Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

11/02/2011

La rabbinata dell'anno - Reprise!

Tempo addietro, quando parlai di reunion, fui piuttosto benevolo nella valutazione del movimento. Ora, però, alla luce dell'esasperazione quotidiana cui è sottoposta questa corrente il mio giudizio inizia a radicalizzarsi inesorabilmente, soprattutto in merito alla scena Italiana.
Come è risaputo, o almeno così dovrebbe essere, per caratteristiche antropologiche proprie l'Italia non ha mai avuto una scena rock e conseguentemente metal degna di tale appellativo, saltando di fatto almeno una cinquantina d'anni di sviluppo artistico in musica. Se questo fattore può essere considerato una parziale giustificazione alla riproposizione di gruppi dallo scarso impatto all'interno di determinate correnti, non ritengo accettabile che venga assunto come pretesto per piazzare sul piedistallo formazioni che alla prova dei fatti, soprattutto uscendo dai confini nazionali, assumono connotati decisamente più modesti.
Personalmente, ho piene le scatole di sentir esaltare gente come:
  •  la Strana Officina che viene annichilita da qualsiasi artista hard & heavy di second'ordine che si poteva trovare nei medesimi anni nell'ex Germania Ovest o in Inghilterra
  • i Sadist, unicamente meritevoli d'aver proposto nel nostro sterile mercato, correnti già ampiamente sviscerate anni prima all'estero (vedasi Coroner, Voivod, Nocturnus e Atheist tanto per fare qualche nome)
  • la coppia Necrodeath/ricostruiti Ghostrider, ogni giorno sempre più grotteschi per dichiarazioni d'intenti e sperticato amore nei confronti dell'old school (di cui Peso perse memoria negli anni '90, quando l'imperativo era suonare moderni per non perdere il treno dei trend allora in voga)
Ovviamente, i più scandalosi sono i Ghostrider, che consci di non avere proprio niente da dire, sì dedicano al revisionismo della propria storia per trovare uno straccio di legittimazione che giustifichi la riesumazione che hanno messo in campo. Non ci credete? Date una letta a questa intervista, una delle tante cui sì sono sottoposti per far girare nuovamente il nome.

Pure la musica s'è berlusconizzata al ritmo di moneytalks.
Che PENA!

10/02/2011

Wasted... again!

