Premessa 1 – Il modello economico dominante si basa in maniera fondamentale sull’individualismo metodologico. Un agente valuta la sua funzione obiettivo (sia essa il proprio benessere o il proprio profitto) sulla base di considerazioni che riguardano soltanto ed esclusivamente quello che lo riguarda direttamente. Nulla al di fuori della sua individualità contribuisce a determinare la sua funzione obiettivo sottoposta a vincolo. Il modello economico dominante si basa su agenti che sono “benevolmente” egoisti: l’egoismo degli agenti si ferma davanti agli inevitabili paletti istituzionali che il sistema gli mette di fronte a limitare comportamenti illegali (benché il modello dominante possa essere facilmente adattato per l’analisi di comportamenti criminali e opportunistici). L’individualismo metodologico viene insegnato nelle prime lezioni di una qualunque insegnamento di microeconomia e permea di sé tutto il resto del corso (e naturalmente anche il corso successivo di macroeconomia, poiché oramai la macroeconomia ortodossa “deve” essere microfondata: è la somma che fa il totale).
La controrivoluzione degli anni ‘80, che la destra reaganiana/tatcheriana (e, absit iniura verbis, berlusconiana) ha così bene messo in atto, si basava proprio sui concetti di riflusso dalla sbornia dell’impegno sociale degli anni ‘70 e/o di greed is good, la cui specificazione teorica partiva proprio dal concetto di individualismo metodologico.
Come conseguenza di ciò, ogni comportamento individuale che non sia conforme al dettato “democratico e liberale” è o maleducazione o deviante. Buttare una cartaccia in terra è voler male all’ordine, ed è quindi maleducazione, buttare una bottiglia di plastica in mare è voler male all’ambiente, ed è quindi deviante. La dimensione collettiva dell’azione comune si riduce al semplice “non devi fare così (tipo buttare la cartaccia), perché se tutti facessero come te, allora la città sarebbe sommersa di cartacce”. Con il corollario (spesso solo implicito) che se tutti si comportassero “bene” vivremmo nel migliore dei mondi possibili (di fatto vivremmo in un mondo di agenti rappresentativi che si comportano tutti nello stesso modo, o se volete un’interpretazione meno rigida, che si comportano in modo omogeneo al principio del bene individuale che in tal caso diventa poi anche bene collettivo).
Proposizione 1.1 – Sulla base di quanto detto, il ruolo dello Stato si è progressivamente ridotto, passando dall’immaginare scenari di trasformazione strutturale della società basati su una visione del futuro, che in alcuni casi sarebbe stato corretto definire utopica, alla gestione dello stato corrente degli affari basata sull’idea di intervenire solo e soltanto dove gli scambi di mercato non possono avere luogo oppure producono casi limite considerati comunque quantitativamente marginali (con mercati quindi imperfetti o incompleti). Un concetto di laissez faire assoluto, in cui lo stato non ha altro ruolo che quello di garantire la coesione “democratica” basata sull’unico potere reale rimasto: il monopolio della coercizione. Ergo, la riduzione del ruolo dello Stato, intrinsecamente repressivo, è di destra.
Proposizione 1.2 – La coscienza di classe implica invece una visione in cui il singolo conta solo se fa parte in una rivendicazione più grande di lui (che è poi il motivo per cui “ha bisogno” degli altri: il collettivo è attore attivo, soggetto di progetti e di cambiamento, il singolo è oggetto passivo del cambiamento imposto dall’alto). L’idea che soltanto unendo svariate disperazioni si possa costruire un’alternativa ha senso soltanto se queste disperazioni sono unite da una vera coscienza collettiva, cioè di classe, che è l’unica fonte di una strategia organizzata. Altre forme di unione fra disperazioni sono possibili, ma muovendosi senza una vera e propria direzione sono manipolabili ed eterodirigibili. Ad esempio, le contestazioni di piazza, che sono un elemento tipicamente di sinistra (ci uniamo per contare), una volta fatto proprio dalla destra (e non a caso), passano da strumento di rivendicazione a strumento di violenza. Ergo, un movimento collettivo è di sinistra.
Premessa 2 – La pandemia è un fenomeno evolutivo che riguarda la popolazione e non i suoi singoli componenti. La stessa funzione del virus è quella di riprodurre se stesso, non di uccidere una particolare persona. E anche la stessa funzione di un vaccino non è quella di salvare un singolo, ma di creare la cosiddetta immunità di gregge. Un fenomeno di questo tipo interroga la nostra dichiarata individualità e crea un cortocircuito con il principio dell’individualismo metodologico. Non è possibile salvarsi in maniera individuale da una pandemia: l’uomo come animale sociale ha sempre di più incentivato la propria dipendenza da altre persone attraverso la divisione del lavoro. Non esiste più (a parte qualche rarissimo caso isolato) la possibilità di essere autosufficienti. Anzi, sono proprio i modelli economici ad aver determinato/imposto la dipendenza globale dell’uomo dall’uomo.
Proposizione 2.1 – Per quanto possa sembrare bizzarro quindi, una persona si vaccina non tanto per salvare sé stesso, ma per salvare la popolazione. Quella persona si potrà eventualmente salvare in quanto elemento della popolazione “selezionata” positivamente dall’ambiente darwiniano. Ma attenzione, perché se mi va bene, bene, ma se mi va male alla popolazione gliene frega il giusto. Ergo, la popolazione è di sinistra.
Proposizione 2.2 – Big Pharma ha sempre lavorato per il profitto, giustificando brevetti sempre più larghi e profondi proprio in questo senso. La privatizzazione della conoscenza in cambio di prodotti utilizzabili da tutti quelli che sono disposti a pagarne il giusto prezzo. Il brevetto rappresenta il modo con cui il bene pubblico conoscenza, che è disponibile a tutti i cittadini gratuitamente senza rivalità né esclusione, viene reso privatamente disponibile alla singola impresa: l’impresa paga e si appropria della conoscenza prodotta. Il rifiuto di cedere i brevetti gratuitamente e per motivi “filantropici” ai poveri del mondo fuori dal nostro comodo recinto non è quindi per nulla strano, né “cattivo”, né nuovo (si veda quanto successo con l’HIV fra Big Pharma e paesi in via di sviluppo). D’altronde, secondo quanto detto finora, anche la pretesa di salvarsi essendo l’unico (o gli unici) a inocularsi il vaccino non appare molto sensata. Ergo, il brevetto è di destra.
Premessa 3 – Il sistema sanitario privato (e delle spoglie sopravvissute di quello pubblico) sono improntati al concetto di efficienza: semplificando un po’, il sistema sanitario deve operare massimizzando l’output prodotto per unità di input. Un sistema di questo tipo genera opportunità di profitto indipendentemente dall’assetto proprietario, ma ha la controindicazione di non essere in grado di gestire le funzioni per cui è progettato, senza il margine (per definizione inefficienti) per affrontare eventi rari e/o inattesi. Di fronte ad un cigno nero (la pandemia) un sistema efficiente è impreparato.
Il sistema sanitario dovrebbe invece essere efficace. Deve cioè essere in grado di garantire la prestazione sempre e comunque, anche attraverso la duplicazione di servizi e/o macchinari (come d’altronde succede in moltissime imprese private, si pensi alla gestione dell’energia elettrica o dei sistemi di funzionamento di un aeroplano). Solo in questo modo, è possibile garantire una prestazione ottimale in qualunque situazione: anche di fronte ad un cigno nero, un sistema efficace, a differenza di uno efficiente, è in grado di continuare ad operare.
Un servizio sanitario deve quindi consentire di curare tutti senza distinzione in qualunque condizione di servizio. Soltanto in questo modo è possibile svincolare la salute pubblica dall’interesse individuale e trasformarla in una questione di interesse collettivo.
Proposizione 3.1 – Ergo, un sistema sanitario efficiente è di destra.
Proposizione 3.2 – Ergo, un sistema sanitario efficace è di sinistra.
Premessa 4 – Così come la gestione di tutti i principali aspetti su cui una società coniuga il “merito” devono essere verificabili su basi “algoritmiche” anche la gestione della pandemia segue l’inevitabile rotta della trasformazione di criteri complessi, variegati, ed estremamente diversificati e che dovrebbero essere oggetto di attente valutazioni puntuali, in un numero determinabile tramite foglio di calcolo.
Si pensi alla gestione dei fondi universitari (merito!), oppure alla gestione tramite Isee di qualunque rapporto con l’amministrazione che preveda pagamenti differenziali (merito?!), oppure alle multe per eccesso di velocità comminate da un autovelox (demerito!). Ognuna di queste tre attività nega qualunque valutazione di tipo soggettivo-complesso che possa tenere conto di elementi ulteriori che un decisore (che in questo caso non può che essere autorevole e quindi non legato a possibili conflitti di interesse) possa eventualmente considerare.
Il modello applicato alla gestione della pandemia risponde esattamente agli stessi requisiti: spersonalizzare la valutazione per renderla “oggettiva”, quando esiste una letteratura sterminata che mostra come ciò non sia né logicamente né algoritmicamente possibile: la colorazione delle regioni rende plasticamente evidente questa logica.
Proposizione 4.1 – La gestione della pandemia deve essere basata su articolati e “complessi” sistemi di valutazione che possono magari sfuggire al singolo cittadino, ma che devono essere basati su una gestione aperta e condivisa, magari dal basso, delle modalità di valutazione, intervento e verifica. L’idea che sia possibile utilizzare indicatori singoli per censire un fenomeno complesso, è l’idea riduttiva di portare ad un singolo numero (non) valutabile in assoluto con l’illusione di azzerare tramite un intervento tecnico (algoritmico) una discussione democratica su come impostare un’adeguata risposta immunitaria da parte di una popolazione. Ergo, la prima, che considera una pluralità di attori, di indicatori e di possibili loro combinazioni derivanti da un vero dibattito (magari dal basso) è di sinistra, mentre la seconda, che comprime la discussione per imporre (dall’alto) un unico e “vero” parametro, è di destra.
Proposizione 4.2 – Infine, i no vax rivendicano (su basi il cui fondamento sia logico che scientifico non interessa qui discutere) il diritto del singolo a non vaccinarsi rispondono perfettamente all’ideale dell’individualismo metodologico. Ergo sono di destra.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/11/2021
02/11/2021
“Comprimere il diritto a manifestare”, usando cretini e fascisti
Quando un sistema non ha più soluzioni si blinda, vieta, reprime. Se non è completamente cretino, crea diversivi, “armi di distrazione di massa”, anticipa o incentiva divisioni nel potenziale “fronte di opposizione”.
Per riuscirci ha bisogno che esistano, e siano ampiamente pubblicizzate, posizioni ed idee indifendibili, suicide, completamente fuori dal mondo. Sono un pretesto perfetto per colpire gli interessi e i diritti della stragrande maggioranza (lavoratori, poveri, pensionati, giovani sia studenti che non, ecc.) recitando la parte del “difensore della ragione”.
Quanto sta avvenendo tra Roma, Milano, Trieste (per indicare solo alcune delle piazze “no vax” delle ultime settimane, per quanto a volte travestite da “no green pass”) è una dimostrazione da manuale di questa antica “legge storica”.
Il prefetto di Trieste Valerio Valenti ha annunciato che è arrivato il momento di «comprimere il diritto alla libera manifestazione». Le nuove misure per contenere il contagio: stop alle manifestazioni a Piazza Unità d’Italia e sanzioni per chi manifesta senza rispettare il distanziamento e l’obbligo della mascherina.
La contraddizione appare evidente: mentre il governo Draghi “riapre tutto”, anche gli stadi e le discoteche al chiuso – sia pure con l’obbligo di green pass (che non tutti gli esercenti chiedono all’ingresso, specie in ristoranti e bar) – un prefetto (rappresentante del governo in una provincia) dichiara senza remore che è ora di «comprimere il diritto alla libera manifestazione».
Al momento il divieto riguarda una sola piazza – la più importante della città – ma una volta stabilito il principio che si può “comprimere” un diritto costituzionale, poi si tratterà sempre e solo di trovare delle motivazioni “persuasive”.
E l’Italia è il paese con la più lunga tradizione nell’escogitare codicilli da azzeccagarbugli, formule retoriche vuote di senso ma piene di conseguenze, ecc.
Ufficialmente il divieto è giustificato con le manifestazioni “no vax” che hanno distrutto la capacità di mobilitazione dei portuali di Trieste, che non sono riusciti a limitare il peso degli anti-vaccinisti al proprio interno (l’esempio più clamoroso è quel Fabio Tuiach, ex esponente di Forza Nuova – e prima ancora della Lega – in Consiglio comunale a Trieste, che si è preso il Covid ma l’ha attribuito agli idranti della polizia, come fosse il solito raffreddore).
E quindi le misure di prevenzione come il distanziamento e le mascherine, in una città che vede risalire velocemente contagi e ricoveri, hanno un loro perché. Ma la “compressione del diritto a manifestare” NO.
I nostri lettori sanno che noi saremmo certamente meno “comprensivi” con i no vax o quei figuri che a Novara hanno sfilato travestiti da prigionieri nei lager. E ancor meno con i fascisti di Forza Nuova accompagnati dalla polizia nell’assalto alla sede della Cgil (cui pure non lesiniamo critiche feroci per come “collabora” con governo e Confindustria contro i lavoratori).
Ma il prefetto Valenti – cioè IL GOVERNO – non ha affatto dichiarato di voler limitare-vietare le manifestazioni no vax, ma TUTTE le manifestazioni. Vuole infatti “comprimere un diritto in generale”, non una particolare forma di follia che mette in pericolo la salute collettiva.
Quindi usa un problema vero, ma minore, per imporre una limitazione universale ai diritti costituzionali.
