Mentre i bevitori/veicolatori delle bufale dell’ex vicepresidente statunitense Joe Biden sulle ingerenze “russe” continuano a non produrre nessun riscontro, da altri lidi e altre vicende emerge un intrigo cybespionistico di estrema gravità.
In Italia sarebbero oltre tre milioni e mezzo le mail “carpite” e ben seimila le persone spiate dal 2004. Il pm Eugenio Albamonte ha reso noto di aver avviato un procedimento stralcio, ipotizzando il reato di spionaggio politico (articolo 256 del codice penale, che punisce fino a 10 anni chi procaccia notizie concernenti la sicurezza dello Stato) sulla base di una informativa messa a disposizione del tribunale e redatta dagli specialisti della Polizia Postale – con la collaborazione fornita dall’Fbi – che sono riusciti a sbloccare i server utilizzati negli Usa dai due fratelli Occhionero e ricostruire l’intera rete creata su almeno 9 computer riconducibili ai due fratelli. Giulio e Francesca Maria Occhionero, sono già a processo con l’accusa di aver avviato una attività di cyber spionaggio su larga scala, ai quali adesso la Procura contesta anche l’accusa di spionaggio politico.
L’inchiesta sugli episodi di hackeraggio compiuti dai fratelli Occhionero, non ha mai completamente chiarito con quali fini i due carpissero dati: venne ipotizzato che volessero fornire informazioni su appalti, o investire in borsa, o forse accumulare una serie di dati sensibili legati alla sfera personale di personalità che un giorno avrebbero utilizzato in altro modo. Gli investigatori hanno accertato che i due gestivano una rete di computer (botnet), infettati con un malware chiamato ‘Eyepyramid’. L’inchiesta è partita dalla segnalazione al Cnaipic dell’invio di una mail, arrivata all’Enav, che conteneva il virus in questione, il cui codice di acquisto rimandava a Giulio Occhionero.
Ma quello di spiare la gente rubandogli mail e intrufolandosi nei loro computer, non è una prerogativa solo dei due fratelli oggi sotto processo. In un’altra vicenda che attiene una società italiana con forti entrature nei servizi di intelligence, è entrato anche un cittadino statunitense di 30 anni, di origine iraniana, Fariborz Davachi, residente a Nashville, nel Tennessee che ufficialmente risultava venditore di automobili tra la fine 2014 e l’inizio 2015, ed era stato prima a Teheran e poi a Roma.
Il cittadino statunitense sembra che sia il finanziatore dei sistemi informatici utilizzati nel 2015 per rubare alla società milanese Hacking Team il prezioso e segretissimo codice sorgente del programma di intercettazione telematico “Galileo”, molto utilizzato dai servizi segreti, dagli apparati di polizia italiani e dalle polizie di mezzo mondo, inclusi paesi che certo non brillano per il rispetto dei diritti democratici.
I magistrati milanesi che indagano sulla vicenda, si sono visti frapporre una barriera insormontabile da parte dei servizi di sicurezza statunitensi alla richiesta di estrazione dell’uomo.
Nei mesi scorsi, con estrema riservatezza, i magistrati della Procura di Milano avevano ottenuto un mandato d’arresto per l’americano, ma lo hanno dovuto revocare e chiedere l’archiviazione per impossibilità di sostenere il processo dopo che il Dipartimento di Stato americano ha comunicato che non consegnerà all’Italia i contenuti dei computer sequestrati in estate dagli agenti Fbi su rogatoria.
I codici segreti rubati alla società Hacking Team nella notte del 6 luglio 2015 compaiono su un server tedesco in cui si mescolano 530 indirizzi IP tra utenti veri o inventati. La polizia postale seguì la pista di uno dei 530 indirizzi IP, che aveva raggiunto anche un server in Olanda dal quale risultava sferrata l’intrusione informatica all’archivio milanese di Hacking Team. Si è scoperto così che a sua volta il server della società olandese era stato affittato da una connessione anonima (Tor) che aveva pagato l’affitto in Bitcoin. I magistrati italiani chiesero una rogatoria agli Usa sulla società americana che risultava aver venduto la criptovaluta usata dall’anonimo per affittare il server olandese che aveva hackerato la società Hackin Team, scoprendo però che il proprietario si era stabilito... in Uganda.
Seguendo però la pista dei bitcoin avevano scoperto che erano stati, a loro volta, comprati con i resti di alcune scratch card, carte prepagate spedite a un indirizzo newyorkese di Central Park, presso la casa di una attivista dei diritti civili. Su 20 scratch card dell’attivista, 19 sono neutre, una invece (regalata alla nipote) risulta essere stata spesa da qualcuno (probabilmente amico della nipote ma a insaputa della nipote) per comprare online il servizio di anonimizzazione che, abbinato a una mail di un gestore brasiliano, era poi stato usato per affittare il server olandese dell’attacco ad HT. L’esame incrociato di spese, ricariche e resti consente di ricondurre l’uso di quella scratch card al portafoglio Bitcoin di Fariborz Davachi, l’iraniano-amerikano, appunto.
Agli agenti Fbi che lo interrogano l’hacker ammette di aver comprato le scratch card ma dice di non essere stato lui a usarle, asserendo di averle cedute a persone che sostiene però di non sapere identificare a causa di problemi di droga. Eppure, nonostante questa bizzarra spiegazione, gli Stati Uniti non consegnano all’Italia i suoi computer, perché il Dipartimento di Stato mette una lapide sulla questione con una nota nella quale garantisce unilateralmente che non ci sono ragioni per ritenere che quei pc contengano notizie utili per le indagini della magistratura italiana.
