Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/01/2014

Manifestazione vietata. Ma il no all’imposizione inonda Bilbao

La più grande manifestazione degli ultimi decenni nel Paese Basco. Mentre scriviamo a decine di migliaia stanno ancora sfilando nelle strade del centro della maggiore città basca mentre la testa è già da tempo arrivata davanti al Municipio in quella che doveva essere una manifestazione per il rimpatrio dei prigionieri politici e la difesa dei loro diritti violati dal governo spagnolo e che nel giro di poche ore è stata trasformata da Madrid in un inequivocabile e determinato ‘no’ alla dittatura.

Da mesi, i movimenti sociali e popolari che lavorano in solidarietà con i circa 500 prigionieri e prigioniere politiche basche rinchiuse in decine di carceri in Spagna e Francia, avevano indetto per oggi una manifestazione nazionale contro la dispersione. Un evento simile, lo scorso anno e due anni fa, aveva riempito le strade di Bilbao di più di centomila persone di diverso orientamento politico a sostegno della battaglia probabilmente più sentita dalla società basca.
Ma al processo di smobilitazione del fronte armato – l’Eta – e alla decisione da parte della sinistra indipendentista basca di accettare tutte le condizioni poste da Madrid, il governo della destra spagnola ha risposto con una serie incredibili di provocazioni, arresti, illegalizzazioni.
Tre mesi fa una retata che ha portato all’arresto di decine di attivisti e dirigenti del movimento di solidarietà con i prigionieri politici – Herrira – considerata dal PP e dalla magistratura, neanche a dirlo, un’emanazione dell’organizzazione armata. E poi, mercoledì scorso, l’Audiencia Nacional ha ordinato l’arresto di avvocati e attivisti della sinistra basca riuniti in un ufficio di Bilbao mentre stavano concordando le prossime mosse del collettivo dei prigionieri, reduci da uno storico comunicato che rinuncia alla storica richiesta di una soluzione collettiva per tutti i militanti incarcerati. Come se non bastasse, il giudice Eloy Velasco ha deciso ieri di proibire la manifestazione di oggi, che negli anni scorsi l’Audiencia Nacional non aveva voluto o non era riuscito a bloccare, con la scusa che i suoi promotori altri non erano che i dirigenti di Herrira già messi al bando.


Ma i promotori della manifestazione, preparata con decine di iniziative locali nelle ultime settimane – e sostenuta in tutto il mondo da comitati di solidarietà e associazioni per la difesa dei diritti umani – non hanno rinunciato a scendere in piazza.
E ieri i principali schieramenti politici baschi – la sinistra indipendentista di Eh Bildu ma anche i regionalisti di centrodestra del Partito Nazionalista Basco – insieme ai sindacati Lab ed Ela, hanno chiamato la società basca a manifestare contro la dispersione dei prigionieri baschi e contro le continue sospensioni della democrazia di cui sono promotori i giudici di un’istituzione tutta politica quale è l’Audiencia Nacional e frutto della continuità della Spagna ‘democratica’ di oggi con il regime franchista. I magistrati, a quel punto, hanno dovuto fare un passo indietro nonostante le proteste delle cosiddette 'associazioni delle vittime del terrorismo' - l'estrema destra interna ed esterna al PP - che chiedevano che anche questa nuova manifestazione fosse impedita.

