di Michele Giorgio – Il Manifesto
Senza alcun dubbio il discorso contro il possibile accordo sul
programma nucleare iraniano che Benyamin Netanyahu ha pronunciato il 3
marzo davanti al Congresso ha convinto decine di parlamentari americani.
E il suo allarme sul “terrorismo islamico” giunto sulla porta di casa
degli ingenui e distratti occidentali, raccoglie consensi in tanti
governi e parlamenti europei, a cominciare da quello italiano. In
Israele invece la strategia della paura, sulla quale il premier e il
resto della destra hanno puntato la campagna elettorale, si sta
rivelando un mezzo fiasco. Netanyahu rischia seriamente di perdere le
elezioni del 17 marzo. Il costo della vita, le case che mancano
(in Israele, non certo nelle colonie ebraiche nei Territori Occupati),
le difficoltà crescenti dell’industria manifatturiera (mentre vanno
forte le start up e il resto dell’hi tech) e di conseguenza per molte
migliaia di operai e lavoratori poco qualificati, stanno avendo un peso
che il primo ministro e il suo partito, il Likud, avevano sottovalutato.
E i sondaggi dimostrano che questi temi, meglio affrontati dal
leader laburista Yitzhak Herzog – che guida la principale forza di
opposizione, Schieramento Sionista, assieme all’ex ministra centrista
Tzipi Livni – sono la priorità per buona parte degli israeliani. Il
sondaggio finale pubblicato ieri dal quotidiano Haaretz dice che
Schieramento Sionista ha guadagnato altri due seggi toccando quota 24,
mentre il Likud ne ha persi 2 ed è sceso a 21.
Al terzo posto ci sarebbe la Lista Araba Unita con 13
seggi, davanti a Yesh Atid, il partito del centrista Yair Lapid
rivelazione delle legislative del 2013, e a Casa Ebraica del ministro
ultranazionalista Naftali Bennett, principale punto di riferimento dei
coloni.
Secondo un altro sondaggio, Herzog – figlio del sesto presidente israeliano e nipote di un influente rabbino – starebbe colmando il gap che lo separa da Netanyahu nella percezione della gente come miglior primo ministro. Pochi giorni fa Netanyahu lo distaccava di un 26%, ora la differenza è scesa al 14%. Un giornale satirico, Israel Maher (Israele domani),
che sarà distribuito oggi gratuitamente, porta già la data del giorno
dopo le elezioni con un titolo a caratteri cubitali sulla sconfitta del
primo ministro in carica e il suo addio alla guida del paese. Anonimi
dirigenti del Likud, intervistati dai giornali locali, ammettono che la
sconfitta è una minaccia concreta. Ed evidentemente comincia a pensarlo
anche Netanyahu che, in un’intervista al Jerusalem Post, già parla del
dopo elezioni, avvertendo che Herzog e Livni diventeranno a rotazione
primi ministri di Israele «con l’appoggio dei partiti arabi» e
avvieranno un cambio della politica di Israele che, a suo dire,
diventerebbe più debole sia sul dossier Iran sia su quello palestinese.
«La nostra sicurezza è a rischio, c’è un pericolo se dovessimo perdere
queste elezioni».
Il dopo voto si annuncia complesso. Netanyahu anche da sconfitto sembra avere migliori possibilità di Herzog di formare una maggioranza di governo.
Dalla sua parte ci sono quasi tutti i partiti della coalizione uscente e
potrebbe – in assenza dell’ex ministro Lapid, avversario dichiarato dei
religiosi, che nei mesi scorsi è stato “dimissionato” assieme a Tzipi
Livni – portare in un possibile nuovo governo i partiti degli ebrei
ortodossi, tenuti fuori nel 2013. Invece Herzog ha possibilità
più limitate e deve fare i conti con la regola non scritta che da
decenni condiziona la composizione di ogni governo israeliano e che di
fatto gli nega i potenziali 13-14 seggi della Lista Araba Unita.
«Secondo l’establishment politico e l’opinione generale l’esecutivo
deve essere formato da partiti sionisti e non comprendere formazioni non
sioniste – ci spiega il professor Hillel Cohen, docente all’Università ebraica e autore di testi sulla minoranza palestinese in Israele
–, a questo si aggiunge il secco rifiuto della Lista Araba di aderire a
qualsiasi governo». Secondo Cohen è però possibile che i partiti arabi
accettino di dare un appoggio esterno a un governo a guida laburista in
cambio di importanti assicurazioni da parte di Herzog sulla politica del
nuovo esecutivo verso i cittadini arabi e l’avvio di negoziati concreti
con l’Anp di Abu Mazen.
Da parte loro i palestinesi dei Territori occupati, guardano
con disinteresse e scetticismo al voto in Israele. Secondo Mustafa
Barghouti, ex candidato alle presidenziali del 2005, una vittoria di
Herzog e Livni confonderà le idee della comunità internazionale
portandola a credere che il nuovo esecutivo israeliano lavorerà
seriamente per un accordo con i palestinesi. Herzog, ricorda Barghouti, è
a favore del proseguimento della colonizzazione israeliana della
Cisgiordania.
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