Il processo è così finito ancora prima di iniziare. Secondo la legge italiana, infatti, per contestare all’amerikano il concorso materiale nel reato di «accesso abusivo a sistema informatico», occorre la prova della consapevolezza che i mezzi da lui pagati sarebbero poi stati usati da terzi per commettere proprio quel reato. Ma l’impossibilità di disporre dei contenuti dei computer dell’indagato, a causa del divieto imposto dalle autorità statunitensi, rende impossibile la prova del dolo e insostenibile in partenza il processo. Lo stesso processo per cui sono state archiviate, perché ritenuti estranei all’attacco, gli iniziali indagati Mostapha Maanna, Guido Landi e Alberto Pelliccione cioè gli ex collaboratori del titolare della Hacking Team David Vincenzetti.
Ma tornando alla vicenda iniziale dello spionaggio dei fratelli Occchionero in Italia, non sarebbe il caso di sapere e far sapere chi sono le seimila persone che sono state spiate dai sistemi informatici dei due fratelli che, secondo alcune fonti, collaboravano con la Cia? C'è qualche parlamentare o ex parlamentare che ha voglia di andare a fare qualche domanda in Procura?
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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12/01/2017
Caso Occhionero: chi spia chi e perché? Le ipotesi in campo.
Nuovo caso di spionaggio di super vip a Roma e dovremmo averci fatto il callo. Gli ingredienti della perfetta spy story all’italiana ci sono tutti:
una agenzia di intercettazioni tenuta da una coppia (questa volta
fratello e sorella), lui iscritto alla massoneria, lei nata negli Usa,
uno scantinato nel centro di Roma zeppo di materiale raccolto... Ed,
ovviamente, le piste investigative più o meno vere (Politica? Affari?
Malavita? Di tutto un po?).
Ovviamente è troppo presto per fare ipotesi fondate: pista americana? Si è la più verosimile per gli elementi già presenti: la tecnologia usata, troppo sofisticata per essere a disposizione di chiunque, la nazionalità della donna, i precedenti in materia... Tutto vero e la pista americana è la più credibile ma a volte, la pista più ovvia è anche la più falsa. Per cui lasciamo la cosa momentaneamente in sospeso, pur tenendo a mente la pista americana, e concentriamoci sulle poche cose certe, procedendo un passo alla volta.
In primo luogo le proporzioni dell’attività di spionaggio: 18.327 intercettati in un arco di almeno 5 anni (ma probabilmente di più) e per un traffico presumibilmente di centinaia di migliaia di comunicazioni. Infatti, che senso avrebbe intercettare personaggi di quel calibro per poche decine di mail o telefonate? Per di più ascoltare enti come alcuni ministeri, regioni, il comune di Roma, l’Enav, l’Eni, che hanno flussi di molte centinaia di messaggi al giorno. Calcolando, per difetto, almeno 200 messaggi per ciascuno degli intercettati, significa circa 3.665.400 comunicazioni che, dividendo per 5, dà 733.080 comunicazioni all’anno e cioè circa 2.000 al giorno. Il che, banalmente, significa una cosa: che se non hai un apparato di decine di persone per l’ascolto o la lettura (e, peggio ancora, lo “sviluppo”) hai una massa di intercettazioni che non ti servono a nulla. Quindi, delle due l’una: o i due “lavoravano in proprio” ma, allora da qualche altra parte dovrebbe essere il loro “centro analisi”, oppure lavoravano alle dipendenze di qualcuno al quale trasmettevano i dati in qualche modo. Personalmente sono nettamente per la seconda ipotesi, il che significa che i due fratellini erano solo l’ultimo anello di una catena tutta da risalire.
Poi l’analisi dei nomi che ci sono e, più ancora, quelli che non ci sono. L’elenco infinito riguarda ministri, segretari di partito e personalità politiche varie, ma anche cardinali, autorità monetarie (come Draghi), mondo degli affari, militari ecc: si parla di 18 categorie di intercettati. Il che, unito al numero inusuale di oltre 18.000 sorvegliati, significa che c’è stata una raccolta informativa di ampio raggio. E qui è il caso di fare piazza pulita di una ipotesi che è circolata: uno spionaggio a scopo estorsivo, dunque una attività criminale più che politica. La cosa non sta in piedi: in primo luogo perché quel tipo di tecnologia non è disponibile se non a chi ha accesso ad apparati speciali, in secondo luogo perché l’orizzonte è troppo vasto, mentre il ricattatore si concentra su decine (al massimo qualche centinaio) di vittime che, pur allargando l’aria degli intercettati a parenti, amici ecc, darebbe al massimo pochissime migliaia di account piratati. Inoltre chi lo fa per ricatto, non rischia di pestare la coda a cani particolarmente ringhiosi, in altri termini, non cerca di intercettare utenza presumibilmente ben guardate e non intercetta interi enti per caricarsi di un lavoro troppo distante dai suoi obiettivi. Insomma, la pista della criminalità comune non sta in piedi, ma ciò non esclude che l’esecutore del lavoro, magari non cerchi di “arrotondare lo stipendio” con un impiego extra (cosa comunque rischiosa, perché se il datore di lavoro se ne accorge son dolori).
