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lunedì 22 maggio 2017

Quando ti dicono “fai del volontariato”

Ieri sera mi sono ubriacata. Con una bottiglia di vino da due euro. Spesi male, direte voi. Spesi bene, secondo me. Mi mancava la sensazione di leggerezza, il non pensare a niente, il confidare su un momento fatto di immotivata ilarità. Capita quando immagini che i piedi non tocchino più terra perché non hai un terreno solido sul quale camminare.

In quello stato ho incontrato una persona che mi ha proposto di fare la volontaria per una organizzazione di carità. Fare del bene restituirebbe una visione diversa della vita. Misurerebbe il mio panico mettendolo a confronto con quello di chi “ha perso tutto e ha anche più bisogno di speranza” rispetto a quanto ne sia rimasta a me.

E’ una specie di condanna che ti investe come un Tir. Sei disoccupata e ti propongono di lavorare gratis per “dare una mano”. E a me chi la dà una mano? “Almeno esci di casa” diceva. E in effetti a non fare niente non guadagno nulla. A parte girarmi e rigirarmi oppressa nell’immobilità. Nulla cambia se tu non cambi. E a quel punto, dopo un paio di frasi filosofiche in aggiunta, dette da chi non ha il problema che ho io, ho ringraziato il cielo per aver deciso di bere e ubriacarmi. Fossi stata sobria avrei risposto con rabbia e avrei anche pianto.

Io che mi vergogno a mostrarmi fragile. Non avrei potuto guardarmi allo specchio per giorni e giorni. Ho comunque deciso di andare. Così oggi che è domenica, a pranzo, sono andata ad aiutare in cucina un paio di donne che preparavano pasti privi di proteine per gente che di proteine avrebbe bisogno. Ho osservato a lungo un uomo perso, fuori dalla realtà. Mi sono chiesta se anch’io finirò come lui, a rivolgere ad estranei frasi sconnesse. La connessione con me stessa e la mia realtà è forse l’unica cosa che mi resta. L’ultima in questo mondo di semi-vivi.

In quel momento ho deciso che avrei raccolto quelle storie, di persone tanto simili a me e comunque diverse. Com’è successo che sono arrivati a questo punto? Da dove arrivano, che cosa sognano, se ancora sognano. L’espressione fuori contesto. I calzini spaiati che mi hanno ricordato le mutande slabbrate che ancora indosso perché anche le mutande costano. Mi sono ricordata i giorni in cui ho usato carta igienica come assorbenti per le mestruazioni. E ho trascorso giorni interi in cui a pararmi la cascata di sangue c’era solo una maglietta vecchia, lavata e rilavata e di nuovo riutilizzata nei cicli successivi.

La povertà ti rende industriosa ma non fino al punto di inventarti nutrimenti dal nulla. Dovrei mangiare scarafaggi e topi e penso ai sorci di fogna che fuggono all’arrivo del senza tetto che tenta di proteggere il proprio giaciglio.

“E’ uno che non ci sta con la testa” – dice la volontaria/cuoca. Pare che la madre abbia deciso di cacciarlo via perché era diventato violento. Non poteva più gestirlo e non esiste un luogo in cui possano gestirlo. Ogni tanto lo ricoverano in psichiatria. Gli fanno un Tso perché pericoloso per se stesso o per altri. Dopo tre giorni è fuori perché “l’ospedale non è un dormitorio” – specificano.

Come ho fatto a non pensarci. Potrei simulare un incidente e lasciarmi curare in ospedale. Potrei fare qualcosa per lasciarmi assistere. Ma poi cosa? I giorni successivi sarebbero uguali ad oggi. E io non so inventarmi nulla se non mi succede davvero.

Sono rientrata nel mio piccolo alloggio, quello che ancora esiste anche se non so ancora per quanto e ho ripensato alle sue scarpe, poi al trucco sul volto della volontaria, ai suoi capelli colorati da poco. C’era un contrasto così visibile e non ho potuto fare a meno di pensare che il mio aspetto, trascurato, grigio, opaco, mi rendesse tanto più simile a quell’uomo invece che alla volontaria.

Alla fine del turno ho mangiato anch’io e forse far la volontaria è l’unico modo che ho per accettare la carità degli altri. Non so quando rivisiterò quel posto. La prossima domenica, forse. Per il resto della settimana potrò sentirmi dannata tra i dannati, in cerca di un po’ di sole che non ha spazio per entrare a riscaldarmi nella mia piccola stanza. Non posso dire che la cosa mi abbia fatto stare bene ma neppure male. Almeno è stato qualcosa di diverso. Diverso anche da me che dell’assistenzialismo ho sempre pensato peste e corna.

Stasera uscirò di nuovo e forse berrò dell’altro vino. O rimarrò a casa a mangiare pasta scondita. Per ora penso a pettinarmi, lavarmi un po’ e guardarmi allo specchio per qualche minuto. E quel che vedo non mi piace. Non mi piace neanche un po’.

L.

Fonte

Vale sempre la pena proporre testi come questo, che testimoniano quanto il baratro del 3 mondo sia ad un respiro da quasi tutti noi.

Specificato il banale è comunque buona cosa mettere a fuoco i due aspetti che presentano maggiori risvolti analitici all'interno del testo:

1) il volontariato, è riconosciuto dalla protagonista in modo assolutamente cristallino come lavoro gratuito, aggiungo io funzionale a tenere in mobilitazione costante quell'esercito salariale di riserva che consente ai padroni d'ogni ordine e grado di comprimere, sotto ricatto, i salari dei "fortunati" che ancora un lavoro lo conservano e non sono in possesso di professionalità "apicali";

2) alla protagonista, è sufficiente una sola occhiata all'aspetto della collega impegnata in attività caritatevole per rendersi conto della chiara impronta classista che contraddistingue l'ambiente: al volontariato spesso si dedica chi non ha altri problemi nella vita che occuparsi un'ora al mese degli altri per dirla con i fumi lisergici di un ispiratissimo De André. Il resto è roba da borghesi di "buon cuore" che non modificano di una virgola il pietoso stato di cose presenti di tutti i dannati della terra, ma anzi ne reiterano la dannazione.

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