Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Guerriglia urbana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Guerriglia urbana. Mostra tutti i post

14/12/2016

“Guerriglia partigiana a Roma 1943-44”, di Davide Conti

Davide Conti è un giovane storico, ma al contempo già conosciuto e stimato scrittore. Tra il 2008 e il 2009 è stato collaboratore ausiliario del consulente tecnico della Procura della Repubblica di Brescia, Aldo Giannuli, nell’ambito dell’inchiesta sulla strage del 28 maggio 1974 e dal 2010 è consulente dell’Archivio Storico del Senato della Repubblica. Le sue principali pubblicazioni sono state: Lo Stato repubblicano e Via Rasella pubblicato all’interno del libro di Rosario Bentivegna Achtung Banditen. Prima e dopo Via Rasella (Mursia, Milano 2004); Le brigate Matteotti a Roma e nel Lazio (Odradek, Roma 2006); L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” 1940-1943 (Odradek, Roma 2008). Nel 2010 con Ediesse ha pubblicato Le Radici del sindacato. La fondazione della Cgil e le carte del congresso costitutivo del 1906. Sempre nel 2010 ha curato il libro-intervista con Massimo Rendina Cronache dalla prima Repubblica e il volume Leo Solari. I giovani socialisti nel crocevia degli anni ′40, entrambi con Odradek. Con la stessa casa editrice ha pubblicato nel 2011 I criminali di guerra italiani. Accuse, processi impunità, infine nel 2013 L’anima nera della Repubblica. Storia del Msi (Laterza). Riguardo alla sua ultima pubblicazione gli rivolgiamo alcune domande fondamentali per capire il peso di questa nuova raccolta documentaria e soprattutto le ragioni delle sue scelte di approfondimento storico.

Qual è l’obiettivo che si è prefissato di raggiungere con questo libro?

La ricerca si è focalizzata su un aspetto centrale della Resistenza di Roma durante l’occupazione tedesca del 1943-1944: la guerriglia urbana, ovvero una dimensione specifica della lotta armata contro il nazifascismo che fu contestata, delegittimata e criminalizzata per la sua natura non solo da fascisti e nazisti ma anche da poteri istituzionali (Vaticano e monarchia) e dalle componenti moderate del Comitato di Liberazione Nazionale (Dc e liberali). Nell’Italia del dopoguerra, segnata dalle necessità della ricostruzione economica, politica e morale, la guerriglia urbana e la sua difficile eredità (connessa con la dimensione della guerra civile) fu esorcizzata o raccontata con pudore dagli stessi partiti antifascisti che la praticarono cioè il Pci, il Psi ed il Partito d’Azione.

Come ha articolato il volume?

Con un saggio introduttivo che ricostruisce le matrici storiche della guerriglia all’interno delle culture politiche azioniste, socialiste e comuniste, nonché una breve ricognizione dei principali autori che si sono occupati del tema fin dall’800. Poi ho dedicato un capitolo ad ognuno dei tre partiti (Pci, Psiup e PdA). In ultimo un’appendice sui «destini» dei partigiani nel dopoguerra e la difficile trasmissione dell’eredità della guerriglia nell’Italia repubblicana.

Quale fu l’estensione della guerriglia partigiana nella capitale occupata e quale ruolo ebbe la popolazione civile?

La guerriglia urbana nella Roma occupata dai nazifascisti nel 1943-1944 ha rappresentato un fenomeno diffuso in tutta la città, coinvolgendo in modo diretto alcune migliaia di persone ed in modo indiretto un numero di abitanti ancora maggiore.

Roma venne divisa dai partiti della sinistra antifascista in otto zone operative trasformando la città in un campo di battaglia, accidentato e pericoloso per le truppe tedesche e fasciste, grazie alla solidarietà, al sostegno fattuale e all’appoggio ideale della popolazione romana.

Questa collaborò con i partigiani in ogni quartiere della città, dal centro alle borgate, e permise ai Gruppi di Azione Patriottica comunisti e socialisti ed alle Squadre d’Azione Cittadina del partito d’azione di combattere contro un nemico molto più forte per numero, armamento e risorse.