Ma allora come mai si trovano nomi ormai lontani dalla politica come Vincenzo Scotti che fu ministro 30 anni fa e che è ormai fuori dalla politica da quasi altrettanto tempo? Ci sono molti motivi per cui questo può accadere: il suo account può essere stato usato come tramite per inviare un trojan ad altra persona, o perché si pensa che possa avere contatti per pura ragione di gossip, o per qualche affare occasionale eccetera. Dunque niente pista criminale.
Altra cosa importante è l’ampio spettro di questa raccolta informativa, il che esclude anche la pista puramente affaristica. Ovviamente, anche chi spia per ragioni economiche (l’acquisto di una società, il gioco in borsa, qualche transazione per cui sia necessario sapere determinate informazioni, una gara d’appalto ecc.) può avere interesse a spiare ministri o presidenti di commissione, ma dovremmo osservare una netta prevalenza di soggetti finanziari, il che non è, anzi, sembra il contrario. Qui il cuore della questione è politico e gli affari sono certamente presenti, ma in seconda linea.
Dunque il caso è quello di uno spionaggio politico a tutto tondo. E qui si pone il problema delle assenze. Non vi sembra strano che le intercettazioni penetrano anche a Palazzo Chigi, ma, a quanto pare, non nel Quirinale? In secondo luogo, come mai ci sono molte persone vicinissime a Berlusconi (da Buonaiuti alla Brambilla, per intenderci) ma non ci sia Berlusconi? Mancano (o almeno per ora sembrano non esserci) anche altre personalità di primo piano e di sicuro interesse (D’Alema e Gentiloni, ad esempio). Come mai? Non è capitato? Dispongono di apparati di protezione migliori degli altri? Hanno amici nei servizi che li avvisano? Sono amici di quelli che commissionano il lavoro? Nessuna di queste spiegazioni convince.
E questo fa sorgere un dubbio: che esista una seconda centrale (che a questo punto sarà già stata smantellata) che eseguiva questi lavori. Il che rafforza l’idea di un committente con diverse agenzie di cui ne è stata beccata solo una. Un committente molto prudente, che ha diviso il lavoro, in modo che, in caso di scoperta, non vada perso e compromesso tutto.
Allora a chi stiamo pensando? Certo gli americani sono in prima fila, ma quali americani? Una cosa è la Cia ed una cosa diversa l’Fbi, ma, perché no, i servizi militari? E se, invece si trattasse di una agenzia più “privata” magari una cosa come la Kroll che lavora per Wall street? Tutte ipotesi che meritano attenzione.
La stampa sostiene che la tecnologia usata fa pensare agli americani, ma anche a russi e cinesi. Ed anche questo è possibile, così come io non escluderei i nostri fraterni alleati tedeschi, francesi o inglesi.
Certo c’è un ordine di probabilità... Ma perché poi escludere del tutto una pista interna? E’ rimbalzato il nome di Bisignani (che ha subito smentito... per quel che valgono le smentite). E d’altra parte di odore di Massoneria in questi anni non ne è mancato. Capiamoci: non sto affatto dicendo che la cupola della vicenda sia il Grande Oriente. Questa sarebbe una fesseria. Più sensatamente, se uno deve fare un certo tipo di uova, trova nella massoneria un pollaio molto adatto. E, infatti, Occhionero è massone ed ha amici massoni e sembra essersi molto interessato del Mps che non è che sia la cosa più lontana dalle logge. In questo quadro i massoni sono più gli strumentalizzati che altro, ma come escludere che questa centrale di intercettazioni possa essere il braccio armato di una qualche P2 rivisitata ed aggiornata?
Per ora vale tutto, ma teniamo d’occhio le evidenze che man mano restringeranno il campo.
Fonte
Tutto molto interessante, a parte la retorica sulla tecnologia utilizzata, che credo non sia più tanto elitaria come sostenuto da Giannuli, almeno nel suo utilizzo.
Ovviamente è troppo presto per fare ipotesi fondate: pista americana? Si è la più verosimile per gli elementi già presenti: la tecnologia usata, troppo sofisticata per essere a disposizione di chiunque, la nazionalità della donna, i precedenti in materia... Tutto vero e la pista americana è la più credibile ma a volte, la pista più ovvia è anche la più falsa. Per cui lasciamo la cosa momentaneamente in sospeso, pur tenendo a mente la pista americana, e concentriamoci sulle poche cose certe, procedendo un passo alla volta.
In primo luogo le proporzioni dell’attività di spionaggio: 18.327 intercettati in un arco di almeno 5 anni (ma probabilmente di più) e per un traffico presumibilmente di centinaia di migliaia di comunicazioni. Infatti, che senso avrebbe intercettare personaggi di quel calibro per poche decine di mail o telefonate? Per di più ascoltare enti come alcuni ministeri, regioni, il comune di Roma, l’Enav, l’Eni, che hanno flussi di molte centinaia di messaggi al giorno. Calcolando, per difetto, almeno 200 messaggi per ciascuno degli intercettati, significa circa 3.665.400 comunicazioni che, dividendo per 5, dà 733.080 comunicazioni all’anno e cioè circa 2.000 al giorno. Il che, banalmente, significa una cosa: che se non hai un apparato di decine di persone per l’ascolto o la lettura (e, peggio ancora, lo “sviluppo”) hai una massa di intercettazioni che non ti servono a nulla. Quindi, delle due l’una: o i due “lavoravano in proprio” ma, allora da qualche altra parte dovrebbe essere il loro “centro analisi”, oppure lavoravano alle dipendenze di qualcuno al quale trasmettevano i dati in qualche modo. Personalmente sono nettamente per la seconda ipotesi, il che significa che i due fratellini erano solo l’ultimo anello di una catena tutta da risalire.