Mentre il carbonizzato porta avanti il discorso dei gruppi metal da lui ritenuti fondamentali, io faccio lo stesso col genere che, ultimamente, mi rappresenta di più: il punk/hardcore (anche se etichettare la band in questione in un solo genere è un po' limitativo).
I Black Flag sono stati il pugno in pieno volto sferrato alla California della prima metà degli anni Settanta: quella che surfava allegra sulle onde, che ammiccava dalle spiagge affollate di bionde da copertina e che cominciava a sognare, ottimista e benpensante, il futuro della Silicon Valley.
Hermosa Beach è squassata dall'eco devastante delle esibizioni dei Ramones (che a me, sinceramente, non hanno mai fatto impazzire, ndr) quando Greg Ginn, ex studente a UCLA e futuro chitarrista, decide di mettere su una band per sfogare i propri istinti. All'inizio si chiamano Panic e la prima line-up vede Chuck Dukowski al basso, Keith Morris (futuro fondatore dei Circle Jerks) alla voce e Brian Migdol alla batteria: un quartetto dalla potente etica del lavoro se è vero che provano e riprovano incessantemente giorno dopo giorno, ora dopo ora. Per evitare confusione con un'altra band omonima decidono di scegliere il nome Black Flag, onorando la bandiera anarchica e uno spray contro gli insetti che porta lo stesso nome. Il loro logo è disegnato da Raymond Pettibon (autore di buona parte delle copertine dei loro dischi), e la band comincia a farsi conoscere piazzando il proprio simbolo sui muri di Los Angeles. In quegli anni le possibilità di suonare per una band punk non sono poi molte ed è così che nasce la filosofia "do it yourself", i Black Flag suonano ovunque: festicciole scolastiche, parcheggi, parchi pubblici, locali malfamati e spiagge abbrustolite, guadagnandosi una solida reputazione tra i primi fan e nei dipartimenti di polizia, allertati dalle risse che regolarmente esplodono in sede live.
Ginn è la mente creativa musicale, Dukowski quella pratica organizzativa e dal loro binomio nascono le prime registrazioni e i primi concerti, nonostante il susseguirsi di vocalist che si alternano da quando Morris lascia la band nel 1979, per divergenze creative con Ginn, e fino all'arrivo di Henry Rollins (all'anagrafe Henry Lawrence Garfield, proveniente dai disciolti S.O.A.) nel 1981: prima Chavo Pederast aka Ron Reyes, un fan imbarcato per breve tempo, poi Dez Cadena (ultimamente nei Misfits, ndr), altro fan senza nessuna formazione musicale che lascia dopo lo stress vocale dei primi tour. Anche Henry Rollins è un altro fan, che i Black Flag conoscono quando affrontano un tour sulla east coast dalle parti di Washington DC, dove il muscoloso vocalist viveva all'epoca; Henry finisce quel tour come roadie mentre impara i testi e impressiona la band con la sua cultura musicale prima di diventare l'emblema del gruppo occupando l'immaginario collettivo con i suoi show a petto nudo, tatuaggi, sputi e risse con il pubblico.
Il 1981 è anche l'anno di uscita di "Damaged" che arriva dopo gli ep "Nervous Breakdown" e "Jealous Again", primi prodotti della neonata e artigianale etichetta SST Solid State Transformers che negli anni pubblicherà, tanto per fare un nome, i Bad Brains ( 'sti cazzi, ndr).
"Damaged" è la cannonata di una perfetta macchina da guerra musicale, è lo strazio urlato e devastante di una generazione, tre accordi che segnano un'epoca e uno stile. Il disco doveva essere distribuito dalla Unicorn Records che però si tira indietro adducendo la scusa dei contenuti contrari alla morale della famiglia (ma in realtà si tratta solo di una "banale" crisi economica, visto che di li a poco la label collassa sui debiti), i Black Flag lo pubblicano per la SST, si imbarcano in una causa legale che gli impedisce per un certo tempo di usare il loro nome (infatti la compilation "Everything Went Black" compare come somma dei contributi individuali) e fregandosene di tutto lo portano comunque in tour.
Dopo "Damaged" Dukowski fa un passo indietro mollando il basso a Kira Roessler che alla potenza seminale dei Black Flag apporta un tocco più intellettuale e sofisticato, di li a poco esce una raffica di album contrastanti e stordenti che denotano l'ambizione di ricerca di Ginn. Dopo l'antologia "The First Four Years" (con ep e singoli pre–Rollins) escono "My War" (con alla batteria l'ex Descendents Bill Stevenson), poi "Slip It In" all'inizio del 1984: dischi che denotano le prime influenze da parte dell'heavy metal americano alla Black Sabbath e, nello stesso anno, "Family Man", uno dei lavori più sperimentali e arditi anche per la scelta della copertina in cui compare un padre di famiglia che impugna una pistola diretta alla sua tempia mentre moglie e figli giacciono massacrati ai suoi piedi.
Dopo questa escursione verso la musica degli Hüsker Dü e il successivo "Loose Nut" del 1985 i Black Flag tornano alla potenza devastante degli esordi con "In My Head" per poi sterzare ancora improvvisamente con "The Process Of Wedding Out", ottimo esempio di "jazz-punk" violento, iconoclasta e avanguardista. Ancora un album, registrato dal vivo, "Who's Got The 10 1/2 ?" e, un giorno di agosto del 1986, Ginn chiama Rollins per dirgli che stava abbandonando la band. I Black Flag avevano chiuso i battenti per sempre, con una telefonata: che amarezza!!!

Il teorema

In anni di frequentazione più o meno produttiva della rete, l'esternazione maggiormente interessante in materia di musica che mi è capitato di leggere recitava più o meno così "il disco più bello di un gruppo è sempre quello che precede l'album più venduto".

Sì tratta di un teorema piuttosto lineare, che inquadrato in una certa ottica critica può assumere notevole veridicità, soprattutto se lo sì riferisce alle carriere di grandi nomi come AC/DC, Megadeth, Sepultura e Metallica.

