Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

13/08/2011

The real me

Londra, una rivolta consumista.

A Damon scappa da ridere. Intrappolato tra la folla nella quale s'era cacciato poco prima più per curiosità e spirito di emulazione che per un reale bisogno di manifestare il proprio sdegno. Mi guarda e sorride.
Penso che capisca di sembrare ridicolo coi suoi 14 anni negli occhi e una mazza da cricket tra le mani. Invece mi vede, mi chiama e tira un calcio alla grossa serranda in ferro del negozio di videogames. "Se riesco a coinvolgere altra gente la possiamo aprire e prendere giochi e consolle. Purtroppo però sono qui dalle 8 di sera e sembra che a nessuno interessi".
La "gente" è tutta attorno e corre frenetica come se qualcuno avesse annunciato che la città sarà un territorio senza regole e leggi ancora per poco, come se ognuno avesse nella mente una lista dei desideri pratici da esaudire prima che la tregua finisca e la strada torni nella sua quiete controllata.
I commenti dei media, dei sociologi e persino quelli delle stelle dello sport milionario arrivano il giorno dopo, quando il calore della notte si è ormai confuso con quello del giorno e la luce apre gli occhi dei londinesi sulle macerie delle ore prima.
Il presente è qui: tra le strade commerciali di Croydon, tra le vetrine in frantumi e la violenza che le ha distrutte. Damon ora non sorride più e segue con lo sguardo frotte di ragazzi poco più grandi di lui che corrono lontano da qualcosa, mentre un odore acre riempie Church Street e sembra invitare la sua curiosità di adolescente.
Un fumo nero e denso brilla di luce propria nella notte in fondo alla via. Le sirene delle volanti ci sembrano ancora lontane quando, risalendo la corrente di persone, lasciamo la zona industriale per tornare tra le insegne dei negozi miseramente spente e scure.
Non importa quante volte ci si sia piegati alle ragioni della violenza o se almeno una volta si sia rimasti affascinati dallo spettacolo che essa riesce a sprigionare: un edificio che brucia ha ben poco di familiare. Un edificio in fiamme è l'uomo che distrugge le sue certezze, che demolisce un rifugio sicuro, che devasta un luogo a cui altri hanno affidato le proprie sicurezze e abitudini.
L'edificio in fiamme inquieta e spaventa Damon, lo inchioda ai suoi pensieri e gli dona qualcosa di simile alla quiete, a un'esperienza che, se non fossimo tra saloni di bellezza, farmacie, pub e, ora sì, sirene della polizia, definiremmo con toni mistici e devoti. A pochi metri da noi brucia un magazzino vecchio di un secolo e mezzo. Lo fa regalando la sua fine agli occhi di un piccolo uomo di 14.
Cadono alcune travi di legno e salgono le fiamme mentre tutto attorno la folla di poco prima si riunisce attorno a noi tradendo stupore, orgoglio, gioia, paura. Nessuno di questi sentimenti sembra sincero, ma ormai poco importa: un'istituzione che ha visto due Guerre Mondiali sta per accasciarsi al suolo nel mezzo di un 2011 confuso come i giorni che stiamo vivendo.
Non è in atto una protesta. Nessuno sembra così illuso da ingannare se stesso e gli altri brandendo la morte di un ragazzo sconosciuto come scusa per il disastro che gruppi di ragazzini di ogni colore e ceto stanno infliggendo al cuore del piccolo commercio. Qualcuno di loro lo chiama, senza troppa ironia, "tax refund" ("rimborso delle tasse").
Altri rispolverano l'esproprio proletario da qualche vecchio libro di testo. Ma non s'illudono troppo: rubare scarpe Nike o televisori a schermo piatto riesce difficile giustificarlo seriamente e quindi mi regalano parole di circostanza e questa circostanza, d'altronde, non richiede un gran dispiego di parole.
Arrivano pompieri e polizia e ci si sposta poco più su a continuare un gioco dei quattro cantoni istintivo e quindi imprevedibile. Hackney, Tottenham, Enfield, Ealing, Lewisham, Notting Hill.
Non ha credo né colore questa grottesca English Summer che segue il sangue e la gioia dell'Arab Spring. Qui c'è solo la noia delle vacanze estive, di un weekend che si trascina tra i giorni feriali di uno strano agosto e la rivincita di una massa informe nei confronti di una sub-cultura altrettanto amorfa di cui questa folla stessa è il prodotto. Moderni zombie in un pessimo remake che tornano nei luoghi che conoscono meglio, "la gente" spegne le proprie voglie alle prime luci dell'alba e torna a una vita fatta di attesa e desiderio di possesso.
Il giorno non porta consiglio ma i soliti, ordinatamente sdegnati, commenti dei media e di chiunque voglia dire la propria.
Damon distoglie finalmente lo sguardo, raccoglie un pò di coraggio e stavolta mi fissa da uomo. "Abbastanza per una notte sola! Me ne torno a casa". Chiude la giacca intorno al suo bastone, mi saluta e se ne va. Ogni tanto lo vedo voltarsi verso il falò sulla strada fino a che il primo angolo non lo nasconde dalla mia vista.

Fonte.

Penso che quanto sta accadendo a Londra sia la dimostrazione di quanto sia diventata stolta e inconcludente la società civile.