Poi l’analisi dei nomi che ci sono e, più ancora, quelli che non ci sono. L’elenco infinito riguarda ministri, segretari di partito e personalità politiche varie, ma anche cardinali, autorità monetarie (come Draghi), mondo degli affari, militari ecc: si parla di 18 categorie di intercettati. Il che, unito al numero inusuale di oltre 18.000 sorvegliati, significa che c’è stata una raccolta informativa di ampio raggio. E qui è il caso di fare piazza pulita di una ipotesi che è circolata: uno spionaggio a scopo estorsivo, dunque una attività criminale più che politica. La cosa non sta in piedi: in primo luogo perché quel tipo di tecnologia non è disponibile se non a chi ha accesso ad apparati speciali, in secondo luogo perché l’orizzonte è troppo vasto, mentre il ricattatore si concentra su decine (al massimo qualche centinaio) di vittime che, pur allargando l’aria degli intercettati a parenti, amici ecc, darebbe al massimo pochissime migliaia di account piratati. Inoltre chi lo fa per ricatto, non rischia di pestare la coda a cani particolarmente ringhiosi, in altri termini, non cerca di intercettare utenza presumibilmente ben guardate e non intercetta interi enti per caricarsi di un lavoro troppo distante dai suoi obiettivi. Insomma, la pista della criminalità comune non sta in piedi, ma ciò non esclude che l’esecutore del lavoro, magari non cerchi di “arrotondare lo stipendio” con un impiego extra (cosa comunque rischiosa, perché se il datore di lavoro se ne accorge son dolori).
Ma allora come mai si trovano nomi ormai lontani dalla politica come Vincenzo Scotti che fu ministro 30 anni fa e che è ormai fuori dalla politica da quasi altrettanto tempo? Ci sono molti motivi per cui questo può accadere: il suo account può essere stato usato come tramite per inviare un trojan ad altra persona, o perché si pensa che possa avere contatti per pura ragione di gossip, o per qualche affare occasionale eccetera. Dunque niente pista criminale.
Altra cosa importante è l’ampio spettro di questa raccolta informativa, il che esclude anche la pista puramente affaristica. Ovviamente, anche chi spia per ragioni economiche (l’acquisto di una società, il gioco in borsa, qualche transazione per cui sia necessario sapere determinate informazioni, una gara d’appalto ecc.) può avere interesse a spiare ministri o presidenti di commissione, ma dovremmo osservare una netta prevalenza di soggetti finanziari, il che non è, anzi, sembra il contrario. Qui il cuore della questione è politico e gli affari sono certamente presenti, ma in seconda linea.
Dunque il caso è quello di uno spionaggio politico a tutto tondo. E qui si pone il problema delle assenze. Non vi sembra strano che le intercettazioni penetrano anche a Palazzo Chigi, ma, a quanto pare, non nel Quirinale? In secondo luogo, come mai ci sono molte persone vicinissime a Berlusconi (da Buonaiuti alla Brambilla, per intenderci) ma non ci sia Berlusconi? Mancano (o almeno per ora sembrano non esserci) anche altre personalità di primo piano e di sicuro interesse (D’Alema e Gentiloni, ad esempio). Come mai? Non è capitato? Dispongono di apparati di protezione migliori degli altri? Hanno amici nei servizi che li avvisano? Sono amici di quelli che commissionano il lavoro? Nessuna di queste spiegazioni convince.
E questo fa sorgere un dubbio: che esista una seconda centrale (che a questo punto sarà già stata smantellata) che eseguiva questi lavori. Il che rafforza l’idea di un committente con diverse agenzie di cui ne è stata beccata solo una. Un committente molto prudente, che ha diviso il lavoro, in modo che, in caso di scoperta, non vada perso e compromesso tutto.
Allora a chi stiamo pensando? Certo gli americani sono in prima fila, ma quali americani? Una cosa è la Cia ed una cosa diversa l’Fbi, ma, perché no, i servizi militari? E se, invece si trattasse di una agenzia più “privata” magari una cosa come la Kroll che lavora per Wall street? Tutte ipotesi che meritano attenzione.
La stampa sostiene che la tecnologia usata fa pensare agli americani, ma anche a russi e cinesi. Ed anche questo è possibile, così come io non escluderei i nostri fraterni alleati tedeschi, francesi o inglesi.
Certo c’è un ordine di probabilità... Ma perché poi escludere del tutto una pista interna? E’ rimbalzato il nome di Bisignani (che ha subito smentito... per quel che valgono le smentite). E d’altra parte di odore di Massoneria in questi anni non ne è mancato. Capiamoci: non sto affatto dicendo che la cupola della vicenda sia il Grande Oriente. Questa sarebbe una fesseria. Più sensatamente, se uno deve fare un certo tipo di uova, trova nella massoneria un pollaio molto adatto. E, infatti, Occhionero è massone ed ha amici massoni e sembra essersi molto interessato del Mps che non è che sia la cosa più lontana dalle logge. In questo quadro i massoni sono più gli strumentalizzati che altro, ma come escludere che questa centrale di intercettazioni possa essere il braccio armato di una qualche P2 rivisitata ed aggiornata?