E così oggi una marea mai vista di persone - 130 mila secondo i calcoli degli organizzatori - ha letteralmente inondato Bilbao portando con sé le bandiere simbolo della campagna per il rimpatrio ma anche le gocce blu della campagna ‘Tantaz tanta’ (goccia a goccia) che da un anno circa simbolizza il coinvolgimento di ogni singola forza sociale e di ogni singolo cittadino a sostegno della fine della dispersione. Il grosso dei partecipanti ha percorso assai lentamente il percorso ufficiale, ma a decine di migliaia hanno dovuto manifestare nelle strade adiacenti vista l'impossibilità fisica di entrare nei pure larghi viali del centro di Bilbao.
Il lunghissimo serpentone ha sfilato dietro uno striscione che rivendicava, semplicemente "Diritti umani, soluzione, pace". Doveva essere un corteo silenzioso ma più volte gli slogan contro la repressione e di vicinanza con i prigionieri hanno risuonato nel pomeriggio di oggi.
Una giornata storica, una risposta corale e di massa scatenata dalle continue e inaccettabili provocazioni del governo spagnolo contro un processo di pace che è andato avanti da una parte sola, mentre Madrid continua imperterrita nella sua guerra.


Fonte

10/01/2014

Processo di pace? Il Paese Basco al bivio

Pochi giorni fa i media spagnoli e alcuni di quelli internazionali più attenti titolavano a volte entusiasti, a volte sospettosi, sulla nuova dichiarazione del collettivo dei prigionieri politici baschi, Eppk, che per la prima volta nella storia lascia liberi i suoi aderenti di accedere alle misure di “reinserimento” previste dall’ordinamento giudiziario spagnolo. Un passo storico, che apre la strada ad una possibile - ma affatto scontata - soluzione del problema della prigionia politica nel Paese Basco che non passi più dalla misura di ordine collettivo tradizionalmente richiesta - l’amnistia - ma da una ‘contrattazione’ individuale che prevede che il prigioniero riconosca la sua colpa e la sofferenza che le proprie azioni hanno generato.
Un passo non indifferente, da parte dei militanti dell’Eta e delle altre organizzazioni della sinistra patriottica incarcerati, soprattutto se si considera che il governo e gli apparati dello stato spagnolo non hanno in questi anni modificato di una sola virgola la propria politica carceraria ed hanno mantenuto contro una sinistra indipendentista in rapida trasformazione un fuoco di fila incessante. Proprio mentre alcuni esponenti politici baschi annunciavano che presto sarebbe giunta la ‘tanto attesa’ dichiarazione sul disarmo dell’Eta, ecco che il governo spagnolo ha scatenato l’ennesima retata contro la sinistra basca. Anzi, contro coloro che personalmente – in quanto avvocati o ex prigionieri – erano i protagonisti della lunga e difficile trattativa che ha portato il collettivo dei prigionieri allo storico e in alcuni casi contestato passo. L’altro ieri sono infatti finiti in manette due avvocati ed altri sei attivisti baschi, arrestati perché – neanche a dirlo – collaborerebbero con l’Eta alla gestione del collettivo dei prigionieri. Una retata, ha rivendicato il ministro degli interni Fernandez Diaz, in pieno continuità con quella che tre mesi fa ha portato all’arresto di decine di dirigenti del movimento popolare, Herrira, che sostiene e difende il rispetto dei diritti umani e politici dei prigionieri baschi.

Ed è notizia di questa mattina che il giudice dell'Audiencia Nacional Eloy Velasco ha proibito la manifestazione nazionale convocata per domani a Bilbao perché convocata da una piattaforma - Tantaz tanta - che altro non sarebbe che la 'disciolta' Herrira sotto mentite spoglie. Una vera e propria escalation.