Basta vedere quel che ha combinato la polizia a Padova per “comprimere il diritto a manifestare” contro Bolsonaro, che peraltro era in tutt’altro posto (una villa vicino ad Anguillara Veneta), e dunque di certo non per “difendere un capo di stato straniero”.
È la stessa cosa avvenuta a Roma dopo il raid di Castellino e Fiore. Non un “divieto di manifestazioni fasciste” – che pure sono incostituzionali e dunque fuorilegge – ma una “limitazione al diritto di manifestare”, imponendo piazze non centrali, percorsi in zone disabitate (come sabato per il corteo contro il G20), ecc.
Quando un sistema non ha più soluzioni si blinda, vieta, reprime. Se non è completamente cretino, crea diversivi, “armi di distrazione di massa”, anticipa o incentiva divisioni nel potenziale “fronte di opposizione”. Sa che qualcuno ci casca sempre.
Fonte
Per riuscirci ha bisogno che esistano, e siano ampiamente pubblicizzate, posizioni ed idee indifendibili, suicide, completamente fuori dal mondo. Sono un pretesto perfetto per colpire gli interessi e i diritti della stragrande maggioranza (lavoratori, poveri, pensionati, giovani sia studenti che non, ecc.) recitando la parte del “difensore della ragione”.
Quanto sta avvenendo tra Roma, Milano, Trieste (per indicare solo alcune delle piazze “no vax” delle ultime settimane, per quanto a volte travestite da “no green pass”) è una dimostrazione da manuale di questa antica “legge storica”.
Il prefetto di Trieste Valerio Valenti ha annunciato che è arrivato il momento di «comprimere il diritto alla libera manifestazione». Le nuove misure per contenere il contagio: stop alle manifestazioni a Piazza Unità d’Italia e sanzioni per chi manifesta senza rispettare il distanziamento e l’obbligo della mascherina.
La contraddizione appare evidente: mentre il governo Draghi “riapre tutto”, anche gli stadi e le discoteche al chiuso – sia pure con l’obbligo di green pass (che non tutti gli esercenti chiedono all’ingresso, specie in ristoranti e bar) – un prefetto (rappresentante del governo in una provincia) dichiara senza remore che è ora di «comprimere il diritto alla libera manifestazione».
Al momento il divieto riguarda una sola piazza – la più importante della città – ma una volta stabilito il principio che si può “comprimere” un diritto costituzionale, poi si tratterà sempre e solo di trovare delle motivazioni “persuasive”.
E l’Italia è il paese con la più lunga tradizione nell’escogitare codicilli da azzeccagarbugli, formule retoriche vuote di senso ma piene di conseguenze, ecc.
Ufficialmente il divieto è giustificato con le manifestazioni “no vax” che hanno distrutto la capacità di mobilitazione dei portuali di Trieste, che non sono riusciti a limitare il peso degli anti-vaccinisti al proprio interno (l’esempio più clamoroso è quel Fabio Tuiach, ex esponente di Forza Nuova – e prima ancora della Lega – in Consiglio comunale a Trieste, che si è preso il Covid ma l’ha attribuito agli idranti della polizia, come fosse il solito raffreddore).
E quindi le misure di prevenzione come il distanziamento e le mascherine, in una città che vede risalire velocemente contagi e ricoveri, hanno un loro perché. Ma la “compressione del diritto a manifestare” NO.
I nostri lettori sanno che noi saremmo certamente meno “comprensivi” con i no vax o quei figuri che a Novara hanno sfilato travestiti da prigionieri nei lager. E ancor meno con i fascisti di Forza Nuova accompagnati dalla polizia nell’assalto alla sede della Cgil (cui pure non lesiniamo critiche feroci per come “collabora” con governo e Confindustria contro i lavoratori).
Ma il prefetto Valenti – cioè IL GOVERNO – non ha affatto dichiarato di voler limitare-vietare le manifestazioni no vax, ma TUTTE le manifestazioni. Vuole infatti “comprimere un diritto in generale”, non una particolare forma di follia che mette in pericolo la salute collettiva.
Quindi usa un problema vero, ma minore, per imporre una limitazione universale ai diritti costituzionali.
Basta vedere quel che ha combinato la polizia a Padova per “comprimere il diritto a manifestare” contro Bolsonaro, che peraltro era in tutt’altro posto (una villa vicino ad Anguillara Veneta), e dunque di certo non per “difendere un capo di stato straniero”.
È la stessa cosa avvenuta a Roma dopo il raid di Castellino e Fiore. Non un “divieto di manifestazioni fasciste” – che pure sono incostituzionali e dunque fuorilegge – ma una “limitazione al diritto di manifestare”, imponendo piazze non centrali, percorsi in zone disabitate (come sabato per il corteo contro il G20), ecc.
Quando un sistema non ha più soluzioni si blinda, vieta, reprime. Se non è completamente cretino, crea diversivi, “armi di distrazione di massa”, anticipa o incentiva divisioni nel potenziale “fronte di opposizione”. Sa che qualcuno ci casca sempre.
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25/10/2021
[Contributo al dibattito] - Sulla categoria di paternalismo e il caso triestino
di Sergio Bologna
Chi ha partecipato intensamente ai movimenti di lotta e di protesta degli anni Settanta può portarsi dietro una serie di stereotipi che certe volte gli impediscono di capire i movimenti di oggi. Quello che succede in queste ore a Trieste non è immediatamente decifrabile, soprattutto per chi non è sul posto. Nessuno può negare però che tante categorie con cui si giudicano alcuni comportamenti di massa sono saltate ben prima dei fatti di Trieste, per cui l’esigenza di fare chiarezza è da tempo avvertita come urgente. Questo è un mio piccolo contributo alla chiarezza, maturato nei miei anni di studio e di docenza sulla storia del movimento operaio.
Vorrei parlare della categoria di “paternalismo”.
Che cosa si è inteso con questo termine? (e non a caso uso il passato). Si è inteso un comportamento del datore di lavoro che offre ai suoi dipendenti un trattamento migliore di quello che avrebbero ottenuto o potrebbero ottenere mediante una tradizionale dialettica sindacale. Alla radice del paternalismo c’è sempre l’idea che il sindacato è superfluo. Questo si può tradurre anche nella costituzione in azienda di un sindacato “giallo”. Il paternalismo è sempre di carattere conservatore e non va confuso con forme di politiche sociali del datore di lavoro che in realtà possono essere fortemente innovative. L’esperienza di Adriano Olivetti, per esempio, si può liquidarla come paternalismo? Penso proprio di no.
Ma il paternalismo è un fenomeno proprio di epoche in cui il sindacato è forte e rappresentativo, epoche in cui valgono i contratti nazionali e il datore di lavoro disposto a dare “un qualcosina in più” è uno che riconosce solo contratti aziendali. Non è la nostra epoca. Da noi i contratti nazionali valgono sempre meno, ce ne sono circa 900 registrati presso il Cnel, il sindacato della cosiddetta “triplice” Cgil, Cisl e Uil, vede costantemente erosa la sua presenza sui luoghi di lavoro, nel comparto della logistica rischia addirittura di essere minoranza, il proliferare di accordi aziendali è favorito dalla presenza dei Cobas. Ma soprattutto c’è un altro fattore di carattere strutturale che cambia i connotati del termine “paternalismo”. L’Italia è fatta di aziendine piccole o microscopiche, di artigianato, dove per forza s’instaurano rapporti del tipo “siamo tutti una famiglia”. Nel migliore dei casi. Perché sempre più frequente è la presenza di situazioni dove i più elementari diritti dei lavoratori sono negati, dove si verificano casi di schiavismo, l’Italia è il paese del subappalto, dell’outsourcing, del caporalato, anche in aziende solide (es. caso Grafica Veneta). Un imprenditore che paga i contributi rischia già di essere considerato “paternalista”.
I porti e il caso di Trieste
In questo quadro s’inserisce il problema del porto di Trieste. Quando Zeno D’Agostino è arrivato alla presidenza la situazione del lavoro e in particolare del lavoro occasionale, a chiamata, nel porto di Trieste era la peggiore in Italia. Cooperative fallite, contenziosi a non finire, in breve “il Far West”, per dirla con una ricerca comparativa dell’Isfort su tutti i porti italiani. Per i concessionari dei terminal – diciamolo – avrebbe potuto continuare benissimo così. Invece Zeno D’Agostino, cogliendo al volo la possibilità legale di stabilizzare la forza lavoro offertagli dall’istituzione delle Agenzie del Lavoro da parte del Ministro Del Rio, ha ritenuto di poter porre fine a una situazione che produceva solo danni al porto di Trieste e che era molto simile a quella di migliaia di aziendine che campano eludendo in un modo o nell’altro il pagamento dei contributi e il riconoscimento dei più elementari diritti dei lavoratori. D’Agostino non ha “innovato” nulla, ha ristabilito la legalità. Ma nell’Italia di oggi è stata una scelta anomala, in particolare nel settore pubblico, così incline all’outsourcing.
Lo ha fatto perché “ha un debole” per i portuali? Lo ha fatto perché, come manager pubblico, ha il mandato di conservare e valorizzare un patrimonio dello Stato e ha capito che il modo migliore per farlo, per far crescere i traffici del porto, per attrarre investimenti, per accrescere l’occupazione, è quello di garantirsi una pace sociale ottenuta non attraverso contrattazioni sottobanco o favoritismi ma riconoscendo ai lavoratori i loro diritti fondamentali. Nel caso specifico del lavoro portuale, limitando la precarietà.
Può essere definito questo “paternalismo”?
Certo, è stata una decisione presa “dall’alto”, non è stata la conseguenza di una lotta dei lavoratori con picchetti, ore di sciopero, veglie notturne, sacrifici di salario e magari conseguenze giudiziarie; come di solito avviene in questi casi, dove il diritto te lo devi conquistare con il sudore e il sangue. Come le lotte dei lavoratori dei magazzini della logistica – tanto per capirci – dove ci lasciano pure la pelle. È stata il risultato di una scelta “manageriale” che – particolare non secondario – si è rivelata giustissima.
Il Clpt (Collettivo dei Lavoratori del Porto di Trieste) continua a ricordare (a rinfacciare) a D’Agostino l’appoggio e la solidarietà che gli ha dimostrato quando una sciagurata sentenza di un’Authority romana lo aveva destituito. Quella è stata una bella pagina nella storia del Clpt, ma credo che con quel gesto i lavoratori del porto difendessero anche se stessi e i diritti che la scelta manageriale di D’Agostino aveva loro concesso, non è che “si spendevano” generosamente per il loro Presidente. Certo, avrebbero potuto starsene a casa e non scendere in piazza, si sarebbero persi una splendida giornata di sole.
Poi le cose sono cambiate, i portuali hanno fatto diverse scelte sindacali, sono entrate in gioco altre dinamiche, in alcuni casi i terminalisti hanno cercato di ristabilire condizioni autoritarie, prontamente rintuzzate da una forza lavoro che ormai si era rafforzata nella solidarietà (ma anche da un deciso atteggiamento da parte della governance del porto), la decisione di Sommariva di accettare la nomina alla Presidenza di La Spezia ha fatto mancare un interlocutore con cui i portuali avevano una forte empatia. Il Clpt ha cominciato a essere riconosciuto come realtà cittadina e si è affrancato dalle pure logiche portuali, è diventato – possiamo dire – un attore della politica triestina. Cambiando le cose, i rapporti con la Presidenza sono cambiati. Ma le cose sono cambiate così come sono cambiate in altri porti, si pensi a Genova, dove una parte dei portuali, per la prima volta dopo settant’anni (!), ha deciso di voltare le spalle alla Cgil. Questo non deve scandalizzare. Se si pensa alla drammatica situazione della formazione del ceto politico nell’Italia di oggi, al fatto che possiamo avere deputati semianalfabeti e Ministri con esperienza zero nella materia su cui dovrebbero governare – c’è da stare contenti che dei lavoratori del porto possano diventare non solo dei sindacalisti sul loro luogo di lavoro ma anche dei “cittadini che fanno politica”.
Però nel momento stesso in cui lo diventano non possono pensare di sottrarsi al giudizio politico degli altri, non possono pensare che i loro comportamenti pubblici debbano sempre essere giudicati bonariamente solo come “azioni di un onesto lavoratore”. In particolare oggi, dove con le problematiche sollevate dal Covid e dalla gestione governativa della pandemia, aggravata da micidiali tentennamenti dell’Oms, la complessità della situazione è aumentata a dismisura, la confusione delle lingue pure, la sistematica deformazione della realtà è un esercizio costante, lo spregio della competenza uno spettacolo televisivo. La complessità di oggi mette a dura prova il politico più “navigato”, figuriamoci tutti gli altri, comprese “le matricole”.
“No al Green Pass” come obbiettivo unificante
Avevo scritto all’inizio che i reduci dei movimenti di protesta degli anni Settanta possono portarsi dietro stereotipi e pregiudizi che impediscono loro di capire la realtà di oggi. È quello che è capitato anche a me. Quando a Trieste il coordinamento del movimento No Green Pass e il Clpt hanno dichiarato il blocco a oltranza del porto ho pensato subito a un’iniziativa neofascista. Trieste da questo punto di vista ha un ricco Cv, non dimentichiamo che è stata la culla di Gladio, come ben ricostruisce Franzinelli nel suo volume sul 1960 e il governo Tambroni. Invece, mi ero sbagliato di grosso (c’è da dire anche che manco da Trieste per ragioni di forza maggiore da almeno tre mesi, agosto compreso). Leggendo su www.infoaut.org la chiara cronistoria, scritta dai protagonisti, di quel movimento che ha visto alla fine migliaia di persone in piazza, ho capito che ero finito fuori strada. Il movimento l’avevano messo in piedi e gestito giovani che stanno nel campo opposto all’estrema destra.
