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giovedì 25 maggio 2017

Comunisti, tra teoria e prassi

"Oggi però vorremmo affrontare un’altra questione, quella che attiene alla ricostruzione di un punto di vista comunista e del ruolo che i comunisti possono svolgere dentro questo passaggio d’epoca.”

Rete dei Comunisti. Intervento introduttivo svolto da Mauro Casadio al forum “Fattore K. I comunisti, il blocco sociale, i populismi” tenutosi a Roma sabato 20 maggio. (da Contropiano)

Prendo spunto soltanto dal titolo di un capoverso dell’introduzione svolta da Mauro Casadio al convegno di cui si riportano titolo e data di svolgimento per introdurre alcuni elementi di dibattito.

Non entro nel merito delle articolazioni di discorso presenti nel già citato intervento introduttivo perché ho intenzione di limitare al massimo lo spazio utilizzato da queste mie osservazioni.

Come primo punto però mi auguro sia consentito un apprezzamento all’impostazione complessiva: quella ciò implicitamente riferita nel rapporto tra teoria e prassi.

Far vivere nella prassi le indicazioni di un rinnovamento teorico rappresenta il passaggio più arduo da realizzare in questa fase nella quale si esprimono termini di scontro sociale e politico particolarmente complessi, con l’emergere di nuove (e parzialmente inedite) fratture che “spaccano” l’agire politico in forma trasversale separandolo – oggettivamente – dalle forme usuali di azione sociale.

E’ diventato sempre più difficile riuscire a fare in modo che l’esemplarità dell’azione politica possa essere percepita come “parte” di un’azione più complessiva compresa in una prospettiva epocale di alternativa generale, di prefigurazione di “società altra”.

Questo limite deriva dall’introiettazione di due elementi tipici della subalternità della rivoluzione passiva in atto: il primo quello che mi permetto di definire, semplificando al massimo, del “politicismo” (torsione banalizzante del “totus politicus”); il secondo quello del prevalere ormai nell’immaginario collettivo (sempre usando il massimo della semplificazione e della banalizzazione) dell’apparire in luogo dell’essere.

Si evidenzia, ancora, un’altra grande questione che è quella della “memoria storica” e dei suoi necessari riferimenti da assumere: ma anche questo è un argomento che, nella fattispecie, ci porterebbe troppo lontano.

I dati di fondo con i quali abbiamo a che fare nella ricerca di un nesso tra teoria e prassi nel comunismo del XXI secolo deve quindi fare i conti con la “rivoluzione passiva” verso la quale deve essere combattuta una “guerra di posizione” (anche sull’uso di questa terminologia mi tocca fare ammenda circa la banalizzazione, ma non sono riuscito a reperire nel mio bagaglio esplicitazione più efficace).

A questo punto occorre porre con forza un interrogativo: da dove è possibile far ripartire una possibilità di affermazione per l’identità e l’autonomia progettuale dei comunisti?

Senza alcun timore di andare contro corrente la risposta a questa domanda risiede ancora, a mio avviso, nella capacità di avviare una riflessione sul grado di influenza che oggi, nel concreto dei processi in atto, può esercitare una ritualizzazione del concetto gramsciano di egemonia.

Occorre prendere atto del mutamento di alcuni fattori di fondo: sono pressoché esaurite tutte le tradizionali formule politiche (un fatto che apre spazi inediti a un’iniziativa di riattualizzazione dei principi fondativi del nostro agire politico); si sono allargati gli elementi di sfruttamento capitalistico modificando la qualità stessa del rapporto di classe mentre è venuto a mancare, oggettivamente, la disponibilità di un nucleo militante, politicamente preparato e disponibile a inserirsi in tutte le “pieghe della società”.

Il tema dell’egemonia risulta, ancora una volta e più che mai, in stretta connessione con il tema del partito.

Serve, prima di tutto, proprio perché siamo dentro un contesto di “rivoluzione passiva” l’operatività di un partito in grado di agire non come semplice avanguardia, ma come intellettuale collettivo promotore di una trasformazione intellettuale e morale.

L’esigenza rimane quella di lavorare sul lungo periodo all’interno di società che sappiamo essere dominate dalla ferocia dei gestori del ciclo capitalistico, con parole d’ordine intermedie e positive e con una forte attivazione e partecipazione di massa.

La società capitalistica presenta un insieme di contraddizioni emergenti nel suo seno che si affiancano e s’intrecciano a quella capitale/lavoro, come ci capita spesso di elencare (ambiente, razionalizzazione nell’uso delle risorse naturali, interdipendenza dell’economia, differenza di sesso, rapporto profitto/rendita, organizzazione e riproduzione della cultura e dell’informazione, nuovi meccanismi di espropriazione sociale derivanti dall’innovazione tecnologica, fallimento degli organismi sovranazionali, nuovi pericolo di guerra globale, razzismo).

Si sono così prodotte profonde modificazioni nella realtà oggettiva che non generano, però, alcuna acquisizione spontanea di rilevanza politica, in assenza di una presenza di coscienza alternativa in grado di far sentire i soggetti sociali insieme portatori e vittime delle diverse contraddizioni, come parte integrante di un nuovo “blocco storico” destinato a governare la società del futuro.

Emergono qui alcune questioni che riassumo in forma interrogativa, in conclusione di questo intervento: può un partito dell’alternativa comunista svolgere la sua funzione egemonica lavorando anche come punto di sintesi di movimenti autonomi espressione delle diverse contraddizioni operanti nella società?

E’ questo il punto del rapporto con quelli che nell’attualità sono definiti come “populisti”.

La funzione del partito come sintesi dei movimenti: rovesciando il senso dell’errore compiuto, ad esempio, dal rapporto tra partiti e movimento no-global nel suo punto più alto (penso al G8 di Genova).

La proposta specifica è quella di un rinnovamento nella “forma partito” dei comunisti che può configurarsi come proposta di un partito consiliare, da intendersi non come mediazione fra le diverse realtà esistenti, ma come indicazione di una vera e propria terza via tra la pratica inattualità di quello che fu il grande partito di massa, lo scivolamento compiuto nelle aberranti forme dell’agire politico nell’attualità e il rinserramento in un minoritarismo neo – corporativo.

Autonomia, Identità, Egemonia: questi i tre pilastri possibili della soggettività comunista oggi.

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