di Leonardo Bargigli
Un dibattito necessario
L’autocritica rappresenta il primo dovere dei comunisti. Per questo penso che la discussione avviata da Luciano Vasapollo sul partito sia un atto profondamente comunista, che ci impegna a recuperare presenza e partecipazione nella vita politica del nostro Paese, non per quella che vorremmo che sia, ma per quella che è e potrà concretamente essere in futuro.
L’agire dei comunisti deve essere, sopra ogni cosa, pragmatico. Il materialismo dialettico ci insegna che ogni determinazione della natura crea al proprio interno le condizioni per il superamento della propria esistenza attuale e per la nascita di una realtà nuova.
Allo stesso modo, il rinnovamento della società assume forme continuamente diverse, che non seguono schemi predeterminati e sono perciò molto difficili da analizzare e impossibili da prevedere con precisione. Ne deriva che la ricetta per l’azione non può essere sempre la stessa.
Se la storia non si ripete mai, a maggior ragione occorre comprenderne a fondo gli insegnamenti. In una realtà complessa e in continua trasformazione, essa rappresenta una guida insostituibile. Altrettanto importante è la capacità di cogliere ciò che il presente offre alla nostra sensibilità e alla nostra capacità di analizzare, comprendere, immaginare e desiderare.
Socialismo e mercato
Chiunque si professi marxista converrà che, se il socialismo non fosse una tendenza storica reale, i comunisti dovrebbero, per coerenza, cessare di esistere. Interrogarsi oggi sulla possibilità concreta del socialismo non è fuori luogo, soprattutto di fronte a chi vuole imbrigliare il processo storico in un paradigma precostituito.
Molti pensano che il socialismo non possa esistere senza abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, del lavoro salariato e delle relazioni di mercato. In realtà, nessuno Stato socialista ha potuto rinunciare a questi dispositivi sociali; né, verosimilmente, l’umanità potrà farne a meno ancora per molto tempo.
I governi socialisti che hanno provato a cancellare la proprietà privata dei mezzi di produzione hanno conseguito, in molti casi, importanti risultati sul piano economico e sociale, ma hanno fallito, alla lunga, nel compito fondamentale di sviluppare le forze produttive del proprio Paese. Per un marxista non può esistere fallimento più grande.
Al contrario, i governi socialisti che hanno saputo impiegare le forze del mercato hanno portato i propri Paesi a svilupparsi e, in alcuni casi, persino a superare i Paesi capitalisti sotto molti aspetti.
Se non accetteremo di fare i conti con queste evidenze storiche, nessun passo avanti sarà possibile né sul piano teorico né su quello pratico. Non si tratta di elaborare il lutto per le nostre convinzioni continuando, in cuor nostro, a rimpiangere un mondo ideale che arriverà forse tra secoli.
Occorre invece abbandonare la presunzione di avere la ricetta pronta per il socialismo. In particolare, come Europei, dobbiamo ammettere di aver fatto più male che bene nei nostri esperimenti socialisti e, cosa più grave, di non essere stati finora capaci di imparare dagli errori commessi.
Per rimediare, dobbiamo comprendere a fondo la lezione offerta dal movimento comunista extraeuropeo, invece di rinchiuderci in un recinto ideologico e impartire lezioni al resto del Mondo.
Il partito nuovo
Dati i presupposti appena descritti, l’autocritica è indispensabile e benissimo ha fatto Vasapollo a stimolarla.
Oggi più che mai, serve all’Italia una grande formazione politica di massa, che «rompe con gli schemi di un chiuso classismo corporativo, che respinge ogni posizione di massimalismo avventuristico e parolaio, che non vive di mitiche attese», ma «esige nel presente il lavoro per fare delle masse operaie la guida di un grande movimento democratico e rivoluzionario»1.
Secondo Togliatti, il «partito nuovo» doveva lottare per «una democrazia combattiva, che difenda la libertà […] rendendo impossibile ogni rinascita reazionaria, una democrazia che sia attivamente antifascista e antimperialista e perciò veramente nazionale, popolare e progressiva»2.
Chi potrebbe negare l’urgenza di un tale compito nella disastrosa situazione odierna? Oggi come ieri, non si tratta di sostituire un governo con un altro all’interno di compatibilità prestabilite, ma di perseguire la trasformazione in senso progressivo dell’intero sistema economico, sociale e politico.
All’Italia di oggi serve una terza repubblica capace di mantenere le promesse disattese dalla prima, attuando finalmente la costituzione e superando l’esperienza fallimentare degli ultimi quattro decenni. Un obiettivo di questa portata richiede al partito nuovo una politica di coalizione lungimirante, capace di attrarre tutte le forze sane della società italiana, senza altre preclusioni oltre a quelle, invalicabili, dell’antifascismo e dell’antimperialismo.
Richiede, in particolare, di respingere le derive identitarie e di promuovere con coraggio i processi di aggregazione necessari per offrire alla società italiana una prospettiva generale di trasformazione.
Il partito nuovo deve impedire che, come è accaduto in passato, lo scontro politico interno si trasformi in guerra civile. Esistono ragioni di principio contro la violenza politica, che riflettono quelle contro la violenza in generale. A queste ragioni va attribuito un peso particolare, data la pesante eredità storica che portiamo sulle spalle come italiani ed europei.
Allo stesso tempo, i fascisti devono avere chiaro che non troveranno mai gli antifascisti impreparati o inermi. Né il partito nuovo farà mai mancare la solidarietà attiva ai processi di resistenza nel Mondo, fino al giorno in cui i crimini dell’imperialismo e del colonialismo saranno definitivamente giudicati e consegnati alla storia.
