Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/08/2022

Ricordando quel 21 agosto a Praga

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 le truppe del Patto di Varsavia invasero massicciamente la Cecoslovacchia dove da qualche mese si sviluppava il “nuovo corso” del socialismo. A quell’azione militare non parteciparono però la Romania e l’Albania; quest’ultima che si era già allontanata dall’URSS, stringendo maggiori relazioni con la Cina, abbandonò pochi giorni dopo il Patto di Varsavia.

L’invasione della Cecoslovacchia è uno dei traumi più importanti che hanno colpito il mondo comunista nel Novecento. Sicuramente, si trattò di una frattura più significativa rispetto ai fatti di Budapest del 1956. Ciò perché il progetto di riforme iniziato sotto la direzione di Aleksandr Dubček era condiviso dalla grande maggioranza del Partito Comunista e del popolo cecoslovacco.

Tale processo, a differenza della rivolta ungherese, non aveva come obiettivo il sovvertimento del socialismo, né delle alleanze internazionali e dei rapporti d’amicizia e solidarietà con l’URSS.

Aleksandr Dubček, segretario del Partito, affermò nella sua relazione al Plenum del Comitato Centrale, a inizio aprile 1968: “In questa repubblica deve essere chiaro ad ognuno e tanto più ai membri del partito, che il programma non è quello di dar vita o sviluppare una qualsiasi democrazia, ma di dar vita e sviluppare una democrazia socialista; il problema non è quello di diminuire la funzione dirigente del partito, ma di realizzarla in modo veramente leninista”.[1]

Egualmente, nella stessa relazione, egli confermò l’importanza dell’alleanza con l’URSS.

Il progetto del Partito Comunista si articolava su due linee: una riguardante l’assetto politico del socialismo cecoslovacco e una relativa all’economia.

Per quanto riguarda il primo punto, si voleva aprire il paese a un maggiore dibattito democratico, alla possibilità di critica delle decisioni dei dirigenti del governo e del Partito e a una scelta più chiara e meno burocratizzata delle candidature al parlamento e ai ruoli dirigenti.

Rispetto alle questioni economiche, si ipotizzava una gestione meno centralistica dell’economia che, nel dibattito di quei mesi, non escludeva a priori, nelle tesi di alcuni, una cauta apertura al mercato che tuttavia non doveva mettere in discussione la pianificazione economica socialista. Un’idea che anticipava scelte in seguito effettuate in altri paesi ad economia pianificata a orientamento socialista.

Inoltre, pur nel mantenimento dei legami di solidarietà con l’URSS, il Partito Comunista della Cecoslovacchia, allora paese di grande sviluppo industriale, percepiva come troppo vincolante la divisione dei compiti produttivi assegnati ai diversi paesi dall’URSS nell’ambito del cosiddetto “campo socialista” .

Ciò che accadde in Cecoslovacchia nel 1968 fu il soffocamento di un tentativo di uscita comunque in direzione socialista dalla crisi che si annunciava nei paesi dell’est europeo che esplose venti anni dopo e che necessariamente prevedeva la messa in discussione del modello politico ed economico che l’URSS imponeva ai paesi del suo blocco.

Ma proprio per questo la dirigenza sovietica, ormai sulla strada tracciata da Breznev con la teoria della “sovranità limitata” dei paesi dell’est europeo, non volle accettare che ciò che accadeva a Praga era tutt’altro che dissoluzione del socialismo, bensì tentativo di innovarlo.

Un tentativo estremo di riformare e salvare sistemi politici vicini al crollo come quelli del blocco coagulato attorno all’URSS. Certamente, il progetto cecoslovacco non era esente da rischi, da possibilità di stravolgimento in direzioni imprevedibili, ma alla fine si ricollegava alla tradizione comunista sulla possibilità di percorsi diversi alle democrazie popolari pur nella continuità della solidarietà alla lotta contro l’imperialismo già ipotizzata da Dimitrov.