Per ora vale tutto, ma teniamo d’occhio le evidenze che man mano restringeranno il campo.
Fonte
Tutto molto interessante, a parte la retorica sulla tecnologia utilizzata, che credo non sia più tanto elitaria come sostenuto da Giannuli, almeno nel suo utilizzo.
11/01/2017
Spioni, massoni, finanza. Intervista al generale Rapetto
Il generale di brigata della Guardia di Finanza, Umberto Rapetto, è uno dei principali esperti di sicurezza informatica di questo paese. Ex consulente dell'Aipa (Autorità per l'informatizzazione della Pubblica Amministrazione), è stato comandante del Nucleo Speciale Frodi Telematiche. Poi in Telecom Italia, dopo essere stato consigliere strategico del presidente esecutivo, Franco Bernabè. Quindi – in veste di Group Senior Vice President – direttore delle Iniziative e dei Progetti Speciali, ha lasciato alla fine del 2013 il colosso delle telecomunicazioni italiane in totale divergenza con le scelte del nuovo vertice aziendale.
Dal giugno 2015 conduce la trasmissione televisiva "Il Verificatore" su Rai2. Attualmente è CEO di HKAO – Human Knowledge As Opportunity, startup operante nello scenario della sicurezza dei sistemi e delle reti, della riservatezza dei dati e del controspionaggio industriale con attività di consulenza, coaching, progettazione, formazione.
E' stato intervistato stamattina da Radio Città Aperta.
Gen. Umberto Rapetto, ex Generale della Guardia di Finanza, tra l'altro già comandante del nucleo speciale frodi telematiche. Buongiorno, dott. Rapetto
Buona giornata...
Vorrei prima di tutto riassumere rapidissimamente la vicenda. Un'inchiesta della procura di Roma scoperchia questo data base con oltre 18mila utenze molte delle quali appartenenti ad esponenti del mondo della politica, degli affari, della massoneria. E quindi questi due personaggi, Giulio e Francesca Maria Occhionero finiscono in manette. Diciamo che inizialmente anche alcuni osservatori avevano ipotizzato – minimizzando un po' – che si potesse trattare semplicemente di una questione di cyber trading, diciamo raccolta di informazioni per un arricchimento personale. Ma poi, andando a vedere, si trovano il presidente del Consiglio, un altro ex presidente del Consiglio, ex generali della guardia di Finanza, addirittura Mario Draghi, il presidente della Bce, insomma... sembra una questione un po' più grossa, un po' più rilevante. Secondo lei di fronte a cosa ci troviamo?
Ci troviamo di fronte alla punta dell'iceberg. Vale a dire: quello che sta accadendo è l'amara constatazione di un fenomeno che non ha semplicemente questo genere di evidenza, ma che rischia di esibire un lato oscuro di quello che le tecnologie sono riuscite poco alla volta a creare in una sorta di universo parallelo. Abbiamo guardato, così, con curiosità al Datagate, quello che diceva WikiLeaks, dopo c'è stato Snowden e adesso ci siamo accorti che anche dalle nostre parti qualcuno può fare le stesse medesime cose senza bisogno di grandissimi strumenti; non ha bisogno di competenze specifiche ma basta utilizzare banali – non vorrei però con questo offendere chi ha sviluppato quelle procedure – banali programmi software che sono in grado di entrare all'interno dei sistemi cosiddetti bersaglio e trasformare quei computer, quei tablet o quegli smartphone in veri e propri zombie. Che anziché obbedire al legittimo utente, al possessore autorizzato, danno possibilità a chi ha congegnato quel sistema, o a chi l'ha comprato (per potersene servire) soprattutto di carpire qualsiasi segreto possa essere stato memorizzato all'interno dei dischi, che possono custodire dati riservati o addirittura segreti.
Di questa vicenda colpiscono particolarmente due aspetti. Da una parte c'è il fatto che le istituzioni come anche in qualche modo diceva lei, sembrano essere completamente vulnerabili a questo tipo di penetrazione ed è, chiaramente, un aspetto preoccupante. Dall'altra parte però emerge anche quello che potrebbe sembrare una dimensione internazionale della vicenda perché poi, appunto, gli intercettati, gli spiati, non sono soltanto esponenti della politica o del mondo degli affari italiano e perché, soprattutto, Francesca Maria Occhionero è stata una collaboratrice del governo statunitense. Quindi sembrerebbe anche profilarsi una dimensione internazionale della vicenda.
E' tutta internazionale nel momento in cui si adopera internet e non esistono più barriere di carattere geografico convenzionale. Da quello che poi possono essere le prime esperienze, da quello che possono essere le suggestioni concatenate a queste... sì, può emergere un quadro degno delle spy story, però non credo che siano vicende che potrebbero impressionare un giovane Le Carrè o altri che possono appassionare con i loro scritti di gialli e dintorni. La vera drammatica constatazione è che non è mai maturata la coscienza, la consapevolezza, la cultura della sicurezza, e che tutti, nessuno escluso, si possa essere esposti a rischi di questo genere. Teniamo conto che soprattutto i personaggi di un certo lignaggio di carattere politico, sociale, economico, istituzionale, hanno l'abitudine di sentirsi tutelati, protetti, da segreteria, anticamere, mille altri soggetti che filtrano il contatto con l'esterno. Ma dal momento in cui hanno un telefonino in mano, o sono davanti al computer, sono comuni mortali. E' una sorta di livella di Totò... Non ci troviamo di fronte alla morte, ma di fronte alle tecnologie web, al nuovo modo di comunicare e alla velocità, tipica di questo mondo.