Le principali contestazioni alla pratica della guerriglia riguardano da un lato la sua «irregolarità» e dall’altro i suoi effetti rispetto alle rappresaglie sui civili. Come affronta questi temi nel suo libro?

La Resistenza romana ruppe, con la guerriglia urbana, il monopolio terroristico della forza dell’esercito nazista sulla capitale. L’ordine pubblico tedesco sviluppò nella città la pratica della «guerra ai civili» che ha trovato con le stragi di Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, Boves, Civitella Val di Chiana, (per citare solo alcune delle più note) la sua rappresentazione simbolica più forte. Le stragi di Pietralata, delle Fosse Ardeatine, de La Storta; i rastrellamenti di carabinieri, ebrei e civili; le camere di tortura a via Tasso, alle Pensioni «Oltremare» o «Jaccarino» non furono «rappresaglie» ma vere azioni terroristiche contro la popolazione a cui la guerriglia rispose come necessaria misura di Resistenza alla brutalizzazione nazifascista. La «irregolarità» della guerriglia fu quindi impostata come misura di Liberazione dall’occupante e si frappose alla presunta «regolarità» dell’esercito del III Reich che invece perseguì, in tutta Europa, le sue politiche di sterminio.

Quale fu il «peso» militare concreto della guerriglia durante l’occupazione tedesca di Roma?

Direttamente collegata con le forze Alleate la Resistenza armata venne organizzata in tutte le zone di Roma, realizzando centinaia di azioni di guerriglia e sabotaggio per tutti i nove mesi di occupazione. Il libro ricostruisce giorno per giorno tutte le azioni di guerra delle formazioni partigiane attraverso documenti clandestini dei partiti antifascisti, carte della questura fascista, giornali, documenti giudiziari e memorie orali dei protagonisti.

Perché ha scelto di trattare i tre partiti della sinistra del CLN?

Ho operato questa scelta seguendo due criteri fondamentali: La guerriglia urbana organizzata sistematicamente come misura militare della Resistenza al nazifascismo fu un fattore centrale che distinse comunisti, socialisti e azionisti dal resto dei partiti antifascisti del CLN (Dc, Democrazia del Lavoro e Pli) tanto da determinare la nascita della «Giunta Tripartita». Inoltre questi stessi tre partiti avevano una dimensione nazionale e facevano parte del CLN: due caratteristiche che li distinsero da un’altra formazione molto importante della Resistenza romana ovvero il Movimento Comunista d’Italia noto nella capitale come «Bandiera Rossa». Rispetto invece alla questione delle fonti, la ricerca è stata basata sulla comparazione e l’intersezione di una pluralità di documentazioni di origine e natura diversa.

Su quali fonti ha lavorato quindi?

Fonti interne, clandestine e non, dei partiti antifascisti; carte di polizia fascista e dei comandi tedeschi, materiali del fondo documentale del Ministero della Difesa «Riconoscimento qualifiche per le ricompense ai partigiani della Regione Lazio»; carte giudiziarie, stampa fascista e partigiana ed i nuovi fondi documentali privati versati dai membri dei GAP centrali di Roma (Bentivegna, Capponi, Fiorentini, Ottobrini, Calamandrei, Regard) che ho personalmente curato per l’Archivio Storico del Senato della Repubblica.

da http://www.abitarearoma.net/

Fonte

10/10/2011

Guerriglia urbana

Presto nelle maggiori capitali europee (?)



Chissà come sono giudicate queste situazioni dai governi europei, effetti collaterali?

05/07/2011

Guerriglie urbane moderne.



La canonica analisi precisamente confezionata dall'ex pupillo di Montanelli.
Giusto la descrizione dei "Black Bloc" non sta da nessuna parte se sì eccepisce il pensiero comune dominante.
Con quello che s'è visto a Genova 10 anni fa ed è ormai ampiamente documentato visivamente in rete, varrebbe la pena essere un po' più precisi quando si parla del "fenomeno" degli incappucciati neri e soprattutto un po' più maliziosi circa la loro costante apparizione nei momenti in cui il confronto tra società civile e istituzioni giunge ai ferri corti (Cossiga insegna).

04/07/2011

Guerriglie urbane passate.

Genova, 1960.

