Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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24/02/2015
Quel che resta di Selma
Negli ultimi anni si sta affermando una sorta di nuovo filone nella cinematografia hollywoodiana, al quale appartengono film come The Butler (2013), Dodici anni schiavo (2014) e il recentissimo Selma - La strada della libertà. Pur nelle notevoli differenze stilistiche, tutti questi film trattano in modo epico la storia della minoranza afroamericana nel periodo della schiavitù e della segregazione razziale.
Rispetto ai primi due film che abbiamo nominato, si può dire che l'ultimo, opera della giovane Ava DuVernay, sia il meglio riuscito, soprattutto se si tiene conto della difficoltà di mettere sullo schermo una figura alla quale Hollywood non aveva mai dedicato un biopic, come quella di Martin Luther King. Il film racconta le tre marce percorse da Selma a Montgomery, in Alabama, dal leader nero a capo del movimento per il diritto al voto degli afroamericani. Il tema centrale riguarda quindi uno dei momenti fondamentali della storia del movimento per i diritti civili e della lotta per l'integrazione guidata da King.
Bisogna dire che, nonostante qualche pecca e il tono enfatico leggermente stucchevole, il film ha qualche buono spunto da offrire. Prima di tutto, restituisce un'immagine di King più complessa di quella stereotipata ed edulcorata, mostrando il suo pragmatismo politico piuttosto che adagiarsi sull'oleografia consueta dei buoni sentimenti e di quella non-violenza integrale e aprioristica che non gli apparteneva [1]. Il Martin Luther King di Selma è dunque distante dalla figura mansueta che viene evocata oggi, ad esempio, in seguito a uno scontro di piazza o in nome di una neutralizzazione “legalitaria” del conflitto sociale.
Molte polemiche ha destato la rappresentazione del presidente Lyndon Johnson, firmatario del Civil Rights Act e del Voting Right Act, a causa del fatto che, nel film, la sua alleanza con il leader afroamericano sembra più dettata dal calcolo politico che non da vera convinzione ideologica. La regista arriva a rappresentare l'avversione ed il timore della Casa Bianca per le potenzialità del movimento guidato da King, in grado di spingere il presidente a farlo sorvegliare dall'FBI. Probabilmente coloro che hanno accusato di falsità storiche il film, non sono a conoscenza (o fingono di non esserlo) delle minacce e intimidazioni cui fu sottoposto il pastore afroamericano proprio dall'FBI di Hoover, delle quali Johnson non poteva essere all'oscuro [2].
Oltre agli aspetti più degni d'interesse, bisogna però dire che, finita la visione di Selma, il tono trionfalistico del film contrasta con la realtà dei cittadini e cittadine afroamericani di oggi. A questo proposito, c'è un dialogo illuminante nella parte iniziale del film, quella meno solare e retorica. In esso King esprime i suoi dubbi in merito al buon esito degli sforzi del movimento, ed afferma (vado a memoria) “Stiamo conquistando il diritto a sederci in un ristorante mentre oggi un nero non può permettersi nemmeno un hamburger”. A parte questa sferzata, che ha tutta l'aria di rivolgersi direttamente al presente, Selma sembra perdersi troppo nella celebrazione mitizzante del passato, che certamente avrà scaldato i cuori dei più nostalgici. Eppure nelle scene di violenza sui manifestanti di Selma c'è Ferguson: ci sono Mike Brown, Eric Garner, tutte le vittime della povertà, dell'emarginazione e della brutalità poliziesca che ancora oggi colpiscono la comunità afroamericana. Invece di rimarcare l'incompiutezza del progetto di Martin Luther King e la necessità di completarlo, mi sembra che l'intento del film sia più votato alla retrospezione glorificante, al contrario di altre operazioni narrative più coraggiose [3]. È forse il caso di iniziare a domandarsi cosa rimane delle marce di Selma; ed anzi, piuttosto che rivolgersi unicamente al romantico passato, di puntare su narrazioni che mostrino francamente la necessità di un rivolgimento dello stato di cose presente, per mettere fine al razzismo quotidiano, ovunque si annidi, nei ghetti americani, nelle banlieue francesi e nei quartieri popolari delle città che abitiamo.
Note:
[1] Si consiglia la lettura del saggio di Domenico Losurdo La non-violenza. Una storia fuori dal mito, in particolare la sezione dedicata proprio a MLK.
[2] http://contropiano.org/articoli/item/27552
[3] Mi viene in mente, ad esempio, quella del Malcolm X di Spike Lee, con l'inserimento nei titoli di testa di alcuni fotogrammi del pestaggio di Rodney King ad opera della polizia, il tutto reso ancor più potente dalla voce del leader musulmano in sottofondo https://www.youtube.com/watch?v=PqM29bJ3NaI
Fonte
16/11/2014
Quando l’Fbi ricattava e minacciava Martin Luther King
Decenni di prodotti di Hollywood e di serial televisivi ci hanno abituato a considerare l’Fbi il volto buono dei servizi di sicurezza degli Stati Uniti, il contraltare degli uomini neri della Cia o delle varie agenzie di spionaggio al servizio del governo di Washington o di settori oscuri e paralleli anche alle stesse istituzioni ufficiali di quel paese. Ma al di fuori degli studios californiani, nella realtà vera e non virtuale, non sembra affatto che sia così.
«C'è solo una cosa che puoi fare. Tu sai quale. Non c'è che una via d'uscita per te. È meglio farla finita prima che tutto il male venga fuori. Hai solo 34 giorni di tempo per farlo».
