Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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09/09/2019

Omaggio a Immanuel Wallerstein

Nell’agosto 2018 è scomparso Samir Amin. Nell’agosto 2019 Immanuel Wallerstein. Dopo la morte di Andre Gunder Frank (2005) e poi quella di Giovanni Arrighi (2009), la cosiddetta “banda dei quattro” si è estinta. La loro collaborazione si era svolta in varie fasi e occasioni. Una importante. Il bel libro collettivo del 1982 Dynamics of Global Crisis (in francese La crise, quelle crise?), poi parzialmente tradotto in italiano. Un modello di analisi a più voci e a più angoli visuali della lunga crisi capitalistica (a seconda della visione a partire dal 1967, dal 1971, dal 1973) seguita ai “trenta gloriosi” della fase di prosperità e di espansione dopo il 1945.

Ognuno con il suo preciso profilo intellettuale e politico, con la peculiarità della propria formazione e degli influssi, tuttavia accomunati dal vivere una grande stagione storica di quello che chiamiamo “il risveglio dei popoli coloniali”. Soprattutto nel secondo dopoguerra, con l’avvio delle speranze suscitate dalla decolonizzazione, dai movimenti di liberazione nazionale, dal “terzomondismo”. Non i soli, beninteso, avendo questo filone (“scuola della dipendenza”, del sistema-mondo, del rapporto centro-periferia, del rapporto Nord-Sud ecc.) tante figure, tanti altri studiosi e attivisti politici su scala mondiale.

Una grande stagione di fervore culturale e teorico, di studi, articoli, saggi, libri, di conferenze, di convegni ecc. Il moto storico interagisce e influenza la teoria. Marx, da par suo, aveva compiuto l’anatomia del capitalismo, a partire dal microcosmo della fabbrica inglese e di quella fabbrica allargata, “l’officina del mondo”, allora rappresentata dall’Inghilterra. Aveva elaborato le categorie decisive e il metodo per comprendere il sistema capitalistico.

Ora, dopo le opere importanti del Novecento attorno al capitale finanziario e all’imperialismo, occorreva operare una sorta di “rivoluzione copernicana”, occorreva uscire dall’eurocentrismo e dall’occidentalocentrismo. Occorreva porre al centro il mondo, il sistema capitalistico su scala mondiale, il sistema gerarchizzato delle relazioni tra centri e periferie, e analizzare come subordinate le economie nazionali e le politiche nazionali.

Per loro dirsi “marxisti” significava continuare l’opera di Marx, alla luce delle trasformazioni storiche, alla luce delle nuove acquisizioni, dei nuovi studi, degli influssi di altri filoni di pensiero (per tutti Karl Polanyi e Fernand Braudel, per Wallerstein, tra gli altri, soprattutto Frantz Fanon). E soprattutto alla luce dell’emergenza di altri soggetti storici, oltre al soggetto primigenio “classe operaia”, “proletariato”. Il Novecento è il secolo dei “movimenti antisistemici” (movimento operaio, movimento contadino, movimento ecologista, movimento femminista ecc.) e da qui un ventaglio di opzioni politiche e culturali che fanno si che più che un solo marxismo occorre prendere atto che esistono tanti marxismi.

Wallerstein dirà che la “unità di analisi”, minima e prioritaria, è il sistema-mondo (categoria mutuata dallo storico francese Fernand Braudel) e che il capitalismo, come sistema sociale storico, presenta nella sua lunga storia i tratti caratteristici dei sistemi sociali, vale a dire la compresenza di “trasformazioni” e di “persistenze”. Un modo di produzione e una formazione sociale che si è trasformata molto, nelle sue varie fasi e nelle sue transizioni, pur tuttavia rimanendo sempre capitalismo. E, con Amin, un sistema dall’origine mondializzato (oggi diremmo “globalizzato”), non essendo l’attuale mondializzazione-globalizzazione un fenomeno inedito. Inedito solo nei sui caratteri di trionfo del neoliberismo, di accentuata diseguaglianza, di cancellazione delle conquiste storiche delle classi subalterne e dei popoli oppressi delle periferie, dopo la fine del socialismo reale e dei movimenti di liberazione nazionale.