Come sanno anche i sassi, gli ex thrasher più famosi dell'universo giungono al botto discografico definitivo con il Black Album, che in breve s'imporrà come la pubblicazione metal più conosciuta (e venduta) del globo. La prova di oggi sarà dunque quella di dimostrare il teorema dibattendo la bontà del disco che precedette il famoso auto titolato nero: And Justice for All.


Per i Metallica, Justice è lo snodo cruciale perché sì trova ad ereditare il testimone lasciato da Master Of Puppets e dalla scomparsa di Cliff Burton.

Dal punto di vista compositivo, questo è il primo disco che sì smarca nettamente dai lavori precedenti, a dispetto della continuità, comunque all'interno di una personale progressione stilistica, che sì riscontra partendo da Hit the lights e giungendo fino a Damage, Inc.

Gli elementi che differenziano Justice rispetto a quanto suonato prima sono essenzialmente tre:
  • l'estensione dei brani che qui giunge al parossismo (da cui i Metallica non si separeranno MAI più, mortacci loro!!!);
  • una produzione che, per usare un eufemismo, crea sfumature tutte personali ai brani;
  • una scrittura dei brani fuori dal comune, quanto a complessità, per gli standard della formaizone.

La risultante di tutto ciò è un disco su cui calza davvero una sola definizione: controverso.

Controverso perché, per la prima volta in un prodotto targato Metallica, l'estensione complessiva del minutaggio non è più solo delizia ma anche croce per l'ascoltatore.

Controverso perché la prestazione di Rusmussen al mixer è indirizzata alla creazione di un suono che alla prova dei fatti risulta asfissiante per l'economia dei pezzi. A farne le spese è prevalentemente il basso, declassato a un rimbombo informe privo di utilità e senso, anche perché il nuovo acquisto Newsted non necessitava d'essere messo in ombra per scarse capacità personali, anzi. L'unico elemento pregevole è la resa della batteria, a eccezione del rullante un po' secco, ma ben distante dalle nefandezze che si ascolteranno 15 anni dopo in St. Anger. Chitarre e voce, invece, sono più incisive su Master of Puppets.

La maggiore complessità tecnica dei brani, di per se non dovrebbe rappresentare un elemento di controversia, ma trattandosi dei Metallica è bene sapere che con loro le basilari regole dell'ordine perdono ragion d'essere. Immaginate cosa potrebbe fare un gruppo che da sempre non ha brillato per tecnica, quando si trova per le mani un po' di perizia in più... ovviamente sì monta la testa e probabilmente la motivazione alla base di brani così lunghi è da ricercarsi nella "smania" dei tre di mostrare al mondo quanto sono migliorati tessendo trame ritmiche più complesse rispetto a quanto facevano prima. Nulla da dire, in questo senso l'operazione è pienamente riuscita. Il terzetto storico, infatti, non si riproporrà mai più a questi livelli, un vero peccato perchè finalmente s'era guadagnato almeno parte degli sbrodolamenti che i metallari gli riversavano addosso incoronando quasi annualmente Hammett piuttosto che Ulrich come funamboli dei rispettivi strumenti. In quest'analisi, tuttavia, torna a pesare il fattore Newsted, che risulta nuovamente tagliato fuori senza valido motivo e con l'aggravante di privare il "Metallica sound" di un componente che al suo interno è sempre stato essenziale.

Rimanendo nella composizione, ma passando alle liriche, questo sono l'unico elemento a non presentare cadute rispetto al passato, anzi, Justice contiene i testi generalmente più ispirati e attuali che i Metallica abbiano messo insieme, basti ad esempio la title track e Dyers eve che tra l'altro è l'unico brano che per struttura può ricondurre ai precedenti lavori.

È venuto il momento di tirare le somme stabilendo se quanto espresso sin qui dimostri o confuti il mio teorema enunciato in apertura. A essere oggettivi, sono convinto che gli elementi descritti posizionino l'ago esattamente a metà dei due opposti, personalmente, però, credo che Justice rappresenti l'apice assoluto dei Metallica che per ragioni fuori da ogni logica hanno clamorosamente gettato al vento l'occasione, quanto meno, di bissare la portata epocale che critica e pubblico assegnarono a Master. Sarebbe bastato eliminare alcune inutili digressioni strumentali e deputare la giusta dignità artistica a Newsted per ottenere un disco degno di spolvero ancora maggiore di quello che, comunque, Justice è riuscito a guadagnarsi in vent'anni.

