Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

10/10/2011

Guerriglia urbana

Presto nelle maggiori capitali europee (?)



Chissà come sono giudicate queste situazioni dai governi europei, effetti collaterali?

Metamorfosi cinese.

Pechino verso il 2012, quando tutto cambierà "secondo caratteristiche cinesi".

"Negli ambienti più 'esoterici' - dice N - si parla di un nuovo imperatore celeste che tornerà e sostituirà il Partito comunista. Ci sarà una democrazia 'secondo caratteristiche cinesi', con una figura al di sopra di tutto che incarni l'armonia tra cielo e terra e due partiti che si contenderanno il potere in libere elezioni".
Dato che siamo in Cina e che il principio di contraddizione aristotelico non esiste, gli ambienti esoterici sono i livelli più elevati dello stesso Pcc. E anche i due futuri partiti potrebbero essere lo stesso Partito che si divide in due nella sua ennesima metamorfosi. Per continuare a esistere. Per evitare che la Cina esploda.
Forse saranno un partito confuciano e uno taoista, oppure no, legista. Il ritorno delle antiche scuole di pensiero, perché in Cina il tempo è circolare. Di sicuro Confucio avrà la sua parte, dato il suo grande rispolvero ormai in voga da anni. Nello Zhejiang, la regione più dinamica del Paese, pare che tutte le statue di Mao all'ingresso delle scuole siano già state sostituite da quelle del grande Kong Zi. Notizia tutta da verificare, per farlo basterà prendere il treno superveloce che da Pechino va a Shanghai e poi scendere ancora un po'. Sì, proprio quel treno che a luglio, con il disastroso incidente di Wenzhou, ha ridotto drasticamente la fiducia popolare nel Partito e convinto i suoi leader che non si vive di solo sviluppo accelerato (e la metafora dell'alta velocità è quanto mai azzeccata). In quei giorni tutto sembrava sfuggire di mano: dirette televisive interrotte a metà, giornaliste sul luogo dell'incidente riprese mentre facevano il gesto del dito medio alla regia che le tagliava; carrozze sotterrate in fretta e furia con i cadaveri all'interno, per ridurre d'ufficio il numero dei morti, e poi ritirate fuori quando su web ha cominciato a circolare un video che smascherava il macabro inganno. Potrebbe anche non essere vero, ma la gente ci ha creduto: è questo che conta.
Quando i disastri si accumulano è l'armonia celeste a essere in pericolo. E allora deve saltare la testa di chi avrebbe dovuto garantirla, l'armonia: l'imperatore prima, il Partito oggi. Per questo la metamorfosi è necessaria. Quando le regioni del sud sono state colpite dalla siccità, il presidente Hu Jintao è andato in pellegrinaggio dalle popolazioni afflitte. Poi sono cominciate le alluvioni. Giravano parecchie barzellette, sul web e di bocca in bocca.
Nel 2012 cambierà l'intera leadership a tutti i livelli del Partito e del potere. I nuovi arrivati dovranno risolvere il grande problema della Cina, presa tra l'insostenibilità di un mercato che corre troppo e il controllo politico dello stesso, che a sua volta però fomenta la corruzione (un guaio antico come la Cina stessa).
Prendiamo il caso della speculazione edilizia, un problema vero. A Pechino - racconta J - tutte le case dei primi tre anelli (per intenderci, come se a Milano si parlasse di tutto quello che sta all'interno della circonvallazione della 90-91, ma su dimensioni ben più grandi) stavano gradualmente diventando "case di rappresentanza" per businessmen che arrivavano da fuori; oppure terzi, quarti, quinti appartamenti di burocrati corrotti a cui i businessmen di cui sopra li regalavano. Risultato: i prezzi schizzavano in alto e il centro si svuotava. Un processo che stava allargandosi a tutte le città di primo e secondo livello della Cina, che a Shanghai e Chongqing era già ben più avanti che a Pechino. Ma qui il potere politico può decidere qualcosa e farlo calare dall'alto nel giro di due giorni: hanno deciso di chiudere i rubinetti, hanno vietato alle banche di fare prestiti per le seconde case e le hanno tassate. Quindi la speculazione ha rallentato, anche se è probabile che - tutto il mondo è paese - fatta la legge-trovato l'inghippo: i ricchi e gli speculatori cominceranno a comprarle attraverso prestanome.
Se lasci correre liberamente gli istinti animali del mercato, la Cina esplode, perché quegli istinti sono "animali" sul serio. Tutti pensano ad arricchirsi a breve termine - continua J - non esistono progetti (individuali, familiari, imprenditoriali) sul lungo periodo: tutto e subito. Non si fanno investimenti se non si vede un ritorno immediato, questo esaspera la competizione al ribasso, surriscalda il mercato e non produce innovazione. E sono un miliardo e trecento milioni che corrono in questa direzione. Solo chi sta in alto, l'imperatore e la sua corte, ha una visione complessiva del bene comune, può tenere insieme questa Cina a forte rischio esplosione. Ma se tiri troppo il freno e imponi regole coercitive, il Paese rischia di esplodere lo stesso, perché il Partito ha ritagliato il proprio consenso proprio liberando gli istinti animali: "Arricchirsi è glorioso". Quindi è un continuo aprire e chiudere il rubinetto, cercando di colpire la corruzione dei funzionari che esaspera ulteriormente gli animi.
Ma ci vuole una narrazione comune adatta ai tempi, mentre si prepara l'ennesima metamorfosi. E la Cina come sempre torna alla sua tradizione plurimillenaria: "Si dice che tutte le statue di Mao all'ingresso delle scuole siano state sostituite da quelle di Confucio".