12/08/2011

Fukushima e la lobby nucleare.

Giornata di buone notizie oggi.
Dopo la crisi tocca al dramma giapponese.


Su Fukushima si sono spenti i riflettori dell'attenzione mediatica. Eppure nella regione, devastata dal sisma del Marzo scorso, nei giorni scorsi si è registrato un picco dei livelli di radioattività, e nella tarda serata di ieri è stata registrata una nuova scossa di terremoto di 6 gradi di magnitudo sulla scala Richter. L'epicentro è stato individuato a pochi chilometri dalla centrale danneggiata. Al momento nessun allarme tsunami, vengono riportati solo danni di lieve entità.

Lei è appena tornato da un viaggio in Giappone. Che succede a Fukushima? La situazione sta tornando alla "normalità", come sembrerebbe dall'assenza di notizie, oppure ci sono novità di cui nessuno parla?

"La situazione è drammatica e quello che risulta sempre più chiaramente è che la società elettrica che ha queste centrali nucleari, oltre alle altre che hanno le altre centrali nucleari perché in Giappone è tutto privatizzato, ha un potere enorme anche sulla politica. Il Primo Ministro Kan è sotto ricatto perché è stato messo in minoranza in Parlamento dai suoi stessi compagni di partito che sono accesamente filo-nucleari ed è probabile che a fine mese si debba dimettere. Nei giorni scorsi ha dichiarato che per il Giappone è necessario uscire dal nucleare ed è stato attaccato da tutte le parti. Essendo sotto ricatto la sua è una dichiarazione sulla carta, che i suoi stessi compagni di partito non accettano, infatti dovrà prima o poi dimettersi e comunque è un Premier dimezzato proprio perché la lobby nucleare è fortissima anche in Parlamento.
Sta cercando di far passare una legge che incentivi le energie rinnovabili, però anche questa con enormi difficoltà e da quello che ho colto gliela stanno anche svuotando. Pensa che in Giappone c'è una situazione allucinante perché la percentuale del contributo alle energie rinnovabili e alla generazione elettrica è rimasta marginale e costante per tutti gli anni, per tutto il decennio passato e nelle proiezioni che attualmente vengono fatte per il futuro non è prevista nessuna crescita, cioè non si vogliono far aumentare le energie rinnovabili e questo è tanto più paradossale se si considera che il Giappone nel fotovoltaico ha una leadership tecnologica a livello mondiale, deteneva quasi, mi pare, più del 40% del mercato mondiale del fotovoltaico. Purtroppo questa percentuale sta calando drasticamente perché il Giappone non intende investire nelle rinnovabili. La lobby nucleare ha un potere veramente spropositato.
C'è anche da dire una cosa che è interessante per il pubblico italiano: è apparentemente paradossale che il Giappone dopo avere avuto i bombardamenti nucleari su Hiroshima e Nagasaki poi una decina di anni dopo abbia accettato e abbia avviato i programmi nucleari civili, ma lì c'è stata un'operazione mediatica e magistrale degli Stati Uniti che quando hanno occupato il Giappone dopo il lancio delle bombe hanno nascosto completamente tutti i dati anche sulle bombe, sulle vittime. Per molti anni gli scienziati giapponesi non avevano accesso ai dati, ai rilevamenti sulla contaminazione radioattiva lasciata, sulle vittime e su questa base poi gli Stati Uniti hanno creato un mito del nucleare civile, di progresso che in Giappone ha ottenuto un larghissimo consenso. Si pensi che fino a poco tempo fa non c'era nessuna opposizione al nucleare.
Questo incidente è sicuramente un punto di svolta, non è detto che sia un punto di svolta che davvero riuscirà a portare fuori il Giappone dal nucleare, perché appunto il potere della lobby nucleare è enorme ed anche la comunità scientifica oltre che quella politica è pressoché compattamente a favore del nucleare, però la svolta c'è perché vengono fuori sempre più delle notizie drammatiche. Segnalo a tutti la lettura di un articolo del 9 agosto sul New York Times, è un reportage molto dettagliato dal Giappone, che denuncia il fatto che fin dall'inizio dell'incidente, il Governo ha tenuto segreti i dati forniti da un computer che fa le simulazioni della diffusione della contaminazione radioattiva. Questo fatto ha degli aspetti paradossali veramente allucinanti perché la popolazione di un villaggio che è situato a 5 chilometri della centrale, è riportato nell'articolo del New York Times fu, in assenza di dati, spostata verso nord di una trentina di chilometri pensando che quella zona fosse sicura. La gente sfollata lì ha bevuto l'acqua, i bambini hanno giocato, anche con la terra, e quando i dati sono stati resi noti, quella località era proprio investita dalla piuma dell'inquinamento radioattivo nel momento in cui il vento ha soffiato verso l'interno, invece che verso l'oceano. C'è da dire anche questo, come già anche Burgio sottolineava nelle sue interviste precedenti, i giapponesi hanno avuto la grande fortuna che il vento ha tirato quasi sempre verso l'oceano, quindi ha portato verso l'oceano la radioattività, ci saranno sicuramente delle conseguenze nell'oceano perché il plancton ormai sarà contaminato, contaminerà poi i pesci più grossi, le catene alimentari, però il tempo in cui il vento ha soffiato verso l'interno, verso nord - ovest appunto come dicevo prima verso la regione in cui erano stati trasferiti gli abitanti di quel villaggio vicino alla centrale, è stato un tempo minimo, altrimenti tutto il Giappone sarebbe contaminato in maniera spaventosa. Nonostante questo, un dato sicuro è che la gente non si fida più del governo, perché ormai è sicura che i dati vengono nascosti, che i dati non vengono forniti, ammesso che ci siano dei dati complessivi. Già Ernesto Burgio sottolineava come manchino poi soprattutto i dati sui radioisotopi più pericolosi, il cesio 137 e 134, lo iodio anche se ormai lo iodio è decaduto praticamente tutto, ma sarebbe stato importante conoscere dall'inizio la percentuale di popolazione che è stata incontaminata e in quale misura dall'inalazione di iodio 131 che avendo un tempo di dimezzamento di poco più di una settimana, in un mese praticamente scompare. Il problema si pone soprattutto per i bambini, perché lo iodio che si è depositato nella tiroide soprattutto dei piccoli può avere delle conseguenze gravi."