Chiudo, doverosamente, con il video clip metal per me più bello di sempre, per scelte artistiche di realizzazione e messaggio veicolato da un brano che trova analogo contraltare solo in Remember The Fallen dei Sodom.


07/02/2011

Egitto: quello che non sì dice.

Com'era ovvio aspettarsi, l'informazione veicolata sui canali standard è ben lontana dall'essere esaustiva e soprattutto imparziale sul caso egiziano. Ad andarci di mezzo è stata la percezione collettiva in merito alla portata di questi eventi, che sono purtroppo risultati drasticamente ridimensionati.
Anche volendo mettere da parte le questioni puramente etiche che la faccenda solleva (nella realtà dei fatti andrebbe invece fatto l'esatto contrario) non dovrebbe costituire argomento di discussione il fatto che le rivoluzioni nell'Africa Mediterranea andranno sicuramente a modificare gli assetti geo-politici di aree ben più estese rispetto alle singole nazionalità in gioco.
Alcuni siti di analisti più o meno attendibili, sì sono spinti a pronosticare un possibile revival della conflittualità arabo-israeliana precedente agli accordi di Camp David del 1978. Senza spingersi in territori catastrofisti (anche perché la pace tra Israele ed Egitto non ha certo impresso un giro di vite significativo alla stabilizzazione del Medio Oriente) andrebbe comunque preso atto che questa ennesima tensione nell'area potrebbe, come minimo, toccare le nostre tasche. Come? Beh con il probabile rincaro del prezzo del petrolio, soprattutto nel medio periodo o ancor peggio a causa di una nuova missione ONU/NATO/varie ed eventuali, volta a stabilizzare l'area o fare modesto cuscinetto tra fazioni scannano (l'UNIFIL insegna...) ovviamente tutto a carico del contribuente cui poi viene negata ogni forma d'assistenza sociale perché lo Stato è a un passo dalla bancarotta (con quasi 2000 miliardi di debito)!
Quindi, consci che questa marea di merda possa riversarsi sulle nostre spalle è bene (anche in virtù della semplice consapevolezza) essere informati.
Al momento il portale che ha fornito gli spunti più interessanti su Egitto e affini è stato PeaceReporter.net, leggere per credere:

Mediterraneo. Reazione a catena - la cronologia 

La rivolta d'Egitto vista con gli occhi di Teheran

Egitto, Hezbollah sta con la rivolta

Noam Chomsky sulla politica estera USA in Medio Oriente e Maghreb

L'analisi più valida della situazione, tuttavia, è presente in questo articolo, che personalmente mi ha lasciato completamente di stucco per precisione e chiarezza espositiva. Non leggerlo equivale a farsi un torto personale, credetemi!

La rivoluzione egiziana, inoltre, ha posto sul tavolo un'altra questione di notevole interesse, questa volta riguardante il settore delle comunicazioni. L'amministrazione Mubarack, infatti, s'è guadagnata il poco onorevole primato nell'eseguire fisicamente e fino in fondo lo scollegamento del proprio paese dalla rete internet. L'evento, che ai più sembrerà di poco conto, è invece essenziale al fine d'inquadrare come e quanto sono mutati gli assetti socio-culturali negli ultimi 15 anni soprattutto in merito al controllo dell'informazione e delle vite di ogni singolo (vedi assonanza web-facebook).
Anche in merito a questo tema lascio qualche spunto di riflessione interessante.

Spegnere Internet, in Egitto le prove generali

L'Egitto "spegne" Internet: è davvero possibile?

L'Egitto senza rete

Buona lettura.

05/02/2011

La rabbinata dell'anno.