Il partito neofascista Msi ha convocato per i giorni 2,3 e 4 luglio il proprio sesto congresso nel capoluogo ligure, presso il Teatro Margherita.
La scelta del luogo è già, evidentemente, una provocazione: Genova, oltre ad essere medaglia d'oro alla Resistenza, è anche la città che, nel 1948 all'epoca dell'attentato a Togliatti, è insorta unanime, rimanendo per più di due giorni in mano agli insorti.
Ma questa non è l'unica provocazione portata avanti dall'Msi, che ha anche preannunciato la presenza al congresso dell'ex prefetto fascista Carlo Emanuele Basile, criminale fascista, che durante la guerra aveva torturato e deportato in Germania molte centinaia di oppositori al regime.
La copertura politica al Movimento Sociale Italiano è data, per la prima volta, direttamente dal governo, al quale siede il democristiano Tambroni, eletto anche grazie all'appoggio dei voti dell'estrema destra italiana. Poco prima del previsto convegno dell'Msi viene nominato questore di Genova Giuseppe Lutri, che durante il ventennio fascista era stato a capo della squadra politica di Torino, ed era anch'egli tristemente noto per avere arrestato e fatto condannare a morte numerosi partigiani.
Le reazioni della sinistra genovese sono immediate: fin dai primi giorni di giugno i rappresentanti dei partiti comunisti e socialisti, dei movimenti e delle associazioni partigiane iniziano una campagna battente per richiedere alla città di prendere posizione contro il raduno fascista.

Il 15 giugno si svolge una prima manifestazione, a cui partecipano più di ventimila persone, per protestare contro il congresso: nella zona di via San Lorenzo si registrano i primi scontri tra manifestanti e un manipolo di neofascisti.
Nei giorni 24 e 25 giugno, dopo il divieto da parte della questura, di tenere un comizio di protesta indetto dalla Camera del lavoro, nuovi cortei, con anche la partecipazione dei portuali, si tengono in tutta la città.
Negli ultimi giorni di giugno alcuni esponenti dell'Msi fanno presente le proprie preoccupazioni in merito alla reazione che la città potrà avere al presidente del Consiglio Tambroni, di fatto chiedendogli la proibizione del congresso per motivi di ordine pubblico, senza però che si sappia che la richiesta è stata fatta dai missini; infine l'Msi dichiara a mezzo stampa che farà giungere a Genova "almeno un centinaio di attivisti romani, scelti tra i più pronti a menar le mani".

Il 30 giugno è il giorno del grande sciopero generale, indetto trasversalmente dai partiti della sinistra, le associazioni e i sindacati genovesi: durante la mattinata migliaia di donne portano fiori al Sacrario dei Caduti, mentre il corteo parte nel primo pomeriggio da Piazza dell'Annunziata, per terminare, senza incidenti, in piazza della Vittoria.
Le persone scese in piazza sono decine di migliaia, dai partigiani agli esponenti del Pci, dagli operai ai portuali, ma i veri protagonisti sono migliaia di giovani, ventenni che non hanno fatto la Resistenza, e che a questa, e alle successive giornate danno un significato che va oltre la pur importantissima coscienza antifascista: i "giovani con le magliette a strisce", come verranno chiamati, sono operai e studenti che hanno maturato un profondo disprezzo nei confronti del sistema capitalistico e del potere e che "hanno dimostrato che quando cessa la fame e la miseria non cessano i motivi per mettersi contro l'attuale società, le classi che la governano, e la polizia che la difende." (Montaldi)

Al termine della manifestazione una cospicua parte dei manifestanti si dirige verso piazza De Ferrari, cantando inni partigiani e scandendo slogan contro le forze dell'ordine.
I poliziotti e i carabinieri che presidiano la zona cercano di disperdere la folla, dapprima con un idrante, infine con violente cariche: lo scontro è ormai inevitabile.
Le camionette della celere inseguono i manifestanti in tutta la piazza e anche sotto i portici delle vie limitrofe, mentre i manifestanti, che continuano a confluire nella zona, rispondono con lanci di pietre, sedie bottiglie, assi di legno dei cantieri edili.
Tra le fila delle forze dell'ordine si comincia a sparare, un giovane rimane ferito; alcune camionette sono date alle fiamme, un ufficiale della polizia viene gettato nella fontana di piazza De Ferrari, molti agenti vengono disarmati, più di cento rimangono feriti.
Cinquanta manifestanti vengono arrestati.
Alle 20 la battaglia continua, fino a quando la celere e i carabinieri sono costretti alla ritirata, ripiegando a presidio degli uffici pubblici: la calma è temporaneamente ritornata in città.