Ma non per questo mi sono tranquillizzato, anzi, le perplessità sono aumentate e con esse gli interrogativi senza risposta. Ne riporto uno solo.
Trovo curioso che proprio sul porto si sia concentrata la protesta, cioè sulla realtà che bene o male funziona meglio. Non c’era proprio a Trieste e dintorni nessun altro simbolo dell’arroganza del potere o dello sfruttamento dei lavoratori da individuare come obbiettivo? È proprio il porto la peggiore immagine dell’Italia di oggi? Tanto da mobilitare gente da tutta Italia e farla accorrere ai varchi? Qualcuno ricorda in Italia un fenomeno del genere per una lotta sindacale? Sì, il precedente c’è: la manifestazione del 18 settembre per la Gkn a Firenze. Ma quella era una manifestazione con l’appoggio della Cgil e di alcuni partiti. Qui sembra spontanea, una cosa a Trieste mai vista per una lotta sindacale in un luogo specifico di lavoro.
E allora il mio pensiero corre a un altro luogo di lavoro, che da lì, da dove c’è tutta quella gente, si vede a occhio nudo: la Fincantieri di Monfalcone, un’azienda pubblica – com’è pubblico un porto – dove il modello dell’organizzazione del lavoro è “leggermente” diverso, si basa sugli appalti e i subappalti, sul reclutamento di forza lavoro straniera proveniente da quegli ambienti che sono considerati l’ultimo girone dell’inferno del lavoro mondiale, dai cimiteri delle navi del Bangladesh. Un modello dove investigatori e magistratura hanno trovato anche corruzione e caporalati. Lì il sindacato ha firmato, proprio sugli appalti, a maggio di quest’anno, accordi che è meglio dimenticare.
Lì è tutto tranquillo, lì l’Amministratore Delegato ing. Bono, può dichiarare alla stampa che assumerebbe volentieri migliaia di giovani italiani ma questi, purtroppo, preferiscono fare i rider...
In realtà il mio interrogativo rimane senza risposta perché parte da un equivoco: quello di considerare la vicenda triestina una lotta sindacale. Ma quella non è una lotta sindacale, come per Gkn, quella è una protesta politica contro la gestione governativa della pandemia e quindi concentra su un unico obbiettivo simbolico – capitato per caso – non solo tutta la rabbia, le frustrazioni, le pulsioni che si sono accumulate in questo anno e mezzo, non solo la protesta studentesca, non solo i lavoratori con le loro famiglie, ma anche tutto il potenziale esplosivo del movimento no vax e la volontà dell’opposizione di Fratelli d’Italia e dei gruppi neonazi che hanno tutto l’interesse a destabilizzare il governo Draghi, sfidando apertamente l’ordine pubblico. Collante di tutto questo è stata la dichiarazione del blocco a oltranza che, dal punto di vista strettamente sindacale, quindi del solo Clpt, è un’idiozia, perché anche un bambino capisce che non avrebbe potuto reggere più di un paio di giorni.
Se questo è vero, allora è anche plausibile che il movimento No Green Pass:
a) sia stato generato a Trieste dall’area “antagonista” (detto per brevità);
b) quando è giunto al culmine dell’insperata mobilitazione i lavoratori del porto organizzati in Clpt ci sono saltati dentro e
c) invece di manifestare davanti alla Prefettura – simbolo dello Stato e del governo – sono andati a bloccare il porto e
d) lì hanno servito su un piatto d’argento un bel pranzo a chi non era invitato. A turisti di passaggio, a no vax militanti e neonazi.
Ma perché i portuali sono andati a cacciarsi in una situazione che poteva sfuggire al loro controllo? Non dobbiamo dimenticare varie cose: che il Green Pass è una questione che riguarda specificamente il lavoro e i luoghi di lavoro, che i sindacati di base della logistica avevano dichiarato sciopero generale il 15 ottobre e che la solidarietà dei cittadini con la protesta contro il Green Pass era stata massiccia. Alla fine però a Trieste sembrava che la partita si giocasse tra chi era disposto a concludere questo “tornante” di lotta (e magari riprenderlo più tardi o altrove) e chi pensava di poter continuare il blocco a oltranza rinforzando il picchetto operaio con la massa degli “autoinvitati”.
Non era detto che dovesse finir male. Invece è finita con le cariche della polizia, ma i sostenitori del blocco a oltranza avrebbero dovuto saperlo sin dall’inizio. Di mezzo qualcuno che “voleva” che finisse così ci deve essere stato. In questi frangenti la troppa ingenuità non è ammessa.
Io mi auguro solo che un ceto politico in embrione non perda l’entusiasmo, ma sappia trarre l’insegnamento giusto da questa esperienza. Per questo su un punto vorrei essere chiaro e abbandonare per un momento le vesti di osservatore diversamente imparziale.
Il movimento no vax non può che essere di estrema destra
Conosco bene i dilemmi del vaccinarsi o meno, li ho avuti in famiglia, con mio figlio, sebbene di lieve entità. Per questo distinguo tra il problema individuale e l’appartenenza, la militanza, al movimento mondiale no vax. Uno può essere operaio ma non per questo appartenere al movimento operaio. Considero l’idea di libertà del movimento no vax quanto di più contrario ci possa essere all’idea di solidarietà che sta alla base dell’esistenza stessa del movimento operaio, del sindacato, della sinistra. Ne ho scritto su un testo che circola su Facebook e su diversi siti (tra cui https://www.officinaprimomaggio.eu/interventi/).
Quando è scoppiata la pandemia sono rimasto disorientato come tutti, l’unica voce era quella di un governo fatto di gente alle prime armi, del teatrino televisivo ne ho piene le scatole da tempo. Come orientarmi? Mi sono ricordato che di epidemie ne ho sentito parlare nel 1974-75 da gente che le ha studiate a fondo, da gente con cui ho lavorato, da uomini come Giulio Maccacaro, docente di statistica medica, direttore di “Sapere”, fondatore di “Epidemiologia e Prevenzione”, ispiratore di “Medicina democratica” e di quel movimento di lotta per la salute che ha svelato i danni dell’amianto e di tante altre sostanze tossiche letali o portatrici di malattie degenerative. Che ha anticipato i criteri fondatori del servizio sanitario nazionale, che ha combattuto Big Pharma e la ricerca asservita alle multinazionali, che si è battuto per una medicina territoriale e per una politica di prevenzione basata sulla consapevolezza dei cittadini, che ha pensato alla formazione degli operatori sanitari. Tutto quello che la gestione governativa dell’emergenza non ci ha voluto o saputo dare. È una grande tradizione di conoscenza e di passione civile, è la “mia” cultura alla quale dovevo restare fedele. E questa diceva che la gestione dell’epidemia non si può limitare alle campagne vaccinali. È un problema assai più complesso che va affrontato con diverse strategie, in modo da indirizzare prima di tutto le persone verso un comportamento intelligente e consapevole. Anch’io ho avuto perplessità sul vaccino, ma non sulla necessità di vaccinarsi e quando mi hanno detto “sei una cavia!” ho risposto che ne ero ben consapevole, ma che la vaccinazione ha dato i suoi frutti lo dicevano i numeri. Con quel bel po’ di tradizione alle spalle avrei dovuto correre dietro ai vari guru no vax e andare a braccetto con quel tipo con le corna di bufalo che ha dato l’assalto a Capitol Hill? O con certi personaggi che schiamazzano ai varchi del porto di Trieste?
No grazie.
Fonte
Chi ha partecipato intensamente ai movimenti di lotta e di protesta degli anni Settanta può portarsi dietro una serie di stereotipi che certe volte gli impediscono di capire i movimenti di oggi. Quello che succede in queste ore a Trieste non è immediatamente decifrabile, soprattutto per chi non è sul posto. Nessuno può negare però che tante categorie con cui si giudicano alcuni comportamenti di massa sono saltate ben prima dei fatti di Trieste, per cui l’esigenza di fare chiarezza è da tempo avvertita come urgente. Questo è un mio piccolo contributo alla chiarezza, maturato nei miei anni di studio e di docenza sulla storia del movimento operaio.
Vorrei parlare della categoria di “paternalismo”.
Che cosa si è inteso con questo termine? (e non a caso uso il passato). Si è inteso un comportamento del datore di lavoro che offre ai suoi dipendenti un trattamento migliore di quello che avrebbero ottenuto o potrebbero ottenere mediante una tradizionale dialettica sindacale. Alla radice del paternalismo c’è sempre l’idea che il sindacato è superfluo. Questo si può tradurre anche nella costituzione in azienda di un sindacato “giallo”. Il paternalismo è sempre di carattere conservatore e non va confuso con forme di politiche sociali del datore di lavoro che in realtà possono essere fortemente innovative. L’esperienza di Adriano Olivetti, per esempio, si può liquidarla come paternalismo? Penso proprio di no.
Ma il paternalismo è un fenomeno proprio di epoche in cui il sindacato è forte e rappresentativo, epoche in cui valgono i contratti nazionali e il datore di lavoro disposto a dare “un qualcosina in più” è uno che riconosce solo contratti aziendali. Non è la nostra epoca. Da noi i contratti nazionali valgono sempre meno, ce ne sono circa 900 registrati presso il Cnel, il sindacato della cosiddetta “triplice” Cgil, Cisl e Uil, vede costantemente erosa la sua presenza sui luoghi di lavoro, nel comparto della logistica rischia addirittura di essere minoranza, il proliferare di accordi aziendali è favorito dalla presenza dei Cobas. Ma soprattutto c’è un altro fattore di carattere strutturale che cambia i connotati del termine “paternalismo”. L’Italia è fatta di aziendine piccole o microscopiche, di artigianato, dove per forza s’instaurano rapporti del tipo “siamo tutti una famiglia”. Nel migliore dei casi. Perché sempre più frequente è la presenza di situazioni dove i più elementari diritti dei lavoratori sono negati, dove si verificano casi di schiavismo, l’Italia è il paese del subappalto, dell’outsourcing, del caporalato, anche in aziende solide (es. caso Grafica Veneta). Un imprenditore che paga i contributi rischia già di essere considerato “paternalista”.
I porti e il caso di Trieste
In questo quadro s’inserisce il problema del porto di Trieste. Quando Zeno D’Agostino è arrivato alla presidenza la situazione del lavoro e in particolare del lavoro occasionale, a chiamata, nel porto di Trieste era la peggiore in Italia. Cooperative fallite, contenziosi a non finire, in breve “il Far West”, per dirla con una ricerca comparativa dell’Isfort su tutti i porti italiani. Per i concessionari dei terminal – diciamolo – avrebbe potuto continuare benissimo così. Invece Zeno D’Agostino, cogliendo al volo la possibilità legale di stabilizzare la forza lavoro offertagli dall’istituzione delle Agenzie del Lavoro da parte del Ministro Del Rio, ha ritenuto di poter porre fine a una situazione che produceva solo danni al porto di Trieste e che era molto simile a quella di migliaia di aziendine che campano eludendo in un modo o nell’altro il pagamento dei contributi e il riconoscimento dei più elementari diritti dei lavoratori. D’Agostino non ha “innovato” nulla, ha ristabilito la legalità. Ma nell’Italia di oggi è stata una scelta anomala, in particolare nel settore pubblico, così incline all’outsourcing.
Lo ha fatto perché “ha un debole” per i portuali? Lo ha fatto perché, come manager pubblico, ha il mandato di conservare e valorizzare un patrimonio dello Stato e ha capito che il modo migliore per farlo, per far crescere i traffici del porto, per attrarre investimenti, per accrescere l’occupazione, è quello di garantirsi una pace sociale ottenuta non attraverso contrattazioni sottobanco o favoritismi ma riconoscendo ai lavoratori i loro diritti fondamentali. Nel caso specifico del lavoro portuale, limitando la precarietà.
Può essere definito questo “paternalismo”?
Certo, è stata una decisione presa “dall’alto”, non è stata la conseguenza di una lotta dei lavoratori con picchetti, ore di sciopero, veglie notturne, sacrifici di salario e magari conseguenze giudiziarie; come di solito avviene in questi casi, dove il diritto te lo devi conquistare con il sudore e il sangue. Come le lotte dei lavoratori dei magazzini della logistica – tanto per capirci – dove ci lasciano pure la pelle. È stata il risultato di una scelta “manageriale” che – particolare non secondario – si è rivelata giustissima.
Il Clpt (Collettivo dei Lavoratori del Porto di Trieste) continua a ricordare (a rinfacciare) a D’Agostino l’appoggio e la solidarietà che gli ha dimostrato quando una sciagurata sentenza di un’Authority romana lo aveva destituito. Quella è stata una bella pagina nella storia del Clpt, ma credo che con quel gesto i lavoratori del porto difendessero anche se stessi e i diritti che la scelta manageriale di D’Agostino aveva loro concesso, non è che “si spendevano” generosamente per il loro Presidente. Certo, avrebbero potuto starsene a casa e non scendere in piazza, si sarebbero persi una splendida giornata di sole.
Poi le cose sono cambiate, i portuali hanno fatto diverse scelte sindacali, sono entrate in gioco altre dinamiche, in alcuni casi i terminalisti hanno cercato di ristabilire condizioni autoritarie, prontamente rintuzzate da una forza lavoro che ormai si era rafforzata nella solidarietà (ma anche da un deciso atteggiamento da parte della governance del porto), la decisione di Sommariva di accettare la nomina alla Presidenza di La Spezia ha fatto mancare un interlocutore con cui i portuali avevano una forte empatia. Il Clpt ha cominciato a essere riconosciuto come realtà cittadina e si è affrancato dalle pure logiche portuali, è diventato – possiamo dire – un attore della politica triestina. Cambiando le cose, i rapporti con la Presidenza sono cambiati. Ma le cose sono cambiate così come sono cambiate in altri porti, si pensi a Genova, dove una parte dei portuali, per la prima volta dopo settant’anni (!), ha deciso di voltare le spalle alla Cgil. Questo non deve scandalizzare. Se si pensa alla drammatica situazione della formazione del ceto politico nell’Italia di oggi, al fatto che possiamo avere deputati semianalfabeti e Ministri con esperienza zero nella materia su cui dovrebbero governare – c’è da stare contenti che dei lavoratori del porto possano diventare non solo dei sindacalisti sul loro luogo di lavoro ma anche dei “cittadini che fanno politica”.