Cosa intendono fare i giapponesi? Si è parlato della costruzione di una muraglia...

"Di muraglia sinceramente non ho sentito parlare, ma può essere una carenza mia perché nei giorni in cui sono stato in Giappone ho avuto delle grosse limitazioni nella possibilità di incontri, di scambi. Ci sono delle notizie su un'uscita maggiore di radioattività soprattutto nel reattore n.3, che però, secondo quanto è stato riferito, non sarebbe passata nell'ambiente, ma appunto l'affidabilità di queste notizie è sempre molto dubbia e quindi è difficile avere delle indicazioni precise. Quello che cercheranno di fare, sarà costruire, a Chernobyl è stato costruito quel sarcofago di cemento, delle coperture cubiche di acciaio che coprano i 3 reattori perché rimangono comunque fuori controllo, anche la decontaminazione dell'acqua continua a incontrare delle difficoltà, è una situazione estremamente grave, di cui si hanno poche notizie. In questo momento la preoccupazione della popolazione è naturalmente sulla diffusione della contaminazione in tutto il Giappone, corrono voci, ogni tanto si accumulano dei dati. Io ho ricevuto la segnalazione di un video su YouTube in cui ci sono dei funzionari governativi che fanno un incontro con la popolazione, nella zona di Fukushima e rifiutano di ricevere le urine per le analisi, vengono attaccati duramente dai cittadini presenti ma con una faccia di bronzo incredibile se ne vanno, è un video agghiacciante. Quindi ci sono queste enormi preoccupazioni, la gente non si fida, la stampa, ci sono alcuni giornali come il "Mainichi" che stanno dando sin dall'inizio le notizie con un taglio antinucleare, ma il giornale principale del Giappone, il più letto di cui non mi ricordo il nome è in maniera ferrea a favore del nucleare, sovvenzionato dalla Tepco. Il secondo giornale che mi pare si chiama "Asahi" ha pubblicato un editoriale qualche giorno fa in cui ha dichiarato di passare, da una posizione a favore del nucleare, ad una posizione critica e contraria. Si sente dire che il cambiamento sia dovuto al fatto che la Tepco gli ha tagliato i finanziamenti, ci saranno dietro ben altri scenari, ma questo per dire come il tema è all'ordine del giorno in qualche modo.
I movimenti sono visibili, io ho assistito a manifestazioni di strada, paragonate con le nostre sono cose piccole perché si tratta di 1000/2000 persone ma in Giappone anche questa è una novità. Questi movimenti nascono spesso per opporsi alla riapertura di centrali in alcune zone, ho sentito una manifestazione in cui c'erano contadini, famiglie, indetta era per opporsi alla riapertura di queste centrali, ci sono state manifestazioni a Tokyo, non molto grandi, c'era qualche centinaio di persone, ma a Tokyo sono cose nuove. E' difficile capire, non ho il polso della situazione per dire quanto sia diffusa la mobilitazione, presumibilmente non è una mobilitazione enorme, però l'allarme è diffuso, la popolazione è allarmata. Per esempio, ci sono i contadini delle zone contaminate che hanno una prospettiva di un tracollo economico perché se la notizia che i loro prodotti sono contaminati si diffonde non riescono più a venderli. Questo è un problema grosso comune in tutto il mondo, ma in Giappone sta diventando veramente drammatico che l'industria nucleare ha, per convenzioni internazionali, per leggi e per interventi politici, una responsabilità molto limitata, non è tenuta a risarcire e a pagare i danni, a pagare le compensazioni, a risarcire le popolazioni e i danni e quindi la situazione diventa allucinante, perché la popolazione farebbe le spese della contaminazione e delle conseguenze anche economiche che da questa derivano."

Noi che misure dovremmo prendere, considerata la contaminazione della catena alimentare?

