“Mentre continuiamo a valutare le varianti della risposta da dare all’aggressione iraniana, gli Stati Uniti adottano immediatamente ulteriori dure sanzioni economiche contro il regime iraniano. Queste potenti sanzioni rimarranno in vigore finché l’Iran non cambierà la propria condotta”. Trump ha anche chiesto a Gran Bretagna, Germania, Francia, Russia e Cina di uscire dal Joint Comprehensive Plan of Action, il cosiddetto accordo sul “nucleare iraniano”.
Questo il succo dell’atteso discorso mercoledì di Donald Trump, che non diminuisce certo i timori di ulteriori assalti, violenti e sconsiderati, da parte di Washington, propri di un animale ferito, incapace di valutare la progressiva perdita di forze.
Una perdita di potenza che, sempre ieri, Vladimir Putin e Recep Erdoğan si sono incaricati di rammentargli, dando il via a Istanbul al gasdotto “Turkish stream”, che dà un’altra spallata alle ambizioni statunitensi di tener fuori Mosca dalle forniture energetiche all’Europa. Insieme ai Presidenti russo e turco, erano presenti anche il Primo ministro bulgaro Bojko Borisov e il Presidente serbo Aleksandar Vučič, oltre al Ministro per l’energia russo Aleksandr Novak e al boss di Gazprom Aleksej Miller.
Il gasdotto (lungo 1.100 km, di cui 930 sottomarini) che dalla stazione di pompaggio russa nella regione di Anapa arriva nella zona turca di Kirklareli, si compone di due rami, ciascuno con portata di 15,75 miliardi di m3 annui: il primo ramo, porta il gas al mercato turco; il secondo, ai paesi dell’Europa meridionale e sudorientale. Quali ulteriori mercati, Gazprom vede Grecia, Italia, Bulgaria, Serbia e Ungheria.
Di fatto, scrive la Tass, la cerimonia del 8 gennaio è stata quasi una formalità; e, si potrebbe aggiungere, un malcelato avviso a Washington (tra l’altro, anche la Turchia ha condannato l’assassinio di Qassem Soleimani da parte USA): già dal 1 gennaio, infatti, il gas russo aveva iniziato ad arrivare in Bulgaria e da questa, attraverso la stazione di pompaggio “Strandža-2”, dal 5 gennaio il gas arriva in Grecia e Macedonia del Nord.
Il Ministro Novak si è detto sicuro che, come concordato, entro il prossimo 31 maggio Sofia ultimerà il proseguimento del gasdotto, unendo così anche la Serbia, e, successivamente, l’Ungheria, al “Turkish stream”.
La costruzione del gasdotto lungo il fondo del mar Nero era stata annunciata nel corso della visita di Vladimir Putin ad Ankara a dicembre 2014; quasi annullata nel 2015, dopo l’abbattimento di un Su-24 russo da parte di un F-16 turco, quindi ripresa l’anno seguente, dopo che la Russia, per i problemi sorti con la UE (anche allora, era venuto l’alt di Washington) aveva rinunciato al progetto del “South stream”, dalla regione Anapa, fino al porto bulgaro di Varna e da qui verso Serbia e Ungheria e, potenzialmente, fino a Austria e Italia.
Dopo il protocollo d’intesa tra Gazprom e la società turca di tubazioni “Botas Petroleum Pipeline Corporation”, il relativo accordo intergovernativo, ricorda la Tass, era stato concluso a Istanbul il 10 ottobre 2016 e tra dicembre di quell’anno e gennaio 2017, il documento era stato ratificato dai Parlamenti turco e russo.
“Curioso” notare che la parte sottomarina del “Turkish stream” è stata realizzata dalla svizzera “Allseas”, la stessa che si occupa del “North stream”, e che aveva interrotto i lavori, lo scorso dicembre, quando mancavano da ultimare meno di 50 km per l’approdo in territorio tedesco, all’annuncio delle sanzioni USA inserite da Trump nel National Defense Authorization Act. Una interruzione che, a detta di Gazprom, non può comunque influire ormai sul completamento del gasdotto settentrionale.
Dopo l’inaugurazione del “Turkish stream”, Putin e Erdoğan hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui, oltre ad accennare a Siria, Libia e altro, si parla principalmente di Iran, a tratti con una equidistanza certo di circostanza. “Siamo profondamente preoccupati per l’escalation della tensione tra USA e Iran e per le sue conseguenze negative per l’Iraq. Consideriamo l’operazione USA contro il comandante delle forze speciali Quds del Corpo dei Guardiani della rivoluzione, Qassem Soleimani, il 3 gennaio a Baghdad, un atto che mina sicurezza e stabilità nella regione. Alla luce del colpo portato dall’Iran con missilistici balistici contro le basi militari della coalizione in Iraq, l’8 gennaio, riteniamo che lo scambio di colpi e l’uso della forza da qualsiasi parte non contribuisca alla ricerca di soluzioni per i complessi problemi del Medio Oriente e portino a una nuova spirale di instabilità, senza soddisfare gli interessi di nessuno”.
Si dice anche – abbastanza ipocritamente, visti gli interventi turchi in Siria e in Libia – che “siamo sempre stati contrari a interferenze straniere nei conflitti interni. A questo proposito, dichiariamo il nostro impegno per una de-escalation della tensione nella regione ed esortiamo tutte le parti ad agire con moderazione, mostrando buon senso e dando la priorità ai mezzi diplomatici”.
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11/10/2016
Putin- Erdogan: il fascino discreto dell’energia
E’ l’energia a riavvicinare gli interessi di Putin ed Erdoğan, che tralasciano drammi e orrori siriani, odi personali e statali, siglando un accordo. Il gas russo viaggerà verso sud in direzione del Mar Nero e sotto di esso, rifornendo l’Europa. La conduttura Turkish stream avrà due rami, capaci di trasportare oltre 15 miliardi di metri cubi di gas ciascuno. Quello rivolto al vecchio continente sarà oggetto di ulteriori trattative con la Ue. Per Ankara si riaccelera anche il programma nucleare della centrale di Akkuyu, nell’Anatolia meridionale, non distante da Adana e Mersin, dove dal 2011 gli abitanti dell’area sono in subbuglio e protestano vivacemente. Il progetto (avviato nel 2010) e il finanziamento sono al 90% russi, come lo è Rosatom, l’ente statale che fornisce prodotti e servizi. L’avvicinamento fra i due “uomini-stato” è avvenuto a Istanbul in occasione del Congresso mondiale sull’energia, dove si è ribadito la giusta via dei programmi sottoscritti finora da Gazprom e Bontaş, le rispettive aziende che s’occupano di energia. Nel clima pacificatorio vissuto in terra turca Putin ha anche annunciato la propria disponibilità all’iniziativa dell’Opec di contenere la produzione degli idrocarburi per riequilibrare il mercato mondiale e frenare l’attività speculativa, evitando nuove fluttuazioni del prezzo del barile.