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09/10/2011

Il progetto di Putin.

Tra le fosche previsioni del visionario '1984' di Orwell che sembrano sul punto di avverarsi ora c'è anche l'Eurasia: una dei futuri superstati che si contenderanno il dominio mondiale.
Lo zar Vladimiro, che il prossimo 4 marzo rientrerà trionfalmente al Cremlino, ha annunciato che l'obiettivo centrale del suo terzo mandato presidenziale sarà la creazione dell'Unione eurasiatica: una reincarnazione neoliberista dell'Unione sovietica.
Subito dopo aver annunciato la sua ricandidatura presidenziale, Putin ha scelto proprio l'ex quotidiano sovietico, l'Izvestiya, per spiegare il suo ambizioso progetto di "integrazione eurasiatica" (qui tradotto in italiano).
Il primo passo del processo di unificazione avverrà già il 1° gennaio 2012, quando l'unione doganale nata due anni fa tra Russia, Bielorussia e Kazakistan diventerà un vero e proprio Spazio economico comune (Sec), al quale dovrebbero aderire anche Tagikistan e Kirghizistan e successivamente, almeno nelle intenzioni di Putin, Uzbekistan, Armenia, Moldova e Ucraina.
Con l'Unione eurasiatica Putin mira a rivitalizzare e concretizzare il progetto - rimasto sulla carta - della Comunità economica eurasiatica (Eursec) creata nel 2000 dagli Stati ex sovietici della Comunità di Stati indipendenti (Csi).
Ma anche a dare un valore economico all'alleanza militare post-sovietica dell'Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto), la cosiddetta 'Nato dell'Est' fondata nel 2002 - che però non comprende la filo-occidentale Moldavia e l'Ucraina, oggi più incline a tornare nell'orbita russa.
La sfida lanciata da Putin con il suo progetto eurasiatico si gioca infatti sul fronte est-europeo. E non è un caso che l'abbia lanciata ora che il processo d'espansione a est dell'Unione europea segna il passo.
Proprio pochi giorni prima dell'annuncio di Putin sull'Izvestiya, il summit Ue di Varsavia aveva clamorosamente fallito - complice la crisi economica europea - nel suo intento di rilanciare il moribondo 'Partenariato orientale' del 2009 tra l'Unione europea, Ucraina, Moldavia, Georgia, Bielorussia e Azerbaigian.
Se a questo si somma la svolta non-interventista dell'amministrazione Usa nel quadrante ex-sovietico - le 'rivoluzioni colorate' dell'era Bush sono state sostituite dalle 'rivolte arabe' dell'era Obama - Putin potrebbe avere gioco facile nel riportare l'ex Urss sotto il controllo del Cremlino.