Furono pochi i partiti comunisti che nel mondo approvarono l’intervento del Patto di Varsavia, cioè quelli di Siria e Cile oltre a Cuba e Vietnam, che lo fecero soprattutto per la necessità di non rischiare di perdere il sostegno sovietico.

Si pronunciarono contro i partiti di Francia, Svezia, Norvegia, Finlandia, Spagna, Austria, Belgio, Romania (aderente al Patto di Varsavia), India, Marocco, Australia, Jugoslavia e soprattutto della Cina.

In Italia, la posizione del PCI fu abbastanza particolare poiché il partito, diretto allora da Luigi Longo, condannò l’intervento armato del Patto di Varsavia, ma diversi dirigenti, come Amendola e Pajetta erano poco convinti di tale posizione.

Così il PCI dapprima condannò decisamente, ma in qualche mese cominciò a considerare l’invasione della Cecoslovacchia un “errore” e non l’espressione chiara della teoria della sovranità limitata e della volontà di continuare a sottomettere ai progetti sovietici i paesi dell’Europa orientale.

I dirigenti del PCI temevano una frattura troppo pronunciata con il PCUS e si illudevano, forse, che la questione cecoslovacca si sarebbe risolta con la politica. Al contrario, fu conclusa a suon di espulsioni e repressione che costrinsero anche all’esilio alcuni dirigenti (non Dubček, segretario del Partito, dapprima inviato all’estero come ambasciatore, ma espulso non appena l’attenzione si placò e costretto poi a lavorare come manovale in Slovacchia).

In pratica, al di là delle prime accomodanti e propagandiste posizioni di Husak, nuovo segretario del Partito, si arrivò alla restaurazione della situazione pre-nuovo corso. Una posizione ambigua, quella del PCI, che creò, alla lunga, significativi danni anche allo stesso partito.

Quanto al movimento del ’68, che era nato nei mesi precedenti e che si stava consolidando, ma non era ancora organizzato nei gruppi della nuova sinistra, l’invasione della Cecoslovacchia segnò la rottura definitiva con l’URSS e il modello di socialismo praticato in Europa orientale.

Quel movimento guardava piuttosto alle esperienze guerrigliere del Sudamerica, ma soprattutto all’esperienza cinese. L’invasione della Cecoslovacchia, condannata dalla Cina, allargò il solco che divideva quest’ultima dall’URSS ed ebbe come conseguenza il crearsi, a livello mondiale, di due diversi schieramenti comunisti.

La “nuova sinistra” italiana scelse la Cina, una dislocazione che divenne strategica per tutti i decenni successivi sino alla dissoluzione dell’URSS. Confermata anche, nei fatti, dall’evidenza dei risultati cinesi confrontati con la decadenza progressiva dell’URSS e del suo blocco.

L’invasione della Cecoslovacchia contribuì evidentemente anche a rendere definitivamente inconciliabili i percorsi del PCI e della nuova sinistra.

Resta una grande amarezza, ripensando all’esperienza del nuovo corso cecoslovacco, quella di un’occasione mancata. Non possiamo sapere cosa sarebbe successo nell’Europa orientale se il processo inaugurato dal Partito Comunista Cecoslovacco non fosse stato stroncato militarmente, ma certamente è possibile pensare che forse la storia dei paesi del Patto di Varsavia e della stessa URSS avrebbe potuto essere diversa e migliore di quella che è stata.

Note

1) Aleksandr Dubček: Il nuovo corso in Cecoslovacchia, Roma, Editori Riuniti, 1968, p. 17.

Fonte

22/08/2018

Dubcek, Sik e la primavera di Praga mezzo secolo dopo


La notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, a Praga i carri armati sovietici pongono fine all’esperienza guidata da Alexander Dubcek. In Occidente i mezzi di comunicazione legati al sistema capitalista infiorettano in quell’agosto decine di articoli contro l’Unione Sovietica. Anche il Partito Comunista Italiano e il Manifesto, per ragioni e con motivazioni diverse, prendono posizione contro i sovietici.