Un programma per la pace
Il partito nuovo che serve oggi all’Italia deve ereditare il meglio del passato ma non può esserne un semplice riflesso. Troppo grandi e troppo inedite sono le sfide che il futuro ci pone.
L’Italia sta declinando drammaticamente su tutti i piani, e prima di tutto su quello morale. Il dovere dei comunisti è mettersi al servizio del popolo italiano per aiutarlo a risalire la china. Per fare ciò, è necessario da una parte identificarsi pienamente con le aspirazioni del popolo e, dall’altra, impegnarsi per capire come concretamente esse possano essere soddisfatte, aiutando il popolo a non cadere più vittima dei demagoghi che lo vogliono ingannare. Per questo la guida del Partito è insostituibile, e bene ha fatto Vasapollo a richiamarne l’importanza.
Il primo impegno di una nuova politica deve essere la pace, che è la più preziosa alleata del socialismo e la più grande amica della rinascita economica dell’Italia. La Costituzione sia il faro, senza cercare rotture traumatiche con gli alleati, ma neppure accettando compromessi sui principi di una politica estera che trovi il proprio baricentro nel rafforzamento del sistema multilaterale centrato sulle Nazioni Unite, nella risoluzione negoziata delle controversie internazionali e nel rispetto dei principi di non aggressione e di non interferenza negli affari interni degli altri Paesi.
Al tempo stesso, è necessario richiamare la comunità internazionale al dovere di saldare quanto prima il proprio debito storico nei confronti del popolo palestinese operando, in coerenza con i principi della carta delle Nazioni Unite, per la fine dell’occupazione sionista della Palestina.
La pace si costruisce sul rispetto del diritto internazionale e sullo sviluppo di relazioni cooperative in ambito economico, politico e sociale tra governi e popoli. Per questo, il partito nuovo comprende che l’internazionalismo consiste oggi nella costruzione di un sistema di relazioni internazionali basato su principi equi e condivisi.
In questo sistema, ogni popolo che rispetti i principi della convivenza comune deve essere libero di scegliere autonomamente la propria strada in ogni campo. Non devono esistere Paesi che guidano altri Paesi, né alleanze militari, aggressioni o sanzioni unilaterali. Il partito nuovo deve improntare i propri rapporti internazionali al rispetto di questi principi e prestare particolare attenzione a non interferire, con la propria azione politica, negli affari interni degli altri Paesi.
La rinascita economica dell’Italia
Un quadro di relazioni internazionali pacifiche e orientate allo sviluppo condiviso rappresenta oggi la base indispensabile per delineare un futuro diverso per il nostro Paese. L’Italia potrà rinascere solo se saprà aprirsi alla cooperazione paritaria tra i popoli.
Ma questo non basterà se non sapremo valorizzare pienamente le capacità dei nostri lavoratori. L’Italia continuerà a declinare finché l’impegno ad apprendere e a lavorare con onestà e dedizione sarà svalutato da un sistema fiscale, normativo e contrattuale che non assicura salari adeguati e condizioni di lavoro dignitose a gran parte dei lavoratori presenti sul territorio nazionale.
Serve giustizia per i lavoratori, e insieme serve una maggiore spinta verso l’innovazione tecnologica, che possa favorire uno sviluppo di qualità e accelerare la transizione ecologica. Finché la nostra economia resterà dipendente da una monocultura turistica, sarà molto difficile creare buoni posti di lavoro per i giovani. Su questa base, è necessario costruire una relazione proficua con quella parte dell’imprenditoria nazionale che rifiuta di sopravvivere parassitando il bilancio pubblico, grazie a privilegi corporativi e a salari sempre più bassi.
Per assolvere ai propri doveri nei confronti delle nuove generazioni, il partito nuovo deve porre al centro della propria politica economica lo sviluppo di forze produttive di alta qualità. Per questo occorre orientare la spesa pubblica a sostegno dell’innovazione, della ricerca pacifica e dei servizi pubblici, garantendo sempre la dignità dei lavoratori che li erogano. Occorre invece tagliare i trasferimenti ingiustificati alle imprese e i sostegni ai profitti dei monopoli privati, in particolare a quelli del complesso militare-industriale, riducendo drasticamente le spese militari.
Al tempo stesso, il partito nuovo deve promuovere la sovranità tecnologica dell’Italia e una ferma politica di regolazione dei monopoli privati. In questi ambiti, il ruolo dell’impresa pubblica, se gestita con criteri di efficienza, è essenziale. L’economia nazionale si rafforza attraverso la concorrenza tra imprese private e imprese pubbliche forti, che perseguano obiettivi di interesse generale senza creare oneri aggiuntivi per il bilancio statale. Tra tali obiettivi rientra prioritariamente la produzione di energia sostenibile e a basso costo.
Il rinnovamento democratico
I finanziamenti più ingenti, da soli, non bastano. Il cambiamento di cui abbiamo bisogno sarà possibile solo se sapremo dare centralità alla cultura, alla scienza e alla tecnologia in tutti gli ambiti della società italiana, contrastando ogni rigurgito irrazionalista e passatista.
Nel fascismo si concentrano i residui più retrivi del passato, che da decenni ostacolano il rinnovamento della cultura nazionale, e i peggiori vizi morali, che impediscono di immaginare un futuro diverso per il nostro Paese. Il legame tra democrazia progressiva, antifascismo e rinascita economica risulta così evidente. La trasformazione della struttura e della sovrastruttura della società italiana deve procedere di pari passo.