Col passo del Turkish stream, cui s’oppone qualche membro Ue e alcune voci energetiche statunitensi, viene messa da parte l’ipotesi del South stream che coinvolgeva la Bulgaria e vedeva l’Eni in prima fila nell’opera realizzativa in partenariato con Gazprom. Quest’ultima azienda negli anni ha seguito le spregiudicate linee guida della politica russa che ha giocato su più tavoli, anche per evitare la morsa tesa da avversari, vicini (Ue) e lontani (Usa). Putin, che in politica estera ha riequilibrato i non pochi problemi riscontrati tempo addietro sul fronte interno, nel sempre più complesso e variegato settore energetico cerca un’espansione verso i mercati cinese e indiano, senza tralasciare il Giappone; “La Russia tratterà energia con tutte le parti interessate per un mutuo beneficio” ha pubblicamente annunciato nell’assise mondiale. Anche Erdoğan è raggiante perché, in un momento comunque cupo della sua presidenza, riesce a rilanciare uno dei pilastri inseriti nel personale sogno di grandezza: fare della Turchia un enorme hub energetico a cavallo fra Europa e Medio Oriente. Fattore di forza non indifferente verso i competitor regionali come la dinastia saudita e l’Iran che sull’energia costruiscono le proprie velleità di supremazia. Viene a rafforzare la teoria del “perno energetico” turco anche l’Azerbaijan.
A Istanbul il presidente Aliev ha annunciato un investimento di 20 miliardi di dollari concernenti infrastrutture e gasdotti, di cui fa parte la Trans Anatolian Natural Gas Pipeline: un progetto che prevede 1841 km di condutture, dal Mar Caspio poi sul confine georgiano-turco fin verso la Grecia, per 11 miliardi di dollari. La cronaca fa registrare intenti cordiali o prospettive di allentamento della tensione fra Russia e Turchia anche in quei settori centrali per l’economia di ciascuno, commercio e turismo, che l’episodio dell’abbattimento del bombardiere sul cielo (siriano o turco?) aveva interrotto. Più complessa è la vicenda che vede i due “presidenti a vita” giocare cinicamente sullo scacchiere siriano ai danni di quel che resta della popolazione locale, ancora martoriata da fattori interni ed esterni. Le tattiche, i programmi, l’ideologia di ognuno li ha contrapposti sino a sfiorare punti di non ritorno che, però, entrambi dimostrano di non condurre fino in fondo. L’abilità del giocatore d’azzardo incarnato da ciascuno - che costituisce una fascinazione per i propri fan - li rende sfrontati e poco dopo prudenti, così da tornare sui propri passi quando nessuno l’aspetterebbe. Quel che li può avvicinare, nell’attuale fase, è l’antiamericanismo politico ed economico che avrà ricadute anche sul fronte energetico. Pur sapendo che chiunque siederà alla Casa Bianca (ormai più lady Hillary che macho Trump) può diventare un momentaneo compagno di via.
Fonte
Col passo del Turkish stream, cui s’oppone qualche membro Ue e alcune voci energetiche statunitensi, viene messa da parte l’ipotesi del South stream che coinvolgeva la Bulgaria e vedeva l’Eni in prima fila nell’opera realizzativa in partenariato con Gazprom. Quest’ultima azienda negli anni ha seguito le spregiudicate linee guida della politica russa che ha giocato su più tavoli, anche per evitare la morsa tesa da avversari, vicini (Ue) e lontani (Usa). Putin, che in politica estera ha riequilibrato i non pochi problemi riscontrati tempo addietro sul fronte interno, nel sempre più complesso e variegato settore energetico cerca un’espansione verso i mercati cinese e indiano, senza tralasciare il Giappone; “La Russia tratterà energia con tutte le parti interessate per un mutuo beneficio” ha pubblicamente annunciato nell’assise mondiale. Anche Erdoğan è raggiante perché, in un momento comunque cupo della sua presidenza, riesce a rilanciare uno dei pilastri inseriti nel personale sogno di grandezza: fare della Turchia un enorme hub energetico a cavallo fra Europa e Medio Oriente. Fattore di forza non indifferente verso i competitor regionali come la dinastia saudita e l’Iran che sull’energia costruiscono le proprie velleità di supremazia. Viene a rafforzare la teoria del “perno energetico” turco anche l’Azerbaijan.
A Istanbul il presidente Aliev ha annunciato un investimento di 20 miliardi di dollari concernenti infrastrutture e gasdotti, di cui fa parte la Trans Anatolian Natural Gas Pipeline: un progetto che prevede 1841 km di condutture, dal Mar Caspio poi sul confine georgiano-turco fin verso la Grecia, per 11 miliardi di dollari. La cronaca fa registrare intenti cordiali o prospettive di allentamento della tensione fra Russia e Turchia anche in quei settori centrali per l’economia di ciascuno, commercio e turismo, che l’episodio dell’abbattimento del bombardiere sul cielo (siriano o turco?) aveva interrotto. Più complessa è la vicenda che vede i due “presidenti a vita” giocare cinicamente sullo scacchiere siriano ai danni di quel che resta della popolazione locale, ancora martoriata da fattori interni ed esterni. Le tattiche, i programmi, l’ideologia di ognuno li ha contrapposti sino a sfiorare punti di non ritorno che, però, entrambi dimostrano di non condurre fino in fondo. L’abilità del giocatore d’azzardo incarnato da ciascuno - che costituisce una fascinazione per i propri fan - li rende sfrontati e poco dopo prudenti, così da tornare sui propri passi quando nessuno l’aspetterebbe. Quel che li può avvicinare, nell’attuale fase, è l’antiamericanismo politico ed economico che avrà ricadute anche sul fronte energetico. Pur sapendo che chiunque siederà alla Casa Bianca (ormai più lady Hillary che macho Trump) può diventare un momentaneo compagno di via.
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10/08/2016
“Caro amico mio Vladimi Putin”...
Così ha esordito Recep Erdoğan nella conferenza stampa al termine dell’incontro con Vladimir Putin ieri a Pietroburgo.
Dopo l’incontro di ieri l’altro a Baku, infatti, tra i presidenti di Russia, Azerbajdzhan e Iran, Vladimir Putin, Ilkam Aliev e Hassan Rouhani, il primo in assoluto a tale livello e già definito “storico”, ieri è stata la volta di un altro “primo” incontro, quello a Pietroburgo tra Vladimir Putin e Recep Erdoğan. Primo, in realtà, dopo che i rapporti tra Russia e Turchia erano precipitati praticamente a zero in seguito all’abbattimento del cacciabombardiere russo Su-24 da parte di caccia F-16 turchi, nel novembre scorso. E oggi sarà la volta del presidente armeno Serzh Sargsjan a incontrarsi a Mosca con Vladimir Putin.