Per quanto riguarda il 1956 in Ungheria, Luciano Canfora ha spiegato chiaramente in tanti libri e, altri come lui, che, al netto di una certa rigidità del sistema, la critica sociale a Budapest in poche ore era diventata un tentativo controrivoluzionario mirante a ristabilire la proprietà privata della terra in mano ecclesiastica e il controllo del mondo della scuola sempre in mani confessionali, in un quadro generale in cui la chiesa cattolica ungherese guidata dal reazionario e amico degli occupanti nazisti nel corso della seconda guerra mondiale cardinal József Mindszenty svolgeva un ruolo ancillare rispetto all’imperialismo occidentale.

In Cecoslovacchia la situazione era molto più complessa e forse un compromesso, un accordo con i comunisti cecoslovacchi, poteva essere cercato.

Se questa strada non è stata percorsa, tuttavia, non si possono attribuire solo ai sovietici le responsabilità, occorre piuttosto riflettere sull’eccessiva liberalizzazione economica promossa da Ota Šik, ministro e architetto delle riforme cecoslovacche e il fatto che con le sue proposte, poco condivisibili, ci fosse la surrettizia volontà di aprire agli investimenti occidentali, con la conseguente apertura a modelli culturali e non solo economici estranei al socialismo.

Si potrebbe aprire una riflessione sulla complessità, con pregi ed errori, dell’instaurazione in Ungheria e Cecoslovacchia del socialismo alla fine degli anni ’40, con modalità abbastanza rigide e incapaci di offrire una articolazione dei soggetti sociali nel tessuto politico e rappresentativo come ad esempio si era riusciti con enormi successi in DDR, la Germania dell’Est. Tali settori sociali in Ungheria e in Cecoslovacchia, in particolare nel piccolo commercio e nel settore terziario, lungi dall’apprezzare le conquiste del socialismo volte a stabilire garanzie sociali estese a tutti (casa, scuola, lavoro, salute, cultura) vivevano con disagio il loro passaggio da piccola borghesia privilegiata, fosse l’impiegato, l’avvocato o il parrucchiere poco cambia, a un quadro in cui come dipendenti pubblici passavano ad avere la stessa rilevanza sociale e gli stessi diritti e doveri di tutti gli altri cittadini, insomma un’eguaglianza tra lavoratori da loro mai accettata.

Alle scriteriate riforme di Ota Šik, il personaggio centrale dei fatti cecoslovacchi, anche se spesso dimenticato, si aggiungeva quindi una mai risolta distanza tra la piccola borghesia dell’anteguerra e il sistema socialista instauratosi successivamente.

Ho avuto la fortuna, in un lunghissimo e umanamente ricchissimo pomeriggio del febbraio 1999 di discutere, insieme a molti fatti del Cile, dell’America Latina, dell’Unione Sovietica e del mondo, proprio degli avvenimenti di Praga nel ’68 con Luis Corvalan nella sua casa di Santiago del Cile. Era l’estate australe e il nostro fittissimo colloquio è continuato fino a dopo cena, mentre le stelle hanno preso a splendere sul giardino. Corvalan, sostenuto in questo da un altro dirigente del Partito Comunista Cileno, Pablo Neruda, riunita la direzione del Partito, nel suo ruolo di Segretario Generale, compito assolto da lui dal 1958 al 1990, prende chiaramente posizione, con motivazioni condivisibili, a favore dei sovietici e contro le riforme cecoslovacche. In quella serata Corvalan mi ha dettagliato le scelte del Partito e a fronte di qualche mio giovanile dubbio mi ha rimandato alle ben più infuocate parole di Fidel Castro contro i cecoslovacchi. Rileggere Fidel Castro sui fatti di Praga aiuta in effetti a capire la temperie del tempo e il livello di scontro tra imperialismo e campo socialista.