Quello della sicurezza di questo mondo qui, è uno degli aspetti che negli ultimi anni ciclicamente torna ad essere di attualità nel nostro paese. Mi viene in mente una vicenda di qualche mese fa, quando l'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi propose l'istituzione di una nuova agenzia ad hoc per la cybersicurezza che doveva essere guidata, nella proposta iniziale, da Carrai, che però non è un militare o un funzionario dello Stato. E' una situazione che si verifica sempre più spesso, con personaggi civili (o privati) che vengono magari messi alla guida di istituzioni che dovrebbero occuparsi della sicurezza del paese. Oppure spesso lo Stato collabora con aziende private che operano nel campo della cyberisicurezza. Lei crede che questo sia il modo migliore di mettersi al riparo da problematiche di questo tipo, o forse qualcosa va corretto?
Non è una questione di status giuridico, di essere un militare, un laico o che altro. Il problema è che andrebbero individuate persone che hanno competenza. E spesso chi ha competenza non si piega alle indicazioni, ai consigli, ai suggerimenti, più o meno velati, che vengono impartiti. Quando poi soprattutto ci sono in ballo significativi investimenti, è ovvio che hanno carattere preponderante interessi diversi di quelli della collettività.
Benissimo. Bene, la ringraziamo molto per essere stato con noi generale Rapetto.
Una buona giornata...
Fonte
Dal giugno 2015 conduce la trasmissione televisiva "Il Verificatore" su Rai2. Attualmente è CEO di HKAO – Human Knowledge As Opportunity, startup operante nello scenario della sicurezza dei sistemi e delle reti, della riservatezza dei dati e del controspionaggio industriale con attività di consulenza, coaching, progettazione, formazione.
E' stato intervistato stamattina da Radio Città Aperta.
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Gen. Umberto Rapetto, ex Generale della Guardia di Finanza, tra l'altro già comandante del nucleo speciale frodi telematiche. Buongiorno, dott. Rapetto
Buona giornata...
Vorrei prima di tutto riassumere rapidissimamente la vicenda. Un'inchiesta della procura di Roma scoperchia questo data base con oltre 18mila utenze molte delle quali appartenenti ad esponenti del mondo della politica, degli affari, della massoneria. E quindi questi due personaggi, Giulio e Francesca Maria Occhionero finiscono in manette. Diciamo che inizialmente anche alcuni osservatori avevano ipotizzato – minimizzando un po' – che si potesse trattare semplicemente di una questione di cyber trading, diciamo raccolta di informazioni per un arricchimento personale. Ma poi, andando a vedere, si trovano il presidente del Consiglio, un altro ex presidente del Consiglio, ex generali della guardia di Finanza, addirittura Mario Draghi, il presidente della Bce, insomma... sembra una questione un po' più grossa, un po' più rilevante. Secondo lei di fronte a cosa ci troviamo?
Ci troviamo di fronte alla punta dell'iceberg. Vale a dire: quello che sta accadendo è l'amara constatazione di un fenomeno che non ha semplicemente questo genere di evidenza, ma che rischia di esibire un lato oscuro di quello che le tecnologie sono riuscite poco alla volta a creare in una sorta di universo parallelo. Abbiamo guardato, così, con curiosità al Datagate, quello che diceva WikiLeaks, dopo c'è stato Snowden e adesso ci siamo accorti che anche dalle nostre parti qualcuno può fare le stesse medesime cose senza bisogno di grandissimi strumenti; non ha bisogno di competenze specifiche ma basta utilizzare banali – non vorrei però con questo offendere chi ha sviluppato quelle procedure – banali programmi software che sono in grado di entrare all'interno dei sistemi cosiddetti bersaglio e trasformare quei computer, quei tablet o quegli smartphone in veri e propri zombie. Che anziché obbedire al legittimo utente, al possessore autorizzato, danno possibilità a chi ha congegnato quel sistema, o a chi l'ha comprato (per potersene servire) soprattutto di carpire qualsiasi segreto possa essere stato memorizzato all'interno dei dischi, che possono custodire dati riservati o addirittura segreti.
Di questa vicenda colpiscono particolarmente due aspetti. Da una parte c'è il fatto che le istituzioni come anche in qualche modo diceva lei, sembrano essere completamente vulnerabili a questo tipo di penetrazione ed è, chiaramente, un aspetto preoccupante. Dall'altra parte però emerge anche quello che potrebbe sembrare una dimensione internazionale della vicenda perché poi, appunto, gli intercettati, gli spiati, non sono soltanto esponenti della politica o del mondo degli affari italiano e perché, soprattutto, Francesca Maria Occhionero è stata una collaboratrice del governo statunitense. Quindi sembrerebbe anche profilarsi una dimensione internazionale della vicenda.
