Attraverso questo intervento si cerca di sollevare con forza la “questione lavoro” nella provincia di Savona e l’avvio di una vera e propria “vertenza industria”.
In questo senso debbono essere sollecitate le organizzazioni dei lavoratori a un’iniziativa molto più pregnante sul piano della capacità propositiva e della mobilitazione rispetto a quella, un po’ rassegnata, portata avanti in chiave meramente difensiva.
Da diversi giorni, complici probabilmente le festività, non si hanno notizie riguardanti il drammatico tema del lavoro in Provincia di Savona.
Un tema che appare del tutto trascurato dalla gran parte degli amministratori pubblici in particolare da quelli del Comune capoluogo che sembrano proprio non accorgersi del progressivo spegnersi della Città.
Savona sta vivendo un momento di vero e proprio “abbandono” nella presenza di storici esercizi commerciali: un segnale di ulteriore aggravamento della crisi, in una Città percorsa stancamente da crocieristi che spingono improbabili trolley verso la meta delle loro vacanze, oppure invasa dai banchetti di mercati sempre più spesso presenti a cercare di raccogliere quel poco che rimane.
Un’impressione davvero triste che lascia la visione di una Città che un tempo era una delle più vivaci del triangolo industriale: quello che trainava l’economia di tutto il Paese.
E’ il caso, però, di fare il punto su alcune situazioni:
1) Restano completamente in sospeso i casi di Piaggio e Bombardier: le due aziende più importanti della nostra provincia sono in difficoltà da tempo, all’interno di un quadro di grande trascuratezza per l’industria. Esistono problemi di commesse e d’innovazione tecnologica, problemi di carattere economico derivanti anche dalle proprietà multinazionali. Piaggio si trova commissariata in amministrazione straordinaria, Bombardier dipende dalle scelte industriali della casa – madre canadese e delle sue filiali europee, con il sito di Vado fortemente a rischio. Tra Bombardier e Piaggio sono in ballo più o meno 2.000 posti di lavoro che, nel deprecabile caso di un tracollo complessivo, finirebbero con il far salire la quota di disoccupati in provincia a circa 10.000 unità. Oltre al clima d’incertezza che pesa ancora sulla vertenza Piaggio Aerospace, ecco un’altra mazzata per l’indotto e che arriva direttamente dalla Laerh, azienda del settore aerospaziale insediatasi ad Albenga nelle aree ex Fruttital dopo l’accordo di programma per Piaggio del 2014. Nel frattempo i lavoratori della Laerh si trovano in cassa integrazione;
2) Istituzioni, imprenditori e sindacato hanno puntato molto sulla costruzione della piattaforma Maersk a Vado Ligure allo scopo di incrementare traffici portuali e logistica. Addirittura si è parlato di Vado come uno dei terminali della “nuova via della seta” che l’espansionismo economico cinese sta aprendo tra l’Estremo Oriente e l’Europa. Sulla piattaforma Maersk si presentano, comunque, due questioni molto complesse: la prima di carattere ambientale; la seconda di carenza infrastrutturale nel complesso dell’area. Due punti che lasciano tutta la vicenda gravida di grandi incognite;
3) Istituzioni e sindacati (questi ultimi in particolare) hanno aderito con entusiasmo all’iniziativa di proclamazione, per alcuni comuni della provincia in particolare Vado Ligure e Val Bormida, di “area industriale di crisi complessa”. A giudizio dello scrivente quest’adesione mascherava semplicemente l’opportunità – per l’appunto molto gradita dalle OO.SS – di poter usufruire di agevolazioni dal punto di vista degli ammortizzatori sociali. Il sistema “Invitalia” ha mostrato, in assenza di un piano industriale preciso, tutte le lacune che già si erano evidenziate nell’azione di questa agenzia statale in altre parti d’Italia. Al termine di un itinerario molto complesso e sfibrante ci ritroviamo con 15 domande di aziende che intenderebbero occupare aree nel nostro comprensorio al fine di insediarsi oppure di allargare la loro presenza. L’occupazione prevista sarebbe di circa 900 unità (il 10% della disoccupazione presente) per una richiesta di contributi per circa 60 milioni di euro. La somma disponibile per l’area industriale di crisi complessa è di 20 milioni. Se non ci saranno incrementi è evidente che ci si troverà di fronte ad una necessità di diniego per alcune aziende con la probabilità che, completato l’iter, i nuovi posti di lavoro saranno non più di 2-300. Ipotesi comunque anch’essa molto ottimistica.