I padri costituenti hanno attribuito rango costituzionale ai partiti che, rendendo effettiva la partecipazione attiva del popolo alla vita politica del Paese, contribuiscono ad attuare il principio democratico dell’autogoverno. Nel quadro della democrazia costituzionale, questo principio deve essere contemperato con il rispetto delle garanzie individuali, ma non può essere svuotato dal peso preponderante di un potere economico concentrato in un numero sempre più ristretto di mani.
La fine della Prima Repubblica ha aperto una crisi profonda e tuttora irrisolta, perché dalle macerie di allora non è emerso un sistema di partiti compiutamente democratico. Al contrario, è seguito un arretramento su tutti i piani. Alla crescente debolezza della partecipazione popolare alla vita politica ha corrisposto la sottomissione del potere politico alle istanze corporative, agli interessi di una grande borghesia nazionale sempre più parassitaria e a quelli dei monopoli esteri.
Nella situazione attuale, i partiti agiscono principalmente in funzione di questi ristretti interessi economici. Per questo è necessaria, prima di tutto, una riforma democratica dei partiti, che li riconduca alla originaria funzione costituzionale. I partiti rinnovati assicureranno la necessaria mediazione tra società civile e macchina statale, accorciando le distanze storicamente ampie, soprattutto nel nostro Paese, tra governanti e governati. Lo Stato italiano cesserà finalmente di operare come un’entità contrapposta alla società.
La rinascita dell’Italia richiede un programma che rafforzi la partecipazione politica e rigeneri la vita democratica e istituzionale. Il partito nuovo potrà sviluppare pienamente la propria azione soltanto all’interno di un quadro politico e istituzionale rinnovato, nel quale le attuali divisioni siano superate ponendo l’intero sistema politico su solide basi antifasciste e antimperialiste.
Una nuova stagione politica
La distanza tra gli obiettivi che dobbiamo porci e la situazione in cui ci troviamo attualmente può apparire scoraggiante. Deve sostenerci, tuttavia, la fiducia che il popolo italiano possa risollevarsi, come ha fatto in passato, dalla difficile condizione in cui è caduto.
In questo momento potrebbe sembrare che le dure lezioni impartite dalla storia siano state completamente dimenticate e che fascismo e razzismo abbiano conquistato il consenso della maggioranza dell’opinione pubblica. Le mobilitazioni antimperialiste dell’autunno passato e il successivo voto referendario hanno invece dimostrato che nel Paese esiste ancora una maggioranza non disposta a vedere calpestati i valori della repubblica antifascista.
L’attaccamento del popolo alla democrazia rappresenta un argine contro ogni progetto autoritario e può costituire la base per una nuova stagione politica. Non tutto dipende da noi, ma dobbiamo fare al meglio la nostra parte affinché questa stagione diventi realtà.
Note
1 Intervento di Togliatti alla Conferenza dei partiti comunisti e operai di Mosca del novembre 1957, in Problemi del movimento operaio internazionale 1956-1961, 1962, pp. 253-267.
2 P. Togliatti, Partito Nuovo, Rinascita, a. I, n. 4, ottobre-novembre-dicembre, 1944 (in P. Togliatti, Opere Scelte, Editori Riuniti, 1974).
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/10/2026
19/09/2026
Discutendo sul partito, Togliatti e dintorni
di Franco Russo
L’articolo di Luciano Vasapollo (LV), Forma partito per il socialismo o il tramonto dell’utopia del possibile (pubblicato su Contropiano), merita una discussione approfondita per i temi che solleva e per lo spessore politico e culturale del suo autore. Innanzitutto una notazione: l’articolo è chiaramente scritto per rispondere non tanto e non solo alla crisi della sinistra su scala globale, ma specificamente per cercare di capire come mai i regimi ‘socialisti’ di Cuba e del Venezuela, e quelli progressisti di altri paesi latino-americani siano stati sconfitti, o si trovino in profonda crisi; dunque sono chiari l’assillo politico-morale e le domande che nascono dall’angoscia di chi li ha fortemente sostenuti, come per anni ha fatto e continua a fare LV.
Tuttavia, occorre essere franchi e diretti perché le questioni poste travagliano da decenni la sinistra e la sua componente comunista in particolare. La scelta di LV è di cercare nelle esperienze del passato e nella storia politica di esponenti politici di primo piano la chiave per affrontare gli spinosi problemi dinnanzi a noi, e la chiave è individuata nella costruzione del partito di avanguardia, che deve essere in grado di coniugare teoria e pratica in modo da guidare il proletariato verso la sua emancipazione. E per motivare questa scelta si fa ricorso non solo a Lenin e a Gramsci, ma innanzitutto e soprattutto a Togliatti, il Togliatti del ‘partito nuovo’.
Prima di entrare nel merito di questa scelta, devo però prima porre in discussione l’affermazione per cui ‘Cuba, Vietnam, Cina, Laos e Corea del Nord hanno seguito vie nazionali differenti, ma condividono un elemento decisivo: la presenza di un partito di quadri capace di guidare le masse nella transizione socialista’.
Ora sostenere che nella Corea del Nord sia in corso una transizione socialista è ictu oculi un’affermazione completamente infondata; infatti, si aggettiva come socialista un regime dove regna un’autocrazia ereditaria e non certo il proletariato organizzato; in Vietnam e in Cina sono dominanti il modo di produzione capitalistico, essendo per altro paesi ben inseriti nelle catene mondiale del valore.
Cuba ha una storia a sé, perché un’economia dirigista con un preminente ruolo dell’esercito sta resistendo a un pluridecennale assedio dell’imperialismo USA, che ora è giunto a un blocco totale perfino dell’energia per distruggere le stesse basi materiali dell’esistenza del popolo cubano.