Perché questa provocazione da parte del governo spagnolo proprio mentre l’Eta e la sinistra basca stavano per offrire a Madrid su un piatto d’argento la “fine definitiva” del conflitto nelle forme violente e antisistema che ha assunto dagli anni ’60 al 20 ottobre del 2011, giorno in cui l’organizzazione armata dichiarò lo stop totale della propria attività?
Perché un gesto che potrebbe minare il processo di pace? Perché, è bene che lo si dica, non esiste nessun processo di pace in corso. Perché la sola possibilità che si apra una trattativa tra stato e sinistra basca ha portato i settori più estremisti e oltranzisti del Partito Popolare ad un passo dalla scissione, obbligando quindi l’esecutivo di Rajoy a mostrare i muscoli nei confronti degli odiati 'separatisti' e ad ordinare la retata dell’altro ieri e la proibizione di oggi.
Il PP spagnolo non è il Partito Conservatore britannico e la ‘Spagna’ profonda, nazionalista e sciovinista, non è la pragmatica Inghilterra. Se non si tiene conto di questo - cioè se non si analizza concretamente la condizione e l'ideologia della controparte - si rischia di rimanere imbottigliati per sempre in un tunnel senza uscita.
Il messaggio delle classi dominanti spagnole alla società basca è chiaro ed esplicito, e lo diventa man mano che la Izquierda Abertzale rinuncia a parti importanti del proprio bagaglio ideale e di lotta: non basta che la sinistra patriottica ceda progressivamente su molti punti, deve letteralmente capitolare. La Spagna non vuole trattare, vuole vincere. Se la sinistra basca, superato intelligentemente il livello dello scontro anche armato, non saprà indicare una via d’uscita da questo stallo che parta dal conflitto popolare e di classe, il rischio è di mandare al macero decenni di lotta esemplare e di generare divisioni fratricide sull’onda di quanto già accaduto in Irlanda del Nord.
All’interno della sinistra patriottica basca i dubbi, le incertezze e le criticità cominciano ad emergere in maniera aperta. Come ad esempio in questi due post pubblicati dal popolare blog ‘Borroka garaia da’.

http://borrokagaraia.wordpress.com/2014/01/09/que-alguien-pare-este-proceso-de-paz/

http://borrokagaraia.wordpress.com/2014/01/06/el-conflicto-no-tiene-solucion/

Ve ne traduciamo alcuni stralci perché a nostro avviso centrano perfettamente il problema, il dilemma di fronte al quale si trova oggi un settore importante della società basca, quello più combattivo e più coraggioso, e per questo più perseguitato e represso.


Qualcuno fermi questo processo di pace

Sono bastati 8 giorni del 2014 perché la precarietà si portasse via un membro della classe lavoratrice. (...) Il primo lavoratore morto durante il processo di pace del capitalismo quest’anno.
E’ che questo processo di pace in Euskal Herria sembra una guerra. Ieri (l’altroieri, ndt) è tornato a mostrarci la vecchia forma dei sequestri, della militarizzazione, della criminalizzazione, della rabbia e del dolore. Se questo è veramente il processo di pace, laddove la repressione si esprime a pieno, nel quale tutte le misure coercitive dello stato, inclusa la strategia dell’illegalizzazione, sono presenti, all’interno del quale al popolo basco non vengono riconosciuti né i suoi diritti ne le sue prospettive, questo processo di pace dovrebbe finire. Perché non è un processo di pace ma di guerra. E’ questo ciò con cui dobbiamo fare i conti, un processo di guerra.
Di fronte alla violenza dello stato, ad un nuovo vecchio tempo che continua ad avere le stesse caratteristiche di oppressione si possono fare analisi endogene per giustificare le proprie strategie, si può chiedere pace quando accade esattamente il contrario, si può indurire il proprio dogmatismo ma ciò non cambierà la realtà.
Oggi come oggi in Euskal Herria non c’è uno scenario di pace, uno scenario di libertà, e non esiste nulla di simile a tutto ciò. Per questo bisogna trasformare alla radice questo scenario e non normalizzarlo o consolidarlo. La domanda è come cambiarlo e per andare dove. Questa è la domanda che causa paralisi e con la quale non vogliamo confrontarci. Perché lo scontro, l’intensificazione del conflitto, la pressione verso gli Stati (spagnolo e francese, ndt) attraverso un’accumulazione delle forze non è compatibile con uno scenario di normalizzazione sottoposto alla legge imposta, a un processo di pace inesistente e a una conciliazione interclassista in piena crisi del sistema.
Certo, possiamo sempre ricorrere alla formula ‘ci colpiscono perché abbiamo ragione’. (...) Ma finché tutto continuerà a girare intorno ad un processo di pace e di soluzione che semplicemente non esiste sarà difficile compiere ulteriori passi verso la liberazione nazionale e sociale. (...)