"Il mio parere anche se così, detto in maniera provvisoria e prudente è che gli allarmi siano esagerati, le misure dovrebbero prevedere un controllo rigoroso dell'eventuale contaminazione di alimenti e anche altre cose che arrivino da quelle regioni. Non sono al corrente dei flussi commerciali, soprattutto di alimenti, ma credo che il controllo dovrebbe essere questo, certo anche per noi è difficile stabilire in che misura possiamo fidarci delle nostre autorità...La nostra posizione comunque è che basta un isotopo radioattivo per generare delle conseguenze sanitarie gravi, però ovviamente la contaminazione che è arrivata qui è stata limitata e sarà molto complicato poter valutare le conseguenze che ci saranno. Credo che ora ci sarebbero solo da fare dei controlli rigorosi."

Fonte.

12 agosto 1961: quando Berlino fu divisa in due.

Accadde tutto all'improvviso, sembrava un film e divenne un incubo. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961, i cittadini di Berlino assistettero increduli a dei lavori in corso che si sarebbero trasformati in una delle pagine più vergognose della storia d'Europa: il muro di Berlino. Tutto era iniziato con la caduta del nazismo. La città era stata divisa in quattro settori, controllati da Stati Uniti, Unione Sovietica (a cui era stato assegnato il settore più grande), Inghilterra e Francia. All'inizio, la divisione non comporta problemi ma con la guerra fredda tra Est e Ovest la possibilità di circolare liberamente da una zona all'altra si trasforma in qualcosa di sempre più complicato. Così, complessivamente, tra il 1949 e il 1961, 2,5 milioni di berlinesi passano da Est a Ovest. Un esodo che imbarazza le autorità orientali. Che fare? La soluzione, dittatoriale e dunque ottusa, è di impedire con l'unico mezzo possibile la fuga: costruire un muro, invalicabile per chiunque.

23 novembre 1961, la polizia di Berlino Ovest pattuglia il muro appena costurito. Sullo sfondo si vede un camion che trasporta il materiale usato per la costruzione.

E quella notte vede l'inizio del muro, anzi, del Muro. Filo spinato, cavalli di frisia, spuntoni, tutto viene utilizzato inizialmente. Con una velocità e un'improntitudine quasi miracolose, tutte le zone assegnate ai tedeschi dell'est vengono recintate. Poi, a partire dal giorno 15, arrivano i prefabbricati di pietra e cemento. Si inizia a costruire il vero muro. Fino ad allora, ogni giorno, 12.000 berlinesi da Ovest andavano a lavorare nella parte est e 53.000 facevano il percorso inverso. Ora, è tutto bloccato, o di qui o di là. E basta. Ma il muro è vivo, ben più di quanto appaia nella sua orribile architettura. Le foto dell'epoca mostrano soprattutto lo sconcerto di cittadini che si affacciano dai primi varchi in filo spinato od occhieggiano dai varchi di pezzi di muro per salutare amici e parenti. Sembra tutto fisso e definitivo, ma non lo è. Bernauerstrasse è la strada dove avvengono gli scempi maggiori, con case sventrate e famiglie sfrattate: là deve passare il muro e dunque nessuno può più abitarvi. E là muore la prima persona che tenta la fuga: è Ida Siekman, il 22 agosto, che cerca di saltare dal suo appartamento morendo al suolo dopo la caduta.


1970, una bambina davanti a una croce


Ma passati i primi giorni di sconcerto, paura e delusione, cominciano i tentativi di fuga, i più disperati e i più machiavellici e arditi, con la costruzione di tunnel sotterranei. Dal 1961 al 1989, per 28 anni, furono scavati 70 tunnel. Da uno di questi, lungo 130 metri, fuggirono in 57, sbucando in un panificio. Ma molti, troppi, perirono, nel tentativo di trovare la libertà: 239 persone in quasi trent'anni sono morte nel tentativo di fuggire, 3.221 arrestate dalla Stasi, la polizia segreta della Germania orientale. Tra i morti, Peter Fechter, muratore di 18 anni, nel 1962. È la 27esima vittima del muro ma resta nella memoria di tutti berlinesi. Checkpoint Charlie: poliziotti gli sparano mentre tenta la fuga, lui cade là, ferito in quel tratto di strada terra di nessuno. E nessuno farà nulla mentre muore dissanguato, tra urla strazianti che tutti sentono per circa un'ora. I cittadini a ovest implorano i soldati americani di fare qualcosa ma loro non possono muoversi. Così come i soldati dell'est. Tutti guardano, chi da una parte e chi da dall'altra, quel ragazzo che urla invano. Il muro è vivo perchè nel corso dgli anni viene rinforzato, "migliorato". In alto, sopra quei tre metri e mezzo, viene posto un tubo di amianto per far scivolare chi tenta di arrampicarsi (guarda le foto). E poi, oltre il muro, nella terra di nessuno, garitte, soldati con i cani, fari, allarmi sonori, fili elettrificati, reti metalliche. Evadere da Berlino Est è impossibile o quasi. Ma i tentativi non si fermeranno mai, fino al 9 novembre 1989, quando finalmente si pone fine a una divisione scellerata. I berlinesi premono sempre più perchè l'abbattimento di quella frontiera sia immediato e la Germania Est deve cedere. E cede, con l muro. È l'iinizio della fine non solo per la Germania Est, ma per il comunismo sovietico.

Fonte.

Crisi, la ricetta islandese.