Studiare aiuta sempre, la successiva lettura dei libri di Ota Šik mi ha definitivamente convinto che non vi fosse alternativa alla soluzione brezneviana dell’esperienza cecoslovacca. I comunisti italiani, ma in Europa non solo loro, piegandosi cinquanta anni fa alle ragioni imposte dalla stampa legata ai poteri dell’Occidente, hanno compiuto, cercando di salvare una parte del consenso elettorale, come in parte avvenuto nel decennio successivo, una capitolazione culturale che vedrà esaurirsi l’egemonia gramsciana costruita su indicazione di Togliatti lungo il quarto di secolo che intercorre tra la fine del conflitto mondiale e gli avvenimenti di Praga, con piuttosto una crescente subalternità ai modelli consumistico – televisivi che alla fine travolgeranno definitivamente l’identità comunista. Quella scelta, compiuta allora dal PCI e da diversi partiti comunisti europei, aumenterà anche la distanza tra quei partiti e il movimento comunista di Africa, Asia e America Latina, una distanza che nel giro di un paio di decenni diventerà incolmabile.

Gli avvenimenti di Praga hanno avuto rilevanza quindi per i cechi e gli slovacchi, ma anche il resto del movimento progressista mondiale, quel mondo infatti, dopo Praga, non sarà più lo stesso.

A segno di quanto cambia il mondo, i comunisti ceki sono tornati al governo quest’anno, mezzo secolo dopo quei fatti e quasi un trentennio dopo la fine dell’esperienza del socialismo cecoslovacco.

Fonte

20/08/2018

21 agosto: dal 1968 di Praga al 1991 di Mosca


Cinquant’anni fa, nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, 165.000 uomini e 4.600 carri armati di cinque paesi del blocco socialista penetrarono nella Repubblica socialista cecoslovacca (ČSSR) per “schiacciare la controrivoluzione, su richiesta dei compagni cecoslovacchi”. Si arrestavano – come sappiamo, l’epoca delle “primavere” non sarebbe finita lì – la “primavera di Praga” e il “socialismo dal volto umano” che, soprattutto in occidente, assunsero allora le sembianze del redentore Alexander Dubček, con Ota Šik quale profeta della “libertà economica”, Eduard Goldstücker in veste di amanuense, Zdeněk Mlynář illustratore sindonico del “socialismo dal volto umano” (amico personale di Mikhail Gorbaciov, influenzò anche le idee della perestrojka) e lo sventurato martire Jan Palach, che cinque mesi dopo si sarebbe dato fuoco a Praga, come testimone della fede.

In Italia, la sinistra, quantomeno quella che (ancora) non metteva in dubbio il socialismo, si divise subito tra fautori della “primavera” – ramificati a loro volta fra paladini del “Praga è sola” e obliqui “dissenzienti” con l’intervento, per i quali la svolta cecoslovacca “è conforme a quel processo di rinnovamento che fu avviato dal XX Congresso del PCUS” – e tifosi imperterriti della “necessità dell’operazione”, passando per gli accusatori dell’uno e dell’altra, sulla scia delle posizioni cinesi e albanesi circa il “socialimperialismo sovietico”.

Sul settimanale del DKP, Unsere Zeit, comunisti tedeschi ricordano ora come nella Repubblica federale buona parte della “opposizione extraparlamentare esprimesse solidarietà ai critici del socialismo in Cecoslovacchia, mentre la “sinistra chic”, citando Mao e Rosa Luxemburg, meditava su “terze vie” e si allontanava dal campo socialista”.

Nel decimo anniversario dei fatti, la rivista nuova unità scriveva che “noi abbiamo condannato e condanniamo l’intervento sovietico in Cecoslovacchia, perché dietro non c’era la difesa dello stato socialista, della classe operaia al potere, ma una politica imperialistica che vuole mantenere subordinati i popoli dell’est europeo per i propri fini di sfruttamento economico. Il movimento della primavera di Praga, il socialismo dal volto umano di Dubček, le libertà democratico-borghesi che venivano ripristinate, erano il risultato di una restaurazione già attuata nel campo dell’economia che, mentre apriva i mercati ai monopoli americani e tedeschi, tendeva a stabilizzare il potere di una nuova borghesia, meno legata agli interessi economici dell’URSS”.