Sociologo di formazione, Wallerstein, ebreo tedesco di origine e statunitense di nascita, fu coinvolto dalla famiglia a interessarsi alla politica. Nel dopoguerra l’indipendenza dell’India e poi la lunga esperienza compiuta in Africa, fino ai primi anni settanta, costituirono quel terreno reale, concreto, di cui si diceva prima da cui partire per il proprio lavoro intellettuale e per il proprio impegno politico. Il lavoro intellettuale si concentrò da allora su un’impresa di grande respiro, una storia del capitalismo dalle origini a oggi. Nel vincolo “sistemico” tra le varie istanze dell’economico, del sociale, del culturale, del politico. E nel vincolo rigorosamente “storico”, nella verifica concreta e reale della ricchezza delle esperienze nell’arena mondiale. The Modern World-System (tradotto in italiano, alterando, come Il sistema mondiale dell’economia moderna) è quest’opera capitale. Wallerstein ha potuto completare solo i primi quattro volumi, dal 1500 alla rivoluzione francese e a tutto l’Ottocento.

Nel 1983 apparve un volumetto dal titolo Il capitalismo storico (presso Einaudi nel 1985, oggi Asterios), nel quale, a maglie molto strette, egli ha riassunto i risultati e i contenuti delle sue ricerche. Importante, in quest’opera, oltre alla descrizione del funzionamento del capitalismo, l’insistenza, giusta la visione di cui sopra, sulla divisione internazionale del lavoro, sulla differenziazione etnica della forza-lavoro (già Marx a proposito di operaio irlandese e operaio inglese), sul razzismo, sul sessismo ecc. Per concludere con la trattazione della dialettica nella nozione di “progresso” e con la controversa sua posizione sull’impoverimento assoluto, e non relativo, di ampi strati della popolazione mondiale. Fuori dall’indubbio progresso del livello di vita per alcuni strati di operai industriali. Ma qui non è luogo e spazio per affrontare adeguatamente la questione.

Come non c’è spazio qui per riprendere il suo contributo a proposito delle nozioni, quanto mai decisive oggi, di razza, classe, nazione, cultura, identità ecc. e per riprendere la sua visione dei cambiamenti storici, anche delle rivoluzioni, del socialismo, del comunismo. Dei cambiamenti visti secondo la “lunga durata” (sempre da Braudel) e non nel breve tempo, veri spartiacque storici malgrado la sconfitta o le apparenti cancellazioni. Allora il 1848, la Comune del 1871, la rivoluzione del 1917 e il 1968, a cui egli partecipò alla Columbia University e da lui considerata vera rivoluzione del sistema-mondo.

Conformemente alla sua visione dei “movimenti antisistemici”, Wallerstein è stato molto attivo nel cosiddetto movimento altermondialista e nei lavori dei Forum Sociali Mondiali, da Porto Alegre 2001 in avanti, al pari di Samir Amin e di altri studiosi e attivisti di questo filone di pensiero.

Importante infine la sua presa di posizione a seguito della crisi mondiale capitalistica scoppiata nel 2007-2008. A suo avviso, lo scenario che si prospettava come esito di tale crisi, naturalmente non come sbocco naturale, deterministico, ma come esito dei conflitti sociali e politici auspicabili, a opera delle classi subalterne e dei movimenti, era un bivio, una biforcazione netta. O un sistema sociale e politico autoritario o un sistema sociale e politico più democratico, più partecipativo.

Le radici storiche, entro il capitalismo, della differenziazione etnica della forza-lavoro (non solo su scala mondiale, ma anche all’interno delle nostre società), del razzismo, del sessismo, la lezione sui movimenti antisistemici e questa visione realistica dello scenario che si apre davanti a noi rimangono un punto fermo nell’analisi. Per capire il nostro tempo e per sostanziare l’impegno sociale e politico all’altezza delle sfide del mondo contemporaneo.

