Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/08/2019

Una maximulta per Facebook fa sballare i conti di quest’anno. Un avviso per le “Faang”

Multa da 5 miliardi di dollari per il colosso americano Facebook per aver violato la privacy dei propri utenti.

Nello scandalo scoppiato già nel 2018 il social network americano, che conta più di 2 miliardi di iscritti al mondo, avrebbe ceduto i dati di più di 50 milioni di utenti all’azienda britannica Cambridge Analytica, azienda che si occupa di consulenza e strategia politica, poi usati nella vittoriosa campagna elettorale di Trump.

La Federal Trade Commission – l’agenzia del governo americano posta a garanzia del consumatore e del mercato – al termine di una lunga indagine, ha erogato la pesante misura, costringendo Facebook a patteggiare, accettando «la multa più elevata della storia per le violazioni della privacy».

Facebook si ritrova quindi a chiudere il secondo trimestre dell’anno con un utile netto in calo del 50% a causa della maximulta, avendo stanziato inizialmente “solo” 3 miliardi di dollari per il risarcimento.

Il patteggiamento, inoltre, prevede molti obblighi per il futuro rispetto della privacy. Lo stesso Mark Zuckerberg, Chief Executive del social network più utilizzato al mondo, dovrà rispondere personalmente civilmente e penalmente qualora si verificassero altre violazioni della privacy o venissero emesse false certificazioni.

I democratici americani sottolineano però che questa sanzione «non interviene sulle cause», non intacca minimamente un modello di business che si fonda sullo spionaggio sistematico, sulla vendita o uso dei dati personali, a insaputa degli utenti.

Il Dipartimento di Giustizia americano ha inoltre annunciato, il 24 luglio 2019, l’apertura di un’indagine su tutti i big del digitale per il controllo antitrust e per verificare se abbiano alzato o meno delle barriere contro la competizione, intralciando la concorrenza o ponendo ostacoli alla crescita innovativa dei più piccoli o se abbiano arrecato una qualche sorta di danno ai consumatori.

I “Faang” – acronimo di Facebook, Apple, Amazon, Netflix, Google, parola inglese che ha lo stesso suono della parola “zanna” – hanno regnato indisturbati per anni, considerati vanto dell’innovazione tecnologica americana. La musica sta cambiando, le stesse istituzioni americane stanno avviando – nuovamente – numerosi i controlli antitrust e per la tutela della privacy dei cittadini.

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31/03/2018

Il lato oscuro di Facebook: “crescere a qualsiasi costo”

Facebook ancora nel mirino dopo la pubblicazione da parte di un sito di informazioni Usa, Buzzfeed, di un memo interno di un dirigente il quale sostiene che “l’amara verità” è che il gruppo trova giustificazioni per qualunque cosa faccia per crescere. Il documento del 2016 afferma che ciò vale anche quando la vita delle persone è messa in pericolo dall’esposizione a bullismo e terrorismo.

Sia l’autore, Andrew Bosworth, sia il capo azienda, Mark Zuckerberg, hanno negato di condividere questa tesi, ma il memo getta un’ombra su un gruppo già alle prese con lo scandalo dei dati personali di 50 milioni di persone condivisi con la società di consulenza elettorale Cambridge Analytica.

Bosworth, tra gli inventori del News Feed di Facebook, è dirigente del social network dal 2006 con vari compiti e oggi guida la divisione realtà virtuale.

Nel 2016 scriveva: “Quindi mettiamo in contatto sempre più persone. Può essere un male se la rendono una cosa negativa. Forse può costare una vita se si espone qualcuno a dei bulli. Forse qualcuno può morire in un attacco terroristico coordinato con i nostri strumenti. Comunque, noi mettiamo in contatto persone. L’amara verità è che crediamo così profondamente nel mettere in contatto le persone che qualunque cosa ci consenta di mettere in contatto più persone è di fatto considerata un bene..... Ecco perchè tutto il lavoro che facciamo per crescere è giustificato. Tutte le pratiche discutibili per importare i contatti. Tutte le sottigliezze linguistiche per far sì che le persone siano cercate e contattate dagli amici. Tutto il lavoro che facciamo per includere più comunicazioni. Tutto il lavoro che probabilmente dovremo fare in Cina. Tutto”.

Bosworth ha poi twittato di “non essere stato d’accordo” con il memo nel momento in cui l’ha postato, ma di aver deciso di condividerlo con i dipendenti del gruppo come “provocazione”. “Discutere di temi difficili come questi è una parte fondamentale del nostro modo di procedere e per farlo in modo efficace dobbiamo prendere in esame anche cattive idee” ha aggiunto.