E' prassi comune affidare i bilanci al termine dell'anno solare, o al massimo appena smarcate le feste comandate, come si fa negli esercizi commerciali quando si inventaria il magazzino. Io, però, preferisco fare le cose un po' più a cazzo campana, soprattutto quando il risultato finale lo do già per scontato.
E' il caso della rabbinata metal dell'anno appena trascorso, che nel 2010 ha trovato un protagonista impossibile da scalzare: i Ghostrider.
Se state pensando "chi cazzo è sta gente???" avete ben ragione di farlo! Gli unici ghostrider che io ricordo come tali, erano Maverick e Goose nelle scene iniziali di Top Gun, quando gli yankee fanno i fighi con i Mig (il 28, che non s'è mai visto, ma a Tony Scott perdoniamo questo ed altro) qui, invece, sì parla di un gruppo, per essere precisi dell'embrione da cui nacquero i Necrodeath , seminale formazione thrash italiana di fine anni '80, oggi molto meno degna di lustro rispetto a un tempo.
Se questi personaggi sono l'anticamera dei Necrodeath, per quale motivo starli a scomodare? Ovviamente per questioni spudoratamente commerciali, che assurgono giustamente al rango di rabbinata in quanto i nuovi Ghostrider, oltre a non poter millantare chissà quale primordiale produzione artistica di essenziale valore, non hanno nulla a che spartire con quelli di 26 anni fa (fatta eccezione per la ridicolaggine da copertina) ma sono, anzi, la fotocopia dei decadenti Necrodeath odierni.
Il redivivo scheletro nell'armadio rispolverato da Peso gode, tuttavia, di piacevole compagnia. I fratelli Hoffman, infatti, dopo il divorzio con Glen Benton nel 2004, hanno ben pensato di riesumare il nome con cui si facevano chiamare prima dell'era Deicide: Amon. Rabbinata colossale pure questa perché il cambio di nome avvenne immediatamente dopo la pubblicazione del secondo demo che contiene buona parte dei brani presenti nel debutto discografico dei Deicide.
E' veramente triste vedere degli artisti che sì riducono così nel tentativo di sbancare il lunario.

04/02/2011

Skull Fracturing Nightmare!

Oggi il fornicatore mi ha doverosamente fatto notare che, nell'ultimo periodo, mi sono dedicato alacremente all'analisi politica tralasciando però l'argomento che dovrebbe essere il cardine della nostra linea editoriale (sti termini forbiti alla Paolo Mieli mi fanno andare in brodo di giuggiole!!!), il metal!

Non posso dargli torto, dunque faccio ammenda dedicando il trafiletto di questa serata ai signori che vedete qui sotto:


Per chi si domandasse chi sono, vi rispondo io, trattasi dei Demolition Hammer, che se ben ricordate menzionai nell'articolo dedicato alle disavventure dei Sepultura.

In quella sede li descrissi  come seguaci del death/thrash metal creato ufficialmente dai carioca con la pubblicazione di Beneath The Remains nel 1989. Non è tuttavia corretto identificare il quartetto di New York City come seguace del genere "inventato" dalla band brasiliana, perché ascoltando il primo demo targato 1988 e intitolato Skull Fracturing Nightmare, ci si rende facilmente conto che i Demolition Hammer furono parte attiva nella forgiatura di quel genere di transizione tra vecchio (thrash) e nuovo (death), diventandone in poco tempo gli alfieri più quotati ed stremi, al punto che spesso la stampa li definiva come un gruppo brutal thrash.

A dispetto di una carriera  brevissima e terminata in modo piuttosto indecoroso a livello artistico, i 4 della grande mela divennero una formazione di culto tra gli appassionati, perché nel volgere di appena 6 anni dalla propria formazione (1986) diedero alle stampe due pietre miliari dell'estremo.

La prima di queste uscite risponde al nome di Tortured Existence e fu rilasciata via Century Media nel 1990. Il disco condensa 45 minuti scarsi di musica che sono peggio di una martellata in testa! Denominatore comune di ogni brano è la consueta (per il genere) compattezza ritmica modello megalite di Stonehenge, oltre all'uso abbondante di tempi medi sovente spaccati da incursioni di chitarra solista e batteria che pigiano sull'acceleratore.

Anche in quest'occasione viene incaricato Scott Burns di conferire forma ai suoni dell'album, che in virtù di questa collaborazione è decisamente più affine al death floridiano che al thrash della sponda ovest (ma anche se prendessimo in considerazione quella est il discorso non sarebbe diverso).
Come pronosticabile all'interno di un mercato in selvaggio mutamento, il disco raccoglie il riscontro entusiasta dei soli oltranzisti dell'estremo, ma tanto basta al gruppo per finire in tour con nomi del calibro (soprattutto ai tempi) di Obituary, Malevolent Creation e Devastation (quelli texani e dediti ad un thrash decisamente affine ai Demolition). E' in questo periodo che prendono forma i pezzi che andranno a comporre il nuovo Epidemic Of Violence (1992).