Fonte

03/09/2019

Ricordando Immanuel Wallerstein

Dopo quella di Andrè Gunder-Frank (2005), di Giovanni Arrighi (2009), di Hosea Jaffe (2014) e di Samir Amin (2018), la morte di Immanuel Wallerstein in un certo senso mette un punto fermo alla questione a cui tutti questi autori hanno tentato di dare una risposta. E la questione è se sia ormai il caso di guardare al mondo geograficamente, storicamente e socialmente inteso come un tutto interconnesso.

Wallerstein nasce a New York da genitori emigrati dalla Germania negli ani Venti e sin da giovane assimila la sensibilità politica della famiglia. Studia alla Columbia University, fa una tesi sul maccartismo, appoggia la protesta degli studenti nel Sessantotto e si occupa dell’Africa (nel processo di colonizzazione e decolonizzazione), tanto che viene ricordato per questo nell’ “Introduzione alla Sociologia generale” di Guy Rocher (1970)[1] e collabora nel 1972 a “The Columbia History of the world” a cura di J.A. Garraty e P.Gay (tradotta nel 1973 da Mondadori[2]) proprio nel paragrafo dedicato all’Africa dopo il 1945, paragrafo che finisce già con il warning “La fase durerà probabilmente finchè la tensione diverrà intollerabile e il sistema mondiale non riuscirà a contenere i fermenti africani”.

La svolta nel suo pensiero si manifesta più compiutamente nel 1976 quando, diventato a New York Direttore del Fernand Braudel Center, si appresta ad operare una sintesi della prospettiva braudeliana (e delle Annales[3]) della lunga durata[4] e di altre istanze radicali (alcune delle quali collegate anche al marxismo). Nel 1974 era uscito il primo volume di “The Modern World-System” la sua opera principale di cui sono usciti quattro volumi ma che l’autore intendeva ancora completare.

La tesi fondamentale di Wallerstein (volendo tagliare la questione con l’accetta) è quella per cui l’unità di analisi della scienza sociale è il sistema-mondo, sistema-mondo che prima del capitalismo era unificato politicamente nella forma di più Imperi ma che dal capitalismo in poi diventa un’economia-mondo, ovvero un unico sistema che realizza una divisione mondiale del lavoro con un centro dominante e le altre realtà divise in periferiche e semiperiferiche dipendenti dal centro e culturalmente e politicamente differenziate.

Poiché il sistema è unitario, Wallerstein rifiuta il concetto di terzo mondo (se questo viene inteso come una realtà marginale separata) e rifiuta anche la tesi che la globalizzazione sia stata un processo che si sia verificato solo nel secolo Ventesimo o al massimo nel secolo XIX. Il capitalismo per Wallerstein si è affermato nel mondo all’inizio dell’epoca moderna globalizzandolo e mercificando qualsiasi cosa[5]. Esso, contrariamente a quanto pensano molti economisti dello sviluppo (ed in parte a suo parere anche Marx), non ha portato alcun progresso alle nazioni della periferia[6] ma anzi ha determinato un impoverimento reale di questi paesi (Hosea Jaffe ha indipendentemente sviluppato tesi analoghe[7]).

Dal punto di vista metodologico Wallerstein, come cerca di unificare l’oggetto della scienza sociale, così cerca di eliminare alcune partizioni, secondo lui inutili, tra discipline e soprattutto la contrapposizione tra scienze storiche volte alla descrizione di eventi storici irripetibili e scienze sociali volte alla ricerca di leggi universali[8].

In questa sua istanza di ristrutturazione delle scienze storico-sociali si articola il suo rapporto problematico con il marxismo (rapporto che invece viene rivendicato in chiave più positiva da Amin e Jaffe che usano la categoria di imperialismo, considerata non particolarmente rilevante da Wallerstein). Con l’89 sarebbe stata sancita la fine del marxismo-leninismo (che lui considera come il marxismo dei partiti), del marxismo come teoria della modernità e come strategia riformistica, mentre non sarebbe morto il marxismo come critica della modernità e come impulso anti-sistema[9].