4) Cancellata colpevolmente la presenza industriale a Savona Città dallo scambio deindustrializzazione /speculazione edilizia che ha visto nel corso degli anni protagoniste l’Unione Industriali e le amministrazioni comunali di centro – sinistra e di centro – destra (a partire dalla “questione morale” di stampo teardiano e poi da Magliotto a Ruggeri fino a Berruti come sindaci da una parte e Gervasio primo cittadino dall’altra), il nodo più intricato del rapporto lavoro/territorio nell’area vadese e in quella della Val Bormida è stato rappresentato dal rapporto lavoro/ambiente emblematizzato da due vertenze storiche: quella ACNA durata decenni e diventata “caso europeo” e quella Tirreno Power. Assieme alla (altrettanto colpevole) dismissione di Ferrania dovuta alla miopia di quella dirigenza industriale in una fase di radicale trasformazione tecnologica del settore, le vicende ACNA e Tirreno Power hanno posto in evidenza il tema delle aree dismesse e del loro necessario riutilizzo e bonifica. Se per l’area Tirreno Power si è avuto l’intervento di Vernazza, che comunque non è azienda produttiva e per l’area di Ferrania potranno essere possibili insediamenti in ragione di assegnazioni derivanti dall’area industriale di crisi complessa, il caso clamoroso rimane quello dell’ACNA. A 20 anni dalla chiusura dello stabilimento e a fronte d’investimenti ad hoc il grado di bonifica dell’area si trova allo 0% (zero per cento), dopo che erano stati promessi mari e monti: addirittura i campi da golf. Il caso della mancata bonifica dei terreni ACNA appare quello più clamoroso ed evidente della trascuratezza (per usare un eufemismo) che le istituzioni a partire dalla Regione, l’Unione Industriali, i sindacati hanno dimostrato nel corso degli anni per l’industria in provincia di Savona.
Con questo intervento si trascurano, per ragioni di spazio, una serie di considerazioni che pure dovrebbero essere svolte al proposito di diversi argomenti (invecchiamento della popolazione, migrazione, fuga dei cervelli, importante presenza di piccola industria e artigianato).
Lo scopo di questo testo è soltanto quello di riavviare una discussione sui nodi di fondo: senza una presenza industriale adeguata, anche e soprattutto dal punto di vista della qualità tecnologica, non sarà possibile alcun rilancio: i servizi fuggono (logicamente) e il turismo è di secondo, se non di terz’ordine e in ogni caso settore sempre e comunque complementare in una situazione come la nostra e più in generale, siamo vicini, ma non siamo la Costa Azzurra (sul cui territorio comunque non sono rose e fiori).
L’idea sarebbe quella di riflettere su di una “vertenza industria” da supportare con un’adeguata capacità di programmazione, individuando settori e aree d’insediamento e partendo da Piaggio e Bombardier: assicurando la presenza di questi due stabilimenti sul nostro territorio e curandone la capacità tecnologica di competitività a livello internazionale.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/01/2019
20/10/2014
Rinascono le pellicole italiane Ferrania grazie a Kickstarter
Nata da una riconversione industriale post bellica nel 1923, Ferrania
è stato uno dei nomi forti della fotografia italiana: con sede
nell'omonima cittadina della provincia di Savona, la compagnia ha
prodotto pellicole fotografiche e macchine fotografiche per molti anni. È
però il cinema uno dei settori dove Ferrania è stata più famosa:
Fellini, De Sica e Antonioni realizzarono molti dei loro capolavori con
pellicola Ferrania, così come la maggior parte dei film italiani
realizzati tra il 1923 e il 1965. La storia della compagnia passa
attraverso anni di fasti, poi per l'acquisizione da parte di compagnie
di più grandi dimensioni, come 3M,
e infine nel nuovo millenio alla chiusura delle linee produttive.