In questo disco, il gruppo intende risultare ancor più violento rispetto a quanto suonato appena 2 anni prima e conquista senza difficoltà il proprio traguardo! Nei 9 pezzi che compongono Epidemic Of Violence, troviamo la quintessenza di ciò che veniva definito brutal thrash, ovvero un modo di suonare "pestato" che innalza l'asticella dell'estremo di un corposo palmo, superando le composizioni che, fino a quel momento, erano considerate picco della violenza nel thrash americano (vedi Slayer e Dark Angel).

A questo punto i Demolition Hammer avevano davanti a se due sole strade da percorrere, quella (logica) dell'estremo e quella dello sputtanamento. Ahime prevalse lo sputtanamento e il gruppo andò in vacca. Vinny Daze (batteria) e James Reilly (chitarra) abbandonarono la band creando i DEVIATE N.Y. che produssero un solo demo prima di scomparire. Steve Reynolds (basso/voce) e Derek Sykes (chitarra), invece, reclutarono Alex Marquez (bazzicatore assiduo della scena death americana che ha contato) alla batteria e pubblicarono Time Bomb: un aborto post-thrash nato dall'idea di accodarsi stilisticamente e a livello di vendite alla coppia che nel 1994 spopolava nelle classifiche metal, Pantera e Machine Head.

In rete circola voce che fu la Century Media ad imporre a Reynolds e Skyes di usare nuovamente il nome Demolition Hammer per questa uscita, a prescindere dalla paternità della scelta è indubbio che la carriera del gruppo si concluse in modo indegno, ed è destinata a non vivere più alcuna resurrezione a causa del decesso datato 11/03/1996 del former Vinny Daze, ucciso dalla puntura di un pesce palla.

Il pezzo seguente è quindi dedicato alle ceneri di una formazione dalla durata fulminea quanto intensa e al suo talentuoso batterista.

Enjoy!


P.S. l'acquisto di Tortured ed Epidemic è ovviamente consigliatissimo, soprattutto ora che i due album sono tornati nuovamente a catalogo con la Century Media in un'edizione che comprende un corposo numero di pezzi bonus registrati nel periodo di miglior forma del gruppo.

Still Grind Attitude.