Wallerstein si è occupato, collaborando con Etienne Balibar, anche dei rapporti ambigui tra i conflitti di classe e quelli legati ai concetti di razza e di nazione. All’interno di questa analisi ha evidenziato come l’universalismo, lungi dal costituire un polo contrapposto a razzismo e nazionalismo, sia solo uno strumento teso a mantenere il controllo degli oppressi senza innescare all’interno del sistema delle istanze autodistruttive[10].

Egli si è anche sforzato di fare previsioni, non sempre verificatesi a breve, sulle tendenze dell’economia-mondo (ad es. tra il 1988 e i primi anni del 2000 si sarebbe dovuto realizzare un consorzio tra Usa e Giappone contro l’Europa[11]). Tuttavia, assieme ad altri, ha intuito che il monopolarismo Usa sarebbe stato impossibile e che l’egemonia Usa aveva iniziato il suo tracollo già tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta[12].

Molte osservazioni critiche gli sono state fatte a dimostrazione del fatto che il suo pensiero stimola riflessioni e discussioni (quando comparve negli anni Ottanta la traduzione per Einaudi di Il capitalismo storico, Guido D’Agostino[13] segnalava una recensione di Alfonso M.Iacono che all’interno di un quadro benevolo poneva questioni metodologiche forti). C’è stato a suo tempo Giovanni Arrighi che ha criticato quello che si considera il determinismo di Wallerstein che negherebbe rilevanza agli attori coinvolti nel sistema e spiegherebbe il mutamento solo ricorrendo a fattori esterni al sistema. Oppure c’è la critica di Cox per il quale l’approccio di Wallerstein sarebbe più capace di identificare le forze che assicurano l’equilibrio del sistema che non le contraddizioni che lo possono trasformare[14].

Tuttavia possiamo dire che Wallerstein, assieme agli altri protagonisti citati all’inizio, ci abbia comunque insegnato che quello sguardo complessivo al sistema-mondo, al mondo inteso come sistema, sia doveroso. Diciamo “doveroso” perché non si tratta di una cosa facile e forse non abbiamo ancora la cassetta degli attrezzi necessaria per farlo con risultati ragionevolmente incoraggianti. Per quanto lo stesso Wallerstein faccia riferimento a Prigogine[15], la nozione di sistema ad esempio ha ancora forse diverse accezioni legate tra loro da metafore suggestive ma che non consentono ancora la formulazione di un paradigma in effettiva funzione.

Siamo sicuri però che il lavoro di questi grandi studiosi sia un segnale del fatto che non si può tornare indietro ad una storia parziale, eurocentrica, che non dia voce alle masse degli sfruttati e alle nazioni della periferia. In questo senso siamo già in una fase di transizione.

02/09/2019

Note:
[1]Rocher, Guy, Introduzione alla sociologia generale, Milano, SugarCo, 1980, p.489.

[2]Garraty, John A., Gay, Peter, Storia del mondo, Milano, Mondarori, 1973, vol. III, pp. 1071-1079.

[3]Wallerstein Immanuel, Fernand Braudel, storico, “homme de la conjoncture” in Wallerstein Immanuel, La scienza sociale: come sbarazzarsene, Milano, il Saggiatore, pp. 201-216.

[4]https://moodle2.units.it/pluginfile.php/154296/mod_resource/content/3/Lunga%20durata%20sintesi.pdf

[5]Wallerstein Immanuel, Capitalismo storico e civiltà capitalistica, Trieste, Asterios Editore, 2000, pp. 15-39.

[6]Wallerstein Immanuel, Capitalismo storico e civiltà capitalistica, Trieste, Asterios Editore, 2000, pp. 91-110.

[7]Jaffe, Osea, Era necessario il capitalismo? , Milano, Jaca Book, 2010.