Nel 2008, pravda.ru scriveva che sebbene “i leader cecoslovacchi non parlassero di uscita dal campo socialista, la probabilità della trasformazione dapprima in un paese semi-socialista, tipo Jugoslavia, e poi capitalista-neutrale, come la vicina Austria, era enorme. I leader di altri paesi socialisti vedevano nelle riforme una minaccia per il socialismo. Ma non fu l’Unione Sovietica la più attiva per reprimere la “primavera di Praga”. Il primo a dichiararsi per l’intervento militare fu il leader della DDR Walter Ulbricht; poi, i leader di Polonia e Bulgaria, Władysław Gomułka e Todor Živkov. Soltanto dopo, anche i dirigenti sovietici optarono per la soluzione di forza – e Leonid Brežnev non era affatto il più bellicoso tra di loro”.

In un’intervista di due anni fa al ceco Parlamentni Listy, il segretario del PCFR Gennadij Zjuganov diceva che “la cosiddetta “primavera di Praga” è tuttora circondata di miti convenienti all’Occidente. All’inizio del 1968 in Cecoslovacchia si verificò in sostanza il primo tentativo di “rivoluzione di velluto”. La guerra fredda era in pieno sviluppo. Gli altri paesi socialisti vedevano in quanto avveniva nella ČSSR una seria minaccia al socialismo e alla sicurezza comune. Pare che gli USA stessero esaminando la possibilità di un intervento, esattamente un mese prima del 21 agosto. La NATO si sarebbe ritrovata d’un colpo alle frontiere dell’URSS; poi sarebbero esplose sommosse in Polonia e Ungheria, seguite da quelle nei Paesi baltici e quindi nel Caucaso: è andata a finire così, ma solo 20 anni dopo”.

Dunque: “Praga ’68” come ouverture della “rivoluzione di velluto” del 1989, o persino come crocevia tra il 1956 e il 1991? Parlando dei contrasti all’interno del PCČ, tra i “riformatori” slovacchi di Aleksander Dubček e i “fondamentalisti” cechi del presidente Antonin Novotny, non si può dimenticare come proprio con il secondo fossero stati avviati i progetti di riforma e come il PCUS diffidasse dello “stalinista” Novotny, sospettato di simpatie per Khruščëv, ormai in disgrazia, e per il corso jugoslavo.

Un anno fa, nel centenario della nascita di Vasiľ Biľak, Sergej Bagotskij scriveva su ROT Front che “Il compagno Biľak, insieme al compagno Alois Indra e alcuni altri leader del partito cecoslovacco, giudicarono che l’inevitabile epilogo di quanto stava avvenendo nel paese sarebbe stato un colpo di stato controrivoluzionario e la fine del socialismo. Inviarono dunque una lettera alla leadership sovietica con la richiesta di ristabilire l’ordine con ogni mezzo possibile. In sostanza, fecero la stessa cosa che fece 23 anni dopo il GKČP nel nostro paese. Agirono correttamente? Penso di no. Fecero perno sulla repressione del movimento controrivoluzionario con la forza delle armi straniere, contro la volontà della parte politicamente attiva della popolazione. Prima della lettera con la richiesta di aiuto militare, avrebbero dovuto rivolgersi al popolo cecoslovacco. La classe operaia cecoslovacca era molto critica nei confronti di ciò che stava avvenendo nel paese e li avrebbe certamente appoggiati: solo a quel punto, si sarebbe potuto richiedere l’aiuto militare all’URSS”. Inoltre, come raccontato dal diplomatico sovietico Valentin Falin, “Biľak e Indra non furono i soli a chiedere l’intervento sovietico in Cecoslovacchia: il 16 agosto 1968 Aleksander Dubček telefonò a Leonid Brežnev e pose sul tappeto la questione dell’introduzione di truppe sovietiche. La registrazione della telefonata è conservata negli archivi russi”.