Però nel momento stesso in cui lo diventano non possono pensare di sottrarsi al giudizio politico degli altri, non possono pensare che i loro comportamenti pubblici debbano sempre essere giudicati bonariamente solo come “azioni di un onesto lavoratore”. In particolare oggi, dove con le problematiche sollevate dal Covid e dalla gestione governativa della pandemia, aggravata da micidiali tentennamenti dell’Oms, la complessità della situazione è aumentata a dismisura, la confusione delle lingue pure, la sistematica deformazione della realtà è un esercizio costante, lo spregio della competenza uno spettacolo televisivo. La complessità di oggi mette a dura prova il politico più “navigato”, figuriamoci tutti gli altri, comprese “le matricole”.
“No al Green Pass” come obbiettivo unificante
Avevo scritto all’inizio che i reduci dei movimenti di protesta degli anni Settanta possono portarsi dietro stereotipi e pregiudizi che impediscono loro di capire la realtà di oggi. È quello che è capitato anche a me. Quando a Trieste il coordinamento del movimento No Green Pass e il Clpt hanno dichiarato il blocco a oltranza del porto ho pensato subito a un’iniziativa neofascista. Trieste da questo punto di vista ha un ricco Cv, non dimentichiamo che è stata la culla di Gladio, come ben ricostruisce Franzinelli nel suo volume sul 1960 e il governo Tambroni. Invece, mi ero sbagliato di grosso (c’è da dire anche che manco da Trieste per ragioni di forza maggiore da almeno tre mesi, agosto compreso). Leggendo su www.infoaut.org la chiara cronistoria, scritta dai protagonisti, di quel movimento che ha visto alla fine migliaia di persone in piazza, ho capito che ero finito fuori strada. Il movimento l’avevano messo in piedi e gestito giovani che stanno nel campo opposto all’estrema destra.
Ma non per questo mi sono tranquillizzato, anzi, le perplessità sono aumentate e con esse gli interrogativi senza risposta. Ne riporto uno solo.
Trovo curioso che proprio sul porto si sia concentrata la protesta, cioè sulla realtà che bene o male funziona meglio. Non c’era proprio a Trieste e dintorni nessun altro simbolo dell’arroganza del potere o dello sfruttamento dei lavoratori da individuare come obbiettivo? È proprio il porto la peggiore immagine dell’Italia di oggi? Tanto da mobilitare gente da tutta Italia e farla accorrere ai varchi? Qualcuno ricorda in Italia un fenomeno del genere per una lotta sindacale? Sì, il precedente c’è: la manifestazione del 18 settembre per la Gkn a Firenze. Ma quella era una manifestazione con l’appoggio della Cgil e di alcuni partiti. Qui sembra spontanea, una cosa a Trieste mai vista per una lotta sindacale in un luogo specifico di lavoro.
E allora il mio pensiero corre a un altro luogo di lavoro, che da lì, da dove c’è tutta quella gente, si vede a occhio nudo: la Fincantieri di Monfalcone, un’azienda pubblica – com’è pubblico un porto – dove il modello dell’organizzazione del lavoro è “leggermente” diverso, si basa sugli appalti e i subappalti, sul reclutamento di forza lavoro straniera proveniente da quegli ambienti che sono considerati l’ultimo girone dell’inferno del lavoro mondiale, dai cimiteri delle navi del Bangladesh. Un modello dove investigatori e magistratura hanno trovato anche corruzione e caporalati. Lì il sindacato ha firmato, proprio sugli appalti, a maggio di quest’anno, accordi che è meglio dimenticare.
Lì è tutto tranquillo, lì l’Amministratore Delegato ing. Bono, può dichiarare alla stampa che assumerebbe volentieri migliaia di giovani italiani ma questi, purtroppo, preferiscono fare i rider...
In realtà il mio interrogativo rimane senza risposta perché parte da un equivoco: quello di considerare la vicenda triestina una lotta sindacale. Ma quella non è una lotta sindacale, come per Gkn, quella è una protesta politica contro la gestione governativa della pandemia e quindi concentra su un unico obbiettivo simbolico – capitato per caso – non solo tutta la rabbia, le frustrazioni, le pulsioni che si sono accumulate in questo anno e mezzo, non solo la protesta studentesca, non solo i lavoratori con le loro famiglie, ma anche tutto il potenziale esplosivo del movimento no vax e la volontà dell’opposizione di Fratelli d’Italia e dei gruppi neonazi che hanno tutto l’interesse a destabilizzare il governo Draghi, sfidando apertamente l’ordine pubblico. Collante di tutto questo è stata la dichiarazione del blocco a oltranza che, dal punto di vista strettamente sindacale, quindi del solo Clpt, è un’idiozia, perché anche un bambino capisce che non avrebbe potuto reggere più di un paio di giorni.
Se questo è vero, allora è anche plausibile che il movimento No Green Pass:
a) sia stato generato a Trieste dall’area “antagonista” (detto per brevità);
b) quando è giunto al culmine dell’insperata mobilitazione i lavoratori del porto organizzati in Clpt ci sono saltati dentro e
c) invece di manifestare davanti alla Prefettura – simbolo dello Stato e del governo – sono andati a bloccare il porto e
d) lì hanno servito su un piatto d’argento un bel pranzo a chi non era invitato. A turisti di passaggio, a no vax militanti e neonazi.
Ma perché i portuali sono andati a cacciarsi in una situazione che poteva sfuggire al loro controllo? Non dobbiamo dimenticare varie cose: che il Green Pass è una questione che riguarda specificamente il lavoro e i luoghi di lavoro, che i sindacati di base della logistica avevano dichiarato sciopero generale il 15 ottobre e che la solidarietà dei cittadini con la protesta contro il Green Pass era stata massiccia. Alla fine però a Trieste sembrava che la partita si giocasse tra chi era disposto a concludere questo “tornante” di lotta (e magari riprenderlo più tardi o altrove) e chi pensava di poter continuare il blocco a oltranza rinforzando il picchetto operaio con la massa degli “autoinvitati”.
Non era detto che dovesse finir male. Invece è finita con le cariche della polizia, ma i sostenitori del blocco a oltranza avrebbero dovuto saperlo sin dall’inizio. Di mezzo qualcuno che “voleva” che finisse così ci deve essere stato. In questi frangenti la troppa ingenuità non è ammessa.
Io mi auguro solo che un ceto politico in embrione non perda l’entusiasmo, ma sappia trarre l’insegnamento giusto da questa esperienza. Per questo su un punto vorrei essere chiaro e abbandonare per un momento le vesti di osservatore diversamente imparziale.
Il movimento no vax non può che essere di estrema destra
Conosco bene i dilemmi del vaccinarsi o meno, li ho avuti in famiglia, con mio figlio, sebbene di lieve entità. Per questo distinguo tra il problema individuale e l’appartenenza, la militanza, al movimento mondiale no vax. Uno può essere operaio ma non per questo appartenere al movimento operaio. Considero l’idea di libertà del movimento no vax quanto di più contrario ci possa essere all’idea di solidarietà che sta alla base dell’esistenza stessa del movimento operaio, del sindacato, della sinistra. Ne ho scritto su un testo che circola su Facebook e su diversi siti (tra cui https://www.officinaprimomaggio.eu/interventi/).
Quando è scoppiata la pandemia sono rimasto disorientato come tutti, l’unica voce era quella di un governo fatto di gente alle prime armi, del teatrino televisivo ne ho piene le scatole da tempo. Come orientarmi? Mi sono ricordato che di epidemie ne ho sentito parlare nel 1974-75 da gente che le ha studiate a fondo, da gente con cui ho lavorato, da uomini come Giulio Maccacaro, docente di statistica medica, direttore di “Sapere”, fondatore di “Epidemiologia e Prevenzione”, ispiratore di “Medicina democratica” e di quel movimento di lotta per la salute che ha svelato i danni dell’amianto e di tante altre sostanze tossiche letali o portatrici di malattie degenerative. Che ha anticipato i criteri fondatori del servizio sanitario nazionale, che ha combattuto Big Pharma e la ricerca asservita alle multinazionali, che si è battuto per una medicina territoriale e per una politica di prevenzione basata sulla consapevolezza dei cittadini, che ha pensato alla formazione degli operatori sanitari. Tutto quello che la gestione governativa dell’emergenza non ci ha voluto o saputo dare. È una grande tradizione di conoscenza e di passione civile, è la “mia” cultura alla quale dovevo restare fedele. E questa diceva che la gestione dell’epidemia non si può limitare alle campagne vaccinali. È un problema assai più complesso che va affrontato con diverse strategie, in modo da indirizzare prima di tutto le persone verso un comportamento intelligente e consapevole. Anch’io ho avuto perplessità sul vaccino, ma non sulla necessità di vaccinarsi e quando mi hanno detto “sei una cavia!” ho risposto che ne ero ben consapevole, ma che la vaccinazione ha dato i suoi frutti lo dicevano i numeri. Con quel bel po’ di tradizione alle spalle avrei dovuto correre dietro ai vari guru no vax e andare a braccetto con quel tipo con le corna di bufalo che ha dato l’assalto a Capitol Hill? O con certi personaggi che schiamazzano ai varchi del porto di Trieste?
No grazie.
Fonte
21/10/2021
Trieste e poi
I portuali di Trieste si sono trovati nel mezzo di una lunga lista di problemi – parte internazionali, parte tutti “italici” – che hanno avuto un grande peso sul risultato negativo della loro mobilitazione.
Ma non tutti quelli che si sono espressi su questo sembrano esserne minimamente consapevoli, o almeno informati. E se questo appare tutto sommato “normale” nelle frange qualunquiste o reazionarie che si usano definire “no vax”, è invece sorprendente tra chi – su sponda decisamente opposta – si dichiara orgogliosamente antagonista, rivoluzionario, comunista e via aggettivando.
Come sempre, in qualsiasi conflitto, lo scarto tra conoscenza del contesto e spinte soggettive è a fondamento di cantonate più o meno memorabili.
Proviamo a vedere perciò, a grandi linee, almeno i problemi principali.
Interessi strategici sul porto di Trieste
È nota a tutti i protagonisti l’importanza strategica del porto in questione nelle catene logistiche italiane e mittel-europee, punto di confluenza per molti paesi dell’Est, la Germania e l’Austria.
Una precisa analisi di Gudo Salerno Aletta, sull’agenzia Teleborsa, ne mette in risalto sia gli aspetti storici che quelli futuribili, mettendo in luce gli interessi europei, cinesi, statunitensi e russi intorno ai moli triestini (lo potete trovare in fondo a questo articolo).
Va da sé che quando ci si trova in mezzo a un grumo di interessi così grandi e conflittuali tra loro – che è davvero riduttivo identificare solo con la parola “capitale multinazionale”, ignorandone le dinamiche e le faglie – ogni iniziativa andrebbe studiata con grande attenzione, preparata attentamente, coordinata in base a una ricerca di alleanze sociali in grado di costruire un fronte sufficientemente ampio e robusto da reggere il confronto.
Questo vale sia per le soggettività coinvolte, che devono avere interessi e motivazioni “confluenti”, sia per le “parole d’ordine” messe a simboleggiare la protesta.
Parola d’ordine centrale
“No green pass”, da questa angolatura, è un grido che non poteva e non può raccogliere che appoggi socialmente minoritari (l’85% della popolazione – dunque anche dei lavoratori – è vaccinata), arretrati come cultura e mentalità, senza alcun orizzonte programmatico (né “politico”, né – tanto meno – “di classe”).
L’incidenza negativa del “certificato verde” sui rapporti di lavoro, l’accresciuto potere conferito in tal modo alle aziende, è indubbio. E questo ha spinto molte strutture operaie e sindacali (soprattutto “di base”) a solidarizzare inizialmente con i portuali di Trieste.
Ma fare di questa questione l’epicentro, o addirittura, l’unico tema della mobilitazione – mentre accade di tutto su pensioni, sanità, mercato del lavoro, licenziamenti, fisco, ecc. – non poteva e non può avere alcun effetto aggregativo di un fronte sociale ampio.
Non era difficile neanche all’inizio vedere che il green pass è un diversivo temporaneo, uno straccio agitato davanti agli occhi di un malcontento popolare crescente e ultra-motivato (si è visto anche nella marea di astensionismo alle elezioni comunali). Lo capiscono quasi tutti istintivamente, senza necessità di essere dei “fini analisti”.
Ma soprattutto non era difficile capire che questa questione, per quanto antipatica e “fastidiosa”, non costituiva una molla mobilitante, se non per poca gente, non sempre raccomandabile.
Direzione politica
È evidente, a chi vive a Trieste ma anche a chi guarda da lontano, che l’emergere di una “parola d’ordine” così vuota di prospettive politiche e sociali corrisponde a una situazione particolare.
Due dati oggettivi sono da tener presente: a) solo a Trieste, praticamente, il “partito” 3V-Verità, Libertà, Azione, apertamente “no vax”, ha ottenuto un risultato elettorale significativo; il 4,6%; b) solo tra i portuali di Trieste i lavoratori non vaccinati raggiungono il 40%.