In tutti e tre i casi, lo spettro delle questioni affrontate spazia, come scriveva lunedì Kira Latukhina su Rossiskaja gazeta a proposito del summit di Baku, “praticamente su tutte le direzioni della collaborazione”; ma non si può non rilevare, al di sopra dei temi specifici, il carattere di scacchiere strategico che va assumendo l’asse “regionale” in cui gli attori stanno costruendo qualcosa di più di semplici rapporti economici o politici bilaterali: uno scacchiere che, partendo dall’antico Ponto, attraverso il mar Caspio, andrà a interessare Cina e India.
Dunque, ieri a Mosca, Putin e Erdoğan hanno espresso entrambi il desiderio di riportare la collaborazione bilaterale ai precedenti livelli, sia per il ristabilimento di normali “rapporti economico-commerciali, sia per il coordinamento nella lotta al terrorismo”, ha esordito Putin. “Nella regione c’è attesa per molte nostre decisioni politiche”, ha detto Erdoğan. Putin ha ribadito le posizioni russe anche riguardo al recente fallito colpo di stato in Turchia. Nella conferenza stampa finale, Vladimir Vladimirovič ha evidenziato che il progetto del “Turkish Stream” per quanto riguarda le forniture di gas alla Turchia è fuori di ogni dubbio e Erdoğan ha risposto che la Turchia è pronta ad assicurare le forniture di gas all’Europa attraverso il “Turkish Stream”. Per quanto riguarda la Siria, il presidente russo ha detto che “cambiamenti possono essere raggiunti solo con mezzi democratici”.
E’ chiaro che Mosca guarda al ”partner” turco, consapevole del fatto che, come affermava nei giorni scorsi Anna Glazova, le assicurazioni sull’amicizia con Mosca sono dirette alla Russia, perché l’Europa intenda. Ma, intanto, si sono riallacciati legami regionali che, a partire da un bacino in cui ultimamente la contrapposizione con USA e Nato si è fatta più acuta, quale quello del mar Nero, possono spaziare anche più a est, in cui agisce uno storico protégé di Ankara, come l’Azerbajdzhan.
E lunedì scorso, a Baku, Hassan Rouhani, Vladimir Putin e Ilkam Aliev, oltre alle dichiarazioni sulle “comuni sfide regionali, come quella rappresentata dal terrorismo”, hanno discusso soprattutto della collaborazione nei settori energetico e dei trasporti, a partire dal progetto della ferrovia da Rasht (il maggior centro commerciale iraniano nelle immediate vicinanze del mar Caspio) ad Astara (180 km più a nord, in Azerbajdzhan) che dovrà diventare un “anello fondamentale del corridoio internazionale di trasporti Nord-Sud”. I problemi comuni ai tre paesi, aveva detto ieri l’altro Putin, posti di fonte alla crisi economica globale, sono aggravati dalle tensioni esistenti alle frontiere, riferendosi in particolare all’attività terroristica in Afghanistan e Vicino Oriente.
Nel settore energetico si dà priorità ai progetti per l’esplorazione e lo sviluppo dei giacimenti di petrolio e gas, principalmente nella regione del Caspio, il cui status attende il perfezionamento di una convenzione ad hoc e si auspica una maggiore integrazione nell’utilizzo di gasdotti e oleodotti. L’azero Ilkham Aliev aveva ricordato i legami regionali fra i tre paesi, il fatto che Baku si sia opposta alle sanzioni contro l’Iran e contro la Russia e aveva parlato di “sforzi comuni per la realizzazione di un sicuro e comune corridoio energetico” attraverso il Caspio. Anche Hassan Rouhani aveva parlato di “Tre stati vicini che hanno sfide comuni e anche alcune minacce comuni nelle sfere politica, economica, culturale ed ecologica. Nelle odierne condizioni, un paese isolato non è in grado di rispondere alle sfide e di sfruttare tutte le potenzialità”.
Prima dell’incontro a tre, si erano tenuti colloqui a due. Con Aliev, Putin era tornato sulla questione del Nagorno-Karabakh, assicurando che Mosca tende a fare in modo che Baku e Erevan raggiungano un compromesso accettabile da entrambe le parti. Rouhani, nel tête-à-tête con Putin, ha detto che Teheran non dimenticherà “mai il ruolo positivo svolto dalla Russia nel raggiungimento dell’accordo sul nucleare”.
Ma, naturalmente, in primo piano rimane la questione dei gasdotti. A questo proposito, lunedì, il servizio russo della BBC, che attendersi “imparziale” equivarrebbe a inchinarsi al terzo segreto di Fatima, ricordava come Mosca abbia tentato di avviare tre gasdotti per il trasporto del gas russo verso l’Europa occidentale, tutti in aggiramento dell’Ucraina. Oltre al progetto del “Turkish Stream”, al centro dell’attenzione attuale, soprattutto dopo l’incontro di ieri a Piter, sembra tornare di attualità quello del “South Stream”, dopo il colloquio telefonico di venerdì scorso tra Putin e il primo ministro bulgaro Bojko Borisov.
Il “South Stream”, con un costo di 23 miliardi di euro, avrebbe dovuto collegare, sul fondo del mar Nero, il porto di Anapa a quello di Varna e da lì proseguire per Bulgaria, Serbia, Ungheria e l’Europa occidentale, portando 63 miliardi di m3 di gas all’anno: la stessa quantità transitata nel 2015 per l’Ucraina. Iniziata la realizzazione a fine 2012, nel 2014 arrivò l’alt del Paramento europeo e, nel dicembre di quell’anno, la Russia rinunciò al progetto per “la posizione non costruttiva della Commissione Europea”. Da allora, Sofia sta elaborando una variante locale di un hub balcanico, rifornito però di gas russo. Forse, nota l’autore del servizio della BBC, Dmitrij Bulin, la telefonata di Borisov a Putin riguarda questa variante e perciò Mosca l’ha accolta senza particolare entusiasmo.
Il “Turkish Stream”, con un hub sulla frontiera turco-greca e le cui vicende sono note, dovrebbe avere la medesima portata del “South”, con un costo di realizzazione ridotto della metà (11,4 miliardi di euro). A quanto pare, le prospettive di una sua realizzazione si sarebbero aperte di nuovo. Ma questo Bulin non poteva ancora saperlo, perciò scrive che il progetto più probabile sarebbe quello per il “North Stream-2” – preso in considerazione dopo l’affossamento del “South” e il congelamento del “Turkish” – attraverso il mar Baltico e la Germania. Un anno fa, Gazprom, E.ON, Royal Dutch Shell e OMV AG si erano accordate per la realizzazione di infrastrutture di gasdotto, con un costo di circa 8 miliardi di euro e una portata di 55 miliardi di m3.