Il grindcore è un genere musicale dai connotati caotici nato nella seconda metà degli anni ottanta, nel Regno Unito. Generalmente viene riconosciuto come un ramo estremo dell' hardcore punk sposato ad alcuni elementi metal, con somiglianze death, anche in questo caso degenerati al parossismo. Vanno menzionati, per esemplificare il concetto, i Repulsion: band americana passata inizialmente inosservata, che solo anni dopo ha visto riconosciute le proprie qualità innovative.
Il termine è stato coniato da Mick Harris, batterista della band che ha dato vita al genere: gli inglesi Napalm Death, con l'album di debutto, Scum (1987). Inizialmente "grindcore" era un semplice aggettivo con cui Harris definiva ironicamente la propria musica (grind significa macinare, polverizzare: una parola concisa e chiara per descrivere una musica che si consuma in un boato improvviso e rapido), solo successivamente ha assunto il valore di vero e proprio filone musicale.
Scum, per la precisione, ingloba i caratteri del grindcore solo nelle tracce del lato B, inciso ad un anno di distanza dal lato A, e con una formazione parzialmente diversa. A rendere così singolare il lato B di Scum c'è il suono della chitarra (riconoscibile in una distorsione resa unica dallo stile di Bill Steer, che grazie ad una postura obsoleta, ottiene un risultato straordinariamente "ruvido" nella distorsione), le scale usate per comporre i giri (combinazioni di note non facilmente riscontrabili in altri generi musicali), l'estrema velocità dell'esecuzione (specialmente per quanto concerne la batteria), la peculiare brevità dei brani (dai 40 secondi di media, fino ad un minuto o poco più) e l'impronta vocale, fatta di scream e carica di aggressività.
Sulla copertina, intorno alla scritta Scum (Rifiuto) ci sono, polemicamente, piazzati i loghi di alcune multinazionali e si riconoscono, tra gli altri: BP (British Petroleum), Nestlè, Ford, IBM, Philips, McDonald's e Coca Cola.
Il grindcore, come già detto, è sicuramente da considerare una continuazione delle correnti più nichiliste dell'hardcore punk. Un gruppo che sicuramente ha ispirato i Napalm Death sono i Discharge, band inglese formatasi nel 1977 che ha anche dato via, oltretutto, al cosiddetto D-Beat (variante violenta e minimalista dell'hardcore caratterizzato da un ritmo di batteria particolare), ma questo è un altro discorso...
Tornando al grind, una lettura diversa viene offerta dai Carcass (band che schiera lo stesso chitarrista dei Napalm Death), i quali uniscono un immaginario testuale fatto di espliciti riferimenti al mondo della medicina e dell'anatomia: metafora della società moderna, pugno nello stomaco per i benpensanti.
Le idee dei Carcass, forse per la vicinanza all'immaginario horror del death metal, erano destinate a produrre numerosi proseliti in tutto il mondo, formando così una schiera di gruppi goregrind (la maggior parte, a dir la verità, piuttosto inutili, in quanto prive di quell'humor e delle provocazioni intellettuali della band inglese).
Bisogna dire che, successivamente, sia Napalm Death che Carcass, hanno subito diversi avvicendamenti e cambi di formazione, finendo poi per abbracciare un sound più vicino al death o, nel peggiore dei casi, al melodic death.
Navigando per il web, ho trovato questa interessantissima intervista fatta al mitico Mitch Dickinson, personaggio che ha vissuto e contribuito alla nascita e successiva esplosione del movimento.
Io non posso fare altro che consigliare la lettura e salutarvi con un pezzo dei giapponesi SxOxBx, band tanto sottovalutata quanta importante per tutto il genere (anno di grazia 1986).




Di seguito una lista, se non dei migliori, dei miei lavori preferiti:
Repulsion: "Horrified"
SxOxBx: "Don't Be Swindle"
Napalm Death: "Scum"
Napalm Death: "From Enslavement to Obliteration"
Carcass: "Symphonies of Sickness"
Terrorizer: "World Downfall"
Brutal Truth: "Extreme Conditions Demand Extreme Responses"
O.L.D.: "Old Lady Drivers"
Extreme Noise Terror: "A Holocaust in Your Head"
Defecation: "Purity Dilution"
Unseen Terror: "Human Error"
Assück: "Anticapital"
Agathocles: "Razor Sharp Daggers" (forse la band più prolifica di sempre)
Cripple Bastards: "Misantropo A Senso Unico"
Insect Warfare: "At War With Grindcore" (tra i migliori usciti ultimamente)

03/02/2011

Il gemellaggio.