E' tutta internazionale nel momento in cui si adopera internet e non esistono più barriere di carattere geografico convenzionale. Da quello che poi possono essere le prime esperienze, da quello che possono essere le suggestioni concatenate a queste... sì, può emergere un quadro degno delle spy story, però non credo che siano vicende che potrebbero impressionare un giovane Le Carrè o altri che possono appassionare con i loro scritti di gialli e dintorni. La vera drammatica constatazione è che non è mai maturata la coscienza, la consapevolezza, la cultura della sicurezza, e che tutti, nessuno escluso, si possa essere esposti a rischi di questo genere. Teniamo conto che soprattutto i personaggi di un certo lignaggio di carattere politico, sociale, economico, istituzionale, hanno l'abitudine di sentirsi tutelati, protetti, da segreteria, anticamere, mille altri soggetti che filtrano il contatto con l'esterno. Ma dal momento in cui hanno un telefonino in mano, o sono davanti al computer, sono comuni mortali. E' una sorta di livella di Totò... Non ci troviamo di fronte alla morte, ma di fronte alle tecnologie web, al nuovo modo di comunicare e alla velocità, tipica di questo mondo.
Quello della sicurezza di questo mondo qui, è uno degli aspetti che negli ultimi anni ciclicamente torna ad essere di attualità nel nostro paese. Mi viene in mente una vicenda di qualche mese fa, quando l'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi propose l'istituzione di una nuova agenzia ad hoc per la cybersicurezza che doveva essere guidata, nella proposta iniziale, da Carrai, che però non è un militare o un funzionario dello Stato. E' una situazione che si verifica sempre più spesso, con personaggi civili (o privati) che vengono magari messi alla guida di istituzioni che dovrebbero occuparsi della sicurezza del paese. Oppure spesso lo Stato collabora con aziende private che operano nel campo della cyberisicurezza. Lei crede che questo sia il modo migliore di mettersi al riparo da problematiche di questo tipo, o forse qualcosa va corretto?
Non è una questione di status giuridico, di essere un militare, un laico o che altro. Il problema è che andrebbero individuate persone che hanno competenza. E spesso chi ha competenza non si piega alle indicazioni, ai consigli, ai suggerimenti, più o meno velati, che vengono impartiti. Quando poi soprattutto ci sono in ballo significativi investimenti, è ovvio che hanno carattere preponderante interessi diversi di quelli della collettività.
Benissimo. Bene, la ringraziamo molto per essere stato con noi generale Rapetto.
Una buona giornata...
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Scoperta una “cyber fogna”. Spioni e spiati eccellenti
Un'inchiesta della polizia postale ha messo le mani su un database con oltre 18.327 username catalogati in 122 categorie, tra cui dossier su politici, affari, massoni. Ci sono anche migliaia di file cifrati che polizia e magistrati proveranno ad aprire superando le protezioni poste. I server in cui i due amministratori della società Westland Security, i fratelli Occhioneri, avevano immagazzinato le informazioni raccolte, sono stati sequestrati negli Stati Uniti dall'Fbi su richiesta delle autorità italiane. Verrà chiesto l'accesso al contenuto tramite una rogatoria internazionale per capire con esattezza quanti e quali dati sono stati rubati ed il reale giro d'interessi degli Occhionero.
A Giulio Occhionero, 45 anni, e alla sorella Francesca Maria, 49 anni, vengono contestati i reati di procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, l'accesso abusivo a sistema informatico aggravato e intercettazione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche. Secondo l'accusa, da alcuni anni, almeno dal 2012, avrebbero infettato i computer delle loro vittime con il malware denominato Eyepiramid per sottrarre informazioni.
Confermati i legami di Giulio Occhionero "con gli ambienti della massoneria italiana. Risulta membro della loggia "Paolo Ungari – Nicola Ricciotti Pensiero e Azione" di Roma, della quale in passato ha ricoperto il ruolo di maestro venerabile, parte delle logge di Grande Oriente d'Italia".
Il magistrato "ritiene che l'interesse che Giulio Occhionero nutre nei confronti dei suoi fratelli massoni possa essere legato a giochi di potere all'interno del Grande Oriente d'Italia come d'altra parte testimoniato dal tenore di alcune conversazioni oggetto di captazione". Tra i personaggi "hackerati" da Occhionero risultano elementi di vertice della massoneria italiana", compreso il Gran Maestro Stefano Bisi, oltre a membri di logge del Grande Oriente del Lazio. Ci sono poi indizi che erano stati raccolti in altre inchieste (quella sulla Loggia P4) i quali lasciano intendere che la vicenda di spionaggio “non sia un'isolata iniziativa dei due fratelli ma che, al contrario, si collochi in un più ampio contesto dove più soggetti operano nel settore della politica e della finanza secondo le modalità adottate da Giulio e Francesca Maria Occhionero”.
In serata è stato rimosso il Capo della Polizia Postale, Roberto Di Legami, su decisione del Capo della Polizia Gabrielli (una lunga esperienza nella Digos e nel Sisde) perché non aveva informato dell'inchiesta in corso il suo superiore. Una modalità questa che lascia aperti diversi interrogativi.