In ogni caso, tutti e tre i progetti “allarmano” tanto Washington, che Bruxelles, in lacrime per la possibile perdita, da parte ucraina, di 2 miliardi di dollari che incassa oggi Kiev per il transito del gas russo. L’economia ucraina andrà in rovina, si strappano i capelli al Dipartimento di stato, pensando a tutti soldi che Kiev, in tal modo, non restituirà mai ai tutori occidentali.
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Dopo l’incontro di ieri l’altro a Baku, infatti, tra i presidenti di Russia, Azerbajdzhan e Iran, Vladimir Putin, Ilkam Aliev e Hassan Rouhani, il primo in assoluto a tale livello e già definito “storico”, ieri è stata la volta di un altro “primo” incontro, quello a Pietroburgo tra Vladimir Putin e Recep Erdoğan. Primo, in realtà, dopo che i rapporti tra Russia e Turchia erano precipitati praticamente a zero in seguito all’abbattimento del cacciabombardiere russo Su-24 da parte di caccia F-16 turchi, nel novembre scorso. E oggi sarà la volta del presidente armeno Serzh Sargsjan a incontrarsi a Mosca con Vladimir Putin.
In tutti e tre i casi, lo spettro delle questioni affrontate spazia, come scriveva lunedì Kira Latukhina su Rossiskaja gazeta a proposito del summit di Baku, “praticamente su tutte le direzioni della collaborazione”; ma non si può non rilevare, al di sopra dei temi specifici, il carattere di scacchiere strategico che va assumendo l’asse “regionale” in cui gli attori stanno costruendo qualcosa di più di semplici rapporti economici o politici bilaterali: uno scacchiere che, partendo dall’antico Ponto, attraverso il mar Caspio, andrà a interessare Cina e India.
Dunque, ieri a Mosca, Putin e Erdoğan hanno espresso entrambi il desiderio di riportare la collaborazione bilaterale ai precedenti livelli, sia per il ristabilimento di normali “rapporti economico-commerciali, sia per il coordinamento nella lotta al terrorismo”, ha esordito Putin. “Nella regione c’è attesa per molte nostre decisioni politiche”, ha detto Erdoğan. Putin ha ribadito le posizioni russe anche riguardo al recente fallito colpo di stato in Turchia. Nella conferenza stampa finale, Vladimir Vladimirovič ha evidenziato che il progetto del “Turkish Stream” per quanto riguarda le forniture di gas alla Turchia è fuori di ogni dubbio e Erdoğan ha risposto che la Turchia è pronta ad assicurare le forniture di gas all’Europa attraverso il “Turkish Stream”. Per quanto riguarda la Siria, il presidente russo ha detto che “cambiamenti possono essere raggiunti solo con mezzi democratici”.
E’ chiaro che Mosca guarda al ”partner” turco, consapevole del fatto che, come affermava nei giorni scorsi Anna Glazova, le assicurazioni sull’amicizia con Mosca sono dirette alla Russia, perché l’Europa intenda. Ma, intanto, si sono riallacciati legami regionali che, a partire da un bacino in cui ultimamente la contrapposizione con USA e Nato si è fatta più acuta, quale quello del mar Nero, possono spaziare anche più a est, in cui agisce uno storico protégé di Ankara, come l’Azerbajdzhan.
E lunedì scorso, a Baku, Hassan Rouhani, Vladimir Putin e Ilkam Aliev, oltre alle dichiarazioni sulle “comuni sfide regionali, come quella rappresentata dal terrorismo”, hanno discusso soprattutto della collaborazione nei settori energetico e dei trasporti, a partire dal progetto della ferrovia da Rasht (il maggior centro commerciale iraniano nelle immediate vicinanze del mar Caspio) ad Astara (180 km più a nord, in Azerbajdzhan) che dovrà diventare un “anello fondamentale del corridoio internazionale di trasporti Nord-Sud”. I problemi comuni ai tre paesi, aveva detto ieri l’altro Putin, posti di fonte alla crisi economica globale, sono aggravati dalle tensioni esistenti alle frontiere, riferendosi in particolare all’attività terroristica in Afghanistan e Vicino Oriente.
Nel settore energetico si dà priorità ai progetti per l’esplorazione e lo sviluppo dei giacimenti di petrolio e gas, principalmente nella regione del Caspio, il cui status attende il perfezionamento di una convenzione ad hoc e si auspica una maggiore integrazione nell’utilizzo di gasdotti e oleodotti. L’azero Ilkham Aliev aveva ricordato i legami regionali fra i tre paesi, il fatto che Baku si sia opposta alle sanzioni contro l’Iran e contro la Russia e aveva parlato di “sforzi comuni per la realizzazione di un sicuro e comune corridoio energetico” attraverso il Caspio. Anche Hassan Rouhani aveva parlato di “Tre stati vicini che hanno sfide comuni e anche alcune minacce comuni nelle sfere politica, economica, culturale ed ecologica. Nelle odierne condizioni, un paese isolato non è in grado di rispondere alle sfide e di sfruttare tutte le potenzialità”.
Prima dell’incontro a tre, si erano tenuti colloqui a due. Con Aliev, Putin era tornato sulla questione del Nagorno-Karabakh, assicurando che Mosca tende a fare in modo che Baku e Erevan raggiungano un compromesso accettabile da entrambe le parti. Rouhani, nel tête-à-tête con Putin, ha detto che Teheran non dimenticherà “mai il ruolo positivo svolto dalla Russia nel raggiungimento dell’accordo sul nucleare”.
Ma, naturalmente, in primo piano rimane la questione dei gasdotti. A questo proposito, lunedì, il servizio russo della BBC, che attendersi “imparziale” equivarrebbe a inchinarsi al terzo segreto di Fatima, ricordava come Mosca abbia tentato di avviare tre gasdotti per il trasporto del gas russo verso l’Europa occidentale, tutti in aggiramento dell’Ucraina. Oltre al progetto del “Turkish Stream”, al centro dell’attenzione attuale, soprattutto dopo l’incontro di ieri a Piter, sembra tornare di attualità quello del “South Stream”, dopo il colloquio telefonico di venerdì scorso tra Putin e il primo ministro bulgaro Bojko Borisov.
Il “South Stream”, con un costo di 23 miliardi di euro, avrebbe dovuto collegare, sul fondo del mar Nero, il porto di Anapa a quello di Varna e da lì proseguire per Bulgaria, Serbia, Ungheria e l’Europa occidentale, portando 63 miliardi di m3 di gas all’anno: la stessa quantità transitata nel 2015 per l’Ucraina. Iniziata la realizzazione a fine 2012, nel 2014 arrivò l’alt del Paramento europeo e, nel dicembre di quell’anno, la Russia rinunciò al progetto per “la posizione non costruttiva della Commissione Europea”. Da allora, Sofia sta elaborando una variante locale di un hub balcanico, rifornito però di gas russo. Forse, nota l’autore del servizio della BBC, Dmitrij Bulin, la telefonata di Borisov a Putin riguarda questa variante e perciò Mosca l’ha accolta senza particolare entusiasmo.