Quali furono i motivi che portarono all’intervento armato? Difficile pensare alla sola riforma di Ota Šik sui “Principali indirizzi di perfezionamento della gestione pianificata dell’economia”, che proseguiva il decentramento della gestione economica iniziato nel 1958 – “per 10 anni andammo avanti sulla nostra strada senza un arretramento”, ricorderà poi Šik – e riduceva da 1.122 a 48 obiettivi e standard centrali cui ottemperare. Inoltre, più o meno lo stesso percorso delineato da Dubček e Šik, era stato avviato da Aleksej Kosygin nel 1965 in URSS, seguendo le linee illustrate sulla Pravda da Evsej Liberman che, in “Piano, profitto, premio”, aveva proposto di compiere decisi passi verso la liberalizzazione dell’economia sovietica, in senso identico a quello della riforma cecoslovacca, con le imprese che divenivano la principale unità economica e il numero degli indicatori di piano che veniva ridotto da 30 a 9. Ciò implicava, tra l’altro, che gli indicatori chiave delle imprese fossero profitto e redditività, così che il sistema non funzionava più come un organismo unico, ma come un insieme di imprese che perseguono i propri particolari interessi, e non quelli dell’intero paese.

E gli economisti cecoslovacchi portavano a esempio proprio le riforme sovietiche. Dunque, non erano probabilmente “le riforme economiche e ideologiche a impensierire la leadership sovietica. Preoccupava di più la prospettiva dell’uscita del paese dal Patto di Varsavia, il suo orientamento occidentale e l’esempio che la Cecoslovacchia avrebbe potuto dare agli altri paesi dell’Europa orientale”, scrive ROT Front.

“Tra la sinistra democratica, russa e non solo” continua ROT Front, “è diffusa l’opinione che la primavera di Praga rappresentasse la lotta delle masse popolari per un “socialismo dal volto umano”, contro le sue distorsioni burocratiche, e che sia stata brutalmente repressa dalla nomenclatura comunista. Tuttavia, questi compagni rimangono incerti di fronte a due semplici domande: cosa differenzia la primavera di Praga dalla perestrojka gorbacioviana? Si può pensare che la primavera di Praga avrebbe potuto concludersi con qualcosa di più dignitoso della perestrojka? Si dice che i leader della primavera di Praga non si esprimessero contro il socialismo: è effettivamente così. Ma anche Mikhail Gorbaciov non si esprimeva contro il socialismo: “più socialismo!”, ripeteva. Cionondimeno USA e NATO sostenevano attivamente la primavera di Praga, perché ne comprendevano l’autentico valore. La valutazione della primavera di Praga data da Vasiľ Biľak era assolutamente giusta: un movimento controrivoluzionario antisocialista, con l’obiettivo di restaurare il capitalismo. Come anche in URSS, in tale movimento intervenne una parte significativa della nomenclatura comunista, ma la forza d’attacco era costituita dalla classe media”.

Lo storico Nikolaj Platoškin nota su Socialcompas che la CIA “sottolineava come lo “stalinista” Novotny fosse stato spinto alle riforme dagli elementi liberali dello stesso PCČ e che proprio l’esautoramento di Khruščëv aveva permesso alla leadership cecoslovacca di accelerare il processo di riforma”. Platoškin nega la tesi secondo cui la riforma fosse dettata da difficoltà economiche: “gli insuccessi del 1963-’64 nell’economia cecoslovacca costituivano essenzialmente una malattia della crescita. I rapidi tassi di sviluppo del periodo precedente avrebbero certamente richiesto alcuni correttivi”, mentre un “duro colpo all’economia del paese fu causato anche dalla crisi di Berlino del 1961, allorché, sotto l’influenza della propaganda occidentale, la popolazione, per il timore di una guerra mondiale e disponendo di forte liquidità, si precipitò nei negozi a comprare tutto ciò che poteva”.

