di culto nell'underground del thrash metal più maligno, quel proto black che in Europa sarà definitivamente canonizzato a nuovo genere qualche anno più tardi in Scandinavia.
A seguito del mutato interesse del mercato nei primi anni '90, i Necrodeath, al posto di proseguire la propria carriera contribuendo a plasmare il nascente black anche in Italia, chiusero baracca e burattini sciogliendosi.
Da quella fine videro inizialmente luce i Mondocane (interessantissimo progetto parallelo imbastito con gli Schizo -ndr) e successivamente la collaborazione di Peso coi Sadist e una serie di gruppi cover locali, dediti alla riproposizione delle sonorità alternative che andavano di moda ai tempi (vedi Rage Against The Machine).
Opera IX
Nei medesimi anni, muovevano i primi passi gli Opera IX, gruppo biellese gothic metal che intrecciò la propria storia coi Necrodeath a partire dal 1998, quando il batterista Flegias divenne frontman ufficiale della riunita formazione genovese, pronta a calcare nuovamente la scena accodandosi al death/thrash scandivano che sul finire dei '90 stava prendendo prepotentemente piede in Europa (con tanti saluti, per l'ennesima volta all'attitudine old school -ndr)
E', però, soltanto con il 2001 che  la joint venture tra i componenti delle due formazioni assume spessore autentico a seguito dell'uscita di Flegias e Cadaveria dagli Opera IX e il loro ingresso in pianta stabile nell'orbita della ricostituita Necrodeath family.
Da questo sodalizio vedrà la luce una progenie che spenderà le proprie energie sondando i terreni sonori più disparati. A questo proposito, molti affermano che ciò sia il naturale sbocco di artisti autenticamente a tutto tondo, il sottoscritto è invece convinto che tale poligamia sonora sia spinta da motivazioni meramente economiche. A sostegno della mia tesi sì pone la cronistoria dei fatti, che si svilupperanno sempre in corrispondenza di determinati trend di mercato.
Cadaveria
Si inizia coi Cadaveria messi in piedi dai due fuoriusciti degli Opera IX cui si aggiunge John dei Necrodeath oltre a un chitarrista dal curriculum immacolato.
La totale assenza d'onestà intellettuale di questo gruppo si evince a partire dalla foto qui a fianco (dove sembrano i Lacuna Coil), ma per i più garantisti suggerisco l'ascolto di due brani, The dreamAnagram. Ditemi voi se li dentro non sì sente tutto il pattume che è stato spacciato per musica dura nell'ultimo decennio, condita con la più becera iconografia alternativa presente sul mercato!
A fronte di tanta grazia artistica, la coppia Cadaveria/John è convinta d'avere le carte in regola per ampliare ulteriormente la propria creatività plasmando i Dynabyte. Per questa occasione i due smettono i panni più o meno vampireschi (che diciamolo, ci stracciano i maroni da quando i romanzi di Ann Rice finirono al cinema...) indossati nei Cadaveria per rifugiarsi nello stile del discotecaro emo, la risultante è la roba che potete vedere e ascoltare qui sotto, cioè una brutta copia di quanto nei medesimi anni facevano i tedeschi Rammstein