Un processo di pace richiede come minimo due attori. Ovviamente le due parti che si scontrano in questo conflitto. E generalmente una terza parte che può aiutare fungendo da mediatrice. Questo è ciò che richiede un processo di pace. (...) Una parte sola non può realizzare un processo di pace perché non può fornire una soluzione duratura al conflitto in maniera unilaterale ne può portare alla pace.
E’ importante sottolineare la differenza tra pacificazione e processo di pace. La pacificazione è l’eliminazione progressiva degli elementi di violenza nel conflitto, ma non si tratta mai di un processo di pace, giacchè si può avere una pacificazione dopo una vittoria militare. Essendo la pacificazione un elemento del processo di guerra e non di pace, per imporre e normalizzare ciò che prima si perseguiva attraverso l’uso della forza. (...)
In Euskal Herria non esiste nessun processo di pace. Allora perché la classe politica di questo paese (i Paesi baschi, ndt) insiste nel chiamare processo di pace qualcosa che non esiste, il che è dimostrato graficamente dagli ultimi arresti?
La risposta a questa domanda chiude l’impasse nel quale siamo immersi.

*** *** ***

Il conflitto non ha soluzioni

(...) Viviamo nell’epoca delle immagini nella quale le parole perdono di significato, valore e peso. Sono generalmente stratagemmi per ottenere un certo impatto o risultato. Un funzionamento molto simile a quello delle droghe. Da quando ho l’età della ragione sento parlare di soluzione del conflitto. Soluzione al conflitto politico tra Euskal Herria e gli stati spagnolo e francese. Soluzione a tutto ciò che ne deriva come il “problema della violenza”, “il problema dei prigionieri” ecc.
La maggior bugia sul conflitto politico è che possa avere una ‘soluzione’. Non ce l’ha. (...)

Di certo c’è che la soluzione non arriverà attraverso le soluzioni ma attraverso il problema, il conflitto. Solo una vittoria nel conflitto porterà la soluzione. Perché il conflitto in Euskal Herria, così come tutti i conflitti politici e sociali si producono tra elementi antagonisti e inconciliabili. E per quanto originali e genuini si possa essere noi baschi non possiamo sfuggire alle leggi della storia. Il motore della storia è la lotta di classe e dei popoli e non c’è nessuno che possa confutarlo con dati da mettere sul tavolo.
Il conflitto non avrà mai una soluzione perché si arrivi di mutuo accordo ad essa. Tutti i passi verso la risoluzioen del conflitto sono falsi quanto una moneta di legno se ciò non incide e non è il risultato di una vittoria di una parte sull’altra. Gli accordi da prendere, i consensi da dare, i negoziati da portare avanti sono il riflesso diretto del rapporto di forza tra oppressore e oppresso. Di questa lotta tra elementi opposti.
La soluzioen del conflitto è la sconfitta degli stati spagnolo e francese per quanto riguarda i loro infami interessi su Euskal Herria. La liberazione nazionale. Solo questa potrà assicurare che il popolo basco possa decidere del proprio futuro e farlo in relativa pace. Giacché la pace totale arriverà solo quando gli interessi della borghesia saranno subordinati a quelli della maggioranza della popolazione.

Chiedere ‘soluzione al conflitto’ è come chiedere a una nube di tempesta di non lasciar cadere la pioggia mentre paradossalmente chidere la soluzione al conflitto in realtà vuol dire intensificare il conflitto fino a vincere.
(...) In definitiva,  la soluzione al conflitto verrà solo dall’incremento esponenziale del conflitto.
Questo è il dilemma. Prendere la pastiglia allucinogena oppure scontrarsi con la realtà.