Molto probabilmente Luciano Vasapollo è indotto a ritenere i regimi di questi paesi di natura socialista perché governati da partiti comunisti, che detengono il potere politico e utilizzano forme di capitalismo di Stato per dettare le priorità dello sviluppo economico. Anche se io ritengo più plausibile un’interpretazione della società cinese come una formazione economica capitalistica con il potere politico concentrato nelle mani del partito comunista, e ritengo che la molla dell’evoluzione della società cinese siano le relazioni tra nomenclatura politica e imprenditori capitalisti.
La Cina non è un paese in transizione verso il socialismo, cioè verso la socializzazione dei mezzi di produzione e la democrazia socialista, dove cioè i cittadini esercitano il potere politico godendo dei diritti di libertà e di uguaglianza, e determinano cosa come e dove produrre. La Cina è un sistema economico capitalistico dove a determinare i rapporti sociali sono il contratto di lavoro salariato e i contratti relativi agli scambi mercantili, inserito nei mercati globali capitalistici, con un regime politico a partito unico, dove cioè il potere politico è esercitato dal Partito comunista, dove cioè il Partito si è fatto Stato.
Diffusa, poi, è la tesi secondo cui la Cina sia un sistema, economico sociale istituzionale, non-capitalistico, perché – questo è l’argomento centrale comune alle diverse versioni ‒ è lo Stato, cioè il Partito comunista, a guidare economia e istituzioni pubbliche, ma esse non danno conto né del lavoro salariato quale elemento essenziale del funzionamento delle imprese (pubbliche e private), né della diffusa presenza di imprese private (sono la maggioranza), né del funzionamento delle imprese pubbliche secondo le regole del mercato capitalistico.
Certo, c’è poi chi, come Pino Arlacchi, sostiene che in Cina a detenere il potere sia ‘il Moderno Principe di Gramsci ... un Partito di intellettuali organici che organizza il consenso della società, la ‘volontà collettiva’ del popolo, tramite la gestione dei beni comuni’. Se per socialismo si vuole intendere il governo del Principe, sia pure moderno e sia pure comunista, che gestisce i beni comuni a beneficio del popolo, allora ci troveremmo di fronte ad un regime di dittatura benevole.
Il moderno principe ci introduce al cuore dell’argomentazione di LV: il partito, avanguardia del proletariato, l’indispensabile strumento per mediare tra teoria e prassi, capace di fare politica cioè di evitare gli scogli del riformismo e il vortice autodistruttivo del massimalismo. Naturalmente, i fari sono Lenin, Gramsci ma soprattutto Togliatti, il Togliatti del partito nuovo.
Intere biblioteche sono dedicate al tema, qui basta ricordare che il partito nuovo, il partito di massa – si badi che si distacca dal partito leninista dei ‘professionisti rivoluzionari’ – nasce dopo la svolta di Salerno, con cui Togliatti porta il PCI ad abbandonare le finalità rivoluzionarie e a porre quale meta la costruzione della ‘democrazia progressiva’, anche perché consapevole della divisione del mondo in zone di influenza, avviata nel 1943 con la Conferenza di Teheran e poi conclusasi con quella di Yalta nel 1945.
Arrivato in Italia, Togliatti impone, di fatto, la sospensione della questione istituzionale e l’accordo con Badoglio, del cui governo entra a far parte, e doma ‘il vento del Nord’, per instradare l’Italia verso ‘la democrazia progressiva’. In che consisteva la ‘democrazia progressiva’? Nel compromesso tra le classi, base di un sistema politico in cui il PCI potesse assumere ruoli di governo per portare avanti riforme economiche, che tenessero conto degli interessi della classe operaia, insomma un regime di compromesso sociale.
E qual era il modello istituzionale? Un sistema in cui il Parlamento fosse il centro politico, in quanto rappresentante del popolo sovrano, e le cui decisioni, essendo mandatario del popolo, fossero insindacabili. Insomma, il modello dello Stato legislativo monoclasse dell’Ottocento, dove allora a dirigere era solo la borghesia, mentre nel Secondo dopoguerra il Parlamento sarebbe divenuto l’espressione di uno Stato pluriclasse con una co-gestione del potere tra le grandi forze popolari, DC e PCI.
Berlinguer non inventò niente di nuovo con il ‘compromesso storico’. Come sappiamo la storia andò diversamente e il PCI subì, a causa della guerra fredda, la conventio ad excludendum, che lo tenne fuori dal governo per i decenni successivi, anche praticò una strategia di compromessi e conquistò il governo di centinaia di Comuni e, dopo il 1970, di intere regioni. Il problema, tuttavia, che anima l’articolo di LV è la ‘questione del potere’.
Ho richiamato non a caso lo Stato legislativo ottocentesco, caratterizzato dalla sovranità del parlamento perché la teoria dello Stato di Togliatti, la sua teoria del potere, è di natura prettamente conservatrice, molto più arretrata della ‘teoria borghese’ di Kelsen, che aveva intravisto nelle vicende istituzionali dopo la Prima guerra mondiale il possibile superamento della ‘sovranità’ degli Stati nazionali verso forme democratiche più partecipate, frutto del conflitto e compromessi fra le classi. Infatti, Togliatti e il PCI rimangono ancorati a una visione che fa della sovranità del parlamento il centro del potere politico, concepito come illimitato.