La divulgazione di ricette volte a porre rimedio alla devastante spirale finanziario-economica che sta mettendo in ginocchio le popolazioni di mezzo mondo a partire dal mitico occidente, è divenuto il tormentone dell'estate, roba da hit parade per capirci.
Ci sì sono messi proprio tutti, dai mercati finanziari che ormai governano dovunque (alla faccia delle sovranità popolari sancite dalle carte costituzionali) ai lacchè politici dei medesimi mercati, solamente in grado, per ovvi motivi (il Bilderberg insegna), di riproporre il problema (il neo-liberismo) come soluzione di se stesso.
Ogni discorso pronunciata dai vari Obama, Merkel, Sarkozy, Cameron, Berlusconi, Tremonti, Bersani, D'Alema, Prodi, Amato, Trichet, Draghi ecc. che costantemente contiene la parola "sacrifici" (per le classi medio-basse ovviamente) andrebbe, quindi, considerato alla stregua di un rutto post convivio, perché unicamente volto a un solo obiettivo: il drenaggio di risorse pubbliche da devolvere al mondo finanziario che privatizza i profitti e socializza le perdite.
A meno di un'ora dalla presentazione della manovra suppletiva che il Governo Italiano si prepara a varare per rassicurare i mercati (che non andrebbero rassicurati, ma mandati solennemente a cagare!) e che probabilmente asciugherà altri 45 miliardi di Euro dalle nostre tasche già svuotate da qui al 2014 di altri 75 miliardi (fermo restando il permanere di tutte le criticità che ci hanno reso facile preda della speculazione), trovo doveroso proporre l'esposizione dell'unica ricetta funzionale alla sconfitta del perverso sistema economico a debito che negli ultimi 30 anni ha lentamente asfissiato la maggioranza delle nazioni evolute.
Parlo del caso islandese, situazione unica (insieme a quella del movimento NO-TAV) d'avanguardia sociale che produce risultati inconcepibili e spaventosi per i criminali d'ogni colore che siedono sulle poltrone politiche di mezzo mondo.


L'hanno definita una 'rivoluzione silenziosa' quella che ha portato l'Islanda alla riappropriazione dei propri diritti. Sconfitti gli interessi economici di Inghilterra ed Olanda e le pressioni dell'intero sistema finanziario internazionale, gli islandesi hanno nazionalizzato le banche e avviato un processo di democrazia diretta e partecipata che ha portato a stilare una nuova Costituzione.
 
