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martedì 23 maggio 2017

La controrivoluzione in America Latina

Se qualcuno nutrisse dubbi in merito al fatto che questa è l’era del pensiero unico, un’epoca in cui non esistono quasi più giornali, radio o canali televisivi che non sostengano posizioni praticamente identiche su tutte le questioni economiche, sociali e politiche di fondo (dall’urgenza di tagliare la spesa sociale alla necessità di lottare contro il “populismo”, dalla definizione di buoni e cattivi nelle varie guerre in corso a come fronteggiare la sfida terrorista, dalla celebrazione del politicamente corretto alla condanna delle manifestazioni di piazza “violente”, ecc.) ,vada a leggersi gli articoli (o guardi i servizi televisivi) che i media mainstream dedicano alla crisi venezuelana, poi, se ne ha tempo e voglia, consulti qualche fonte alternativa in Rete, o scorra qualche articolo sui rari fogli “eretici” rimasti in circolazione. 

Per quanto riguarda i primi sfido il lettore a trovare – e a segnalarmi – una voce che dia una versione minimamente obiettiva di quanto sta accadendo in Venezuela, che non dipinga, cioè, Maduro come un dittatore sanguinario a capo di un regime totalitario e i suoi oppositori come cittadini inermi che lottano eroicamente per reintrodurre la democrazia nel Paese. Per quanto riguarda i secondi, segnalo l’intervista a Luciano Vasapollo, economista e profondo conoscitore della politica latinoamericana, pubblicata sul sito Contropiano. Tuttavia, poiché mi rendo conto che il sottotitolo Giornale comunista online che accompagna la testata di Contropiano può indurre alcuni a liquidare l’analisi di Vasapollo come il punto di vista di un castrista nostalgico, consiglio di ascoltare altre due campane meno “sospette”. La prima, segnalatami dall’amico Daniele Benzi che da anni insegna in varie università latinoamericane, è un articolo del professor Gabriel Hetland, docente di Studi latinoamericani all’Università di Albany, dal titolo “Why is Venezuela Spiraling Out of Control” e pubblicato sul sito Jacobin.

Ecco gli argomenti con cui Hetland contrasta la narrativa dei media mainstream.

1. L’accusa di essere un dittatore veniva sistematicamente rivolta anche a Chavez (sempre regolarmente eletto e, semmai, oggetto di un tentato golpe di destra), ma anche Maduro è salito al potere legalmente, dopodiché, anche se non si può negare che stia facendo di tutto per impedire che il Parlamento dominato dall’opposizione riesca a governare, questo basta, si chiede Hetland, per definire totalitario un regime che lascia piena libertà di stampa e consente all’opposizione di mobilitare continue manifestazioni di piazza? Pinochet e i generali argentini, sostenuti dagli Stati Uniti, non si comportavano un po’ diversamente?

2. Ma le “pacifiche” manifestazioni contro Maduro non vengono sistematicamente e violentemente represse? Ahimè, contrariamente alla vulgata dei media occidentali, quelle manifestazioni non sono affatto pacifiche: almeno la metà dei morti (se non di più) durante gli scontri dell’ultimo anno, documenta Hetland, sono stati provocati dall’opposizione che, fra le altre azioni, ha attaccato e distrutto edifici pubblici, fra cui scuole e ospedali (costringendo, in un caso, 50 madri e neonati a evacuare un reparto di maternità). Queste “imprese”, che ove compiute da noi verrebbero definite teppistiche se non terroristiche, in Venezuela diventano lotta per la democrazia, di quei questi paladini della democrazia e della legalità che, nel 2013, si rifiutarono di riconoscere la vittoria elettorale di Maduro, invocando inesistenti brogli (gli stessi Stati Uniti riconoscono l’affidabilità del sistema elettorale venezuelano).

Ciò detto, Hetland non manca di sottolineare le pecche di Maduro: dai gravi errori di politica economica (la crisi provocata dal crollo del prezzo del greggio avrebbe potuto essere fronteggiata meglio, se si fosse provveduto per tempo a differenziare la matrice produttiva del Paese) e non c’è dubbio che l’attuale regime – pur non potendo essere definito totalitario – abbia subito una evoluzione in senso autoritario che contrasta con l’originario sogno chavista di costruire una democrazia partecipativa fondata sul protagonismo dei cittadini. Occorrerebbe tuttavia inquadrare tale evoluzione nel contesto del feroce attacco da parte degli Stati Uniti – e delle forze di destra interne alleate alla potenza imperiale – che oggi stanno subendo tutti i Paesi latinoamericani che, negli ultimi vent’anni, avevano tentato, anche attraverso strade diverse, di emanciparsi dal Washington Consensus e uscire dal “cortile di casa” degli Stati Uniti.

A tal fine suggerisco un’ulteriore lettura: il lungo articolo di Maurice Lemoine, “Guerra subdola in Ecuador, guerra totale in Venezuela” pubblicato sul numero di maggio dell’edizione italiana di “le Monde diplomatique”.

Lemoine descrive come l’opposizione ecuadoriana di destra, dopo la sconfitta nelle recenti elezioni presidenziali, abbia immediatamente applicato il “protocollo Venezuela”: prima ancora che fossero noti gli esiti del ballottaggio fra il successore di Rafael Correa, Lenin Moreno, e il candidato della destra, Guillermo Lasso, tutti i media dichiararono la vittoria di quest’ultimo; poi, quando divenne chiaro che Moreno aveva vinto, sia pure di misura, gridarono ai brogli, invocando un golpe e, visto che le forze armate non reagivano, chiamando il Paese alla delegittimazione del governo attraverso mobilitazioni di piazza e un continuo, furibondo bombardamento mediatico (in tutta l’America Latina i media sono saldamente in mano alle destre). Lemoine prosegue evidenziando le analogie, non solo fra i casi venezuelano ed ecuadoriano, ma anche con le svolte a destra elettorali (elezione di Macri in Argentina) e istituzionali (destituzione di Dilma Rousseff in Brasile) avvenute in altri Paesi latinoamericani: nessuno di questi cambiamenti di regime è avvenuto come un normale avvicendamento, ma è stato piuttosto l’esito di violente pressioni esterne (sia economiche che politiche) associate a campagne diffamatorie, corruzione di membri dei partiti avversari, ecc., mentre, nel caso del Venezuela, non è escluso che si possa arrivare a scenari di guerra civile in stile colombiano.

Che gli Stati Uniti siano disposti a tutto per riacquistare il controllo del cortile di casa, e che il sistema mediatico americano ne sostenga senza riserve il progetto, rientra nella più assoluta normalità. Un po’ meno scontato l’allineamento “bulgaro” di forze politiche e media europei. Ma in fondo non è il caso di stupirsene: gli interessi del capitalismo mondiale non sono compatibili con la secessione di un intero continente dalle regole del mercato globale, per cui richiedono un pronto ritorno alla “democrazia”, naturalmente intesa come dominio incontrastato del “libero mercato”. Ecco perché, mentre Maduro viene descritto come un dittatore, il presidente cinese viene celebrato come la provvidenziale alternativa a Trump, come il nuovo campione del “mondo aperto”.

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