Il connubio audio/video è quanto di più imbarazzante mi sia capitato di vedere per mano di sedicenti professionisti del settore. Rimpiango, senza ironia, i pezzi di Britney Spears e dei Backstreet Boys, che per lo meno non erano pretestuosi quanto sta gente.
Se non ne avete ancora abbastanza, gustatevi i Raza De Odio in cui la Necrodeath family tenta di scimmiottare i Brujeria. La prima volta che li ascoltai mi chiesi "ma che cazzo è sta roba?" Non ho ancora trovato una risposta, in compenso però sono convinto che Zanna abbia più futuro pescando branzini al largo di Camogli, piuttosto che prestandosi a queste partecipazioni artistiche di dubbia qualità.
Sarà che la mia digestione è ancora in atto, ma lo schifo generatomi da questi personaggi inizia a stomacarmi, taglierò dunque corto sull'inutilità di formazioni (Alkoholizer, Elvenking, Macbeth, Stormlord, Theatres des Vampires, Mastercastle, Vision Divine, Labyrinth ecc. ecc. ecc.) colpevoli soltanto di fare musica di merda e/o derivativa, per soffermarmi ancora su un paio di nomi.
Detestor
I primi sono i Detestor che si qualificano un po' come gli Extrema della riviera ligure forti di una carriera iniziata sotto il fuoco del thrash, consacrata nella fiamma death (di qualità piuttosto infima) e chiusa all'insegna del nu-metal, il tutto nel volgere di un decennio (non male! -ndr).
La chiusura, invece, spetta a un'autentica bandiera nazionale, Pino Scotto.
Anche conosciuto come Vasco Rossi dei poveri, il Pino nazionale iniziò la sua militanza nei Vanadium ma diverrà un'icona da teatrino italiano solo quando prese a muoversi in proprio, collezionando una serie di zingarate d'antonomasia tutte all'insegna della contraddizione. Pino è infatti famoso per rilasciare affermazioni completamente a cazzo campana, in questo senso pare il gemello mancato di Berlusconi. Nonostante questo, se la tira da artista anti-sistema, da personaggio che va sempre controcorrente, un anticonformista nato, in realtà è solo un poveraccio che sopravvive sfruttando la stupidità che alberga nei cuori di buona parte del pubblico hard & heavy italiano, abituato a esaltare lo scemo del villaggio che urla più forte degli altri.
In una società civile sana, un personaggio del genere non meriterebbe nemmeno un impiego come lavacessi a Brignole, e non verrebbe applaudito dal pubblico mentre spala merda sulle Vibrazioni con cui poi va a suonare in apertura agli AC/DC (che infama dall'alto della sua grandissima carriera).



Non potevo trovare macchietta migliore con cui chiudere questo messaggio.

17/02/2011

We are GENOA.