Fonte.

A giudicare da questo progetto direi che Punti si candida meritatamente per il posto di statista (discutibilissimo) degli ultimo decennio.

L'immigrazione in Israele.

Quando venne prospettato, il provvedimento non piacque nemmeno alla moglie di Netanyahu, Sara Netanyahu, che al ministro dell'Interno Ely Yishai, leader dell'ultraconservatore Shas, scrisse: "Mi appello come madre di due giovani ragazzi e come psicologa dal profondo del mio cuore affinché venga consentito alla stragrande maggioranza dei bambini di restare in Israele".
Il riferimento era a quattrocento figli di immigrati che - secondo i criteri stabiliti dal ministero dell'Interno - non possono rimanere nel Paese. Questa settimana è arrivata la decisione: quei bambini - giudicati illegali su un gruppo di 1.200 - vanno espulsi entro ventuno giorni. Sono nati da genitori non ebrei, che vivono in Israele con un permesso di lavoro, e pertanto sono illegali. Se dapprima il governo di Israele ha incoraggiato circa 200mila immigrati del sud-est asiatico, principalmente Cina, e Africa, a trasferirsi a lavorare al posto dei palestinesi, ora lo stesso governo caccia i nuovi nati, concedendo la residenza in Israele solo a quei bambini che vi abbiano trascorso almeno cinque anni, che parlano l'ebraico e che frequentano scuole dalle elementari in su. Gli altri verranno deportati nei Paesi d'origine dei genitori.
La decisione è stata approvata dal Gabinetto di Netanyahu con il voto favorevole di tredici ministri, quello contrario di dieci e l'astensione di quattro. Il ministro per le Infrastrutture, Ben-Eliezer, e quello dell'Istruzione, Gideon Sa'ar, hanno votato contro il loro partito, proponendo invece che tutti i bambini debbano rimanere, con status di cittadini. Ben-Elezier ha dichiarato che "questo non è lo stato ebreo che conosco, se deporta bambini". Il ministro per gli Affari Sociali, Isaac Herzog, si è astenuto: "Non sopporto l'idea di deportare bambini di cinque anni", ha detto. Poco prima del voto, si è scatenata la bagarre tra il ministro degli Esteri Avigdor Liebermann e quello dell'Interno Eli Yishai da una parte, contro Herzog e Sa'ar dall'altra. E' intervenuto il primo ministro Netanyahu, che in conversazioni private è riuscito a ottenere che il suo gabinetto approvasse il contestato provvedimento, dichiarando in conferenza stampa che la decisione è stata influenzata da due considerazioni primarie: "La considerazione umanitaria e quella sionista. Cerchiamo un modo - ha detto Netanyahu - per assorbire e far entrare nei nostri cuori bambini che sono stati cresciuti qui come israeliani. Per converso, non vogliamo creare un incentivo che porti a far entrare centinaia di migliaia di lavoratori illegali nel nostro Paese". E' ben chiaro il carattere sionista dell'iniziativa: lo Stato ebraico deve rimanere ebraico.
La sezione israeliana di Unicef, l'organizzazione che ha in carico l'applicazione della Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia, ha contestato il provvedimento, definendolo una 'palese violazione' della Convenzione che Israele ha firmato con altri duecento Stati. "Israele - si legge nella nota diffusa da Unicef - deve elaborare una politica di immigrazione umana, e fermare la porta girevole che vuole da un lato deportare lavorati e bambini immigrati, dall'altro introdurne di nuovi".
Una forza di polizia di recente formazione, l'unità Oz, pattuglia le strade in cerca di immigrati illegali, svolgendo anche azioni di controllo su quelli legali. Il governo ha affidato alla task force l'espulsione di 20mila immigrati illegali quest'anno e 100mila entro il 2013, sui 280mila presenti nel Paese. Cifre utopistiche, se un rapporto della stessa unità Oz riferisce che solo 700 immigrati sono stati cacciati (mentre poco più di duemila hanno lasciato il Paese 'volontariamente'). Israele ha aumentato il numero dei permessi per gli immigrati dopo la seconda intifada palestinese, nel duemila. Per la legge israeliana è quasi impossibile ottenere la cittadinanza, se non si è ebrei. Dalla nascita, nel 1948, Israele si definisce Stato ebraico. Secondo lo stesso Netanyahu, controllare l'immigrazione significa conservare il carattere ebraico dello Stato israeliano. Se da un lato si approvano leggi per espellere i non-ebrei, dall'altro, decine di organizzazioni israeliane incoraggiano l'immigrazione di ebrei da ogni parte del mondo.