Se difficoltà ci furono, furono di altro tipo. “Nel 1964, a causa degli scarsi raccolti, l’URSS ridusse le forniture di grano alla Cecoslovacchia. Fu necessario acquistare urgentemente grano in Occidente; ma i paesi occidentali non intendevano scambiarlo coi macchinari (di cui la Cecoslovacchia era il principale produttore dell’intero campo socialista), mentre il paese non aveva sufficiente valuta convertibile”. In tale situazione, la CIA notava che gli “elementi liberali” del PCČ, utilizzando il disagio economico e il malcontento dell’intellighenzia, simile alla situazione in Ungheria e in Polonia nel 1956, cominciarono a fare pressione su Novotny”. La CIA notava anche come la riforma economica rompesse con l’economia pianificata molto più di analoghe trasformazioni in altri paesi socialisti. L’economia di piano, osservavano a Langley, verrà sostituita da un “socialismo di mercato”, caratterizzato da maggiore “indipendenza alle imprese, tutte tese al profitto”.

Così, anche gli americani sottolineavano che non era stato affatto Dubček nel 1968 a dare avvio alle riforme economiche, bensì Novotny, che nell’agosto 1964 ne aveva discusso con Nikita Khruščëv e aveva ricevuto “luce verde”. Secondo l’intelligence USA, la Cecoslovacchia aveva acquisito lo stesso “grado di autonomia” dall’URSS di Polonia e Ungheria. Tuttavia, la CIA riconosceva che nella politica cecoslovacca non c’era nulla di “anti-sovietico”, nessuna “derussificazione” e la ČSSR rimaneva un membro fedele del Patto di Varsavia.

Perciò, non era il caso di allentare la presa.

A partire da Winston Churchill, ricorda Anton Latzo su Unsere Zeit, passando per George Kennan, John F. Dulles e il presidente Truman, attraverso il “contenimento forte e vigile” del comunismo, per “aiutare le tendenze centrifughe, il cui risultato finale sarà il collasso del potere sovietico”, si transita per le giaculatorie di Dwight Eisenhower, secondo cui “la coscienza del popolo americano non può essere in pace se non vengono liberati i popoli di Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Albania”. Le tracce evidenti di tale approccio sono gli attacchi alle democrazie popolari nella seconda metà degli anni ’40, i fatti del 1953 nella DDR e del 1956 in Ungheria e Polonia, per orientarsi quindi a una opzione differente nei confronti della ČSSR, facendo perno sulla erosione del potere dei partiti comunisti dell’Est dall’interno. Nell’ambito della “dottrina della liberazione”, aumenta l’importanza della guerra psicologica, della politica di “inclusione pacifica” e “costruzione di ponti” della presidenza Kennedy. Prendono campo le raccomandazioni di Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, di mantenere pronta l’opzione militare, agendo però con mezzi non militari, perché “nell’era dell’ideologia, per avere successo l’azione politica deve essere collegata alle idee”. Si sviluppano dunque “ampi contatti con l’intellighenzia socialista, per influenzare le loro convinzioni ideologiche”. Nel maggio 1964, Lyndon Johnson lancia il “Bridge to Eastern Europe”, per promuovere il “cambiamento attraverso l’avvicinamento”, mentre Egon Bahr e Willy Brandt avviano la “nuova Ostpolitik”.

E’ così che, osserva Manfred Idler ancora su Unsere Zeit, in Cecoslovacchia “il piccolo gruppo che ora dominava l’opinione pubblica attraverso il giornale del partito Rudé Právo e l’agenzia di stampa Ceteka, aveva il potere di definire cosa fossero libertà e socialismo, cosa significasse democrazia”. Riviste quali Mlada Fronta e Literární Listy diffondevano il cambio di politica estera, esigendo la neutralità, e qualcuno chiedeva addirittura l’adesione alla NATO. Quindi, in quel 1968, mentre la Bundeswehr faceva da sponda con manovre militari in Baviera, a ridosso del confine ceco e i media occidentali sventolavano il “socialismo democratico” del PCČ”, a Praga, ricorda Klaus Kukuk, “i riformatori orientavano la protezione civile a scopi cospiratori; emittenti radiotelevisive illegali venivano dotate della necessaria tecnologia; liste nere erano state preparate per gli arresti”.