Poco meno di 2 anni fa, si presentava così una delle coppie meglio assortite del panorama internazionale: stessa micca da duri incartapecoriti da un età (83 a 75) coperta con abbondante cerone, identico o quasi strapotere nei rispettivi Paesi, geograficamente uniti dall'acqua del Mediterraneo e storicamente legati da vicende intrecciatesi in più di un'occasione.
Di recente il nome del quasi monarca egiziano era riecheggiato nelle orecchie italiane perché impropriamente collegato, suo malgrado, ad una procace marocchina, più volte impegnata in estenuanti frequentazioni alla corte di Arcore, ma questi sono argomenti di pertinenza della magistratura, quello che m'interessa sottolineare sta sera è come la politica italiana ed egizia per un giorno sia stata particolarmente affine nella propria operatività.
Egitto: qualche giorni fa avevo lasciato la terra dei faraoni sorprendendomi per la piega che stava imboccando la rivoluzione esplosa il 25 gennaio, e coltivando il desiderio d'assistere alla definitiva cacciata di Mubarak dallo scranno del Cairo.
Lunedì l'opposizione aveva indetto una giornata di mobilitazione nazionale, con l'obiettivo di presentarsi direttamente alla finestra di Mubarak per pretenderne le dimissioni. La manifestazione è stata un indubbio successo con almeno un milione di cittadini egiziani scesi in piazza. La forza dei numeri, tuttavia, ha fuorviato una larga fetta dei media che, anche in virtù del presunto scaricamento di Hosni da parte dell'amministrazione americana, hanno dato per chiusa la partita egiziana. Soltanto nella sera di ieri, invece, s'è capito che i giochi sono ancora aperti e che Mubarak è un vecchio volpone! Per come si è sviluppata la faccenda fino ad ora, il presidente egiziano ha mostrato notevole abilità tattica, proponendosi all'indomani delle proteste quale soggetto "debole" dello scontro, salvo dimostrare che il fronte popolare che lo contesta non è poi tanto compatto (come i media hanno più vole rimarcato descrivendo l'odierna giornata di scontri tra militanti pro e anti Mubarak) come s'è detto negli ultimi giorni, potendo quindi risalire la china degli antagonisti limitando i danni alla promessa di non ricandidarsi alle prossime presidenziali. A dispetto dei manifestanti che lunedì ne invocavano la caduta, Mubarak ha anche incassato il sottile appoggio dell'esercito, che successivamente alla sua promessa, ha esortato la folla a tornare nei ranghi della vita quotidiana, affermando che la piazza ha ottenuto ciò che voleva.
L'invito delle forze armate risuona quanto mai sinistro per le sorti della rivoluzione, perché sa di inciucio tra un despota al tramonto e l'esercito che scandisce gli equilibri della società egizia dal 1952. In quest'ottica, a mio avviso, va contestualizzata la "neutralità" dell'esercito negli scontri tra fazioni (che hanno il sapore di strategia della tensione di nostrana cultura) che sì sono verificati ieri al Cairo, e partendo da questa considerazione sì può azzardare che la repressione violenta di questa rivolta non è un'ipotesi tanto remota, soprattutto quando tra i maggiori sostenitori di Mubarak è rimasto Israele, spaventato dall'ipotesi di un Egitto fuori controllo che funga d'esempio per tutti i dissidenti presenti nelle nazioni arabe "filo-occidentali", con Giordania e Arabia Saudita in testa.
Italia: più volte ho avuto modo d'affermare come la politica italiana e di riflesso l'intero Paese siano impantanati nell'ennesima vicenda giudiziaria in cui s'è infognato Berlusconi, questa volta in maniera più scabrosa del solito, perché si sa, in questa nazione fa più notizia essere sorpreso con due baldracche in letto piuttosto che con un mafioso come faccendiere domestico.
Nelle ultime settimane siamo stati spettatori del consueto canovaccio cui ci ha abituato Berlusconi quando la magistratura lo chiama in causa, gli allarmi alla giustizia politicizzata, alle toghe comuniste (cazzo ci fossero tutti sti comunisti in giro, quasi pagherei per averli!!!), al golpe ai danni del governo del fare, sono stati talmente martellanti da divenire nauseabondi, ma hanno sortito il loro effetto. Il costante innalzamento della tensione, infatti, ha mostrato un Berlusconi al tracollo (pure Gelli lo scarica), con un esecutivo prossimo alla caduta addirittura per mano di Napolitano. L'opposizione sembra cogliere l'occasione del contropiede con D'Alema, la rete decisiva pare ad un soffio ma all'ultimo minuto il cavaliere riconquista la cronaca politica proponendo al PD una larga intesa volta a rilanciare l'economia (evidentemente pure lui non arriva a fine mese, con tutte le mignotte che deve pagare!) che però viene rifiutata da Bersani. L'azione truffaldina è ormai compiuta ed è sufficiente l'ennesimo monito di Napolitano cui Berlusconi prontamente sì accoda, per far recuperare fiato al primo ministro che riesce a dipingersi paladino del rispetto delle istituzioni, che monderà del sudiciume sollevato dalle toghe rosse con un imminente piano di rilancio economico (ce lo sentiamo dire da quasi 30 anni sta cazzata)!
Lascio a voi tratte le conclusioni del gemellaggio da cui ha preso spunto questo sproloquio, non prima d'improvvisarmi bookmaker delle prossime mosse di politica economica: cementificazione a destra e sinistra, con Tremonti intento a masturbarsi sulle proprie qualità di contenitore (di cazzate) del debito pubblico.

E le bestemmie volano!