Fonte

09/01/2014

Retata di avvocati baschi. La Spagna come la Turchia

Chi conosce la storia della repressione spagnola contro il popolo basco se l’aspettava, forse, l’ennesima provocazione. Arrivata con puntualità svizzera, a pochi giorni dalla enorme manifestazione che sabato riempirà le strade di Bilbao di solidarietà e complicità con i circa 500 prigionieri e prigioniere politiche basche che il governo spagnolo sta usando per tentare di costringere la sinistra indipendentista a capitolare.

Oggi pomeriggio intorno alle 15,30 la Guardia Civil, la polizia militarizzata di Madrid, ha realizzato una retata prendendo di mira vari avvocati che si occupano proprio di tenere i contatti con Eppk, il collettivo dei prigionieri e delle prigioniere politiche basche.
In manette sono finiti alcuni dei legali attivi nella difesa dei prigionieri politici della sinistra basca come Arantza Zulueta e Jon Enparantza e attivisti e attiviste - alcuni dei quali ex prigionieri - come Itzane Orkoaga Etxaniz, José Miguel Almandoz Erviti, Asier Aranguren Urroz, Aitziber Sagarminaga Abad, José Luis Campo Barandiarán e Egoitz López de la Calle Uribarri.
I legali e gli altri attivisti - otto in tutto - sarebbero stati arrestati nei locali di un ufficio legale in calle ElKano, a Bilbao, ed in altre località. Poco dopo i militari hanno preso d'assalto anche una sede legale nel comune di Hernani, a pochi chilometri da Donostia, abbattendo la porta.

Scarne finora le informazioni fornite dal Ministero Spagnolo degli Interni che sul suo sito web, intorno alle 15, parlava in una nota di alcuni arresti a carico di "persone accusate di collaborare con l’ETA" e di varie sedi e abitazioni perquisite. L’ordine sarebbe partito dal Juzgado Central de Instrucción numero 6 della Audiencia Nacional di Madrid, il tribunale speciale antiterrorismo ereditato dalla dittatura franchista nel momento del cambio di facciata delle istituzioni spagnole dopo la morte del caudillo.

Mentre scriviamo alcuni media baschi denunciano che il ministero degli Interni ha comunicato la nota sugli arresti alle 15 e sei minuti, quando i militari non erano neanche usciti dalla caserma bilbaina della Salve diretti all'ufficio dell'avvocato Arantza Zulueta. Scrivono i media spagnoli che la diffusione anticipata della notizia avrebbe permesso ad alcuni dei presunti ricercati di fuggire e comunque agli avvocati riuniti nell'ufficio, poi arrestati, di "cancellare prove e distruggere documenti compromettenti" riguardanti il cosiddetto 'Fronte della carceri' dell'Eta.

Le istituzioni spagnole, nonostante la fine definitiva della lotta armata da parte dell'Eta ormai due anni fa e nonostante la quasi rinuncia da parte del collettivo dei prigionieri politici di una soluzione politica e collettiva (il comunicato in questo senso da parte di Eppk è di pochissimi giorni fa), continua nelle sue assurde provocazioni contro un processo di pace che di fatto non è mai partito, visto che ai numerosi e a volte incauti passi della sinistra patriottica basca il governo di Madrid non ha mai fatto seguito. Oltretutto proprio in queste settimane all'interno del partito di governo, il PP, monta una fronda di estrema destra che imputa all'esecutivo di destra una eccessiva tolleranza nei confronti dei 'separatisti baschi'. Una fronda guidata dalle cosiddette 'associazioni delle vittime del terrorismo' e che secondo alcuni analisti potrebbe addirittura portare ad una scissione estremista del Partito Popolare.

Dopo la retata contro i rappresentanti del movimento di solidarietà con i prigionieri 'Herrira' di alcuni mesi fa, oggi è arrivata quella contro gli avvocati. Come in Turchia. Solo che al potere a Madrid non c'è Erdogan, ma Mariano Rajoy. E la stampa internazionale chiude volentieri un occhio.

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