Se dicessi che il calcio moderno è diventato una colossale pagliacciata (per vari motivi che non sto qui ad elencare) penso che nessuno dovrebbe offendersi, così come se affermassi che Roberto Baggio sia stato l'ultimo vero grande campione e uomo di questo sport: l'ultima stella di un firmamento dove ormai ci sono solo buchi neri.
Fortunatamente, però, ci sono eventi come quello di ieri, serata di recupero per il 103esimo Derby della Lanterna (per chi non lo sapesse rinviato, poco prima di Natale, causa inagibilità del campo dovuta alla copiosa nevicata abbattutasi su Genova) che risvegliano in me emozioni che sembravano sepolte. L'atmosfera che si respira non è delle migliori: le due compagini, infatti, non stanno certo attraversando un periodo memorabile, essendo annoverate tra le due più grandi delusioni dell'anno calcistico 2010-2011: una, partita indubbiamente come regina del mercato estivo, l'altra addirittura (e con una bella dose di culo, aggiungerei) qualificata per i preliminari di Champions League. Fatto sta che, per una serie di errori societari (vedi la svendita stile 3x2 del presidente Riccardo Garrone, ndr) ora entrambe le squadre si trovano quasi a lottare per non retrocedere nella serie cadetta. Se in più aggiungiamo la serata metereologicamente avversa, che rende il prato del Luigi Ferraris una poltiglia (un sincero ringraziamento all'amministrazione comunale per aver distrutto, ai tempi del mondiale di Italia '90, uno dei migliori terreni di gioco italiani) e i rumors locali che annunciano, sposando la tesi del "meglio due feriti che un morto" la più classica delle "torte", ribattezzando la stracittadina con un tristissimo "Il derby dei mìsci" (poveri in dialetto, ndr) si può capire come l'entusiasmo tenda a scemare. L'ilarità però non mi abbandona, soprattutto quando, appena accesa la televisione, la coppia di telecronisti targata Mediaset Premium si lancia in un paio di dichiarazioni a dir poco buffe, sostenendo che sia la sampdoria a fare gli onori di casa. Qui si sfiora il grottesco, in quanto:
  • Lo stadio comunale di Genova è stato chiaramente intitolato alla memoria di un ex calciatore rossoblù .
  • La sopracitata squadretta, cha indossa una divisa che ricorda più una società di ciclismo piuttosto che di calcio, non rappresenta minimamente il capoluogo ligure. Prima di questa, infatti, ne verrebbero altre (Sestrese, Molassana, Pontedecimo) sia in ordine cronologico che di importanza: fu infatti fondata nel 1946 dalla fusione di due società sull'orlo del fallimento, supportata prevalentemente da gabibbi o cacirri (meridionali in dialetto, ndr) emigrati, appunto, in una delle tante delegazioni genovesi. Ecco spiegato quell'aborto di nome (grammaticalmente scorretto, oltretutto) sposato da un obbrobrio cromatico, che farebbe invidia alla maschera di Arlecchino. Ricordo altresì che i tifosi di questa ridicola compagine, una volta usciti dalla Sopraelevata (strada a scorrimento veloce che li collega al capoluogo, ndr) è come se fossero già in trasferta.
Ora, partendo da queste basi, spiegatemi voi come fanno tali foresti ad essere considerati "di casa".
Detto questo,veniamo al piatto forte: la partita
. I primi minuti fanno già presagire quello che sarà, ovvero un vero e proprio dominio da parte del Grifone: pronti via e lo slovacco Kucka, un vero carrarmato, fa fuori in corsa tutto il centrocampo avversario e spara un destro rasoterra che fa la barba al palo. E da li comincia il dominio, sia sotto l'aspetto tecnico che tattico, della squadra del gelido Ballardini: azioni in velocità, dinamismo, pallonate a ripetizione, traverse che tremano per un paio di volte, un Genoa senza dubbio sceso in campo con lo spirito giusto, senza paure (e di chi poi???) e caricato a mille, onorando in pieno il motto del popolo genoano: "Vogliamo 11 grifoni". L'altra squadra? Inesistente, tant'è vero che l'unica occasione avuta viene praticamente regalata da un disimpegno errato della difesa rossoblù: nettamente annichiliti!
Dopo l'ennesimo legno colto da capitan Rossi (da 8 in pagella) e un gol incredibilmente divorato dall'argentino Palacio si va al riposo, ancora a reti inviolate, ma con la chiara consapevolezza di esser superiori; non a caso il cartellone luminoso potrebbe tranquillamente citare: sampdoria 1 GENOA 4.
Ma il bello arriva adesso. A conferma del fatto che per i dirimpettai la "Nutella è ormai finita", arriva la perla firmata Rafinha, esterno brasiliano fino a questo punto del campionato piuttosto incompreso: grande sventola da fuori area, che gonfia la rete proprio sotto la gradinata nord, letteralmente in delirio (a qualcuno ha ricordato il gol di Branco in un' altra indimenticabile stracittadina, ndr).
Il resto è accademia in quanto la reazione degli avversari è pressochè nulla, e, anche quando a tratti esce fuori quel poco orgoglio rimasto, ci si rende conto della pochezza della squadra blucerchiata: usando un eufemismo, diciamo che nei loro ranghi non vedo giocatori alla Pippo Inzaghi (che, per inciso, segnerebbe anche a bordo di una sedia a rotelle) pronti a sfruttare l'eventuale occasione.
Ancora il tempo per l'ennesima occasione gol capitata sui piedi del capitano e si chiude il sipario: derby dominato e giustamente vinto (succede spes
so ultimamente, ndr) e la colonna sonora, gridata a squarciagola dalla Genova che conta, è sempre la stessa : "Oh Baccicin vattene a ca' - to moae 'a t'aspeta !!!".

Ma la goduria non è certo finita qui: basta infatti sintonizzarsi su RaiUno, dove troviamo un sorridente Luca Bizzarri (attore genovese che, insieme all'amico Paolo Kessisoglu, la coppia di statuine Rodriguez/Canalis e, dulcis in fundu, il comodino Gianni Morandi, tentano di rendere interessante il 61esimo Festival della canzone italiana) che annuncia, in mondovisione (che parolone, ndr) il risultato del match da poco concluso. Per la cronaca, dopo la notizia si è esibito Max Pezzali cantando un pezzo pietoso, in linea con le pubblicazioni degli ultimi quindic'anni, dimostrando per l'ennesima volta di essersi completamente dimenticato i tempi di Jolly Blue (forse perchè, come sostengono in molti, le liriche di quei pezzi non sono farina del suo sacco).
Ancora un po' di zapping e ritorno a farmi due sonore risate sulle emittenti locali, dove ho l'ennesima prova del tanto declamato stile-samp: il simpatico Duccio, diventato improvvisamente impopolare, viene insultato pesantemente e preso a sputi in faccia dai propri fedelissimi. D'altronde cos'altro aspettarsi da gente che ha avuto come idoli Antonio Cassano e Francesco Flachi?
Chiudo con un personale consiglio al petroliere dal braccino corto: invece di pensare ad improbabili progetti in ancora più improbabili posti, perchè non fare un summit con Gabriele Volpi, presidente dello
Spezia Calcio, in modo da onorare quella che da sempre è la filosofia dell' UC SAMPDORIA: il fondere assieme società di merda!!!