Scrive Silvio Micheli, raccontando quella giornata: "Quando i "celerini" videro che non tutti fuggivano, ma che addirittura ve n'erano che osavano opporre resistenza, divennero belve. Ai mille di Genova si erano aggiunti i mille di Padova: ma presto furono quasi tremila, armati di lanciabombe e di mitra. Alcuni bar sorpresi dal fulmineo attacco non avevano potuto abbassare le saracinesche. Tavoli, sedie e vasi di cemento furono portati fuori e scagliati contro le camionette. Poi vennero divelti i paletti di ferro attorno alla piazza, e le catene che li univano presero a roteare e ad abbattersi sulle camionette. Anche i ferri delle tende divennero armi, e così le caprette e le tavole del sottopassaggio in costruzione davanti al "Carlo Felice". Le rovine del "Carlo Felice" si trasformarono da quel momento in una cava di pietre. I "celerini" rispondevano col lancio di bombe e dove potevano tiravano a investire con le camionette. Tutta la piazza crepitava di bombe e di sassi. Da un vicolo arrivarono dei muratori con lunghe travi che usate subito come bracci di leve fecero sbandare le camionette. Una si rovesciò e venne incendiata. I "celerini" con gli abiti in fiamme, soccorsi dai dimostranti, furono spenti dentro la fontana. Anche il comandante dovette esser tuffato più volte nella fontana di piazza De Ferrari. Un'altra camionetta bruciava presso il fanale davanti alla redazione del "Secolo", e ancora un' altra sotto i portici di via Petrarca presso il Bar Gargiulo."

Un nuovo sciopero è proclamato per il 2 luglio, in concomitanza con l'inizio del congresso.
Il 1 luglio affluiscono a Genova settemila tra poliziotti e carabinieri, con l'ordine di sparare sui manifestanti, Tambroni dichiara che "il congresso si farà", mentre in moltissime città italiane si svolgono scioperi e manifestazioni contro il governo, che portano a violenti scontri a Torino e a San Ferdinando di Puglia.
La questura genovese propone ai dirigenti dell'Msi di spostare il congresso al teatro Ambra di Nervi, vista anche la vicinanza della sede scelta, il teatro Margherita, con il Sacrario dei Caduti,che si trova a meno di cinquanta metri. L'Msi, guidato da Arturo Michelini, rifiutano l'accordo, e dichiarano che accetteranno il trasferimento solo se verrà impedito agli antifascisti di manifestare.

Sempre Silvio Micheli racconta, di questa seconda giornata: "All'alba dell'1 luglio numerose squadre di specialisti comandati da ufficiali di polizia presero a stendere dall'Acquasola a Portoria ampie barriere di filo spinato. La città era in stato d'assedio. Reparti di "celerini" e di carabinieri in assetto di guerra occupavano tutte le vie di accesso al centro. Sotto i portici di via XX Settembre, all'imbocco di via Portoria, una signora che usciva di casa, trovandosi i reticolati davanti, aveva lanciato un grido. "I miei ragazzi! I miei ragazzi!". Quel grido aveva agghiacciato la folla. La donna, alta, già anziana, vestita di nero, prima che qualcuno potesse accorrere si era lanciata con le braccia protese in mezzo al filo spinato. "Salvateli! Salvateli!!", continuava a gridare con gli abiti e la carne a brandelli. I "celerini", pallidi, erano rimasti di pietra. La povera signora veniva portata via di là. Sembrava impazzita. Gli sbarramenti di guerra avevano riacceso in lei un dramma di guerra. Era, come poi dissero, un'israelita superstite da un campo di sterminio in Germania."

La tensione in città torna altissima.