Anche Mark Zuckerberg ha emesso in comunicato. “Boz è un leader talentuoso che dice molte cose provocatorie” ha scritto. “Questa è una delle cose sulla quale la maggior parte dei dipendenti Facebook, me compreso, decisamente non è d’accordo. Non abbiamo mai creduto che il fine giustifichi i mezzi”. Un pezzo sul sito The Verge rivela che decine di dipendenti di Facebook hanno discusso sulla chat interna la pubblicazione del memo e le loro preoccupazioni per le fughe di notizie ai danni della società.

Fonte

20/03/2018

Cambridge-Facebook-Trump. Come si manipolano le elezioni nel mondo

E fu così che si scoprì che l’elezione di Trump non era stata “favorita da Putin”...

Che i social network non fossero un “regalo” per chi li usa era noto da tempo. Ma il caso esploso in queste ore pone domande un po’ più importanti del semplice scambio ineguale tra proprietari della piattaforma e “utenti-merce”.

Una società inglese, Cambridge Analytica, è accusata di aver piratato i profili Facebook di 51 milioni di cittadini statunitensi. Gli uomini di Zuckerberg se n’erano accorti, ma non hanno ritenuto necessario avvertire gli utenti. Un vero gesto di “amicizia”...

Fin qui la notizia non sarebbe sconvolgente, perché è noto che l’attività di “profilazione” è uno dei business principali di Facebook. I dati che noi stessi riversiamo ad ogni post o like vengono archiviati, vanno a comporre la nostra immagine di consumatori, e come tali venduti a qualsiasi società che sia disposta a comprarli. Servono per “mirare” gli annunci pubblicitari, di modo che l’offerta del marketing sia individualizzata, quindi con maggiori probabilità di raggiungere lo scopo (farci comprare qualcosa).

Un’attività legale, contrattualizzata, socialmente accettata che ci dice molto sulla capacità del capitale di estrarre sangue anche dalle rape, ma che non desta più scandalo.

Il “reato” commesso da Cambridge Analytica – impossessarsi a gratis di 51 milioni di profili – sarebbe dunque una semplice questione di “sottrazione indebita”, regolabile in pochi minuti con il versamento a Facebook di quanto dovuto.

Lo scandalo è esploso però sull’utilizzo di quei dati: Cambridge Analytica non se ne serviva per vendere dentifrici, ma per far vincere le elezioni al “partito” committente (quello disposto a pagare il servizio). Lo scopo commerciale si salda con quello politico, insomma.

Ma anche questa non è una novità. Da quando le ideologie politiche sono state dichiarate “morte” (rimane solo il neoliberismo, guardacaso l’ideologia del capitale finanziario) ogni competizione elettorale, in qualsiasi parte del mondo, è stata affrontata con il supporto sempre più decisivo dei “creativi” del marketing. Società o persone che vivono producendo campagne pubblicitarie, studiate su misura per la “merce da vendere”, avendo cura di individuare per bene il target e le vie per colpire la fantasia del potenziale acquirente-elettore. Berlusconi e Prodi-Veltroni vi hanno fatto ricorso per decenni, con ovvio vantaggio per il primo che già disponeva di una propria agenzia pubblicitaria (Publitalia, che è andata a costituire l’ossatura della prima Forza Italia), oltre a un impero televisivo alla pari con la Rai.

A far diventare Cambridge Analytica un mostro da prima pagina ci sono però due elementi in più: a) è di proprietà di un miliardario statunitense, Robert Mercer, sostenitore di campagne e candidati conservatori o di destra in tutto il mondo; b) ne aveva fatto parte Steve Bannon, l’ultra-reazionario protagonista della resistibile ascesa di Donald Trump.

Abbastanza per spaventare il borghesuccio che vive nelle redazioni, sempre pronto ad alzarsi indignato quando qualcuno mette in discussione la logica del “mercato”, ma altrettanto pronto a spaventarsi quando quella stessa logica seleziona un reazionario demente alla guida della principale superpotenza. Al borghesuccio non riesce di attivare il neurone mancante che consente di collegare le due cose.

Come nelle serie televisive di successo (House of Cards sembra scritta senza inventare letteralmente nulla, anzi...), non mancano né la figura del “pentito”, né i dettagli pruriginosi che faranno da acchiappa-click o like sulle versione online dei media principali.