Il “Turkish Stream”, con un hub sulla frontiera turco-greca e le cui vicende sono note, dovrebbe avere la medesima portata del “South”, con un costo di realizzazione ridotto della metà (11,4 miliardi di euro). A quanto pare, le prospettive di una sua realizzazione si sarebbero aperte di nuovo. Ma questo Bulin non poteva ancora saperlo, perciò scrive che il progetto più probabile sarebbe quello per il “North Stream-2” – preso in considerazione dopo l’affossamento del “South” e il congelamento del “Turkish” – attraverso il mar Baltico e la Germania. Un anno fa, Gazprom, E.ON, Royal Dutch Shell e OMV AG si erano accordate per la realizzazione di infrastrutture di gasdotto, con un costo di circa 8 miliardi di euro e una portata di 55 miliardi di m3.
In ogni caso, tutti e tre i progetti “allarmano” tanto Washington, che Bruxelles, in lacrime per la possibile perdita, da parte ucraina, di 2 miliardi di dollari che incassa oggi Kiev per il transito del gas russo. L’economia ucraina andrà in rovina, si strappano i capelli al Dipartimento di stato, pensando a tutti soldi che Kiev, in tal modo, non restituirà mai ai tutori occidentali.
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28/07/2016
Washington si adeguerà al ‘Turkish Stream’?
Così pare, stando alle ultime notizie che vengono da Ankara e Mosca. Il percorso “turco” era stato definitivamente abbandonato a fine 2015, dopo l’abbattimento, il 24 novembre, da parte di un F-16 turco, di un cacciabombardiere russo Su-24 impegnato in Siria contro lo Stato Islamico. Quell’abbattimento, a parere di molti, era stato, se non pianificato, quantomeno avallato da Washington, per aprire una falla nelle relazioni tra Mosca e Ankara e affossare il progetto di gasdotto, che metterebbe a rischio le forniture energetiche USA all’Europa. Progetto di gasdotto comparso dopo che Sofia si era vista obbligata a interrompere i lavori al ‘South Stream’: anche qui, per le interferenze di Washington e Bruxelles, costate alla Bulgaria 400 milioni di euro annui per i diritti di transito, oltre a circa 300 milioni per la perdita di contratti con Mosca; le perdite delle compagnie europee sono state valutate a circa 2,5 miliardi di euro. Ora, dunque, è lecito supporre che il cambio di orientamento del “sultano”, oltre che corrispondere alle necessità energetiche turche, rappresenti una sorta di risposta alla regia statunitense dietro il tentato golpe e un passo in direzione di Mosca, per il preallarme con cui il Cremlino, sulla base di intercettazioni militari, avrebbe avvertito Ankara del tentativo di colpo di stato.
Martedì è giunta a Mosca una delegazione governativa turca, guidata dal vice premier Mehmet Şimşek e dal Ministro dell’economia Nihat Zejbekci: al centro dei colloqui, la ripresa dei rapporti in campo commerciale, agricolo, alimentare ed energetico, con particolare riferimento alla costruzione della centrale atomica “Akkuju” e, appunto, al ‘Turkish Stream’, oltre alla fissazione di un prezzo di favore per il gas fornito da Gazprom alla compagnia statale Botas. Al termine dell’incontro le parti hanno dichiarato che “le decisioni politiche sono prese” e l’impulso definitivo verrà dato dai presidenti Vladimir Putin e Recep Erdoğan, nel vertice del prossimo 9 agosto a Pietroburgo; ma già il 6 agosto il Ministro per lo sviluppo economico Aleksej Uljukaev sarà ad Ankara per incontrasi col suo omologo turco e un successivo incontro tra i due a Istanbul è già in programma per novembre.
Proprio la questione del prezzo del gas, nota la Tass, aveva rallentato un anno fa le trattative sul complesso dei rapporti economici russo-turchi, fino al definitivo stop susseguente all’abbattimento del Su-24 a proposito del quale, lo scorso 15 luglio, l’ex premier turco Ahmet Davutoğlu ha dichiarato all’emittente NTV di aver impartito lui personalmente, nell’ottobre 2015, l’ordine di abbattere “qualsiasi velivolo che violasse lo spazio aereo turco” e ieri il sito hurriyetdailynews.com scriveva che l’abbattimento fu opera di aviatori fedeli al filoyankee islamico Fethullah Gülen, accusato da Ankara di essere stato la mente del tentativo di golpe del 15 luglio.
Così che, ancora una volta, si aprirebbero altri spiragli sulle varie ipotesi circolate a proposito dei ricambi governativi dettati da Erdoğan, il quale, si disse nelle settimane successive al congelamento dei rapporti con Mosca, sarebbe rimasto quantomeno “insoddisfatto” delle manovre statunitensi che avevano portato all’abbattimento del Su-24.
A proposito della ripresa delle trattative economiche russo-turche, ieri il presidente della Commissione energetica della Duma, Pavel Zavalnyj, ha dichiarato che non è corretto legare la questione del gasdotto a quella del prezzo attuale del gas: i gasdotti si realizzano mirando ai lunghi periodi, mentre il prezzo è legato a molte variabili temporali. D’altro canto, a parere del direttore del Fondo per la sicurezza nazionale energetica Konstantin Simonov “è abbastanza rischioso offrire alla Turchia lo status di paese di transito: perché oggi Erdoğan si comporta così con noi, ma domani potremmo trovarci di nuovo in conflitto; è un politico imprevedibile”. Basti solo pensare ai rapporti d’affari e agli aiuti militari che legano Ankara a Kiev, ai favori reciproci tra Lupi grigi turchi e battaglioni neonazisti ucraini, agli interessi economici e militari che non permettono ad Ankara di accettare una Crimea in seno alla Russia, ecc.
La posizione di Simonov non è però condivisa da Zavalnyj, secondo il quale il ruolo di paese di transito è vantaggioso non solo per Mosca, ma per la stessa Turchia: “Tutto dipenderà dalla posizione della UE sulle forniture di gas e dal fatto se la domanda in Europa sarà alta o bassa”.
L’accordo iniziale per il ‘Turkish Stream’ era stato siglato a fine 2014, come alternativa al ‘South Stream’ attraverso Bulgaria, Serbia e Ungheria, abbandonato per le interferenze USA e UE e prevedeva che il flusso dei quattro tratti sarebbe stato di 63 miliardi di m^3 annui, di cui 16 per la Turchia e i restanti per l'hub sul confine turco-greco, utilizzando alcune infrastrutture già realizzate per il ‘South Stream’. Lo scorso 7 giugno, Vladimir Putin aveva dichiarato che Mosca non ha rinunciato completamente né al ‘Turkish Stream’, né ‘South Stream’, ma che per entrambi c’è bisogno di una chiara posizione della UE. A Mosca ritengono infatti che il “riavvicinamento” con Ankara rappresenti solo il superamento di una difficoltà secondaria: quella principale essendo rappresentata, a parere del Cremlino, all’interesse di Bruxelles per il mantenimento del transito del gas russo attraverso l’Ucraina, unica chance di non veder sfumare il pagamento da parte di Kiev degli interessi sui crediti UE.