Secondo Togliatti il popolo ed esclusivamente il popolo, visto come fosse un soggetto reale e attivo, può decidere le norme senza che nessun altro soggetto possa limitarne la volontà, con la conseguenza che se esse sono state assunte nel rispetto delle procedure stabilite in Costituzione sono non solo valide ma anche giuste, perché il popolo mai lederebbe i suoi interessi e valori: il popolo, al pari di un individuo, non commetterebbe mai un’ingiustizia contro sé stesso.
Per questo la sovranità del popolo non può incontrare le remore o la bizzarria della Corte costituzionale, che dovrebbe sindacare le norme emanate dal popolo sovrano attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento. L’ostilità di Togliatti verso l’istituto della Corte costituzionale, architrave della nuova democrazia costituzionale, è dovuta innanzitutto alla concezione del parlamento quale espressione diretta della sovranità popolare, che dunque non tollera organi sovraordinati; in secondo luogo, alla sottovalutazione dei diritti universali delle persone, i quali fungono da limite alla sfera di competenza del legislatore, che per questo non è più sovrano.
A Togliatti sfuggì la novità della democrazia costituzionale: il superamento del sovrano, dato che a essere sovrana è la Costituzione, e le limitazioni del potere del legislatore, vincolato al rispetto dei diritti fondamentali costituzionalizzati.
Cadono qui appropriate le disposizioni dell’articolo 1 della nostra Costituzione, simili a quelle di molte altre Carte: ‘La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione’. Fiumi di inchiostro sono stati versati per cogliere il significato di queste disposizioni, qui interessa mettere in evidenza che l’articolo 1, attribuendo in modo inequivocabile la sovranità al popolo e a nessun altro che al popolo, ha una valenza negativa: esclude che qualsiasi soggetto, singolo o collettivo, possa divenirne il titolare.
A Togliatti, al PCI e, temo, a molti militanti anche di estrema sinistra è rimasta tuttora estranea la ‘democrazia costituzionale’, che pone limiti formali e sostanziali al potere da chiunque esercitato, anche quello esercitato in nome del popolo. E anche Luciano Vasapollo esalta il ‘potere’, mentre la questione centrale non è il potere, bensì i suoi limiti, per evitare che degradi in forme autocratiche, arbitrarie, tiranniche.
Questa ‘dimenticanza’, chiamiamola così, ha consentito le degenerazioni staliniane e le sue giustificazioni, in quanto, si sosteneva che – e lo fa ancora Togliatti nel 1954 in polemica con Bobbio, e poi nel 1956 per legittimare l’intervento armato sovietico in Ungheria ‒ il potere è sempre un potere di una classe con lo scopo di instaurarne l’egemonia necessaria per soddisfarne bisogni e interessi. Non contano eguaglianza e libertà, contano gli interessi di classe. Per questo il movimento comunista e il PCI non hanno per decenni posto al centro della loro strategia la libertà delle persone, che per esercitarla devono essere poste nelle condizioni materiali di non-dipendenza, di autonomia economico-sociale.
Ancora oggi gli elementi centrali della ‘democrazia costituzionale’ stentano a penetrare nelle ideologie e nelle pratiche delle sinistre di alternativa, cioè la necessità dei limiti, formali e sostanziali, e della vanificazione dei micro- e macro- poteri – pubblici e privati – per garantire a tutti/e la fruizione dei diritti sociali, civili e politici in condizioni di libertà e di uguaglianza (di non-discriminazione). Non il potere, di chiunque esso sia, è il fine della rivoluzione, ma una società in cui i diritti delle persone, di ogni singola persona, siano garantiti e fruibili. Lelio Basso e Massimo Severo Giannini l’hanno scolpito nell’articolo 3 della nostra Costituzione, il quale è una moderna formulazione del socialismo.
L’ultima questione riguarda la vexata quaestio del rapporto tra teoria e prassi. ‘Senza teoria rivoluzionaria non c’è rivoluzione’, questa in sintesi è la concezione dominante nel movimento comunista, e oggi riproposta ancora da LV. Essa è una fallacia intellettualistica, e l’ha dimostrato E. P. Thompson in The Poverty of Theory (1980).
L’oggetto principale della critica di Thompson è la nozione di ‘classe’, di cui il partito dovrebbe interpretare gli interessi guidandola verso la sua liberazione.
Alle ‘classi’, scrive Thompson, si attribuiscono i connotati di un individuo, con volizione, scopi consapevoli e qualità morali, e per quanto riguarda specificamente il proletariato la sua identità la si presume ‘dormiente’, in attesa che il partito d’avanguardia la risvegli. Non si hanno distorsioni cognitive se questi attributi sono usati metaforicamente, ma, scrive Thompson, non si deve mai dimenticare che essi compongono una metafora volta a descrivere processi molto complessi che ‘accadono senza volizione o identità’ (p. 69). Tuttavia, nell’ideologia comunista, essi hanno fatto assumere alla ‘classe’ le sembianze di un soggetto unitario agente, così come nell’ideologia borghese lo Stato ha assunto i connotati della persona.
Thompson ha messo in luce che le classi non sono eserciti che marciano organizzati e compatti, capaci di manovre nei campi di battaglia – tenendo sempre presente che perfino gli eserciti vanno analizzati secondo le concrete e specifiche modalità con cui le sue componenti agiscono per rispondere ai piani di azione unitaria.
Questa visione dell’agire di collettività, compatte come ‘un sol uomo’, è espressione di una loro ipostatizzazione perché questi macrosoggetti non esistono nella storia. ‘Classe è una formazione sociale e culturale’, questa affermazione porta Thompson a sostenere che la ‘classe di per sé non è una cosa, essa è un accadere’ – class itself is not a thing, it is a happening.