Proprio le linee di produzione abbandonate dal 2009 sono al centro del progetto di rinascita del brand, lanciato su Kickstarter e arrivato a raccogliere, a poco meno di 10 giorni dalla chiusura, più dei fondi inizialmente stabiliti come obiettivo. FILM Ferrania, di Nicola Baldini e Marco Pagni, recupererà i macchinari della vecchia compagnia e li rimetterà in funzione in un nuovo stabilimento produttivo. Per ora i primi passi sono stati mossi all'interno dell’edificio che fu il centro ricerca e sviluppo di Ferrania (L.R.F.) e che contiene una versione in miniatura della linea di produzione della pellicola: la linea è però troppo piccola per poter produrre abbastanza pellicola e i costi risultano molto alti.
Il team non ha molto tempo per recuperare il resto delle linee produttive dai vecchi edifici, in quanto la demolizione di questi ultimi è stata anticipata alla fine di quest'anno. In particolare vanno salvati Trixie, impianto industriale per la produzione del triacetato, Walter, laboratoria di sintesi chimica per la realizzazione di sostanze fotosensibili, e Big Boy, l'impianto dove le emulsioni e il supporto in triacetato vengono messi insieme. Con le attrezzature attuali la nuova Ferrania ha intenzione di produrre un piccolo lotto di pellicola già a partire dalla fine di quest'anno, in attesa di mettere all'opera gli impianti più grandi.
Si tratta di una versione reingegnerizzata dello ScotchChrome, una pellicola 100 ASA invertibile colore per luce diurna originariamente sviluppata dalla società Imation e prodotta da Ferrania fino al 2003 e sarà messa a disposizione nei formati fotografici (135mm/36 pose e 120) e cinematografico (Super 8 e 16mm): il primo lotto verrà messo a disposizione esclusivamente a chi ha supportato la campagna di fund raising su Kickstarter.
Fonte
Ritorno al passato, tecnologico e personale. tanti se su quest'operazione a partire dal piano industriale dei novelli imprenditori e soprattutto le ricadute occupazionali, ma quelle serie, non alla Renzi o mini-job per intenderci-
Proprio le linee di produzione abbandonate dal 2009 sono al centro del progetto di rinascita del brand, lanciato su Kickstarter e arrivato a raccogliere, a poco meno di 10 giorni dalla chiusura, più dei fondi inizialmente stabiliti come obiettivo. FILM Ferrania, di Nicola Baldini e Marco Pagni, recupererà i macchinari della vecchia compagnia e li rimetterà in funzione in un nuovo stabilimento produttivo. Per ora i primi passi sono stati mossi all'interno dell’edificio che fu il centro ricerca e sviluppo di Ferrania (L.R.F.) e che contiene una versione in miniatura della linea di produzione della pellicola: la linea è però troppo piccola per poter produrre abbastanza pellicola e i costi risultano molto alti.
Il team non ha molto tempo per recuperare il resto delle linee produttive dai vecchi edifici, in quanto la demolizione di questi ultimi è stata anticipata alla fine di quest'anno. In particolare vanno salvati Trixie, impianto industriale per la produzione del triacetato, Walter, laboratoria di sintesi chimica per la realizzazione di sostanze fotosensibili, e Big Boy, l'impianto dove le emulsioni e il supporto in triacetato vengono messi insieme. Con le attrezzature attuali la nuova Ferrania ha intenzione di produrre un piccolo lotto di pellicola già a partire dalla fine di quest'anno, in attesa di mettere all'opera gli impianti più grandi.
Si tratta di una versione reingegnerizzata dello ScotchChrome, una pellicola 100 ASA invertibile colore per luce diurna originariamente sviluppata dalla società Imation e prodotta da Ferrania fino al 2003 e sarà messa a disposizione nei formati fotografici (135mm/36 pose e 120) e cinematografico (Super 8 e 16mm): il primo lotto verrà messo a disposizione esclusivamente a chi ha supportato la campagna di fund raising su Kickstarter.
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Ritorno al passato, tecnologico e personale. tanti se su quest'operazione a partire dal piano industriale dei novelli imprenditori e soprattutto le ricadute occupazionali, ma quelle serie, non alla Renzi o mini-job per intenderci-
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