Oggi la Turchia importa il 60% delle proprie necessità di gas, sia attraverso il ‘Blue Stream’, il gasdotto di Gazprom e ENI che porta direttamente il gas russo (dai 16 ai 19 miliardi di m^3) in Turchia passando sul fondo del mar Nero, sia attraverso i condotti che passano per Romania e Ucraina. Ankara “rischia molto nelle forniture di transito dall’Ucraina”, osserva Zavalnyj e dovrebbe quindi “essere interessata alla costruzione di un altro tratto di gasdotto diretto: primo, per la propria autosufficienza e, secondo, per divenire corridoio per la Grecia e i paesi del sud Europa, in cui la carenza di gas è maggiore. Il ruolo geopolitico di Ankara ne sarebbe accresciuto”. Per l’appunto, le forniture del ‘Turkish Stream’ dovrebbero iniziare nel 2019, quando scade l’accordo di transito tra Russia e Ucraina, che Mosca non pare intenzionata a rinnovare. Perdurante l’attuale situazione ucraina, Kiev non è infatti in grado di sostenere le spese per il transito del gas e tantomeno quelle per l’ammodernamento delle stazioni di pompaggio.
Naturalmente, dopo l’inasprirsi dei rapporti con Mosca, Ankara aveva già iniziato a cercare alternative: con Baku per accelerare il progetto di gasdotto per il gas azerbajzhano, con il Qatar per il gas liquefatto, mentre Israele si impegna ad ampliare le forniture dai giacimenti offshore Tamar e Leviathan. Ma, secondo l’analista Igor Jushkov, anche la più probabile di tali ipotesi, quella azerbajzhana, lascerebbe alla Turchia solo 10 miliardi m^3, dato che, dei 20 miliardi del gasdotto Transadriatico, 10 sono destinati all’Italia: quindi, Jushkov ritiene che Ankara non abbia alternative alle forniture russe. Secondo gli osservatori russi, il ‘Turkish Stream’ sarebbe positivo per Mosca, anche in considerazione dell’opposizione di Polonia e Paesi baltici al ‘North Stream 2’.
Questa volta, dunque, Ankara sarebbe intenzionata ad arrivare in fondo alla realizzazione del gasdotto e le prospettive per gli USA sulle forniture energetiche all’Europa ne riceverebbero un discreto contraccolpo. A questo punto, difficile davvero scartare l’ipotesi della regia yankee dietro i fatti del 15 luglio: gli incontri odierni di Mosca dicono che gli abboccamenti russo-turchi sulla questione energetica andavano avanti da un pezzo. Questa volta, Washington aveva forse deciso di non limitarsi a una telefonata di Obama per dare semaforo rosso ad Ankara, con il pericolo che Erdoğan non rispondesse, come aveva fatto la prima volta, “obbedisco”. Gli yankee avevano deciso di andare più per le spicce. Non è detto che non ci riprovino.
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19/06/2015
Grecia-Russia. Accordo sul gasdotto e soldi freschi
Altrove la Grecia riesce a firmare degli accordi. E' successo stamattina a San Pietroburgo, dove i ministri dell'energia di Atene e Mosca (Panagiotis Lafazanis e Aleksandr Novak) hanno raggiunto l'intesa preliminare per il passaggio del gasdotto Turkish Stream sul territorio greco.
La Russia verserà per questo alla Grecia un prestito pari al 100% dell'importo del gasdotto.
Nelle previsioni russe, il ramo greco del Turkish Stream avrà una capacità annua di 47 miliardi di metri cubi di gas. I lavori cominceranno il prossimo anno e avranno una durata di appena tre anni. I costi di costruzione sono previsti nell'ordine dei 2 miliardi di euro. E naturalmente questo accordo apre le porte ad "ulteriori progetti di cooperazione".
Un segnale anche politico e geostrategico chiaro, che farà rizzare i capelli in testa a Bruxelles e Washington, ingobbite nel pretendere dai partner europei il mantenimento di dure "sanzioni" nei confronti di Mosca.
Peggio ancora per la seconda notizia proveniente da Mosca, dove oggi è previsto un incontro tra Putin e Tsipras. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha spiegato che la Russia può prendere in considerazione la possibilità di fornire assistenza finanziaria ad Atene, ma "solo se lo chiede il governo greco". Anche il vice premier russo Arkadi Dvorkovich ha detto alla Tv Russia Today che il governo è pronto a considerare la possibilità di fornire assistenza finanziaria alla Grecia.
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La Russia verserà per questo alla Grecia un prestito pari al 100% dell'importo del gasdotto.
Nelle previsioni russe, il ramo greco del Turkish Stream avrà una capacità annua di 47 miliardi di metri cubi di gas. I lavori cominceranno il prossimo anno e avranno una durata di appena tre anni. I costi di costruzione sono previsti nell'ordine dei 2 miliardi di euro. E naturalmente questo accordo apre le porte ad "ulteriori progetti di cooperazione".
Un segnale anche politico e geostrategico chiaro, che farà rizzare i capelli in testa a Bruxelles e Washington, ingobbite nel pretendere dai partner europei il mantenimento di dure "sanzioni" nei confronti di Mosca.
Peggio ancora per la seconda notizia proveniente da Mosca, dove oggi è previsto un incontro tra Putin e Tsipras. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha spiegato che la Russia può prendere in considerazione la possibilità di fornire assistenza finanziaria ad Atene, ma "solo se lo chiede il governo greco". Anche il vice premier russo Arkadi Dvorkovich ha detto alla Tv Russia Today che il governo è pronto a considerare la possibilità di fornire assistenza finanziaria alla Grecia.
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16/04/2015
Se la Grecia sfrutta la competizione globale contro la dittatura europea
Si tratta di un sostanziale stallo che difficilmente potrà essere superato se il governo greco, Syriza e il resto della sinistra di quel paese non decideranno di rompere le compatibilità determinate dal quadro imposto dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, puntando invece a misure unilaterali supportate da una mobilitazione e da una organizzazione sociale e degli strati popolari che in qualche modo bilancino lo scarso potere contrattuale della Grecia di fronte al gigante europeo.