[8]Wallerstein Immanuel, Il paradigma e il sistema-mondo: un invito al dibattito, in Wallerstein Immanuel, La scienza sociale: come sbarazzarsene, Milano, il Saggiatore, pp. 253-272

[9]Wallerstein, Immanuel, Il marxismo dopo il crollo dei regimi comunisti, in Wallerstein Immanuel, Dopo il liberalismo, Milano, Jaca Book, 1998, pp. 223-234.

[10]Balibar, Etienne, Wallerstein, Immanuel, Razza, nazione, classe: le identità ambigue, Roma, Edizioni Associate, 1990 pp. 237-240.

[11]Wallerstein, Immanuel, L’economia-mondo, prospettive di medio termine, in Wallerstein, Immanuel Geopolitica e Geocultura, Trieste, Asterios Editore, 1999 (l’articolo in questione è del 1989), pp. 127-139.

[12]Wallerstein, Immanuel, Il declino dell’America, Milano, Feltrinelli, 2004.

[13]http://www.reteparri.it/wp-content/uploads/ic/RAV0053532_1987_166-169_17.pdf

[14]Vasapollo, Luciano, Arriola Joaquin, Teoria e critica delle politiche economiche e monetarie dello sviluppo, Roma, Edizioni Efesto, 2019, pp. 261-262.

[15]Wallerstein, Immanuel, Il sistema-mondo come civiltà, in Wallerstein, Immanuel Geopolitica e Geocultura, Trieste, Asterios Editore, 1999, p. 222

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23/06/2014

Nel Sud del mondo l’inquinamento uccide più delle malattie

L'inquinamento, e non le malattie, è la principale causa di morte nel Sud in via di sviluppo, dove secondo nuove analisi e studi uccide ogni anno più di 8,4 milioni di persone. Questa cifra è quasi il triplo della quantità di morti causate dalla malaria e supera di quattordici volte la mortalità causata dal virus HIV e dall’AIDS. Ciò nonostante, l’inquinamento riceve appena una minima parte dell’attenzione che si dedica a queste malattie.

Questi documenti sono stati presentati da lunedì 16 a venerdì 20 giugno 2014 al Gruppo di Lavoro Aperto sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (ODS), che prepara a New York la nuova agenda di sviluppo globale che sostituirà a partire dall’anno prossimo gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (ODM).

“I siti tossici, insieme all’inquinamento dell’aria e dell’acqua, impongono un carico enorme sui sistemi sanitari dei Paesi in via di sviluppo”, ha detto Richard Fuller, presidente dell’organizzazione ecologista Pure Earth/Blacksmith Institute, con sede a New York, che ha preparato l’analisi nel quadro dell’Alleanza Mondiale sulla Salute e contro l’Inquinamento (GAHP la sua sigla in inglese).

La GAHP è un organismo a cui collaborano organismi bilaterali, multilaterali e internazionali, insieme ai governi nazionali, al settore accademico e alla società civile.

L’inquinamento aereo e chimico cresce rapidamente in queste regioni, e se si tiene conto anche dell’impatto totale sulla salute della popolazione “le conseguenze sono terribili”, ha dichiarato Fuller a IPS.

Questo futuro è totalmente prevenibile dato che la maggioranza dei Paesi industrializzati ha in grande misura risolto i suoi problemi di inquinamento. Il resto del mondo ha bisogno di aiuto, ma l’inquinamento - ha aggiunto Fuller - non è incluso nell’attuale progetto degli ODS.

Gli ODS rappresenteranno la nuova agenda di sviluppo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) dopo che nel 2015 scadranno gli ODM. Ci si aspetta che i Paesi, gli organismi di assistenza e i donatori internazionali decidano la destinazione dei loro fondi di aiuto in funzione di questi obiettivi, dopo che verranno annunciati nel settembre 2015.

“A volte l’inquinamento viene chiamato l’assassino invisibile… la sua ripercussione è difficile da calcolare perché le statistiche sanitarie misurano le malattie e non l’inquinamento”, ha spiegato Fuller.