Il messaggio culturale di Thompson è che il socialismo se sarà, sarà il portato di un progetto e di un agire di soggetti che si dovranno formare attraverso azioni coscienti, in condizioni ambientali storiche e naturali non da essi determinate – dovendo essere peraltro ben consapevoli che le condizioni ambientali, la natura, non sono assorbite nella storia umana, anzi è questa che continua a svolgersi entro di esse.
La costruzione storica della coscienza di classe è frutto dell’attività di milioni di persone, delle loro pratiche sociali e delle loro riflessioni su di esse; la coscienza non la si inculca dall’esterno, ma è il frutto di scelte, così come la ‘teoria’ rivoluzionaria è il prodotto dei movimenti di lotta, delle elaborazioni delle loro finalità e delle loro forme organizzative.
Per essere lapidari: la teoria è sempre ‘la nottola di Minerva’ (per dirla con Hegel), ed essa ha per compito di dar le ragioni a sostegno delle azioni di trasformazione delle relazioni sociali e – ricorrendo alle categorie kantiane ‒ di elevare le massime dell’agire individuale a leggi universali.
La democrazia rappresentativa nasce nella rivoluzione del 1789, la democrazia diretta nella Comune di Parigi, le istituzioni consiliari nelle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917, i diritti universali con i ‘mai più’ maturati nella lotta contro il nazifascismo e sanciti delle Carte del Secondo dopoguerra: la teoria segue i fatti, prima vengono i movimenti poi i suoi teorici. Altrimenti si ritorna al Vangelo di Giovanni – In principio era il Logos ‒, a cui il Faust di Goethe contrappone In principio era l’azione.
Fonte
L’articolo di Luciano Vasapollo (LV), Forma partito per il socialismo o il tramonto dell’utopia del possibile (pubblicato su Contropiano), merita una discussione approfondita per i temi che solleva e per lo spessore politico e culturale del suo autore. Innanzitutto una notazione: l’articolo è chiaramente scritto per rispondere non tanto e non solo alla crisi della sinistra su scala globale, ma specificamente per cercare di capire come mai i regimi ‘socialisti’ di Cuba e del Venezuela, e quelli progressisti di altri paesi latino-americani siano stati sconfitti, o si trovino in profonda crisi; dunque sono chiari l’assillo politico-morale e le domande che nascono dall’angoscia di chi li ha fortemente sostenuti, come per anni ha fatto e continua a fare LV.
Tuttavia, occorre essere franchi e diretti perché le questioni poste travagliano da decenni la sinistra e la sua componente comunista in particolare. La scelta di LV è di cercare nelle esperienze del passato e nella storia politica di esponenti politici di primo piano la chiave per affrontare gli spinosi problemi dinnanzi a noi, e la chiave è individuata nella costruzione del partito di avanguardia, che deve essere in grado di coniugare teoria e pratica in modo da guidare il proletariato verso la sua emancipazione. E per motivare questa scelta si fa ricorso non solo a Lenin e a Gramsci, ma innanzitutto e soprattutto a Togliatti, il Togliatti del ‘partito nuovo’.
Prima di entrare nel merito di questa scelta, devo però prima porre in discussione l’affermazione per cui ‘Cuba, Vietnam, Cina, Laos e Corea del Nord hanno seguito vie nazionali differenti, ma condividono un elemento decisivo: la presenza di un partito di quadri capace di guidare le masse nella transizione socialista’.
Ora sostenere che nella Corea del Nord sia in corso una transizione socialista è ictu oculi un’affermazione completamente infondata; infatti, si aggettiva come socialista un regime dove regna un’autocrazia ereditaria e non certo il proletariato organizzato; in Vietnam e in Cina sono dominanti il modo di produzione capitalistico, essendo per altro paesi ben inseriti nelle catene mondiale del valore.
Cuba ha una storia a sé, perché un’economia dirigista con un preminente ruolo dell’esercito sta resistendo a un pluridecennale assedio dell’imperialismo USA, che ora è giunto a un blocco totale perfino dell’energia per distruggere le stesse basi materiali dell’esistenza del popolo cubano.
Molto probabilmente Luciano Vasapollo è indotto a ritenere i regimi di questi paesi di natura socialista perché governati da partiti comunisti, che detengono il potere politico e utilizzano forme di capitalismo di Stato per dettare le priorità dello sviluppo economico. Anche se io ritengo più plausibile un’interpretazione della società cinese come una formazione economica capitalistica con il potere politico concentrato nelle mani del partito comunista, e ritengo che la molla dell’evoluzione della società cinese siano le relazioni tra nomenclatura politica e imprenditori capitalisti.
La Cina non è un paese in transizione verso il socialismo, cioè verso la socializzazione dei mezzi di produzione e la democrazia socialista, dove cioè i cittadini esercitano il potere politico godendo dei diritti di libertà e di uguaglianza, e determinano cosa come e dove produrre. La Cina è un sistema economico capitalistico dove a determinare i rapporti sociali sono il contratto di lavoro salariato e i contratti relativi agli scambi mercantili, inserito nei mercati globali capitalistici, con un regime politico a partito unico, dove cioè il potere politico è esercitato dal Partito comunista, dove cioè il Partito si è fatto Stato.
Diffusa, poi, è la tesi secondo cui la Cina sia un sistema, economico sociale istituzionale, non-capitalistico, perché – questo è l’argomento centrale comune alle diverse versioni ‒ è lo Stato, cioè il Partito comunista, a guidare economia e istituzioni pubbliche, ma esse non danno conto né del lavoro salariato quale elemento essenziale del funzionamento delle imprese (pubbliche e private), né della diffusa presenza di imprese private (sono la maggioranza), né del funzionamento delle imprese pubbliche secondo le regole del mercato capitalistico.