Questo naturalmente non significa che “i portuali triestini sono tutti no vax”, come hanno strumentalmente semplificato tutti i media di regime; ma certamente c’è un “clima”, o un “senso comune triestino”, che ha un peso anche tra i portuali. Anche chi non è d’accordo con il rifiuto del vaccino deve comunque tenerne conto.
Come ci è già capitato di scrivere, e dovrebbe risultare anche “logico” per chi dice di essere marxista, il fatto di essere lavoratori garantisce notevoli possibilità di comprendere la contrapposizione tra interessi propri e interessi padronali, ma al di fuori dei rapporti lavorativi si è esseri umani come tutti gli altri, esposti a idee e mode che magari fanno a cazzotti con la “condizione di classe” che si vive in fabbrica o sul molo.
Sui portuali di Trieste – 950 in tutto – si è riversata una massa di interessi e persone che ben poco hanno a che fare con gli interessi dei portuali. Ma il fatto che facessero dei portuali – e del “no green pass” – la loro bandiera ha finito per imporre una “direzione politica” alla mobilitazione. Una direzione suicida, per esser chiari.
Pretendere “il ritiro del decreto” – di qualsiasi decreto governativo – è un obbiettivo politico, perché non può essere deciso dall’Autorità portuale (la “controparte aziendale”) e mette in discussione l’autorità del governo. Se lo si vuole davvero ottenere bisogna ovviamente che esista una forza sociale all’altezza della sfida, oppure cercare di costruirla.
Non basta insomma che si abbia la possibilità di “bloccare un porto strategico”. Perché proprio il fatto che lo è davvero mette in moto potenti forze contrarie. E tutto alla fine si risolve con i famosi rapporti di forza.
È il problema che incontra ogni situazione di classe, da oltre 30 anni a questa parte. Ogni volta che si arriva ad identificare un problema, un obbiettivo, un bisogno, che può essere risolto solo con un cambiamento delle leggi esistenti, ci si rende conto che le lotte che abbiamo costruito sono ancora troppo poco per vincere. Manca una “rappresentanza politica” autonoma e indipendente che sappia tradurre quelle spinte in progetto politico, ma manca persino una qualsiasi “sponda democratica” in grado di limitare i danni.
Le conseguenze
La repressione poliziesca di questa mobilitazione, però, non è un fatto che riguarda solo i portuali triestini e i loro sostenitori meno credibili. Riguarda tutte le lotte presenti e future. Idranti e cariche contro manifestanti pacifici, seduti a terra, contro lavoratori abbracciati tra loro, hanno rotto un tabù repressivo che separava i regimi “democratici” dal fascismo puro e semplice.
Il doppio standard applicato dal governo nell’uso delle forze di polizia – rivendicato dal ministro Lamorgese e di fatto anche da Draghi, oltre che da quei reazionari del PD – è l’annuncio di una linea politica che verrà applicata in ogni piazza che non sia riempita di “complici”.
I fascisti vengono accompagnati e protetti nelle loro scorrerie. Tutti gli altri – che siano soggetti di classe con obbiettivi incompatibili o squinternati sostenitori di fantasie sanitarie – vedranno levarsi il manganello.
Mentre il green pass sarà un lontano ricordo durato tre mesi.
Ma non tutti quelli che si sono espressi su questo sembrano esserne minimamente consapevoli, o almeno informati. E se questo appare tutto sommato “normale” nelle frange qualunquiste o reazionarie che si usano definire “no vax”, è invece sorprendente tra chi – su sponda decisamente opposta – si dichiara orgogliosamente antagonista, rivoluzionario, comunista e via aggettivando.
Come sempre, in qualsiasi conflitto, lo scarto tra conoscenza del contesto e spinte soggettive è a fondamento di cantonate più o meno memorabili.
Proviamo a vedere perciò, a grandi linee, almeno i problemi principali.
Interessi strategici sul porto di Trieste
È nota a tutti i protagonisti l’importanza strategica del porto in questione nelle catene logistiche italiane e mittel-europee, punto di confluenza per molti paesi dell’Est, la Germania e l’Austria.
Una precisa analisi di Gudo Salerno Aletta, sull’agenzia Teleborsa, ne mette in risalto sia gli aspetti storici che quelli futuribili, mettendo in luce gli interessi europei, cinesi, statunitensi e russi intorno ai moli triestini (lo potete trovare in fondo a questo articolo).
Va da sé che quando ci si trova in mezzo a un grumo di interessi così grandi e conflittuali tra loro – che è davvero riduttivo identificare solo con la parola “capitale multinazionale”, ignorandone le dinamiche e le faglie – ogni iniziativa andrebbe studiata con grande attenzione, preparata attentamente, coordinata in base a una ricerca di alleanze sociali in grado di costruire un fronte sufficientemente ampio e robusto da reggere il confronto.
Questo vale sia per le soggettività coinvolte, che devono avere interessi e motivazioni “confluenti”, sia per le “parole d’ordine” messe a simboleggiare la protesta.
Parola d’ordine centrale
“No green pass”, da questa angolatura, è un grido che non poteva e non può raccogliere che appoggi socialmente minoritari (l’85% della popolazione – dunque anche dei lavoratori – è vaccinata), arretrati come cultura e mentalità, senza alcun orizzonte programmatico (né “politico”, né – tanto meno – “di classe”).
L’incidenza negativa del “certificato verde” sui rapporti di lavoro, l’accresciuto potere conferito in tal modo alle aziende, è indubbio. E questo ha spinto molte strutture operaie e sindacali (soprattutto “di base”) a solidarizzare inizialmente con i portuali di Trieste.
Ma fare di questa questione l’epicentro, o addirittura, l’unico tema della mobilitazione – mentre accade di tutto su pensioni, sanità, mercato del lavoro, licenziamenti, fisco, ecc. – non poteva e non può avere alcun effetto aggregativo di un fronte sociale ampio.
Non era difficile neanche all’inizio vedere che il green pass è un diversivo temporaneo, uno straccio agitato davanti agli occhi di un malcontento popolare crescente e ultra-motivato (si è visto anche nella marea di astensionismo alle elezioni comunali). Lo capiscono quasi tutti istintivamente, senza necessità di essere dei “fini analisti”.
Ma soprattutto non era difficile capire che questa questione, per quanto antipatica e “fastidiosa”, non costituiva una molla mobilitante, se non per poca gente, non sempre raccomandabile.
Direzione politica
È evidente, a chi vive a Trieste ma anche a chi guarda da lontano, che l’emergere di una “parola d’ordine” così vuota di prospettive politiche e sociali corrisponde a una situazione particolare.
Due dati oggettivi sono da tener presente: a) solo a Trieste, praticamente, il “partito” 3V-Verità, Libertà, Azione, apertamente “no vax”, ha ottenuto un risultato elettorale significativo; il 4,6%; b) solo tra i portuali di Trieste i lavoratori non vaccinati raggiungono il 40%.
Questo naturalmente non significa che “i portuali triestini sono tutti no vax”, come hanno strumentalmente semplificato tutti i media di regime; ma certamente c’è un “clima”, o un “senso comune triestino”, che ha un peso anche tra i portuali. Anche chi non è d’accordo con il rifiuto del vaccino deve comunque tenerne conto.
Come ci è già capitato di scrivere, e dovrebbe risultare anche “logico” per chi dice di essere marxista, il fatto di essere lavoratori garantisce notevoli possibilità di comprendere la contrapposizione tra interessi propri e interessi padronali, ma al di fuori dei rapporti lavorativi si è esseri umani come tutti gli altri, esposti a idee e mode che magari fanno a cazzotti con la “condizione di classe” che si vive in fabbrica o sul molo.
Sui portuali di Trieste – 950 in tutto – si è riversata una massa di interessi e persone che ben poco hanno a che fare con gli interessi dei portuali. Ma il fatto che facessero dei portuali – e del “no green pass” – la loro bandiera ha finito per imporre una “direzione politica” alla mobilitazione. Una direzione suicida, per esser chiari.
Pretendere “il ritiro del decreto” – di qualsiasi decreto governativo – è un obbiettivo politico, perché non può essere deciso dall’Autorità portuale (la “controparte aziendale”) e mette in discussione l’autorità del governo. Se lo si vuole davvero ottenere bisogna ovviamente che esista una forza sociale all’altezza della sfida, oppure cercare di costruirla.
Non basta insomma che si abbia la possibilità di “bloccare un porto strategico”. Perché proprio il fatto che lo è davvero mette in moto potenti forze contrarie. E tutto alla fine si risolve con i famosi rapporti di forza.
È il problema che incontra ogni situazione di classe, da oltre 30 anni a questa parte. Ogni volta che si arriva ad identificare un problema, un obbiettivo, un bisogno, che può essere risolto solo con un cambiamento delle leggi esistenti, ci si rende conto che le lotte che abbiamo costruito sono ancora troppo poco per vincere. Manca una “rappresentanza politica” autonoma e indipendente che sappia tradurre quelle spinte in progetto politico, ma manca persino una qualsiasi “sponda democratica” in grado di limitare i danni.
Le conseguenze
La repressione poliziesca di questa mobilitazione, però, non è un fatto che riguarda solo i portuali triestini e i loro sostenitori meno credibili. Riguarda tutte le lotte presenti e future. Idranti e cariche contro manifestanti pacifici, seduti a terra, contro lavoratori abbracciati tra loro, hanno rotto un tabù repressivo che separava i regimi “democratici” dal fascismo puro e semplice.
Il doppio standard applicato dal governo nell’uso delle forze di polizia – rivendicato dal ministro Lamorgese e di fatto anche da Draghi, oltre che da quei reazionari del PD – è l’annuncio di una linea politica che verrà applicata in ogni piazza che non sia riempita di “complici”.
I fascisti vengono accompagnati e protetti nelle loro scorrerie. Tutti gli altri – che siano soggetti di classe con obbiettivi incompatibili o squinternati sostenitori di fantasie sanitarie – vedranno levarsi il manganello.
Mentre il green pass sarà un lontano ricordo durato tre mesi.
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Trieste: commercio libero e proteste bloccate
Le mani pesanti di Berlino e di Roma
Trieste: commercio libero e proteste bloccate
Le mani pesanti di Berlino e di Roma
Guido Salerno Aletta – TeleBorsa
A differenza della Repubblica di Venezia che dominò per secoli il Mediterraneo nei suoi rapporti con l’Oriente, la centralità geopolitica di Trieste non è mai venuta meno: deriva dalle sue relazioni con la Mittle Europa.
Trieste è sempre stata il porto dell’Impero Austroungarico, quale che fosse l’origine delle merci che vi arrivassero: e non è un caso che una delle sue ancor oggi più gloriose istituzioni, le Assicurazioni Generali, furono fondate in occasione della apertura del Canale di Suez. E non è un caso, ancora, che la questione del Territorio Libero di Trieste fu una delle pagine più complesse della definizione del Trattato di Parigi, alla fine della Seconda Guerra mondiale. Londra voleva assicurarsi il controllo di Trieste: d’altra parte, l’Impero Britannico era stato sin da metà Ottocento l’arcigno controllore del Mediterraneo, presidiando la rotta che la collegava con l’India, la sua gemma più preziosa, passando da Aden, per Suez e poi da Gibilterra.
Controllare Trieste significa ancor oggi avere in mano le chiavi dell’accesso delle merci e dei rifornimenti di petrolio di una parte rilevante dell’Europa continentale. L’oleodotto che parte dal porto di Trieste rifornisce del 100% il fabbisogno petrolifero della Baviera e del 40% quello dell’intera Germania.
Va poi tenuto conto del ridotto afflusso di gas russo attraverso la pipeline che attraversa la Ucraina, del fatto che fino all’Ungheria i rifornimenti arrivano ora attraverso il Turkish Stream passando attraverso la Bulgaria e la Serbia, e che il North Stream 2 non è ancora in esercizio.
In un momento in cui i rifornimenti energetici sono a rischio e la continuità della catena logistica è interrotta in più punti, la centralità di Trieste emerge con ancora maggiore nettezza: la crisi dei trasporti nel Mediterraneo che è stata innescata appena pochi mesi fa dall’intraversamento nel Canale di Suez della portacontainer Evergreen aveva già fatto scattare l’allarme rosso.
Lo scenario geopolitico in cui si viene a trovare Trieste è assai complesso:
- i cinesi hanno avuto l’ambizione di estendere la Via della Seta fino all’Alto Adriatico dopo aver messo sotto controllo il Pireo, mettendo così a profitto il raddoppio del Canale di Suez che hanno finanziato al fine di consentire il passaggio di navi mercantili di più elevato tonnellaggio, riducendo i tempi ed i costi del trasporto dalla Cina;
- i tedeschi hanno cercato a loro volta di presidiare una parte del porto, quella in fase di avanzato sviluppo infrastrutturale, al fine di evitare una pressione concorrenziale distruttiva nei confronti dei suoi porti sul Mare del Nord, come Amburgo;
- gli Anglo-Americani devono valutare a loro volta l’impatto che queste dinamiche hanno sugli equilibri geopolitici più generali, e sulla pressione che stanno esercitando nei confronti della Cina mediante la nuova Alleanza Aukus (Australia, UK, USA) e l‘accordo a Quattro (Usa, Australia, India e Giappone). Le tensioni nel Mar della Cina meridionale, attorno a Taiwan sono un segnale;
- a Bruxelles, dopo le fanfare per il NGUE, c’è fermento per una possibile crisi dei prezzi energetici e per il conflitto ulteriore, sul piano giuridico, insorto di recente tra la Ungheria e la Commissione europea, circa la prevalenza delle Costituzioni nazionali sul Trattato istitutivo dell’Unione. Non solo riecheggiano i contrasti già insorti con la Polonia, ma diviene ancora più profonda la divaricazione in materia di controllo dell’immigrazione, soprattutto per la preoccupazione di nuovi flussi incontrollabili provenienti dall’Afghanistan.