Fonte.

La linea di demarcazione tra Israele e la Germania Nazista sì fa sempre più sfumata.

07/10/2011

L'Islanda non molla.

Reykjavik. Il primo ministro Johanna Sigurdardóttir è rinchiusa all'interno dell'Althingi, il parlamento islandese, per spiegare al governo e ai deputati perchè non è possibile rimandare o peggio ancora cancellare il pagamento dei debiti nei confronti di Gran Bretagna e Olanda. Fuori dal parlamento il popolo islandese non ci sta. Persone di tutte le età e di ogni estrazione sociale si sono radunate, prima a decine, poi a centinaia, per mostrare il prorpio dissenso battendo su pentole, bidoni e pali della Luce. Trombe, fischietti e megafoni portano il frastuono all'inverosimile. Di tanto in tanto dalle finestre del Palazzo fa capolino qualche testa Che guarda preoccupata. I manifestanti non mollano, continuano per ore fino a buio inoltrato. Saltano all'unisono, la terra trema. "Abbiamo già mandato a Casa un governo e un parlamento. Faremo lo stesso con loro", dice uno dei tanti giovani presenti. Kristin, Che di anni ne ha 72, è agguerrita: "Stiamo perdendo tutto, I nostri risparmi, le nostre case. Noi non ci stiamo a pagare I debiti di pochi farabutti banchieri Che sono fuggiti all'estero e viaggiano Sui loro jet privati a nostre spese. Non lo permetteremo!"
Dopo il default del 2008 a causa del crollo del sistema bancario, per due volte il popolo islandese ha votato dei referendum per opporsi al pagamento di debiti mostruosi generati dalla gestione criminale delle tre principali banche del Paese.



Fonte.

Gente così tenace e partecipativa meriterebbe la copertina del Time, ma penso che il periodico americano, anche quest'anno riserverà al proprio pubblico un vincitore molto più scontato.

La finanza vince.