Così recitava una lettera anonima, scritta a macchina, che arrivò sulla scrivania dell’attivista per i diritti civili afroamericano Martin Luther King, accusato dall’establishment statunitense di simpatie comuniste. Un ricatto e una minaccia senza mezzi termini nei confronti del leader del movimento contro la segregazione razziale che proprio quell’anno fu premiato con il Nobel per la Pace (era ancora il periodo in cui non veniva concesso a cani e porci…). Una lettera anonima, un invito al suicidio corredato da dettagli “imbarazzanti” sulla vita sessuale di Martin Luther King in procinto di essere diffusi al pubblico se non si fosse ritirato dalla scena, scritta non da qualche razzista solitario ma dagli agenti del Federal Bureau of Investigation.
Alcuni analisti e studiosi avevano già azzardato che quella missiva, passata alla storia come "la lettera del suicidio", fosse opera della polizia federale statunitense all’epoca guidata dal famigerato John Edgar Hoover, che in quel modo tentava di togliere di mezzo un personaggio scomodo impegnato nella battaglia per i diritti della minoranza afroamericana completamente esclusa dalla vita civile e politica. Poi nel nel 1976 il Church Committee del Senato si incaricò di confermare i sospetti.
Pochi giorni fa il New York Times ha pubblicato l'intero contenuto, non censurato, della lettera, dopo che una professoressa dell’Università di Yale - Beverly Gage - ne ha ritrovato una copia originale. "Sono rimasta sorpresa di trovare una versione non censurata della lettera nascosta in una serie dei suoi atti ufficiali e riservati ai National Archives" ha raccontato la storica.
Secondo il quotidiano la minacciosa missiva sarebbe stata scritta addirittura dal vice di Hoover, William Sullivan, e fu inviata insieme a una registrazione audio che provava le scappatelle del reverendo.
"Ascoltati schifoso animale. Sei stato registrato, tutti i tuoi atti di adulterio", si legge nel testo che poi continua: "Tu sei un imbroglione colossale e un demonio" e ancora “Sei un ciarlatano”.
Nel 1963 King tenne il suo più famoso discorso "I Have a Dream" a Washington durante la conclusione della gigantesca marcia per i diritti. Una mobilitazione che portò alla firma del Civil Rights Act proprio nel 1964, che mise fuori legge almeno in teoria le discriminazioni razziali. L’anno successivo arrivò anche il Voting Right Act che garantiva il diritto al voto ai cittadini afroamericani.
Siccome le minacce dell’Fbi non funzionarono e King non rinunciò alla sua lotta, fu assassinato a Memphis il 4 aprile del 1968.
Fonte
«C'è solo una cosa che puoi fare. Tu sai quale. Non c'è che una via d'uscita per te. È meglio farla finita prima che tutto il male venga fuori. Hai solo 34 giorni di tempo per farlo».
Così recitava una lettera anonima, scritta a macchina, che arrivò sulla scrivania dell’attivista per i diritti civili afroamericano Martin Luther King, accusato dall’establishment statunitense di simpatie comuniste. Un ricatto e una minaccia senza mezzi termini nei confronti del leader del movimento contro la segregazione razziale che proprio quell’anno fu premiato con il Nobel per la Pace (era ancora il periodo in cui non veniva concesso a cani e porci…). Una lettera anonima, un invito al suicidio corredato da dettagli “imbarazzanti” sulla vita sessuale di Martin Luther King in procinto di essere diffusi al pubblico se non si fosse ritirato dalla scena, scritta non da qualche razzista solitario ma dagli agenti del Federal Bureau of Investigation.
Alcuni analisti e studiosi avevano già azzardato che quella missiva, passata alla storia come "la lettera del suicidio", fosse opera della polizia federale statunitense all’epoca guidata dal famigerato John Edgar Hoover, che in quel modo tentava di togliere di mezzo un personaggio scomodo impegnato nella battaglia per i diritti della minoranza afroamericana completamente esclusa dalla vita civile e politica. Poi nel nel 1976 il Church Committee del Senato si incaricò di confermare i sospetti.
Pochi giorni fa il New York Times ha pubblicato l'intero contenuto, non censurato, della lettera, dopo che una professoressa dell’Università di Yale - Beverly Gage - ne ha ritrovato una copia originale. "Sono rimasta sorpresa di trovare una versione non censurata della lettera nascosta in una serie dei suoi atti ufficiali e riservati ai National Archives" ha raccontato la storica.
Secondo il quotidiano la minacciosa missiva sarebbe stata scritta addirittura dal vice di Hoover, William Sullivan, e fu inviata insieme a una registrazione audio che provava le scappatelle del reverendo.
"Ascoltati schifoso animale. Sei stato registrato, tutti i tuoi atti di adulterio", si legge nel testo che poi continua: "Tu sei un imbroglione colossale e un demonio" e ancora “Sei un ciarlatano”.
Nel 1963 King tenne il suo più famoso discorso "I Have a Dream" a Washington durante la conclusione della gigantesca marcia per i diritti. Una mobilitazione che portò alla firma del Civil Rights Act proprio nel 1964, che mise fuori legge almeno in teoria le discriminazioni razziali. L’anno successivo arrivò anche il Voting Right Act che garantiva il diritto al voto ai cittadini afroamericani.
Siccome le minacce dell’Fbi non funzionarono e King non rinunciò alla sua lotta, fu assassinato a Memphis il 4 aprile del 1968.
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