Soprattutto oggi, Trieste è l’anello di snodo di tante catene: c’è chi tira da una parte e chi dall’altra.
La confusione apparente è frutto del sovrapporsi di fenomeni molteplici, che investono equilibri assai più delicati di quelli che si manifestano all’apparenza.
La questione dell’obbligo del green pass per lavorare, sollevata dai portuali di Trieste, si correla alla libera circolazione garantita invece in ogni caso agli autisti dei camion provenienti dall’Europa dell’est e diretti oltrefrontiera: senza vaccino e senza tampone, vanno e vengono senza controlli.
Se è dunque impensabile bloccare le merci che transitano per le frontiere delle Alpi, il porto di Trieste deve essere sempre accessibile alle merci ed alle petroliere per rifornire la Germania e la Baviera.
Nello stesso tempo, la protesta dei portuali triestini ed ogni altra manifestazione anti-Green pass devono essere stigmatizzate, isolate e represse in modo esemplare. La mano pesante di Roma sulla protesta triestina serve a che vada in frantumi l’intero assetto dei controlli imposti in Italia.
Fonte
13/10/2021
[Contributo al dibattito] - Non regaliamo all’estrema destra l’idea di libertà!
di Sergio Bologna
Chi ricorda il periodo finale della presidenza Trump e in particolare la campagna elettorale che ha portato alla sua sconfitta, avrà notato con quanta insistenza lui stesso e l’ambiente dei suoi sostenitori dichiarassero di essere i paladini della libertà individuale.
Freedom, libertà, è un mantra nella storia americana. Durante il lungo scontro con il comunismo la parola libertà è stata usata per identificare tutto ciò che il comunismo non era. Libertà di mercato innanzitutto, l’opposto del dirigismo comunista. Il concetto di libertà come valore supremo, come principio fondamentale dell’essere civile, proprio della rivoluzione francese, si è infatti tramutato già nel corso dell’Ottocento in un concetto di libertà come essenza di un determinato ordine economico, di un determinato assetto istituzionale. E quindi è passato dall’essere valore che ha dato identità a una classe, la classe borghese, a valore che ha dato identità al capitale, mentre le classi subalterne innalzavano il vessillo dov’era scritto “solidarietà”.
Ma quel che succede oggi è completamete diverso perché l’idea di libertà che l’estrema destra porta avanti- e ci sembra di poter collocare Trump nell’area dell’estrema destra – deve poter diventare un simbolo riconosciuto da quella “moltitudine” senza connotati di classe che è il prodotto della dissoluzione della middle class e della frammentazione della working class.
Essa quindi non deve più rappresentarsi immediatamente come sinonimo di un determinato ordine sociale, economico e istituzionale, ma come sostanza biologica di una umanità in cerca del puro benessere. Quindi la libertà diventa semplicemente il diritto del singolo individuo di fare ciò che vuole, non solo al di fuori di ogni regola, ordine e principio istituzionale, ma anche al di fuori della considerazione dell’esistenza dell’altro. Libertà significa che l’individuo ha il diritto di fare ciò che vuole, senza preoccuparsi se il suo agire può essere di vantaggio o di detrimento di altri. Perché l’altro esiste solo in quanto detentore dello stesso diritto. L’idea di libertà che sottende al comportamento e alla propaganda no vax è di questo genere.
Perciò riteniamo che il movimento no vax in quanto tale sia – e non possa essere altro – che un’espressione dell’estrema destra.
(Non confondiamo il movimento no vax con la protesta contro il green pass, sono due cose diverse che tratteremo separatamente. Averle mischiate ha consegnato la leadership delle manifestazioni di piazza all’estrema destra. E questo dimostra quanta confusione regna nella testa di tanti compagni, di tanti operai e brave persone...).
Riteniamo che il movimento no vax abbia le idee confuse sui vaccini e sulla loro gestione (anche noi non le abbiamo chiarissime e nemmeno l’OMS ce l’ha), al suo interno sono presenti persone di differenti ed opposte opinioni politiche, ma tutti accettano, più o meno consapevolmente, che l’idea giusta di libertà è questa: chiunque ha il diritto di fare ciò che vuole e nessuno, tantomeno quel dispositivo chiamato stato, ha il diritto di impedirglielo.
Quindi il movimento no vax è essenzialmente un movimento anti-stato, l’assalto al Campidoglio di Washington del gennaio 2021 ne è la rappresentazione più compiuta ed eloquente. È comprensibile che molte tendenze anarchiche siano spinte a trovare affinità nel movimento no vax.
Negare lo stato significa negare il servizio pubblico e quindi affermare implicitamente che la gestione della sanità, dell’acqua, della scuola, dei trasporti, dell’assistenza ecc. debbano o possano essere pubbliche. Tutto deve essere consegnato ai privati. Il movimento no vax è una delle tante varianti del modello neoliberale.
Faremmo bene a liberarci dagli stereotipi che abbiamo sempre usato per definire l’estrema destra, in particolare dagli stereotipi del nazismo o del fascismo. Dobbiamo parlare oggi di un “neonazismo senza Hitler”, perché il nazionalsocialismo degli anni 30 come l’abbiamo conosciuto prima e dopo le sue mostruosità, era tutt’altro che un’ideologia individualista, anzi, si fondava sull’idea di Volksgemeinschaft, di comunità di popolo e perdipiù “tedesco”.
Oggi l’individualismo trumpiano ha una proiezione globale, vuole essere all’altezza di Internet e poiché l’universo virtuale del web è un universo senza vincoli istituzionali, senza un ordine istituzionale, senza un’autorità regolatoria, si presta perfettamente come spazio nel quale l’immaginario dell’individuo della moderna “moltitudine” proietta i suoi comportamenti materiali. Nello spazio virtuale del web l’individuo pensa di poter fare ciò che vuole, nessun governo può dettargli le regole, nessun potere può disciplinarlo. Egli è (si sente di essere) totalmente libero.
Dobbiamo tenere presente che il capitalismo delle multinazionali, stadio che pensavamo supremo della sua evoluzione, è roba vecchia. L’ordine imposto dai nuovi Leviatani, Google, Facebook, Amazon e pochi altri loro simili, costituisce uno stadio di sviluppo capitalistico con caratteristiche assai diverse. Una di queste caratteristiche è proprio la “democratizzazione” dell’accesso alla comunicazione, la possibilità concessa all’individuo di comunicare con il mondo e teoricamente di agire nel mercato. Il modello capitalistico delle multinazionali riservava all’impresa l’esclusiva dell’accesso al mercato. L’esclusiva sulla possibilità di sopravvivenza materiale, economica dell’individuo, perché era solo l’impresa a produrre lavoro subordinato, a erogare salario. Oggi l’inclinazione all’individualismo – in questo senso la psicologia del freelance, figura-simbolo della nostra epoca, è da studiare attentamente - è potenziata dalla convinzione che l’accesso al web possa diventare accesso al mercato e dunque alla sopravvivenza, senza la mediazione di alcuna istituzione, senza la mediazione del lavoro subordinato e del salario.
Fondare il proprio comportamento sulla convinzione che ciascuno ha diritto di fare ciò che vuole è il modo più radicale per negare tutti i valori su cui è stato costruito il movimento operaio, il socialismo, in una parola “la sinistra”. Significa negare il valore del mutualismo, della solidarietà, della comunità, valori sui quali si sono costruiti tessuto sociale e conflitto.
Chi ricorda il periodo finale della presidenza Trump e in particolare la campagna elettorale che ha portato alla sua sconfitta, avrà notato con quanta insistenza lui stesso e l’ambiente dei suoi sostenitori dichiarassero di essere i paladini della libertà individuale.
Freedom, libertà, è un mantra nella storia americana. Durante il lungo scontro con il comunismo la parola libertà è stata usata per identificare tutto ciò che il comunismo non era. Libertà di mercato innanzitutto, l’opposto del dirigismo comunista. Il concetto di libertà come valore supremo, come principio fondamentale dell’essere civile, proprio della rivoluzione francese, si è infatti tramutato già nel corso dell’Ottocento in un concetto di libertà come essenza di un determinato ordine economico, di un determinato assetto istituzionale. E quindi è passato dall’essere valore che ha dato identità a una classe, la classe borghese, a valore che ha dato identità al capitale, mentre le classi subalterne innalzavano il vessillo dov’era scritto “solidarietà”.
Ma quel che succede oggi è completamete diverso perché l’idea di libertà che l’estrema destra porta avanti- e ci sembra di poter collocare Trump nell’area dell’estrema destra – deve poter diventare un simbolo riconosciuto da quella “moltitudine” senza connotati di classe che è il prodotto della dissoluzione della middle class e della frammentazione della working class.
Essa quindi non deve più rappresentarsi immediatamente come sinonimo di un determinato ordine sociale, economico e istituzionale, ma come sostanza biologica di una umanità in cerca del puro benessere. Quindi la libertà diventa semplicemente il diritto del singolo individuo di fare ciò che vuole, non solo al di fuori di ogni regola, ordine e principio istituzionale, ma anche al di fuori della considerazione dell’esistenza dell’altro. Libertà significa che l’individuo ha il diritto di fare ciò che vuole, senza preoccuparsi se il suo agire può essere di vantaggio o di detrimento di altri. Perché l’altro esiste solo in quanto detentore dello stesso diritto. L’idea di libertà che sottende al comportamento e alla propaganda no vax è di questo genere.
Perciò riteniamo che il movimento no vax in quanto tale sia – e non possa essere altro – che un’espressione dell’estrema destra.
(Non confondiamo il movimento no vax con la protesta contro il green pass, sono due cose diverse che tratteremo separatamente. Averle mischiate ha consegnato la leadership delle manifestazioni di piazza all’estrema destra. E questo dimostra quanta confusione regna nella testa di tanti compagni, di tanti operai e brave persone...).
Riteniamo che il movimento no vax abbia le idee confuse sui vaccini e sulla loro gestione (anche noi non le abbiamo chiarissime e nemmeno l’OMS ce l’ha), al suo interno sono presenti persone di differenti ed opposte opinioni politiche, ma tutti accettano, più o meno consapevolmente, che l’idea giusta di libertà è questa: chiunque ha il diritto di fare ciò che vuole e nessuno, tantomeno quel dispositivo chiamato stato, ha il diritto di impedirglielo.
Quindi il movimento no vax è essenzialmente un movimento anti-stato, l’assalto al Campidoglio di Washington del gennaio 2021 ne è la rappresentazione più compiuta ed eloquente. È comprensibile che molte tendenze anarchiche siano spinte a trovare affinità nel movimento no vax.
Negare lo stato significa negare il servizio pubblico e quindi affermare implicitamente che la gestione della sanità, dell’acqua, della scuola, dei trasporti, dell’assistenza ecc. debbano o possano essere pubbliche. Tutto deve essere consegnato ai privati. Il movimento no vax è una delle tante varianti del modello neoliberale.
Faremmo bene a liberarci dagli stereotipi che abbiamo sempre usato per definire l’estrema destra, in particolare dagli stereotipi del nazismo o del fascismo. Dobbiamo parlare oggi di un “neonazismo senza Hitler”, perché il nazionalsocialismo degli anni 30 come l’abbiamo conosciuto prima e dopo le sue mostruosità, era tutt’altro che un’ideologia individualista, anzi, si fondava sull’idea di Volksgemeinschaft, di comunità di popolo e perdipiù “tedesco”.
Oggi l’individualismo trumpiano ha una proiezione globale, vuole essere all’altezza di Internet e poiché l’universo virtuale del web è un universo senza vincoli istituzionali, senza un ordine istituzionale, senza un’autorità regolatoria, si presta perfettamente come spazio nel quale l’immaginario dell’individuo della moderna “moltitudine” proietta i suoi comportamenti materiali. Nello spazio virtuale del web l’individuo pensa di poter fare ciò che vuole, nessun governo può dettargli le regole, nessun potere può disciplinarlo. Egli è (si sente di essere) totalmente libero.
Dobbiamo tenere presente che il capitalismo delle multinazionali, stadio che pensavamo supremo della sua evoluzione, è roba vecchia. L’ordine imposto dai nuovi Leviatani, Google, Facebook, Amazon e pochi altri loro simili, costituisce uno stadio di sviluppo capitalistico con caratteristiche assai diverse. Una di queste caratteristiche è proprio la “democratizzazione” dell’accesso alla comunicazione, la possibilità concessa all’individuo di comunicare con il mondo e teoricamente di agire nel mercato. Il modello capitalistico delle multinazionali riservava all’impresa l’esclusiva dell’accesso al mercato. L’esclusiva sulla possibilità di sopravvivenza materiale, economica dell’individuo, perché era solo l’impresa a produrre lavoro subordinato, a erogare salario. Oggi l’inclinazione all’individualismo – in questo senso la psicologia del freelance, figura-simbolo della nostra epoca, è da studiare attentamente - è potenziata dalla convinzione che l’accesso al web possa diventare accesso al mercato e dunque alla sopravvivenza, senza la mediazione di alcuna istituzione, senza la mediazione del lavoro subordinato e del salario.
Fondare il proprio comportamento sulla convinzione che ciascuno ha diritto di fare ciò che vuole è il modo più radicale per negare tutti i valori su cui è stato costruito il movimento operaio, il socialismo, in una parola “la sinistra”. Significa negare il valore del mutualismo, della solidarietà, della comunità, valori sui quali si sono costruiti tessuto sociale e conflitto.
*****
Detto questo, possiamo anche entrare nel merito delle questioni riguardanti la salute pubblica, questioni che il movimento no vax risolve con la semplificazione: ciascuno si regola come vuole, la salute pubblica non è un mio problema, io debbo pensare solo alla mia salute, non esiste una scienza della salute, anzi non esiste la scienza, dunque non può esistere un potere regolatore fondato su una presunta maggiore conoscenza di quella che l’individuo già possiede e che è tutta contenuta nell’affermazione della sua libertà individuale.