E’ proprio questo il problema principale dell’esecutivo ellenico, oltre all’europeismo ideologico e fuori tempo massimo che paralizza ogni serio sforzo da parte di Syriza di mettere in discussione il commissariamento da parte di Bruxelles e Francoforte: la debolezza, potremmo dire l’irrilevanza nel quadro continentale dell’economia greca permette alla controparte di poter bocciare ogni richiesta di Atene, anche se supportata da un consenso popolare in patria che per ora rimane alto ed anche se in fondo le rivendicazioni di Tsipras e Varoufakis rimangono ampiamente all’interno del recinto delle misure che Bruxelles potrebbe tranquillamente sopportare senza mettere in discussione la propria agenda, la propria struttura, le proprie priorità. La bilancia pende così nettamente dalla parte dell’Ue e dei suoi apparati che, incredibilmente, è l’establishment continentale a minacciare la Grecia di espulsione dall’Eurozona – pensando addirittura ad una rapida riforma dei trattati che consenta però ad Atene di rimanere all’interno dell’Ue pur abbandonando la moneta unica – e non il governo ellenico a porre sul piatto l’eventualità di una propria fuoriuscita dall’alleanza nel caso in cui le proprie sacrosante richieste sul debito e sugli aiuti economici non siano soddisfatte.
E’ probabilmente per acquisire punti in una trattativa eccessivamente squilibrata con Bruxelles – e non per mettere realmente in discussione la propria collocazione all’interno dell’Eurozona – che il governo ellenico nelle ultime settimane ha accelerato i contatti e le relazioni con altre potenze a livello internazionale. Dopo i primi timidissimi approcci con il governo russo, quello cinese e quello statunitense delle settimane immediatamente successive alla formazione dell’esecutivo, Tsipras e i suoi ministri sembrano ora aver decisamente puntato a trovare una sponda al di fuori delle pastoie continentali rivelatesi assai poco solidali con la Grecia. Fallito il tentativo di sollecitare una consonanza con i governi dei Pigs – che anzi, almeno nel caso di Portogallo e Spagna, hanno rimproverato ad Atene di non voler fare i ‘sacrifici’ a lei imposti – e poi con quelli diretti dalle forze socialdemocratiche e liberaldemocratiche europee – i no alle richieste greche da parte di Hollande e Renzi, al di là di qualche suggestione, sono stati netti – pare proprio che ora Atene punti esplicitamente a trovare sostegno economico e politico al di fuori dei confini dell’Unione Europea.
E così numerosi esponenti dell’esecutivo greco, compreso lo stesso Tsipras, hanno trovato a Mosca ascolto e disponibilità in cambio di quella greca a permettere la rinascita del progetto del South Stream – dinamitato dal boicottaggio degli Usa e dei paesi aderenti alla Nato – nella nuova versione del Turkish Stream che dovrebbe avere proprio nella Grecia il terminale finale nel Mediterraneo e in Europa.
Intanto il ministro della Difesa Panos Kammenos è volato a Washington dove con l’amministrazione Obama non solo ha discusso la possibilità di una maggiore collaborazione militare con Stati Uniti e Israele, ma ha offerto anche lo sfruttamento congiunto da parte della Grecia e degli Stati Uniti dei giacimenti di petrolio e gas naturale che si trovano nel territorio ellenico e nel Mar Egeo.
Nel frattempo il governo ellenico, venendo meno alle promesse fatte pochi mesi prima, ha già rinunciato a bloccare tutte le privatizzazioni imposte dall’Ue lasciandone aperte alcune attraverso le quali la Cina potrebbe acquisire pezzi importanti dell’ex patrimonio pubblico ellenico.
Come si vede Atene gioca spregiudicatamente su più tavoli e non è dato sapere, al momento, né se faccia sul serio e se quindi lavorerà affinché i rispettivi progetti vadano in porto, né su quale partner privilegiato punterà, perché è evidente che ad un certo punto gli interessi dei tre interlocutori potrebbero entrare in collisione tra loro e non essere più conciliabili.
Ma al di là del risultato, appare evidente come Atene miri a sfruttare a suo vantaggio la sfrenata competizione in atto tra grandi potenze imperialiste e non, tra diversi poli geopolitici in lotta per l’accaparramento delle risorse e di una proiezione internazionale sempre più vitale in epoca di crisi dell’economia capitalista. Assai debole – ribadiamo, quasi irrilevante – sul fronte economico, la Grecia può invece diventare interessante sul fronte degli investimenti e dell’utilizzo del suo stesso territorio da parte di eventuali partner esterni all’Unione Europea per cercare di costringere le classi dirigenti continentali a prendere in considerazione le sue richieste se non vogliono subire pericolose intrusioni e sovrapposizioni nel proprio spazio politico-economico.
Il rischio è pero che la contrattazione – anche in questo caso in condizione di estrema debolezza – con partner esterni all’Ue obblighi Atene ad adottare provvedimenti e politiche indigeribili e contrarie agli interessi delle classi popolari. Una maggiore cooperazione militare con gli Usa e Israele o la svendita del proprio patrimonio a delle imprese straniere non possono essere certo considerati provvedimenti in controtendenza rispetto alle politiche dei governi precedenti.
Qui si pone a nostro avviso la questione fondamentale: se la Grecia non vorrà continuare ad essere in balia degli eventi e della competizione globale dovrà porsi non solo il problema della rottura con l’Unione Europea e con i suoi meccanismi coercitivi, ma anche quello della creazione di una nuova alleanza di paesi basata su criteri di eguaglianza, solidarietà e complementarietà. Un progetto non più rinviabile che ricalchi – con le ovvie e necessarie differenze – quanto già realizzato in America Latina dai paesi che si sono svincolati dalla dominazione statunitense formando l’Alba e che potrebbe e dovrebbe trovare tra i paesi sottoposti alla dittatura della troika e dell’Unione Europea tutta i propri partner naturali. Sempre che le forze sociali e politiche maggioritarie della sinistra abbandonino un europeismo idealistico e quanto mai anacronistico. E’ evidente ormai a molti che ‘l’Altra Europa’ non esiste, e che è con questa Unione Europea blindata, autoritaria e irriformabile che occorre fare i conti traendone le necessarie conseguenze.
Rete dei comunisti
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10/04/2015
La Ue minaccia Atene per il dialogo con Mosca
Il progetto di gasdotto russo-turco (TrukishStream) ha così successo nella parte orientale dell'Europa da spaventare i vertici dell'Unione Europea. Soprattutto perché la Grecia, aderendo, ha sollecitato identiche attenzioni da parte di altri paesi, prima comunque interessati ma “timidi” per paura di ritorsioni. Prima di tutti l'Ungheria (membro Ue, ma non nell'euro), accompagnata da paesi solo “candidati” come Serbia e Macedonia. La Russia, con grande oculatezza, si è offerta di finanziare le opere necessarie ad attraversa la Grecia e probabilmente ha fatto altrettanto con gli altri paesi. Troppo allettante l'idea di poter disporre di entrate commerciali senza dover anticipare soldi per l'infrastruttura. Specie in presenza di un partner-padrone come l'Unione Europea, che t'impedisce di avere una autonoma politica economica e persino un politica industriale.