Certo, c’è poi chi, come Pino Arlacchi, sostiene che in Cina a detenere il potere sia ‘il Moderno Principe di Gramsci ... un Partito di intellettuali organici che organizza il consenso della società, la ‘volontà collettiva’ del popolo, tramite la gestione dei beni comuni’. Se per socialismo si vuole intendere il governo del Principe, sia pure moderno e sia pure comunista, che gestisce i beni comuni a beneficio del popolo, allora ci troveremmo di fronte ad un regime di dittatura benevole.
Il moderno principe ci introduce al cuore dell’argomentazione di LV: il partito, avanguardia del proletariato, l’indispensabile strumento per mediare tra teoria e prassi, capace di fare politica cioè di evitare gli scogli del riformismo e il vortice autodistruttivo del massimalismo. Naturalmente, i fari sono Lenin, Gramsci ma soprattutto Togliatti, il Togliatti del partito nuovo.
Intere biblioteche sono dedicate al tema, qui basta ricordare che il partito nuovo, il partito di massa – si badi che si distacca dal partito leninista dei ‘professionisti rivoluzionari’ – nasce dopo la svolta di Salerno, con cui Togliatti porta il PCI ad abbandonare le finalità rivoluzionarie e a porre quale meta la costruzione della ‘democrazia progressiva’, anche perché consapevole della divisione del mondo in zone di influenza, avviata nel 1943 con la Conferenza di Teheran e poi conclusasi con quella di Yalta nel 1945.
Arrivato in Italia, Togliatti impone, di fatto, la sospensione della questione istituzionale e l’accordo con Badoglio, del cui governo entra a far parte, e doma ‘il vento del Nord’, per instradare l’Italia verso ‘la democrazia progressiva’. In che consisteva la ‘democrazia progressiva’? Nel compromesso tra le classi, base di un sistema politico in cui il PCI potesse assumere ruoli di governo per portare avanti riforme economiche, che tenessero conto degli interessi della classe operaia, insomma un regime di compromesso sociale.
E qual era il modello istituzionale? Un sistema in cui il Parlamento fosse il centro politico, in quanto rappresentante del popolo sovrano, e le cui decisioni, essendo mandatario del popolo, fossero insindacabili. Insomma, il modello dello Stato legislativo monoclasse dell’Ottocento, dove allora a dirigere era solo la borghesia, mentre nel Secondo dopoguerra il Parlamento sarebbe divenuto l’espressione di uno Stato pluriclasse con una co-gestione del potere tra le grandi forze popolari, DC e PCI.
Berlinguer non inventò niente di nuovo con il ‘compromesso storico’. Come sappiamo la storia andò diversamente e il PCI subì, a causa della guerra fredda, la conventio ad excludendum, che lo tenne fuori dal governo per i decenni successivi, anche praticò una strategia di compromessi e conquistò il governo di centinaia di Comuni e, dopo il 1970, di intere regioni. Il problema, tuttavia, che anima l’articolo di LV è la ‘questione del potere’.
Ho richiamato non a caso lo Stato legislativo ottocentesco, caratterizzato dalla sovranità del parlamento perché la teoria dello Stato di Togliatti, la sua teoria del potere, è di natura prettamente conservatrice, molto più arretrata della ‘teoria borghese’ di Kelsen, che aveva intravisto nelle vicende istituzionali dopo la Prima guerra mondiale il possibile superamento della ‘sovranità’ degli Stati nazionali verso forme democratiche più partecipate, frutto del conflitto e compromessi fra le classi. Infatti, Togliatti e il PCI rimangono ancorati a una visione che fa della sovranità del parlamento il centro del potere politico, concepito come illimitato.
Secondo Togliatti il popolo ed esclusivamente il popolo, visto come fosse un soggetto reale e attivo, può decidere le norme senza che nessun altro soggetto possa limitarne la volontà, con la conseguenza che se esse sono state assunte nel rispetto delle procedure stabilite in Costituzione sono non solo valide ma anche giuste, perché il popolo mai lederebbe i suoi interessi e valori: il popolo, al pari di un individuo, non commetterebbe mai un’ingiustizia contro sé stesso.
Per questo la sovranità del popolo non può incontrare le remore o la bizzarria della Corte costituzionale, che dovrebbe sindacare le norme emanate dal popolo sovrano attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento. L’ostilità di Togliatti verso l’istituto della Corte costituzionale, architrave della nuova democrazia costituzionale, è dovuta innanzitutto alla concezione del parlamento quale espressione diretta della sovranità popolare, che dunque non tollera organi sovraordinati; in secondo luogo, alla sottovalutazione dei diritti universali delle persone, i quali fungono da limite alla sfera di competenza del legislatore, che per questo non è più sovrano.
A Togliatti sfuggì la novità della democrazia costituzionale: il superamento del sovrano, dato che a essere sovrana è la Costituzione, e le limitazioni del potere del legislatore, vincolato al rispetto dei diritti fondamentali costituzionalizzati.
Cadono qui appropriate le disposizioni dell’articolo 1 della nostra Costituzione, simili a quelle di molte altre Carte: ‘La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione’. Fiumi di inchiostro sono stati versati per cogliere il significato di queste disposizioni, qui interessa mettere in evidenza che l’articolo 1, attribuendo in modo inequivocabile la sovranità al popolo e a nessun altro che al popolo, ha una valenza negativa: esclude che qualsiasi soggetto, singolo o collettivo, possa divenirne il titolare.