L’idea che la libertà dell’individuo di per sé sia conoscenza e per di più conoscenza superiore a quella di presunti “tecnici” – individuati sempre o come funzionari di un potere statale o come funzionari di multinazionali farmaceutiche – equivale a negare valore alla competenza, alla formazione, alla ricerca.
L’estremismo di destra attuale è caratterizzato da una stupidità e da un’ignoranza che non si trovano anche nelle più becere manifestazioni del nazismo hitleriano, perché allora il nazionalsocialismo come potere assoluto garantiva la sopravvivenza della razza ariana, quindi puntava alla piena occupazione del popolo tedesco (una volta tolti di mezzo i suoi avversari politici, i disabili, i malati incurabili e i malati mentali, le tre categorie di lebensunwertige Leben).
Oggi il fanatico difensore delle proprie libertà individuali, non riconoscendo lo stato regolatore, non riconosce nemmeno il welfare state, si affida interamente e incoscientemente al mercato, che non mancherà di stritolarlo condannandolo a un’esistenza precaria da working poor.
Il movimento no vax non ha alcuna idea di salute o di igiene pubblica. Perché la dimensione del collettivo gli è completamente estranea, oltre ad essergli estraneo il concetto di servizio pubblico. Non si capisce quindi per quale ragione coloro che si richiamano a valori molto diversi, a valori vagamente “di sinistra”, debbano intrupparsi, accodarsi a questa banda di irresponsabili e pericolosi individui.
Questo comportamento subalterno è tanto più inaccettabile e, in parte, incomprensibile, in quanto nella nostra tradizione di esperienze, di lotte, di ragionamenti, di ricerche, sia il problema della salute pubblica, sia il problema delle epidemie, è stato lungamente affrontato e sviscerato. È dalla metà degli anni 70 che si è andato sviluppando quel “movimento di lotta per la salute” che ebbe il suo primo impulso dalla rivista “Sapere” diretta da Giulio Maccacaro. Quel movimento condusse le battaglie politiche e legali che hanno portato al riconoscimento dei rischi per i lavoratori esposti a determinate sostanze tossiche (l’amianto, il piombo tetraetile, il cloruro di vinile, la betanaftilamina ecc.), il diritto al risarcimento e l’incriminazione dei responsabili del danno e della morte di migliaia di persone.
Era un movimento per promuovere la formazione di operatori sanitari sul territorio, per combattere l’arroganza delle case farmaceutiche e delle industrie che negano l’evidenza dei danni prodotti dalle loro lavorazioni e che finanziano abbondantemente studi indirizzati a dimostrare l’inesistenza del rischio. Era nato per combattere un modello di sanità pubblica fondato solo su grandi centri ospedalieri superspecializzati e su cliniche private, al servizio di chi si può permettere cure costose.
Questo è il grande patrimonio di esperienze e di conoscenze che ci ha lasciato in eredità il movimento di lotte sociali degli anni 70, un patrimonio che si rinnova di generazione in generazione. Noi non abbiamo bisogno di ricorrere a confuse teorie del complotto per denunciare i tanti crimini commessi dalle case farmaceutiche, ci basta ricorrere al concetto marxiano di profitto.
P.S. Dopo l’assalto fascista alla sede Cgil di Roma da più parti si è levata la richiesta di mettere fuori legge Forza Nuova. Siamo contrari. Perché? Da parecchi anni il problema di una rinascita della fede fascista in Italia è un problema serio. La sinistra, la stampa, gran parte delle forze intellettuali, la magistratura, hanno non solo ignorato questo problema ma hanno assecondato la peggiore deriva di estrema destra, come nel caso delle foibe. Mettendo fuori legge Forza Nuova pensano di aver risolto il problema, continueranno a ignorarlo, a far finta che non esista. No, Forza Nuova e i peggiori gruppi neonazisti debbono poter agire liberamente, basta che la polizia li tratti come tratta gli operai in sciopero. Il resto è affare nostro, è nostra responsabilità creare le premesse perché vengano isolati e sconfitti.
Fonte
12/10/2021
[Contributo al dibattito] - Composizione sociale e orientamenti politici del popolo No Vax
In Italia 8 milioni di persone in età vaccinabile non hanno ancora assunto il vaccino.
Tra i 4 milioni e i 5 milioni di queste sono in età lavorativa, non conosciamo con esattezza la loro incidenza nei posti di lavoro, nelle professioni e nel commercio.
Quante di queste hanno problematiche mediche che impediscono il vaccino? Il dato non è quantificato.
Ammettiamo che 1 milione di persone non possa vaccinarsi per ragioni mediche.
Restano 4 milioni di persone ostili al vaccino. Di queste quanti sono gli esitanti e quale è lo zoccolo duro ideologicamente “antivaccinista”?
Quale è la composizione sociale e territoriale di questo zoccolo duro?
Quanti lavoratori dipendenti, quanti autonomi?
Una indagine Ipsos di agosto scorso diceva che il 7% degli italiani era antivaccinista, ovvero 4,2 milioni. Il che corrisponde alla stima appena accennata.
Il 24% non vuole il green pass, ovvero 14 milioni e mezzo. Dato che mostra come questa misura sia divisiva, poiché con tutta evidenza coinvolge anche i vaccinati.
Secondo l’Ipsos gli ostili al vaccino sarebbero concentrati in prevalenza nel Nord-Est italiano, hanno un’età compresa tra in 35 e i 49 anni, ovvero generazioni nate tra gli anni '80-'90 del secolo scorso.
È novax l’11% della popolazione con un reddito elevato, il 5% di quella con un reddito medio e l’8% di quella a basso reddito.
Sul piano delle preferenze politiche, le percentuali più alte di contrari al vaccino sono tra le persone che si dichiarano elettori della Lega (14%) e di Fratelli d’Italia (10%), mentre le percentuali più alte di indecisi sono tra gli elettori di Forza Italia e dei partiti minori di centrodestra.
Tra i favorevoli al vaccino prevalgono i laureati, gli elettori di centrosinistra e le persone che si informano attraverso i quotidiani. «Qui si nota una differenza chiara rispetto ai no vax e agli attendisti, che per il 30% si informano sui social, dove il confronto è anzitutto con chi la pensa come te», ha spiegato il sondaggista e amministratore delegato di Ipsos Italia, Nando Pagnoncelli.
A me sembra che questi dati diano una immagine chiara della composizione sociale di questo mondo e dei suoi orientamenti politico-culturali.
Ritengo delle posizioni allucinate quelle che sostengono che questi settori esprimano una “rabbia sociale” e domande che vadano ascoltate, indirizzate, autorganizzate.
Questi sono gruppi sociali dalle pulsioni autoriferite, egoiste, identitarie, animate da sottofondi negazionisti, complottisti, teppa che va contrastata, combattuta, sconfitta, perché rappresenta il retroterra tipico delle svolte reazionarie, massa di manovra su cui surfano ipotesi politiche reazionarie.
Oltretutto la tematica novax e no pass ha totalmente deviato l’attenzione dai punti critici che la pandemia ha messo in luce:
– un sistema sanitario nazionale minato dalla regionalizzazione e dalle politiche liberiste che hanno indebolito l’assistenza pubblica sul territorio a vantaggio della privatizzazione dell’offerta sanitaria;
– il collo di bottiglia dei brevetti privati, la situazione di monopolio raggiunta da alcune compagnie rispetto all’offerta internazionale di vaccini, il che solleva giusti interrogativi sulla scelta finale dei vaccini più adeguati e sulla stessa strategia vaccinale;
– la mancata vaccinazione della stragrande maggioranza della popolazione mondiale che non vi ha accesso.
Sul pass vaccinale alcune osservazioni critiche hanno un fondamento corretto, poiché è contraddittorio pretendere una certificazione obbligatoria di un vaccino non obbligatorio per legge.
Una incoerenza che solleva critiche e opposizioni in punto di diritto, più corretto sarebbe stato imporre l’obbligo vaccinale.
Resta tuttavia che l’ostilità contro il pass – salvo le situazioni non tutelate di chi non può vaccinarsi per ragioni mediche del tutto oscurate dalle modalità con cui viene affrontata questa vicenda – è animata da una polemica di sostituzione poiché serve a fare velo sul problema vero, il rifiuto del vaccino.
Infine, tanto per rendere la situazione ancora più surreale, la gazzarra fascista di domenica che ha portato all’assalto della sede nazionale della CGIL sta diventando il pretesto per una nuova stretta repressiva, un giro di vite contro la libertà di manifestare che colpirà quel che resta dell’opposizione sociale che si occupa di sfruttamento nei posti di lavoro, dei migranti, delle carceri.
Altro che green pass della minchia!
Fonte
Tra i 4 milioni e i 5 milioni di queste sono in età lavorativa, non conosciamo con esattezza la loro incidenza nei posti di lavoro, nelle professioni e nel commercio.
Quante di queste hanno problematiche mediche che impediscono il vaccino? Il dato non è quantificato.
Ammettiamo che 1 milione di persone non possa vaccinarsi per ragioni mediche.
Restano 4 milioni di persone ostili al vaccino. Di queste quanti sono gli esitanti e quale è lo zoccolo duro ideologicamente “antivaccinista”?
Quale è la composizione sociale e territoriale di questo zoccolo duro?
Quanti lavoratori dipendenti, quanti autonomi?
Una indagine Ipsos di agosto scorso diceva che il 7% degli italiani era antivaccinista, ovvero 4,2 milioni. Il che corrisponde alla stima appena accennata.
Il 24% non vuole il green pass, ovvero 14 milioni e mezzo. Dato che mostra come questa misura sia divisiva, poiché con tutta evidenza coinvolge anche i vaccinati.
Secondo l’Ipsos gli ostili al vaccino sarebbero concentrati in prevalenza nel Nord-Est italiano, hanno un’età compresa tra in 35 e i 49 anni, ovvero generazioni nate tra gli anni '80-'90 del secolo scorso.
È novax l’11% della popolazione con un reddito elevato, il 5% di quella con un reddito medio e l’8% di quella a basso reddito.
Sul piano delle preferenze politiche, le percentuali più alte di contrari al vaccino sono tra le persone che si dichiarano elettori della Lega (14%) e di Fratelli d’Italia (10%), mentre le percentuali più alte di indecisi sono tra gli elettori di Forza Italia e dei partiti minori di centrodestra.
Tra i favorevoli al vaccino prevalgono i laureati, gli elettori di centrosinistra e le persone che si informano attraverso i quotidiani. «Qui si nota una differenza chiara rispetto ai no vax e agli attendisti, che per il 30% si informano sui social, dove il confronto è anzitutto con chi la pensa come te», ha spiegato il sondaggista e amministratore delegato di Ipsos Italia, Nando Pagnoncelli.
A me sembra che questi dati diano una immagine chiara della composizione sociale di questo mondo e dei suoi orientamenti politico-culturali.
Ritengo delle posizioni allucinate quelle che sostengono che questi settori esprimano una “rabbia sociale” e domande che vadano ascoltate, indirizzate, autorganizzate.
Questi sono gruppi sociali dalle pulsioni autoriferite, egoiste, identitarie, animate da sottofondi negazionisti, complottisti, teppa che va contrastata, combattuta, sconfitta, perché rappresenta il retroterra tipico delle svolte reazionarie, massa di manovra su cui surfano ipotesi politiche reazionarie.
Oltretutto la tematica novax e no pass ha totalmente deviato l’attenzione dai punti critici che la pandemia ha messo in luce:
– un sistema sanitario nazionale minato dalla regionalizzazione e dalle politiche liberiste che hanno indebolito l’assistenza pubblica sul territorio a vantaggio della privatizzazione dell’offerta sanitaria;
– il collo di bottiglia dei brevetti privati, la situazione di monopolio raggiunta da alcune compagnie rispetto all’offerta internazionale di vaccini, il che solleva giusti interrogativi sulla scelta finale dei vaccini più adeguati e sulla stessa strategia vaccinale;
– la mancata vaccinazione della stragrande maggioranza della popolazione mondiale che non vi ha accesso.
Sul pass vaccinale alcune osservazioni critiche hanno un fondamento corretto, poiché è contraddittorio pretendere una certificazione obbligatoria di un vaccino non obbligatorio per legge.
Una incoerenza che solleva critiche e opposizioni in punto di diritto, più corretto sarebbe stato imporre l’obbligo vaccinale.
Resta tuttavia che l’ostilità contro il pass – salvo le situazioni non tutelate di chi non può vaccinarsi per ragioni mediche del tutto oscurate dalle modalità con cui viene affrontata questa vicenda – è animata da una polemica di sostituzione poiché serve a fare velo sul problema vero, il rifiuto del vaccino.
Infine, tanto per rendere la situazione ancora più surreale, la gazzarra fascista di domenica che ha portato all’assalto della sede nazionale della CGIL sta diventando il pretesto per una nuova stretta repressiva, un giro di vite contro la libertà di manifestare che colpirà quel che resta dell’opposizione sociale che si occupa di sfruttamento nei posti di lavoro, dei migranti, delle carceri.
Altro che green pass della minchia!
Fonte
11/10/2021
Quei paralleli che non incontrano ancora la realtà
La fretta di darsi una spiegazione degli avvenimenti ingenera sempre superstizioni. Dei gravi fatti avvenuti durante la manifestazione cosiddetta “No-Vax” di Roma si fa, per esempio, un parallelo con lo squadrismo di un secolo fa.
È vero che oggi tornano protagonisti i fascisti, è vero che l’assalto alla sede della CGIL è un atto squadristico, ma fare di questi fatti l’unica chiave di lettura è sbagliato, superficiale, utile solo a risarcire l’emozione del momento.