Non si può comunque negare il malcontento tra le masse per la difficile situazione economica. Nel 1967, con la riforma in funzione a pieno regime, ci fu un forte aumento dei prezzi, senza una corrispondente crescita dei salari; ne soffrirono particolarmente le famiglie con molti bambini, cui lo stato aveva tagliato i sussidi: in quell’anno, fu registrato il tasso di natalità più basso nella storia del paese: 217.000 nati vivi, contro i 250.000 del 1957. Come in Unione Sovietica 20 anni dopo, in Cecoslovacchia i riformatori, consapevoli del fallimento dell’economia, cercarono di indirizzare verso la sfera politica le energie di una società sempre più inquieta. Nel 1966, al congresso del PCČ, Šik dichiarò apertamente che le riforme economiche non davano il successo atteso, perché non erano accompagnate da riforme politiche: come dire che, al pari del passato, la burocrazia di partito non consente alle imprese di svilupparsi pienamente.

Dunque, lo sbocco pratico non poteva che essere la richiesta di maggiori libertà formali, per dare alla nuova borghesia al potere più possibilità di organizzarsi anche sul piano della sovrastruttura. E se nuova unità osservava che “Non è un caso che i borghesi levino un coro di osanna e di approvazione di questi movimenti; non è un caso che Berlinguer, Marchais e Carrillo scoprano una convergenza fra l’eurocomunismo e il socialismo di Dubček”, ecco che, nel 2012, sulla rivista teorica del PCFR, Političeskoe prosveščenie, anche Jurij Belov affrontava “Il virus dell’eurocomunismo”. E lamentava che le “critiche del PCUS all’eurocomunismo fossero state molto caute. La leadership del Partito” scriveva Belov, “lontana dalle questioni della teoria marxista-leninista, non voleva una polemica con gli ideologi dell’eurocomunismo”. Fu così che le “metastasi dell’eurocomunismo penetrarono nella élite del partito sovietico, contribuendo al tradimento dei principi del partito leninista e del potere sovietico”. Ripercorrendo i togliattiani “marxismo non ortodosso” e “stato della democrazia progressiva”; passando per “la svolta a destra sotto il nome di “terza via”, compromesso storico ed eurocomunismo”, Belov concludeva che non “è casuale il fatto che i postulati fondamentali dell’eurocomunismo risuonassero nel “nuovo pensiero” del segretario generale del PCUS e dei suoi compagni di rinnegamento durante la perestrojka. Gorbaciov & Co. avevano creato il miraggio di una nuova via al socialismo attraverso la democratizzazione di tutto, aggirando lo scontro di classe. All’inizio, questo miraggio aveva ipnotizzato molti. Quando scomparve, era troppo tardi: Eltsin era già al potere”.

Nel 1972, nella premessa a “Marxismo-leninismo e società industriale”, Ota Šik scriveva: “Anche se è stato sconfitto con la forza, il movimento riformatore cecoslovacco ha esercitato una funzione storica. La cognizione... che esiste la possibilità di uscire dalla tirannide comunista senza tornare al vecchio sistema capitalista... L’idea seguirà il suo corso e un giorno, in condizioni più favorevoli, diventerà realtà”.

Quel giorno, le linee di riforma di Kosygin in URSS e di Šik in Cecoslovacchia avrebbero costituito la base per le riforme gorbacioviane del 1987-1988. Sul piano sociale, lo sviluppo “degli interessi particolari ​​delle singole imprese doveva condurre al rafforzamento dell’interesse particolare della burocrazia di partito e statale” scriveva ROT Front nel 2016, e “gli elementi di mercato nell’economia, insieme alla scarsa pianificazione statale, si riflettevano nelle idee non socialiste all'interno delle masse. Tutto questo doveva portare al collasso del sistema sovietico”.

Esattamente lo stesso 21 agosto, 23 anni dopo Praga, i carri armati di Boris Eltsin e i generali Rutskoj, Barannikov, Gračëv, a Mosca avevano facilmente la meglio sui quattro blindati che il GKČP aveva messo in strada due giorni prima, per tentare di salvare – apparentemente senza crederci nemmeno tanto e ancora una volta appellandosi al “popolo” a giochi già fatti – quel che rimaneva dell’Unione Sovietica.

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