di Francesco Ruggeri
«Sarebbero cinque aerei che si
schiantano tutti insieme – scrive Cecilia Strada di Emergency – sette
palazzi che crollano sui loro inquilini mangiandosi in un minuto la
pelle, i vestiti, i sogni di una vita. 700 morti nel canale di Sicilia.
Non li voglio chiamare migranti. Li voglio chiamare persone». Su
un’ascensore, al Nazareno, poche settimane fa, la sintesi di quanto sta
accadendo. Due parlamentari romane che dovevano partecipare a una
riunione. Era accaduto un disastro simile. «Ma perché abbiamo cancellato
Mare Nostrum?», domanda una di loro. «Perché ci costava dieci milioni
al mese e Triton tre e paga l’Europa», taglia corto l’altra. Una
conversazione agghiacciante. Renzi e la Troika uccidono più dell’Isis.
«Il Mediterraneo è un campo di sterminio prodotto dall’indifferenza europea,
dal suo egoismo diffuso, dalle guerre per il gas e per il petrolio,
dallo sfruttamento di interi continenti. No, non è questione di
riflettere se aumentare o meno le missioni di salvataggio per uomini,
donne e bambini. Il semplice discuterne dal punto di vista economico è
il segno della devastazione in cui siamo sprofondati», avverte Francesco
Piobbichi, operatore sociale a Lampedusa. Piobbichi è tra coloro che
reclamano un corridoio umanitario globale per
proteggere i profughi e richiedenti asilo. «Utilizzando le ambasciate
come luoghi in cui presentare domanda di protezione umanitaria
risolveremmo molti dei problemi e al tempo stesso toglieremmo ai
criminali il mercato di carne umana. Ogni nazione aderente alla Carta
dei diritti dell’uomo dovrebbe aderire per comune responsabilità».
E poi c’è Salvini. Sogna un’Europa
fortezza che blocchi le partenze di chi scappa dalle guerre, dalla fame,
prodotti entrambi di uno sviluppo distorto imposto dal Nord del mondo.
Al momento in cui scriviamo sono 24 i
cadaveri recuperati finora dai mezzi di soccorso nell’area a circa 60
miglia a nord della Libia dove è avvenuto il naufragio del peschereccio,
con un bilancio di circa 700 morti. Non sono stati trovati altri
superstiti, in aggiunta ai 24 tratti in salvo nell’immediatezza del
naufragio da un mercantile che era stato inviato in soccorso dei
migranti.
Il naufragio di oggi a 60 miglia a nord
della Libia, in cui si ipotizza abbiano perso la vita 700 migranti,
sarebbe la strage più grave dal dopoguerra nel canale di Sicilia,
peggiore anche della strage di Lampedusa del 3 giugno 2013, che fece 366
morti e 20 dispersi. Molte altre hanno avuto un bilancio di vittime
rimasto imprecisato come la strage della notte di Natale del 1996, dove in un
tragico tentativo di sbarco al largo di Capo Passero, persero la vita
283 persone (l’Ansa continua a chiamarli clandestini) tra pakistani,
indiani e cingalesi Tamil. Erano stipati su un mercantile che
trasportava circa 450 immigrati. Il cargo si fermò tra Malta e la
Sicilia, in attesa dell’arrivo di un’imbarcazione più piccola sulla
quale trasbordare i migranti che dovevano raggiungere le coste
siracusane. Un sistema adoperato dal racket dei clandestini per ridurre
al minimo i rischi e massimizzare i profitti. Ma durante l’operazione la
nave «madre» speronò la carretta. I cadaveri rimasero imprigionati
dentro il barcone. Una strage per la quale sono stati condannati a 30
anni di reclusione l’armatore pachistano Ahmed Sheik Turab e il libanese
El Hallal Youssef, comandante della nave. Altro naufragio il 6 aprile
2011: nella notte un barcone con 300 profughi dall’Africa sub-sahariana e
partiti dalle coste libiche, si ribaltò nelle acque maltesi, a 39
miglia dalla costa di Lampedusa: se ne salvarono solo 51. I migranti,
dopo aver visto il mare gonfiarsi, con un telefono satellitare erano
riusciti a chiamare le autorità di Malta, che girarono la segnalazione
ai colleghi italiani: ma quando i mezzi di soccorso tentarono di
«agganciare» la carretta senza più governo, e che già imbarcava acqua,
lanciando una cima, l’imbarcazione si rovesciò.
L’Europa, chiede Amnesty con 300
delegati dell’assemblea generale in corso a Roma, intervenga di fronte a
questa crisi umanitaria: «Tutto questo diventa sempre più scandaloso e
insopportabile – dice il presidente Antonio Marchesi – Se l’Ue non
attiverà immediatamente un’operazione di ricerca e soccorso in mare
almeno pari all’italiana Mare nostrum la credibilità delle istituzioni
europee già compromessa ne uscirà definitivamente sconfitta».
Mare Nostrum e Triton: due operazioni differenti, nel mandato, nei numeri, nel bilancio e nelle forze impiegate.
MARE NOSTRUM – L’operazione italiana è
partita il 18 ottobre 2013, in seguito al tragico naufragio di Lampedusa
del 3 ottobre (366 morti accertati). Due gli obiettivi: garantire la
salvaguardia della vita in mare, arrestare gli scafisti. Impegnati mezzi
di Marina Militare, Guardia costiera, Aeronautica, Guardia di finanza.
In particolare, la Marina partecipava con una nave anfibia (dotata di
capacita’ ospedaliere e grandi spazi per accogliere i naufraghi), 2
corvette, 2 pattugliatori, due elicotteri, 3 aerei. Le navi d’altura si
spingevano fino a ridosso delle coste libiche per operare i soccorsi. Il
costo dell’operazione era di circa 9,5 milioni di euro al mese. Mare
Nostrum si è conclusa il 31 ottobre 2013, accompagnando poi Triton in
versione gradualmente ridotta fino alla fine dell’anno. Oltre 160mila i
migranti soccorsi durante l’operazione. Gli scafisti consegnati
all’autorità giudiziaria sono stati 366.
TRITON – Il primo novembre 2014 è dunque
partita una nuova operazione. Non più italiana, questa volta, ma
europea. Triton è stata infatti dispiegata da Frontex, l’Agenzia europea
delle frontiere. Il mandato, in questo caso, non è salvare le vite in mare, ma operare il controllo delle frontiere.
Anche se, in caso di necessità, si operano anche interventi di ricerca e
soccorso (Sar). Per rispondere al mandato, le navi di Frontex si
mantengono in un’area entro 30 miglia dalle coste italiane, senza
spingersi a Sud verso le coste libiche come accadeva con i
pattugliamenti di Mare Nostrum. Il budget mensile è di 2,9 milioni di
euro. I mezzi impiegati sono due aerei, un elicottero, tre navi
d’altura, quattro motovedette.
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