15/02/2011

I don't wanna hear it!

Non c'è niente da fare, mi sento in colpa per non avere ancora reso il giusto tributo a Ian Mackaye: indiscusso leader della leggenda Minor Threat (una delle formazioni più influenti dell'intero panorama rock), nonché iniziatore della Dischord Records.
Nati dalle ceneri dei Teen Idles, fondati con Jeff Nelson ai tempi del college, i Minor Threat di Washington DC sono la band hardcore per antonomasia, non l'unica, non la prima, ma La band hardcore: se dovessi descrivere ad uno appena sbarcato sulla terra il movimento... ecco, proprio loro sarebbero i primi a cui farei riferimento, sia a livello musicale che concettuale.
I primi 2 EP (l'autointitolato e "In My Eyes", entrambi del 1981) istituirono e declamarono definitivamente questo genere portando poi a tutta una serie di genesi ed evoluzioni: esempio lampante è il thrash metal, che sicuramente deve molto a questa degenerazione del punk classico. Soprattutto il "primogenito" fu straordinariamente significativo: oltre a presentare una violenza condensata in pochissimi secondi raramente sentita prima, portò anche alla nascita del famoso movimento "Straight Edge" (che sposo in pieno, ndr) il quale esalta valori in controtendenza con i classici luoghi comuni del rock: ovvero avversione verso eccessi e stravizi, allora (e non solo...) imperanti grazie a coglionazzi emuli di quella merdaccia che risponde al nome di Sid Vicious.
Credo che la grandezza dei Minor Threat, e di una mente brillante come quella di Ian, sia stata appunto quella di coniugare la bravura e la lungimiranza come musicisti a quella di veri e propri modelli di riferimento di una comunità. Comunità che, col passare del tempo è incredibilmente decaduta, ma non certo per colpa loro.
Tornando a parlare di musica... nei due lavori sopracitati, risiedono se non i veri Minor Threat, senza dubbio quelli più selvaggi e primordiali. Purtroppo, però, il giocattolo rischiò di rompersi quasi subito: nel tempo intercorso tra la pubblicazione di In My Eyes e quella del primo album "Out of Step" (unico LP della band, 1983) la band si divise per un breve periodo, salvo poi riformarsi su sollecitazione di H.R. dei Bad Brains, arricchendo la line-up col chitarrista Steve Hansgen, il quale permise così al precedente bassista Brian Baker di passare alla seconda chitarra.
"Out of Step" presentava certi elementi di cambiamento, seppur lieve, rispetto al passato: la prima cosa che salta subito agli occhi e alle orecchie è la durata dei singoli brani, alcuni dei quali superano abbondantemente i due minuti, e, pur rimanendo piuttosto aggressivi e veloci, si distaccano dall'hardcore più puro ed intransigente degli esordi: certo, rimangono 100% Minor Threat ma percorrono però la strada dell'evoluzione del proprio genere, un genere, l'hardcore, per molti aspetti fantastico ma senza dubbio limitante per altri.
Dopo questo album la band si sciolse definitivamente ( per disaccordi sulla direzione musicale da prendere) e nel '85 uscì postumo l'ultimo EP "Salad Days", il passo definitivo verso la fine di questo progetto e l'inizio della nuova, ancor più breve, esperienza Embrace prima dei celeberrimi Fugazi.
Tornando alla "Minaccia", se volete farvi un'idea della grandezza della band procuratevi la "Complete Discography", che, oltre a includere i lavori descritti poco sopra, ci regala anche un paio di imperdibili inediti.
Ecco una piccola testimonianza della "cagnara" che regolarmente scoppiava ai loro concerti, la quale non fa altro che aumentare il magone a tutti quelli che, per chiare questioni anagrafiche, si sono persi quei tempi...

13/02/2011

La massima del giorno.


"Nel folk si rifugiano tutti i derelitti che a ferragosto non possono andare in spiaggia perché si ritrovano un colorito da cadavere."