La UE ha deciso di imporre i dazi sulle importazioni di auto cinesi, affermando che i prodotti del Dragone usufruiscono di una serie di aiuti che distorcono il mercato. Al di là della propaganda sui sussidi, lautamente distribuiti anche nel Vecchio Continente, la logica dietro questi provvedimenti è quella di favorire l’acquisto di vetture prodotte in Europa, stimolando l’industria e la domanda interne.
Ma quando una classe dirigente poco capace impone una misura protezionistica a una realtà produttiva molto più avanzata e flessibile della propria, sperando di poter competere meglio, finisce che si ritrova battuta su tutti i fronti. È quello che sta succedendo al mercato europeo, che sta venendo inondato di auto ICE (quelle alimentate tramite carburanti di origine fossile) di fabbricazione cinese.
A dare i dati che lo dimostrano è lo Schmidt Aumotive Research, un think tank tedesco che studia il settore automobilistico. Le auto cinesi arrivate in Europa occidentale nel primo trimestre del 2025 sono circa 200 mila, il che rappresenta la percentuale record del 7% delle nuove auto di questi mercati. Si stima che tale cifra arriverà a un milione di vetture entro la fine dell’anno.
Ci sono diversi motivi per questo boom di importazioni, che era proprio ciò che Bruxelles voleva evitare. Innanzitutto, la destinazione dei veicoli cinesi è stata spostata verso il Regno Unito, dove non si applicano le barriere tariffarie europee. E poi, il parco di prodotti esportati ha virato nettamente verso i modelli ibridi e soprattutto non elettrici, i quali hanno registrato un +81% sull’anno precedente.
Ha pesato anche la riduzione di alcuni costi di trasporto via nave, che ha reso dunque i prezzi delle auto cinesi più competitivi. Mentre la riduzione delle importazioni dal Dragone di veicoli elettrici deve essere in parte fatta risalire anche alla strategia di alcuni produttori quali Volvo e BMW, che stanno procedendo al reshoring di parte delle proprie filiere, anche se non si sono distaccati completamente dalla Cina.
Una riduzione che potrebbe essere temporanea, dato che le case automobilistiche cinesi stanno ridefinendo a loro volta filiere e partner commerciali, e potrebbero aprire presto stabilimenti direttamente entro i confini della UE. Intanto, Regno Unito, Spagna e Italia stanno assorbendo il 68,2% di tutti i veicoli arrivati nel primo trimestre 2025, ma i marchi cinesi stanno conquistando terreno anche in Francia e Germania.
Bisogna tenere presente che, sempre nei primi tre mesi dell’anno in corso, le emissioni del Dragone sono diminuite dell’1,6% su base annua, obiettivo raggiunto sia per la diffusione sempre maggiore di fonti rinnovabili di energia, sia per la crescita del mercato di vetture elettriche: il Financial Times ha stimato che quest’anno ne verranno vendute più di quelle a motore endotermico.
In pratica, lo scenario che va delineandosi è quello di una UE in cui verrà rimandata sempre più avanti nel tempo una reale transizione ecologica, per difendere i profitti delle case automobilistiche. Ma allo stesso tempo, mentre nel mercato cinese avverrà la sostituzione dei motori a scoppio con le batterie elettriche, la produzione di auto ‘tradizionali’ sarà deviata verso i paesi occidentali.
In pratica, la UE con i suoi dazi ha spinto la riallocazione sul mercato interno delle auto elettriche cinesi, mentre a loro volta i veicoli con motori endotermici sono state reindirizzati verso la UE stessa. Quando la soluzione è peggio del problema, almeno per le mire di Bruxelles...
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