Intrecci politico-economici tra Usa, Cina ed Europa, con al centro la questione monetaria.
Il Senato di Washington discuterà infatti a breve termine un disegno di legge che dovrebbe bollare la Cina come "manipolatore valutario" e dare quindi luogo a una serie di ritorsioni commerciali contro i prodotti del Dragone.
È un'azione soprattutto politica: nell'anno che si concluderà con le elezioni presidenziali, un gruppo bipartisan di parlamentari vuol fare pressione in primis sull'amministrazione Obama perché faccia un atto eclatante per la presunta difesa dell'occupazione.
Tuttavia, il segretario al Tesoro Timothy Geithner si è sempre rifiutato di arrivare a tanto, pur chiedendo periodicamente a Pechino di rivalutare maggiormente lo yuan.
In realtà la valuta cinese si è rivalutata del 3 per cento circa quest'anno e del 6,6 per cento dal 2010. Una coalizione di 51 gruppi industriali Usa con interessi in Cina ha d'altra parte appena scritto una lettera, proprio al Congresso, chiedendo di non adottare misure drastiche che penalizzerebbero le loro attività economiche. Nella missiva si sostiene che il problema da affrontare, caso mai, è quello dell'inadeguata tutela della proprietà intellettuale da parte di Pechino.
I cinesi, che cercano stabilità e armonia non solo nei proclami (sono condizioni imprescindibili per la crescita del Paese), hanno da sempre accettato di rivalutare la propria moneta tutte le volte che Washington ha alzato un po' troppo la voce. Tuttavia questa volta reagiscono con una certa asprezza, almeno a parole: sull'agenzia ufficiale Xinhua si legge che "è chiaro come il sole che dipingere la Cina come un 'manipolatore valutario' è solo una scusa a buon mercato per qualcuno che a Washington intende lanciare una guerra protezionista".
Inutile dire che l'eventuale approvazioni del bill anticinese potrebbe produrre una guerra commerciale dagli esiti imprevisti e a questo punto tanti segnali inducono a pensare che la Cina potrebbe rivolgersi all'Europa, offrendole una mano per uscire dalle sue crisi a macchia di leopardo, dopo averla fin qui negata (almeno a parole).
Anche in Cina è la politica a dettare le scelte economiche. Proprio nel 2012 ci sarà quel diciottesimo congresso del Partito comunista che cambierà la leadership del Paese, consegnando il potere nelle mani della nuova generazione di dirigenti politici. In vista di quell'appuntamento, è necessario, per il Partito, fare bene: continuare cioè a garantire quel progressivo allargamento del benessere che è la base del consenso dopo il tramonto del grande apparato ideologico del maoismo. La Cina non può esporsi troppo sul debito europeo, se non considera l'Europa un debitore affidabile.
D'altra parte, quella del Vecchio Continente è anche l'economia verso cui veleggia il 28 per cento delle esportazioni cinesi e Pechino non può rischiare che questo flusso di merci si interrompa per via del fallimento di Eurolandia. Secondo alcune stime, la Cina detiene già circa il 7 per cento del debito di Eurolandia e i suoi contratti in Europa da qui a sei mesi si attestano su un valore di 47 miliardi. Si prospetta quindi una riedizione dell'"economia dei galeotti incatenati", non più a cavallo del Pacifico, ma lungo la Via della Seta: la Cina potrebbe comprare il nostro debito per assicurarsi che continuiamo a comprare le sue merci. Nelle casse del Dragone ci sono riserve in valuta straniera tra i 2.800 e i 3.200 miliardi di dollari, la sua crescita si attesta tra il 9 e il 10 per cento. Può tranquillamente garantire i miliardi di euro necessari a ossigenare Portogallo, Spagna, Italia (se non Grecia) in un colpo solo.
Ma quali sono le condizioni per questo aiuto del tutto interessato? Al di là delle garanzie sull'affidabilità di Eurolandia (tema per altro non scontato), secondo molti osservatori, la Cina potrebbe chiedere alla Ue un chiaro appoggio per la sua richiesta al Wto di essere riconosciuta come "economia di mercato", status che non possiede ancora e che dovrebbe essere discusso entro il 2016. Un riconoscimento che renderebbe poi molto difficili guerre commerciali e minacce assortite da parte dell'Occidente. Del resto, il cinese della strada continua a non capire perché chi ha provocato la crisi finanziaria globale e annaspa nei marosi del debito tenga fuori dall'uscio l'economia più dinamica del pianeta.
Così, nella triangolazione economica Usa-Cina-Europa, si giocano anche questioni strettamente politiche.

Fonte.

Magari sbaglio, ma questi focus geo-politici mi pare non inquadrino mai correttamente il soggetto principale della scena.
Mi riferisco a quel mondo finanziario (dal pedigree marcatamente anglosassone) che da 30 anni erode lo stato sociale del vecchio e nuovo continente, accumula profitti abnormi sulla contrattazione di cifre virtuali totalmente avulse dall'economia reale e socializza le proprie perdite (pure quelle virtuali) quando scatena la crisi di turno.
Me li vedo proprio gli avvoltoi di Wall Street e della City che sì sfregano le mani pregustando il banchetto a base di miliardi per adesso stoccati nella pancia del dragone asiatico.