Da una prima valutazione emergono poi altri due aspetti inquietanti.Il primo è la dimensione internazionale della rogna. “Stavolta, se si riveleranno vere le ipotesi dell’accusa, si salta addirittura al piano internazionale, con i dati sensibili rubati al presidente della Banca centrale europea e la rete estera su cui potevano contare gli indagati” scrive sul Corriere della Sera un conoscitore della materia come Giovanni Bianconi, “Ma il male, e il malessere conseguente, resta principalmente italiano. Anche il principale quotidiano economico, il Sole 24 Ore, dedica oggi alla vicenda un preoccupatissimo editoriale evidenziando come si ha l'impressione di essere di fronte ad una spy story di primo livello. Francesca Maria Occhionero, ad esempio, era una consulente del governo statunitense.
Il secondo aspetto rileva invece la totale vulnerabilità delle istituzioni pubbliche rispetto ai soggetti privati, anche in campi sensibili come questo. In un recente vertice al Ministero della Giustizia, i capi delle procure di tutta Italia hanno nuovamente denunciato il fatto. Il procuratore di Roma ha definito “prassi non corretta e pericolosa da superare con urgenza” l'aver scoperto che le ditte private fornitrici dei server attraverso i quali nelle Procure vengono svolte le intercettazioni, “possono accedere da remoto, automaticamente e senza autorizzazione, a tutte le intercettazioni affidate alle medesime ditte, conservando sia i dati di traffico sia le registrazioni, e così di fatto realizzando una sorta di server parallelo”. Insomma anche le inchieste più delicate sono di fatto spiabili o utilizzabili per fini diversi, da soggetti privati ai quali viene affidata la gestione dei sistemi informatici.
Occorrerà seguirà con estrema attenzione lo sviluppo dell'inchiesta, soprattutto stando attenti alla strategia delle mille piste che occultano quella giusta, come troppo spesso accaduto in passato.
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A Giulio Occhionero, 45 anni, e alla sorella Francesca Maria, 49 anni, vengono contestati i reati di procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, l'accesso abusivo a sistema informatico aggravato e intercettazione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche. Secondo l'accusa, da alcuni anni, almeno dal 2012, avrebbero infettato i computer delle loro vittime con il malware denominato Eyepiramid per sottrarre informazioni.
Confermati i legami di Giulio Occhionero "con gli ambienti della massoneria italiana. Risulta membro della loggia "Paolo Ungari – Nicola Ricciotti Pensiero e Azione" di Roma, della quale in passato ha ricoperto il ruolo di maestro venerabile, parte delle logge di Grande Oriente d'Italia".
Il magistrato "ritiene che l'interesse che Giulio Occhionero nutre nei confronti dei suoi fratelli massoni possa essere legato a giochi di potere all'interno del Grande Oriente d'Italia come d'altra parte testimoniato dal tenore di alcune conversazioni oggetto di captazione". Tra i personaggi "hackerati" da Occhionero risultano elementi di vertice della massoneria italiana", compreso il Gran Maestro Stefano Bisi, oltre a membri di logge del Grande Oriente del Lazio. Ci sono poi indizi che erano stati raccolti in altre inchieste (quella sulla Loggia P4) i quali lasciano intendere che la vicenda di spionaggio “non sia un'isolata iniziativa dei due fratelli ma che, al contrario, si collochi in un più ampio contesto dove più soggetti operano nel settore della politica e della finanza secondo le modalità adottate da Giulio e Francesca Maria Occhionero”.
In serata è stato rimosso il Capo della Polizia Postale, Roberto Di Legami, su decisione del Capo della Polizia Gabrielli (una lunga esperienza nella Digos e nel Sisde) perché non aveva informato dell'inchiesta in corso il suo superiore. Una modalità questa che lascia aperti diversi interrogativi.
Da una prima valutazione emergono poi altri due aspetti inquietanti.Il primo è la dimensione internazionale della rogna. “Stavolta, se si riveleranno vere le ipotesi dell’accusa, si salta addirittura al piano internazionale, con i dati sensibili rubati al presidente della Banca centrale europea e la rete estera su cui potevano contare gli indagati” scrive sul Corriere della Sera un conoscitore della materia come Giovanni Bianconi, “Ma il male, e il malessere conseguente, resta principalmente italiano. Anche il principale quotidiano economico, il Sole 24 Ore, dedica oggi alla vicenda un preoccupatissimo editoriale evidenziando come si ha l'impressione di essere di fronte ad una spy story di primo livello. Francesca Maria Occhionero, ad esempio, era una consulente del governo statunitense.
Il secondo aspetto rileva invece la totale vulnerabilità delle istituzioni pubbliche rispetto ai soggetti privati, anche in campi sensibili come questo. In un recente vertice al Ministero della Giustizia, i capi delle procure di tutta Italia hanno nuovamente denunciato il fatto. Il procuratore di Roma ha definito “prassi non corretta e pericolosa da superare con urgenza” l'aver scoperto che le ditte private fornitrici dei server attraverso i quali nelle Procure vengono svolte le intercettazioni, “possono accedere da remoto, automaticamente e senza autorizzazione, a tutte le intercettazioni affidate alle medesime ditte, conservando sia i dati di traffico sia le registrazioni, e così di fatto realizzando una sorta di server parallelo”. Insomma anche le inchieste più delicate sono di fatto spiabili o utilizzabili per fini diversi, da soggetti privati ai quali viene affidata la gestione dei sistemi informatici.
Occorrerà seguirà con estrema attenzione lo sviluppo dell'inchiesta, soprattutto stando attenti alla strategia delle mille piste che occultano quella giusta, come troppo spesso accaduto in passato.
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