Oggi vogliamo raccontarvi una storia, il perché lo si capirà dopo. Di quelle storie che nessuno racconta a gran voce, che vengono piuttosto sussurrate di bocca in orecchio, al massimo narrate davanti ad una tavola imbandita o inviate per e-mail ai propri amici. È la storia di una delle nazioni più ricche al mondo, che ha affrontato la crisi peggiore mai piombata addosso ad un paese industrializzato e ne è uscita nel migliore dei modi. L'Islanda.
Già, proprio quel paese che in pochi sanno dove stia esattamente, noto alla cronaca per vulcani dai nomi impronunciabili che con i loro sbuffi bianchi sono in grado di congelare il traffico aereo di un intero emisfero, ha dato il via ad un'eruzione ben più significativa, seppur molto meno conosciuta. Un'esplosione democratica che terrorizza i poteri economici e le banche di tutto il mondo, che porta con se messaggi rivoluzionari: di democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria, annullamento del sistema del debito. Ma procediamo con ordine. L'Islanda è un'isola di sole di 320mila anime  -il paese europeo meno popolato se si escludono i micro-stati- privo di esercito. Una città come Bari spalmata su un territorio vasto 100mila chilometri quadrati, un terzo dell'intera Italia, situato un poco a sud dell'immensa Groenlandia. 15 anni di crescita economica avevano fatto dell'Islanda uno dei paesi più ricchi del mondo. Ma su quali basi poggiava questa ricchezza? Il modello di 'neoliberismo puro' applicato nel paese che ne aveva consentito il rapido sviluppo avrebbe ben presto presentato il conto.
Nel 2003 tutte le banche del paese erano state privatizzate completamente. Da allora esse avevano fatto di tutto per attirare gli investimenti stranieri, adottando la tecnica dei conti online, che riducevano al minimo i costi di gestione e permettevano di applicare tassi di interesse piuttosto alti. IceSave, si chiamava il conto, una sorta del nostrano Conto Arancio. Moltissimi stranieri, soprattutto inglesi e olandesi vi avevano depositato i propri risparmi. Così, se da un lato crescevano gli investimenti, dall'altro aumentava il debito estero delle stesse banche. Nel 2003 era pari al 200 per cento del prodotto interno lordo islandese, quattro anni dopo, nel 2007, era arrivato al 900 per cento. A dare il colpo definitivo ci pensò la crisi dei mercati finanziari del 2008.
Le tre principali banche del paese, la Landsbanki, la Kaupthing e la Glitnir, caddero in fallimento e vennero nazionalizzate; il crollo della corona sull'euro -che perse in breve l'85 per cento- non fece altro che decuplicare l'entità del loro debito insoluto. Alla fine dell'anno il paese venne dichiarato in bancarotta. Il Primo Ministro conservatore Geir Haarde, alla guida della coalizione Social-Democratica che governava il paese, chiese l’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che accordò all'Islanda un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, cui si aggiunsero altri 2 miliardi e mezzo da parte di alcuni Paesi nordici. Intanto, le proteste ed il malcontento della popolazione aumentavano. A gennaio, un presidio prolungato davanti al parlamento portò alle dimissioni del governo. Nel frattempo i potentati finanziari internazionali spingevano perché fossero adottate misure drastiche. Il Fondo Monetario Internazionale e l'Unione Europea proponevano allo stato islandese di di farsi carico del debito insoluto delle banche, socializzandolo. Vale a dire spalmandolo sulla popolazione. Era l'unico modo, a detta loro, per riuscire a rimborsare il debito ai creditori, in particolar modo a Olanda ed Inghilterra, che già si erano fatti carico di rimborsare i propri cittadini. Il nuovo governo, eletto con elezioni anticipate ad aprile 2009, era una coalizione di sinistra che, pur condannando il modello neoliberista fin lì prevalente, cedette da subito alle richieste della comunità economica internazionale: con una apposita manovra di salvataggio venne proposta la restituzione dei debiti attraverso il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro complessivi, suddivisi fra tutte le famiglie islandesi lungo un periodo di 15 anni e con un interesse del 5,5 per cento. Si trattava di circa 100 euro al mese a persona, che ogni cittadino della nazione avrebbe dovuto pagare per 15 anni; un totale di 18mila euro a testa per risarcire un debito contratto da un privato nei confronti di altri privati. Einars Már Gudmundsson, un romanziere islandese, ha recentemente affermato che quando avvenne il crack, “gli utili [delle banche, ndr] sono stati privatizzati ma le perdite sono state nazionalizzate”. Per i cittadini d'Islanda era decisamente troppo.
Fu qui che qualcosa si ruppe. E qualcos'altro invece si riaggiustò. Si ruppe l'idea che il debito fosse un'entità sovrana, in nome della quale era sacrificabile un'intera nazione. Che i cittadini dovessero pagare per gli errori commessi da un manipolo di banchieri e finanzieri. Si riaggiustò d'un tratto il rapporto con le istituzioni, che di fronte alla protesta generalizzata decisero finalmente di stare dalla parte di coloro che erano tenuti a rappresentare. Accadde che il capo dello Stato, Ólafur Ragnar Grímsson, si rifiutò di ratificare la legge che faceva ricadere tutto il peso della crisi sulle spalle dei cittadini e indisse, su richiesta di questi ultimi, un referendum, di modo che questi si potessero esprimere. La comunità internazionale aumentò allora la propria pressione sullo Stato islandese. Olanda ed Inghilterra minacciarono pesanti ritorsioni, arrivando a paventare l'isolamento dell'Islanda. I grandi banchieri di queste due nazioni usarono il loro potere per ricattare il popolo che si apprestava a votare. Nel caso in cui il referendum fosse passato, si diceva, verrà impedito ogni aiuto da parte del Fmi, bloccato il prestito precedentemente concesso. Il governo inglese arrivò a dichiarare che avrebbe adottato contro l'Islanda le classiche misure antiterrorismo: il congelamento dei risparmi e dei conti in banca degli islandesi. “Ci è stato detto che se rifiutiamo le condizioni, saremo la Cuba del nord -ha continuato Grímsson nell'intervista- ma se accettiamo, saremo l’Haiti del nord”.
A marzo 2010, il referendum venne stravinto, con il 93 per cento delle preferenze, da chi sosteneva che il debito non dovesse essere pagato dai cittadini. Le ritorsioni non si fecero attendere: il Fmi congelò immediatamente il prestito concesso. Ma la rivoluzione non si fermò. Nel frattempo, infatti, il governo  -incalzato dalla folla inferocita- si era mosso per indagare le responsabilità civili e penali del crollo finanziario. L'Interpool emise un ordine internazionale di arresto contro l’ex-Presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson. Gli altri banchieri implicati nella vicenda abbandonarono in fretta l'Islanda. In questo clima concitato si decise di creare ex novo una costituzione islandese, che sottraesse il paese allo strapotere dei banchieri internazionali e del denaro virtuale. Quella vecchia risaliva a quando il paese aveva ottenuto l'indipendenza dalla Danimarca, ed era praticamente identica a quella danese eccezion fatta per degli aggiustamenti marginali (come inserire la parola 'presidente' al posto di 're'). Per la nuova carta si scelse un metodo innovativo. Venne eletta un'assemblea costituente composta da 25 cittadini. Questi furono scelti, tramite regolari elezioni, da una base di 522 che avevano presentato la candidatura. Per candidarsi era necessario essere maggiorenni, avere l'appoggio di almeno 30persone ed essere liberi dalla tessera di un qualsiasi partito. Ma la vera novità è stato il modo in cui è stata redatta la magna charta. "Io credo  -ha detto Thorvaldur Gylfason, un membro del Consiglio costituente- che questa sia la prima volta in cui una costituzione viene abbozzata principalmente in Internet". Chiunque poteva seguire i progressi della costituzione davanti ai propri occhi. Le riunioni del Consiglio erano trasmesse in streaming online e chiunque poteva commentare le bozze e lanciare da casa le proprie proposte. Veniva così ribaltato il concetto per cui le basi di una nazione vanno poste in stanze buie e segrete, per mano di pochi saggi. La costituzione scaturita da questo processo partecipato di democrazia diretta verrà sottoposta al vaglio del parlamento immediatamente dopo le prossime elezioni.
Ed eccoci così arrivati ad oggi. Con l'Islanda che si sta riprendendo dalla terribile crisi economica e lo sta facendo in modo del tutto opposto a quello che viene generalmente propagandato come inevitabile. Niente salvataggi da parte di Bce o Fmi, niente cessione della propria sovranità a nazioni straniere, ma piuttosto un percorso di riappropriazione dei diritti e della partecipazione. Lo sappiano i cittadini greci, cui è stato detto che la svendita del settore pubblico era l'unica soluzione. E lo tengano a mente anche quelli portoghesi, spagnoli ed italiani. In Islanda è stato riaffermato un principio fondamentale: è la volontà del popolo sovrano a determinare le sorti di una nazione, e questa deve prevalere su qualsiasi accordo o pretesa internazionale. Per questo nessuno racconta a gran voce la storia islandese. Cosa accadrebbe se lo scoprissero tutti?