A Togliatti, al PCI e, temo, a molti militanti anche di estrema sinistra è rimasta tuttora estranea la ‘democrazia costituzionale’, che pone limiti formali e sostanziali al potere da chiunque esercitato, anche quello esercitato in nome del popolo. E anche Luciano Vasapollo esalta il ‘potere’, mentre la questione centrale non è il potere, bensì i suoi limiti, per evitare che degradi in forme autocratiche, arbitrarie, tiranniche.
Questa ‘dimenticanza’, chiamiamola così, ha consentito le degenerazioni staliniane e le sue giustificazioni, in quanto, si sosteneva che – e lo fa ancora Togliatti nel 1954 in polemica con Bobbio, e poi nel 1956 per legittimare l’intervento armato sovietico in Ungheria ‒ il potere è sempre un potere di una classe con lo scopo di instaurarne l’egemonia necessaria per soddisfarne bisogni e interessi. Non contano eguaglianza e libertà, contano gli interessi di classe. Per questo il movimento comunista e il PCI non hanno per decenni posto al centro della loro strategia la libertà delle persone, che per esercitarla devono essere poste nelle condizioni materiali di non-dipendenza, di autonomia economico-sociale.
Ancora oggi gli elementi centrali della ‘democrazia costituzionale’ stentano a penetrare nelle ideologie e nelle pratiche delle sinistre di alternativa, cioè la necessità dei limiti, formali e sostanziali, e della vanificazione dei micro- e macro- poteri – pubblici e privati – per garantire a tutti/e la fruizione dei diritti sociali, civili e politici in condizioni di libertà e di uguaglianza (di non-discriminazione). Non il potere, di chiunque esso sia, è il fine della rivoluzione, ma una società in cui i diritti delle persone, di ogni singola persona, siano garantiti e fruibili. Lelio Basso e Massimo Severo Giannini l’hanno scolpito nell’articolo 3 della nostra Costituzione, il quale è una moderna formulazione del socialismo.
L’ultima questione riguarda la vexata quaestio del rapporto tra teoria e prassi. ‘Senza teoria rivoluzionaria non c’è rivoluzione’, questa in sintesi è la concezione dominante nel movimento comunista, e oggi riproposta ancora da LV. Essa è una fallacia intellettualistica, e l’ha dimostrato E. P. Thompson in The Poverty of Theory (1980).
L’oggetto principale della critica di Thompson è la nozione di ‘classe’, di cui il partito dovrebbe interpretare gli interessi guidandola verso la sua liberazione.
Alle ‘classi’, scrive Thompson, si attribuiscono i connotati di un individuo, con volizione, scopi consapevoli e qualità morali, e per quanto riguarda specificamente il proletariato la sua identità la si presume ‘dormiente’, in attesa che il partito d’avanguardia la risvegli. Non si hanno distorsioni cognitive se questi attributi sono usati metaforicamente, ma, scrive Thompson, non si deve mai dimenticare che essi compongono una metafora volta a descrivere processi molto complessi che ‘accadono senza volizione o identità’ (p. 69). Tuttavia, nell’ideologia comunista, essi hanno fatto assumere alla ‘classe’ le sembianze di un soggetto unitario agente, così come nell’ideologia borghese lo Stato ha assunto i connotati della persona.
Thompson ha messo in luce che le classi non sono eserciti che marciano organizzati e compatti, capaci di manovre nei campi di battaglia – tenendo sempre presente che perfino gli eserciti vanno analizzati secondo le concrete e specifiche modalità con cui le sue componenti agiscono per rispondere ai piani di azione unitaria.
Questa visione dell’agire di collettività, compatte come ‘un sol uomo’, è espressione di una loro ipostatizzazione perché questi macrosoggetti non esistono nella storia. ‘Classe è una formazione sociale e culturale’, questa affermazione porta Thompson a sostenere che la ‘classe di per sé non è una cosa, essa è un accadere’ – class itself is not a thing, it is a happening.
Il messaggio culturale di Thompson è che il socialismo se sarà, sarà il portato di un progetto e di un agire di soggetti che si dovranno formare attraverso azioni coscienti, in condizioni ambientali storiche e naturali non da essi determinate – dovendo essere peraltro ben consapevoli che le condizioni ambientali, la natura, non sono assorbite nella storia umana, anzi è questa che continua a svolgersi entro di esse.
La costruzione storica della coscienza di classe è frutto dell’attività di milioni di persone, delle loro pratiche sociali e delle loro riflessioni su di esse; la coscienza non la si inculca dall’esterno, ma è il frutto di scelte, così come la ‘teoria’ rivoluzionaria è il prodotto dei movimenti di lotta, delle elaborazioni delle loro finalità e delle loro forme organizzative.
Per essere lapidari: la teoria è sempre ‘la nottola di Minerva’ (per dirla con Hegel), ed essa ha per compito di dar le ragioni a sostegno delle azioni di trasformazione delle relazioni sociali e – ricorrendo alle categorie kantiane ‒ di elevare le massime dell’agire individuale a leggi universali.
La democrazia rappresentativa nasce nella rivoluzione del 1789, la democrazia diretta nella Comune di Parigi, le istituzioni consiliari nelle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917, i diritti universali con i ‘mai più’ maturati nella lotta contro il nazifascismo e sanciti delle Carte del Secondo dopoguerra: la teoria segue i fatti, prima vengono i movimenti poi i suoi teorici. Altrimenti si ritorna al Vangelo di Giovanni – In principio era il Logos ‒, a cui il Faust di Goethe contrappone In principio era l’azione.
Fonte
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