Un altro parallelo è stato fatto tra l’assalto alla sede del sindacato e la cacciata di Lama dall’Università La Sapienza, nel 1977.
È vero che i sindacati furono degli anni Sessanta e Settanta al centro di una vasta contestazione per il loro ruolo subalterno alle ristrutturazioni aziendali nelle grandi fabbriche del Nord, che furono la base della grande stagione dell’autonomia operaia dalle logiche sindacali, e che la “Cacciata di Lama” del 17 febbraio del 1977 fu una palese frattura tra le giovani generazioni, consapevoli che sarebbe state condannate alla marginalità, quella che oggi chiamiamo precariato.
Ma protestare contro chi era venuto con l’intento politico di normalizzare il Movimento del '77 è molto diverso dal devastare la sede nazionale della Cgil, non solo negli aspetti pratici, ma proprio sul terreno dello scontro politico.
Vero è anche che la Cgil è stata in tutti questi anni di crisi spesso il traino delle grandi confederazioni su politiche concertative che hanno ridotto costantemente il potere contrattuale della classe lavoratrice.
Ma l’attacco alla sede della Cgil non risponde solo a logiche di visibilità mediatica e di leadership di una delle organizzazioni neo fasciste sulle altre. È un gesto intimidatorio contro ogni tentativo di gestire in modo “socialmente sostenibile” i fondi del PNRR, un messaggio trasversale e minaccioso.
Qualcuno ha richiamato l’assalto al Campidoglio di Washington da parte delle “truppe trumpiane”. Ad altri sono venuti in mente la strage di sindacalisti in Ucraina. Ipotesi molto suggestive, anche in considerazione dell’aria cattiva che si respira in Europa.
I paralleli storici e le stesse similitudini, però, sono spesso forzature della realtà, che non aiutano, e quindi confondono.
Dunque di che cosa parliamo quando parliamo del movimento “No-Vax”, all’interno del quale trovano rifugio prima e protagonismo poi i “fascisti del III Millennio”?
Fuori da ogni tentazione sociologica, è un dato di fatto che la crisi genera mostri, perché la paura di veder crollare il proprio tenore di vita fa rabbia.
La pandemia è venuta a rincarare la dose della crisi del 2008-2014, e si è innestata su quelle macerie sociali. È aumentata la povertà, il precariato, non i redditi da lavoro dipendente, mentre attualmente stanno aumentando le tariffe della luce e del gas, e l’aumento del costo dei carburanti sta provocano un aumento dei prezzi al consumo, che farà molto male ai salari dei lavoratori italiani, tra i più bassi d’Europa.
Lo Stato sociale, che “ammortizzava” lo scontro tra gli interessi di classe è stato via via smantellato, e lascia senza protezione sociale milioni di persone.
Che cosa salta agli occhi? Che la salute ha un costo, la scuola ha un costo, la pensione non ha più certezza. Contemporaneamente, che la “ripresa” farà bene ai fatturati, ma non ai redditi delle famiglie, che i finanziamenti del PNRR sono e saranno gestiti in una logica della disuguaglianza sociale, premieranno i più forti, puniranno i più deboli.
Anche il “reddito di cittadinanza”, che ha evitato per un pelo la miseria più nera, è messo in discussione. Il governo Draghi è keynesiano con le imprese, neoliberista con i lavoratori. “Socialismo per ricchi“, sintetizzava Stiglitz...
In questa situazione, aggravata dalla crisi ecologica, ecco la protesta “spontanea” dei “No Vax”, un pretesto per dare sfogo alla rabbia sociale molto simile, questo sì, a quello dei “gilet gialli“.
La spontaneismo non è solo malessere sociale, ma soprattutto politico. Perché quella domanda di giustizia sociale non è stata raccolta e sviluppata in attività politica costruttiva, è diventata una forma di autodifesa disperata e quindi tendenzialmente violenta.
Ecco perché ci si ficcano dentro i neofascisti, che si muovono nella stessa logica di sempre: fare il lavoro sporco al servizio di chi vuole far arretrare ancora la classe lavoratrice, perché i grandi e i piccoli capitalisti non vogliono concedere un bel niente: vogliono tutto per loro il PNRR, i vantaggi fiscali, vogliono rispettare meno regole ambientali, fare del costo del lavoro una leva di ricatto, di individualismo, usando la paura di perdere il lavoro, quindi un arrogante modo di costringere a un misero stipendio, a condizioni di lavoro degradanti, che mettono in pericolo la stessa vita di chi lavora.
Di lavoro si muore in Italia: ogni anno ci sono 1000 morti, 10 mila feriti, 1 milione di invalidi.
Quello che è successo in questi mesi è stato sottovalutato da tutti, meno da chi aveva tutto l’interesse a manovrare la rabbia popolare: i due grandi partiti di destra, cosiddetti “sovranisti” e “populisti”, uno dei quali è al governo; senza contare i giornali e le tv berlusconiane, che hanno distribuito dosi massicce di demagogia, di falsificazioni, di bieca propaganda.
D’altro canto, il centrosinistra è totalmente in ritardo, alle prese com’è con le beghe personalistiche, si sta accontentando di piccole rivincite elettorali.
Landini si accorge del ritardo e ha parlato ieri a Roma, di fronte alla sede devastata dal raid fascista, “di sostenibilità sociale”, lasciando a intendere una nuova stagione di protagonismo sindacale non solo sul terreno della contrattazione aziendale, ma sul piano dello scontro sociale in atto.
Parla cioè di lavoro, reddito, redistribuzione, diritti. E convoca una manifestazione nazionale unitaria a Roma. La risposta c’è stata, molti sono andati davanti alle sedi della Cgil in tutta Italia. Ci sarà da prestare attenzione alla manifestazione nazionale del 16 ottobre.
Le organizzazioni sindacali di base, finalmente tutte insieme, oggi, lunedì 11, sciopero contro le politiche punitive e filo industriali del governo Draghi. È uno sciopero generale. Sarà interessante capire la risposta dei lavoratori e le prospettive future di questa ritrovata unità d’azione.
Se è innegabile che qualcosa di pericoloso sia successo e che qualcosa di importante si stia muovendo, quello che bisogna mettere in luce, però, è l’assenza in questi anni di iniziativa sul terreno dell’azione politica della sinistra sociale e di classe.
Tuttavia, ci sono le condizioni perché prenda forma una nuova e radicata presenza attiva e combattiva nelle contraddizioni aperte dalla pandemia, e più in generale dal “capitalismo del III Millennio”, che sappia raccogliere la sfida del profondo disagio e trasformarla in nuove proposte di lotta, di aggregazione, di coesione e nuove pratiche di opposizione al sistema economico, alle sue storture, alle sue arroganti diseguaglianze, al classismo più smaccato e punitivo.
Questo è il compito.
Fonte
È vero che oggi tornano protagonisti i fascisti, è vero che l’assalto alla sede della CGIL è un atto squadristico, ma fare di questi fatti l’unica chiave di lettura è sbagliato, superficiale, utile solo a risarcire l’emozione del momento.
Un altro parallelo è stato fatto tra l’assalto alla sede del sindacato e la cacciata di Lama dall’Università La Sapienza, nel 1977.
È vero che i sindacati furono degli anni Sessanta e Settanta al centro di una vasta contestazione per il loro ruolo subalterno alle ristrutturazioni aziendali nelle grandi fabbriche del Nord, che furono la base della grande stagione dell’autonomia operaia dalle logiche sindacali, e che la “Cacciata di Lama” del 17 febbraio del 1977 fu una palese frattura tra le giovani generazioni, consapevoli che sarebbe state condannate alla marginalità, quella che oggi chiamiamo precariato.
Ma protestare contro chi era venuto con l’intento politico di normalizzare il Movimento del '77 è molto diverso dal devastare la sede nazionale della Cgil, non solo negli aspetti pratici, ma proprio sul terreno dello scontro politico.
Vero è anche che la Cgil è stata in tutti questi anni di crisi spesso il traino delle grandi confederazioni su politiche concertative che hanno ridotto costantemente il potere contrattuale della classe lavoratrice.
Ma l’attacco alla sede della Cgil non risponde solo a logiche di visibilità mediatica e di leadership di una delle organizzazioni neo fasciste sulle altre. È un gesto intimidatorio contro ogni tentativo di gestire in modo “socialmente sostenibile” i fondi del PNRR, un messaggio trasversale e minaccioso.
Qualcuno ha richiamato l’assalto al Campidoglio di Washington da parte delle “truppe trumpiane”. Ad altri sono venuti in mente la strage di sindacalisti in Ucraina. Ipotesi molto suggestive, anche in considerazione dell’aria cattiva che si respira in Europa.
I paralleli storici e le stesse similitudini, però, sono spesso forzature della realtà, che non aiutano, e quindi confondono.
Dunque di che cosa parliamo quando parliamo del movimento “No-Vax”, all’interno del quale trovano rifugio prima e protagonismo poi i “fascisti del III Millennio”?
Fuori da ogni tentazione sociologica, è un dato di fatto che la crisi genera mostri, perché la paura di veder crollare il proprio tenore di vita fa rabbia.
La pandemia è venuta a rincarare la dose della crisi del 2008-2014, e si è innestata su quelle macerie sociali. È aumentata la povertà, il precariato, non i redditi da lavoro dipendente, mentre attualmente stanno aumentando le tariffe della luce e del gas, e l’aumento del costo dei carburanti sta provocano un aumento dei prezzi al consumo, che farà molto male ai salari dei lavoratori italiani, tra i più bassi d’Europa.
Lo Stato sociale, che “ammortizzava” lo scontro tra gli interessi di classe è stato via via smantellato, e lascia senza protezione sociale milioni di persone.
Che cosa salta agli occhi? Che la salute ha un costo, la scuola ha un costo, la pensione non ha più certezza. Contemporaneamente, che la “ripresa” farà bene ai fatturati, ma non ai redditi delle famiglie, che i finanziamenti del PNRR sono e saranno gestiti in una logica della disuguaglianza sociale, premieranno i più forti, puniranno i più deboli.
Anche il “reddito di cittadinanza”, che ha evitato per un pelo la miseria più nera, è messo in discussione. Il governo Draghi è keynesiano con le imprese, neoliberista con i lavoratori. “Socialismo per ricchi“, sintetizzava Stiglitz...
In questa situazione, aggravata dalla crisi ecologica, ecco la protesta “spontanea” dei “No Vax”, un pretesto per dare sfogo alla rabbia sociale molto simile, questo sì, a quello dei “gilet gialli“.
La spontaneismo non è solo malessere sociale, ma soprattutto politico. Perché quella domanda di giustizia sociale non è stata raccolta e sviluppata in attività politica costruttiva, è diventata una forma di autodifesa disperata e quindi tendenzialmente violenta.
Ecco perché ci si ficcano dentro i neofascisti, che si muovono nella stessa logica di sempre: fare il lavoro sporco al servizio di chi vuole far arretrare ancora la classe lavoratrice, perché i grandi e i piccoli capitalisti non vogliono concedere un bel niente: vogliono tutto per loro il PNRR, i vantaggi fiscali, vogliono rispettare meno regole ambientali, fare del costo del lavoro una leva di ricatto, di individualismo, usando la paura di perdere il lavoro, quindi un arrogante modo di costringere a un misero stipendio, a condizioni di lavoro degradanti, che mettono in pericolo la stessa vita di chi lavora.
Di lavoro si muore in Italia: ogni anno ci sono 1000 morti, 10 mila feriti, 1 milione di invalidi.
Quello che è successo in questi mesi è stato sottovalutato da tutti, meno da chi aveva tutto l’interesse a manovrare la rabbia popolare: i due grandi partiti di destra, cosiddetti “sovranisti” e “populisti”, uno dei quali è al governo; senza contare i giornali e le tv berlusconiane, che hanno distribuito dosi massicce di demagogia, di falsificazioni, di bieca propaganda.
D’altro canto, il centrosinistra è totalmente in ritardo, alle prese com’è con le beghe personalistiche, si sta accontentando di piccole rivincite elettorali.
Landini si accorge del ritardo e ha parlato ieri a Roma, di fronte alla sede devastata dal raid fascista, “di sostenibilità sociale”, lasciando a intendere una nuova stagione di protagonismo sindacale non solo sul terreno della contrattazione aziendale, ma sul piano dello scontro sociale in atto.
Parla cioè di lavoro, reddito, redistribuzione, diritti. E convoca una manifestazione nazionale unitaria a Roma. La risposta c’è stata, molti sono andati davanti alle sedi della Cgil in tutta Italia. Ci sarà da prestare attenzione alla manifestazione nazionale del 16 ottobre.
Le organizzazioni sindacali di base, finalmente tutte insieme, oggi, lunedì 11, sciopero contro le politiche punitive e filo industriali del governo Draghi. È uno sciopero generale. Sarà interessante capire la risposta dei lavoratori e le prospettive future di questa ritrovata unità d’azione.
Se è innegabile che qualcosa di pericoloso sia successo e che qualcosa di importante si stia muovendo, quello che bisogna mettere in luce, però, è l’assenza in questi anni di iniziativa sul terreno dell’azione politica della sinistra sociale e di classe.
Tuttavia, ci sono le condizioni perché prenda forma una nuova e radicata presenza attiva e combattiva nelle contraddizioni aperte dalla pandemia, e più in generale dal “capitalismo del III Millennio”, che sappia raccogliere la sfida del profondo disagio e trasformarla in nuove proposte di lotta, di aggregazione, di coesione e nuove pratiche di opposizione al sistema economico, alle sue storture, alle sue arroganti diseguaglianze, al classismo più smaccato e punitivo.
Questo è il compito.
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