Fonte.

11/08/2011

Ring of fire



Il minimalismo, cazzo il minimalismo!!!

Grande pezzo, grande cantautore, grande attore.

L'inconsistenza della politica e il sogno del cambiamento.

Veti contrapposti sulla definizione del pacchetto di misure anticrisi che il Ministro Tremonti sta presentando in Parlamento. Anche in una situazione d'emergenza come quella che stiamo vivendo la politica non riesce a fare fronte comune e si dimostra inadeguata?

"Totalmente inadeguata. Sostanzialmente i partiti politici italiani sono come i polli di Lorenzo nel Romanzo "I Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni che si beccano l'uno con l'altro senza capire che stanno finendo entrambi in padella.
Questo progetto di risanamento è una dichiarazione di guerra dei governi e del Governo europeo nei confronti dei popoli europei, questa è l'unica definizione possibile. Stanno pensando e progettando di far pagare alla gente europea, a tutti i popoli europei, in primo luogo ai greci, a noi, agli spagnoli, ai portoghesi, il disastro che la finanza mondiale ha compiuto. Non ci sono più dubbi in merito. La finanza mondiale ha letteralmente spolpato la ricchezza del pianeta a cominciare da quella americana, seguita naturalmente e fedelmente dalle posizioni assunte dalla Banca centrale europea, la quale ha, insieme alla Federal Reserve americana, praticamente salvato tutte le banche che erano andate in fallimento nel 2007/2008, indebitando tutti gli stati oltre ogni limite. Quindi, sostanzialmente noi stiamo pagando il disastro creato da Wall Street e dalle banche di investimento mondiali, tra cui molte banche europee e adesso pretenderebbero di imporci un programma di risanamento che significa letteralmente "spolpare" i redditi e il welfare state, o quello che ne resta, delle popolazioni europee: questa è la vera spiegazione e non ci dovrebbero essere discussioni in merito. In realtà, i partiti e i governi che hanno autorizzato questo disastro, sono tutti corresponsabili: questo non è un programma di risanamento, questa è la guerra dei finanzieri, della finanza, contro le popolazioni, si chiama così, questa è una dichiarazione di guerra della finanza europea e internazionale contro le popolazioni.
La mia proposta è molto semplice, non accettare questo ricatto, perché chi deve pagare sono i responsabili. Ci hanno detto e ci hanno ripetuto fino alla nausea che il mercato ha delle leggi, se queste leggi valgono, loro devono pagare perché avendo fatto male i banchieri ed essendo andati in fallimento, devono rispondere, non siamo noi che dobbiamo rispondere, prima di tutto perché non siamo noi cittadini che abbiamo preso queste scelte perché non sapevamo nulla di quello che stavano facendo, prima questione fondamentale. In secondo luogo, poiché nessuno era informato di ciò che è accaduto, loro hanno potuto fare quello che volevano, e adesso non possono chiedere a noi di pagare. Aggiungo questo piccolo dettaglio, noi siamo stati tutti educati negli ultimi 30 anni a consumare e a dilapidare tutte le risorse perché ci hanno detto che bisognava consumare e indebitarsi, adesso ci accusano di esserci indebitati e di avere consumato? Ma se ogni giorno da ogni televisione ci viene ripetuto che dobbiamo continuare a oltranza a consumare, come possono chiedere a noi di essere responsabili del fatto che milioni di persone hanno consumato? Io sto parlando dell'Europa ma l'America è 10 volte peggio da questo punto di vista, l'America è costretta di fatto a essere ormai in bancarotta, perché? Ma perché hanno consumato molto di più di quello che potevano consumare, è molto semplice, quindi tutta questa è una grande commedia, è una grande commedia che viene recitata in parte da veri e propri farabutti che sono i grandi detentori della finanza mondiale, veri e propri criminali, lo dico senza mezzo termine a cominciare da Alan Greenspan, che dopo avere trascinato il mondo intero nel disastro ha detto in un'intervista al New York Times circa un anno fa: "Scusatemi mi sono sbagliato". Se si è sbagliato una volta bisognerebbe dirgli di non parlare più per favore, questa gente dovrebbe andare tutta in galera direttamente.
Peraltro, i governi hanno consentito alle banche di emettere denaro più di quello che ne avevano, le banche non hanno nessun obbligo di mantenere delle riserve adeguate, prestano soldi che non hanno e su questi soldi che non hanno, chiedono l'interesse e in questo modo le banche hanno moltiplicato e ingigantito, parlo delle grandi banche naturalmente, la massa monetaria, interamente falsa. Noi stiamo vivendo la crisi che loro hanno creato letteralmente minuto per minuto negli ultimi 10 anni, quindi la gente deve essere capace di rispondere e di reagire organizzandosi, rifiutando di pagare e quindi anche ricorrendo a tutte le forme di difesa della propria esistenza e del proprio territorio, come stanno facendo per esempio quelli che si difendono contro l'alta velocità in Val di Susa, faccio questo esempio specifico che è esattamente la stessa cosa, è proprio questo che bisogna fare, bisogna dirgli: voi siete una manica di irresponsabili, noi non accettiamo le vostre decisioni e difendiamo la nostra vita e il nostro territorio, il nostro cervello, le nostre vite, i nostri corpi, la nostra salute, l'educazione dei nostri figli, i nostri ospedali, le nostre città. Noi questo dobbiamo dire, tutti insieme, e questa è una proposta politica.