Il canale tv inglese Channel Four News aveva infatti spedito negli uffici di Cambridge Analytica un giornalista camuffato da spicciafaccende di un politico asiatico che vole acquistare i servizi della società per vincere le elezioni nel suo paese. L’attuale capo della società, Alexander Nix, per conquistarsi il cliente, gli spiega in quanti modi può essergli utile. Dall’utilizzo dei profili Facebook fino ai “servizi” di prostitute di lusso per incastrare i suoi avversari. Il tutto in un’atmosfera molto internettiana, perché non è neanche necessario che la “vittima” cada completamente nella trappola, visto che il predominio dell’uso della Rete consente di far passare il sospetto di colpevolezza in molti modi.

Nix assicura di poter “mandare ragazze a casa del candidato” , lui preferisce le ragazze ucraine, “sono molto belle, funziona molto bene”. Oppure: “Offriremo al candidato una grossa somma di denaro, per finanziare la sua campagna, registreremo tutto, copriremo la faccia del nostro uomo e metteremo tutto su Internet“.

Insomma. La fabbrica della fake news politiche lavora a pieno regime, ma solo per chi può permettersi di pagare il prodotto; altro che regno dell’”eccessiva libertà”, da regolamentare consegnando le chiavi alla polizia...

Non manca il “partito politico italiano” che si sarebbe rivolto a Cambridge Analytica per essere risollevato dal baratro in cui era precipitato nel 2006 e che soltanto ora – dopo “il servizio” di Cambridge – sarebbe risorto con percentuali tali da far aspirare alla presidenza del Consiglio (persino il prudente Enrico Mentana vi ha visto l’identikit della nuova Lega di Salvini, che in effetti è un partito abbastanza fasciorazzista da poter incontrare il consenso di Mercer).

Non c’è dunque nulla di interessante in questa notizia?

Al contrario, è una cannonata che dovrebbe cambiare radicalmente il modo in cui si guarda ai social network, al loro essere un pilastro fondamentale allo stesso tempo del business e del controllo sociale. Dipinti come il luogo dell’assoluta libertà individuale hanno non solo prodotto una mentalità iper-individualistica ostile a qualsiasi forma di aggregazione collettiva (leggere i post o i commenti di certi imbecilli che si definiscono “comunisti” aiuta a comprendere la vastità della devastazione cerebrale raggiunta), ma servono come ultimo o unico orientamento nel caos per una massa crescente di “individui” ormai manipolabili con pochi passaggi (il tempo di leggere un tweet...).

E’ una cannonata che toglie qualsiasi illusione sui meccanismi della democrazia nel terzo millennio. Il presupposto logico e costituzionale di ogni processo elettivo democratico è infatti che ogni singolo cittadino-elettore sia in grado di formarsi da solo un’opinione e quindi scegliere i propri rappresentanti con cognizione di causa. Un po’ come avviene nel “mercato”, dove si presume – si presume, ma non è mai vero – che tutti i soggetti contraenti che firmano un accordo dispongano esattamente della stessa quantità e qualità di informazioni.

Il caso Cambridge Analytica-Facebook ci dimostra l’esatto opposto. Tutti siamo manipolabili, in diversa misura. Anche “noi” che riteniamo di aver mantenuto una consistente capacità critica (e ciascun individuo, anche il più cretino, ritiene di essere il creatore autonomo delle sciocchezze che pensa).

Fin quando la manipolazione mediatizzata mira a farci preferire una merce o un marchio, ognuno di noi è persino disposto a riconoscere che un po’ viene condizionato, quando si distrae. Se invece il condizionamento – pesantissimo e invalidante – mira direttamente all’atto della produzione dell’”opinione”, allora diventa inaccettabile, anzi un’offesa. Sarebbe come darsi del coglione da solo (l’indimenticabile Altan de “Vorrei sapere chi è il mandante delle cazzate che faccio”).

Ma è proprio questa massa di “diversamente condizionati” a formare ovunque “l’elettorato”. E spesso vince chi ha più soldi per comprarsi il “pacchetto elettorale più efficace”. Ma guarda un po’...

Altre e infinite considerazioni sarebbero possibili, in particolare ripensando a quanti – “a sinistra” – avevano pensato di poter competere elettoralmente sul piano del marketing che andava a sostituire il legame diretto con i ceti sociali, i territori, le reti associative... Insomma, ai praticoni che avevano ritenuto il “partito leggero” quasi una genialata. Ma non siamo qui per infierire.

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