A dar fiato all'insofferenza di Bruxelles per gli sviluppi della visita di Tsipras a Mosca è stato delegato il portavoce della Commissione (il “governo”, guidato da Jean-Claude Juncker), Margaritis Schinas: “Abbiamo sempre considerato la Grecia parte della famiglia europea e ci aspettiamo che mantenga l’unità dell’Europa”. In pratica, c'è paura che la “nuova era” nelle relazioni russo-elleniche, vista la situazione paurosa delle finanze greche e la contemporanea crisi est-ovest, possa “disunire” l'atteggiamento da tenere con Mosca.
Ma è il gasdotto al centro dell'attenzione di Bruxelles. Come ogni cosa che riguarda l'approvvigionamento energetico, è un problema di portata strategica e geostrategica. E quindi, secondo il portavoce della Commissione per l'energia, Anna Kaisa Itkonen (altro esponente di quei paesi baltici ferocemente antirussi), le autorità di Bruxelles “stanno analizzando attentamente la situazione viste le informazioni ricevute” e “ci si sta concentrando sulla fattibilità regolamentare, giuridica e tecnica” del progetto. “Ci aspettiamo che tutte le parti rispettino le regole europee, in particolare per gli appalti pubblici e l’accesso al mercato, e che gli obblighi derivanti dai contratti già in essere siano rispettati”. Traduzione: se finanziano i russi, senza una gara europea aperta al capitale multinazionale, potremmo anche reagire con sanzioni contro la stessa Grecia.
Idem per quanto riguarda le società miste per l'export agroalimentare, tra Atene e Mosca, per aggirare il blocco determinato da sanzioni Usa-Ue e controsanzioni russe. Una dimostrazione pratica del fatto che l'Unione non prevede più alcuna autonomia di uno o più paesi nel tentare di superare la crisi che li strangola.
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A dar fiato all'insofferenza di Bruxelles per gli sviluppi della visita di Tsipras a Mosca è stato delegato il portavoce della Commissione (il “governo”, guidato da Jean-Claude Juncker), Margaritis Schinas: “Abbiamo sempre considerato la Grecia parte della famiglia europea e ci aspettiamo che mantenga l’unità dell’Europa”. In pratica, c'è paura che la “nuova era” nelle relazioni russo-elleniche, vista la situazione paurosa delle finanze greche e la contemporanea crisi est-ovest, possa “disunire” l'atteggiamento da tenere con Mosca.
Ma è il gasdotto al centro dell'attenzione di Bruxelles. Come ogni cosa che riguarda l'approvvigionamento energetico, è un problema di portata strategica e geostrategica. E quindi, secondo il portavoce della Commissione per l'energia, Anna Kaisa Itkonen (altro esponente di quei paesi baltici ferocemente antirussi), le autorità di Bruxelles “stanno analizzando attentamente la situazione viste le informazioni ricevute” e “ci si sta concentrando sulla fattibilità regolamentare, giuridica e tecnica” del progetto. “Ci aspettiamo che tutte le parti rispettino le regole europee, in particolare per gli appalti pubblici e l’accesso al mercato, e che gli obblighi derivanti dai contratti già in essere siano rispettati”. Traduzione: se finanziano i russi, senza una gara europea aperta al capitale multinazionale, potremmo anche reagire con sanzioni contro la stessa Grecia.
Idem per quanto riguarda le società miste per l'export agroalimentare, tra Atene e Mosca, per aggirare il blocco determinato da sanzioni Usa-Ue e controsanzioni russe. Una dimostrazione pratica del fatto che l'Unione non prevede più alcuna autonomia di uno o più paesi nel tentare di superare la crisi che li strangola.
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09/04/2015
La Ue dà sei giorni di tempo alla Grecia
La Grecia ha rimborsato stamattina la rata da quasi 460 milioni di euro che doveva al Fondo Monetario internazionale. Ma l'Unione Europea ha reagito lo stesso in modo negativo, intimando ad Atene di mandare entro sei giorni una "lista corretta delle riforme" che il Paese s'impegna a realizzare, minacciando di non sbloccare i fondi previsti dell'accordo del 20 gennaio.
Il tutto mentre prosegue la visita in Russia di Alexis Tsipras, che vedrà oggi il delfino di Putin - Medvedev - per parlare di rapporti economici "migliorabili" tra i due paesi. Pesano infatti sia le sanzioni europee verso Mosca sia le controsanzioni russe, che colpiscono tra l'altro il settore alimentare, una delle poche voci in attivo delle esportazioni elleniche.
Già Putin aveva detto - ai giornalisti - che non avrebbe potuto fare eccezione per un solo paese europeo. Ma dai colloqui è emerso anche che non mancano le idee per realizzare egualmente un'intensificazione degli scambi. Magari formando delle "società miste" greco-russe, che potrebbero svolgere questa funzione senza mettere formalmente in discussione l'embargo.
Sicuramente più importante, sul piano economico e finanziario, è la partecipazione di Atene al progetto Turkish Stream, che sostituirà il South Stream seppellito pochi mesi fa. In questo modo la Grecia si candida a fare da "hub" per il gas russo diretto in Europa.
Una "sponda" internazionale importante, anche se da trattare con le molle, che rende le pressioni europee sul governo Syriza obiettivamente meno ultimative. Del resto, se la soluzione immaginata dall'Unione Europea per la Grecia è un "cambio di governo", con tanto di indicazioni su come creare una nuova maggioranza gradita a Bruxelles, non si vede perché Atene non possa "sperimentare" altre - e meno soffocanti - partnership economiche...
Fonte
Il tutto mentre prosegue la visita in Russia di Alexis Tsipras, che vedrà oggi il delfino di Putin - Medvedev - per parlare di rapporti economici "migliorabili" tra i due paesi. Pesano infatti sia le sanzioni europee verso Mosca sia le controsanzioni russe, che colpiscono tra l'altro il settore alimentare, una delle poche voci in attivo delle esportazioni elleniche.
Già Putin aveva detto - ai giornalisti - che non avrebbe potuto fare eccezione per un solo paese europeo. Ma dai colloqui è emerso anche che non mancano le idee per realizzare egualmente un'intensificazione degli scambi. Magari formando delle "società miste" greco-russe, che potrebbero svolgere questa funzione senza mettere formalmente in discussione l'embargo.
Sicuramente più importante, sul piano economico e finanziario, è la partecipazione di Atene al progetto Turkish Stream, che sostituirà il South Stream seppellito pochi mesi fa. In questo modo la Grecia si candida a fare da "hub" per il gas russo diretto in Europa.
Una "sponda" internazionale importante, anche se da trattare con le molle, che rende le pressioni europee sul governo Syriza obiettivamente meno ultimative. Del resto, se la soluzione immaginata dall'Unione Europea per la Grecia è un "cambio di governo", con tanto di indicazioni su come creare una nuova maggioranza gradita a Bruxelles, non si vede perché Atene non possa "sperimentare" altre - e meno soffocanti - partnership economiche...
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