Anche in Italia, come a Londra, c'è il rischio di uno scontro sociale?

"Io sono certo che questo scontro sociale sta per esplodere perché fino adesso noi non abbiamo ancora visto niente. Ho letto un editoriale di un certo Sensini, un economista, il quale addirittura dice: "Beh, bisogna abolire le pensioni di anzianità". Questa gente ci sta dichiarando guerra sul serio, stanno dichiarando che devono togliere le pensioni di anzianità a milioni di persone, il che vuol dire che praticamente un terzo della popolazione verrà gettata sul lastrico, se arrivano a fare queste proposte, vuol dire che sono convinti di potercela fare, bisogna spiegargli che non ce la faranno.
Io ritengo che quello che è successo e sta succedendo in Grecia è soltanto l'inizio, quando la gente a milioni verrà posta di fronte a condizioni insostenibili, si ribellerà, è evidente che si ribellerà, in che forma avverrà non lo so, a Londra sta avvenendo nella forma di una jacquerie assolutamente senza obiettivo, perché sfortunatamente non ci sono forze politicamente capaci di guidare questo movimento, dal momento che tutte le forze politiche sinistra, destra e centro sono tutte implicate in questa operazione. Quindi, siccome non ci sono forze politiche che guidano in modo responsabile un movimento di protesta, sfortunatamente questa protesta sarà violenta. Io non propongo di fare proteste violente, ma temo fortemente che quando queste misure verranno messe in atto, ci saranno risposte violente perché la gente non essendo organizzata e diretta, reagirà in modo immediato e spontaneo e quindi si andrà a degli scontri sociali di grandi proporzioni. La politica della Bce e dei governi centrali che sostengono quella linea sta incendiando l'Europa, le conseguenze sono interamente nelle loro mani e la loro responsabilità è in questo senso assoluta."

Le soluzioni proposte da alcuni esponenti dell'opposizione, come le elezioni anticipate o un governo di responsabilità nazionale, sono strade valide e percorribili?

"Questa intanto non è un'opposizione, perché non fa opposizione a niente. In sostanza cosa dice? Dice che, se dovessero sostituire l'attuale governo, faranno esattamente le cose che gli sono state imposte dall'Unione Europea e da Francia e Germania, questo è quello che dicono. Quindi se va al governo un'altra coalizione, farà esattamente le stesse cose che ha fatto questa, probabilmente le farà addirittura con maggiore spregiudicatezza, fidandosi del fatto che potranno dire di avere "il consenso" popolare, quindi non ho nessuna fiducia nell'opposizione e nelle loro proposte.
Naturalmente non ho neanche nessuna fiducia nei confronti di questo governo, la mia proposta è: via tutti questi cialtroni dalla direzione politica del Paese: ci vuole un gruppo di saggi al quale venga affidato il compito di gestire il rapporto con la popolazione italiana, di gestire il patto sociale che si regge sulla Costituzione, rifiutando innanzitutto le modifiche costituzionali che ci vengono imposte da questa Europa che è l'Europa dei banchieri. La soluzione politica in questo contesto, con queste forze non c'è, quindi bisogna trovare un'altra coalizione, un'altra forza politica che sia espressione della volontà popolare. E non mi si venga a dire che l'opposizione che dovesse andare al governo al posto di Berlusconi rappresenta questa forza popolare, perché non la rappresenta."

Fonte.

Belìn, stavo meglio in vacanza...

04/08/2011

Summer of '69

Non leggo le notizie per meno di una settimana e mi ritrovo quasi completamente fuori dal mondo, cosa che in molte occasioni sarebbe pure auspicabile...
Dal poco che ho letto in serata pare che tutto (in senso lato ma non troppo) stia andando sempre più a ramengo, a sto giro però preferisco continuare a gongolarmi nella mia atmosfera estiva con un pezzone d'altri tempi attuale ieri, oggi e sicuramente domani a prescindere da come il carrozzone muoverà i suoi prossimi passi.



C'è poco da fare, Bryan Adams era veramente un ganzo in quegli anni, solo Billy Idol (con grande autorevolezza) era in grado di superarlo.