Di conseguenza, spesso l’inquinamento viene rappresentato erroneamente come un problema minore, mentre invece c’è davvero bisogno di provvedimenti seri e immediati, ha affermato.

L’analisi della GAHP comprende gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e di altri organismi per concludere che 7,4 milioni di morti si devono a fonti inquinanti dell’aria e dell’acqua, ai servizi igienici e all’igiene. Un altro milione di persone è morto a causa dei rifiuti tossici chimici ed industriali che i piccoli e medi produttori dei Paesi poveri scaricano nell’aria, nell’acqua, nel suolo e negli alimenti.

L’inquinamento ambientale è il principale fattore di malattia in questi Paesi, al di sopra delle malattie infettive e del tabagismo, ha dichiarato Jack Caravanos, professore di Salute Ambientale dell’Università della Città di New York e assessore tecnico dell’Open Air/Blacksmith Institute.

È molto difficile stimare le conseguenze prodotte sulla salute da migliaia di siti tossici inquinati da piombo, mercurio, cromo esavalente e pesticidi obsoleti, ha detto Caravanos a IPS.

Ma è probabile che il calcolo di un milione di morti sia una sottovalutazione dato che le ricerche sulle dimensioni del problema sono iniziate da poco. “Recentemente abbiamo scoperto siti pieni di pesticidi obsoleti in Europa orientale che contengono sostanze chimiche molto tossiche”, ha affermato.

Questi prodotti chimici non rimangono al loro posto. La pioggia li trascina nella terra e nei corsi d’acqua, e il vento porta le particelle tossiche a lunghe distanze, che talvolta ricoprono le coltivazioni e gli alimenti, ha detto Caravanos.

Uno studio che l’Open Air/Blacksmith Institute ha realizzato nel 2012 ha calcolato che le miniere in disuso, le fonderie di piombo, le discariche industriali e altri siti tossici danneggiano la salute di 125 milioni di persone in 49 Paesi in via di sviluppo.

“Abbiamo individuato più di 200 siti con inquinamento dell’aria, della terra o dell’acqua che mettono a rischio circa sei milioni di persone”, dice John Pwamang, dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente del Ghana.

“Tra questi ci sono luoghi con avvelenamento da piombo per il riciclaggio di batterie al piombo-acido di automobili usate, e zone di smantellamento di rifiuti elettronici, dove si bruciano cavi all’aria aperta e il fumo tossico avvelena interi circondari”, ha spiegato Pwamang in un comunicato.

Una crescente quantità di prove scientifiche rivela i legami tra il numero in espansione di prodotti chimici tossici nei nostri corpi e una sorprendente varietà di malattie che includono cancro, malattie cardiache, diabete, obesità, disturbo da deficit di attenzione con iperattività, autismo, Alzheimer e depressione, a quanto assicura Julian Cribb.

Cribb è l’autore del libro “Poisoned Planet: How constant exposure to man-made chemicals is putting your life at risk (Il pianeta avvelenato: come la costante esposizione ai prodotti chimici fabbricati dall’uomo mette in pericolo la sua vita)”.

“Ci sono almeno 143.000 sostanze chimiche artificiali, oltre a un numero ugualmente enorme di prodotti chimici non intenzionali che vengono liberati dal settore minerario, dall'utilizzo di combustibili fossili e dall’eliminazione dei residui”, ha precisato Cribb in una comunicazione scritta a IPS.

“Ogni anno vengono messi in circolazione circa 1.000 prodotti chimici industriali nuovi, che secondo l’ONU in gran parte non sono stati testati per la salute e la sicurezza delle persone e dell'ambiente”, ha aggiunto.

Membri della GAHP in tutto il mondo hanno esortato l’ONU a dare all’inquinamento un posto di rilievo negli ODS e hanno redatto un documento di presa di posizione e un progetto di proposta di testo per l’alleanza sugli ODS.

Articolo originale.

Traduzione per Senzasoste Andrea Grillo, 22 giugno 2014

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