Nella notte tra il 1 e il 2 luglio il prefetto fa schierare gli agenti in snodi importanti della città, al fine di impedire il concentramento dei manifestanti, in arrivo dai quartieri industriali, nel centro della città.

Una colonna di venti trattori agricoli provenienti da Portoria, avanza verso gli schieramenti di forze dell'ordine per abbattere gli sbarramenti di filo spinato che circondano piazza De Ferrari, vengono confezionate centinaia di bombe molotov, nella cinta industriale intorno alla città si ricostituiscono le formazioni di partigiani accorsi da tutta Italia, pronte a scendere in città, in alcuni quartieri, quali del Porto, di via Madre di Dio, di via Sant'Andrea vengono costruite barricate di pietre e legname alte due metri.
Davanti ad alcuni lussuosi alberghi in cui alloggiano i dirigenti dell'Msi i manifestanti si scontrano ancora con le forze dell'ordine, e in alcuni casi riescono anche a entrare in contatto e ricacciare indietro i fascisti.
Sono circa 500.000 i lavoratori e gli antifascisti mobilitati, pronti a scendere in piazza. 

È a questo punto, che il governo capisce di aver perso la partita e, revoca l'autorizzazione all'Msi per lo svolgimento del congresso nel capoluogo ligure. Lo sciopero indetto dai sindacati viene revocato. La Genova antifascista ha vinto.
Continua Silvio Micheli: "Per evitare i blocchi mi diressi a Porta Soprana mentre batteva mezzanotte a un campanile disperso. Ma dove non incontravo "celerini" o carabinieri, incontravo gruppi di giovani e di uomini, con gli occhi duri. Tutte le finestre di quel quartiere operaio erano accese, e gli usci socchiusi. L'elicottero tornava a frullare come ieri sulla città. Un sordo fracasso scoppiò lontano. "Che cosa accade?", chiesi. "Pare che abbiano attaccato i fascisti negli alberghi", mi risposero. "Girano e cantano Giovinezza. I 'celerini' li lasciano cantare, ma noi no". Via Balbi era tutta affollata davanti alla Ccdl. Là in mezzo venni a sapere degli scontri tra fascisti e antifascisti davanti ai lussuosi alberghi. Imbaldanziti dai "celerini" che li proteggevano, i fascisti si lasciavano andare ad atti inconsulti e provocazioni. Come davanti al "Columbia" dove, vanamente difesi, erano stati picchiati e ricacciati dai giovani in maglietta a strisce. Le due non erano lontane. Gli operai arrivavano in via Balbi da ogni rione. Qualche dirigente che li persuadeva a rincasare, era stato fischiato. Nessuno poteva più resistere in casa. La tensione aumentava. [...] Un grido ci fece voltare. Poi un'esplosione di gioia. Era il tocco e quaranta. In quel momento il prefetto di Genova aveva telefonato al segretario della Ccdl per comunicargli personalmente che il congresso del Msi non si sarebbe fatto".
Pesante il bilancio repressivo che le giornate di Genova si porteranno dietro: saranno in tutto novantotto le persone arrestate, ventitré delle quali saranno ancora in carcere il 19 agosto, quando verrà celebrato il processo che terminerà con condanne dure, dai tre ai quattro anni di carcere.
Il 3 luglio si svolge a Genova un'altra grande manifestazione per celebrare la vittoria del movimento antifascista, durante la quale il magistrato Peretti Griva afferma: "I ragazzi arrestati hanno agito per legittima difesa e in stato di necessità contro i soprusi avversari. Guai se il popolo non fosse insorto, si sarebbero preparate al Paese nuove e più tragiche ore. Io mi auguro che la magistratura sappia interpretare esattamente la realtà".

In un estremo atto per cercare di riaffermare la propria autorità, scalfita e messa prepotentemente in discussione dalla vittoria della piazza genovese, Tambroni ordina alle forze dell'ordine , nei giorni successivi, di sparare in situazioni di " particolare emergenza" durante gli scioperi e i cortei antifascisti che vengono organizzati in tutta Italia, molti dei quali finiranno nel sangue.
Il 5 luglio a Licata, in Sicilia, la polizia ucciderà un manifestante e ne ferirà altri ventiquattro, il 6 i poliziotti a cavallo caricheranno un gruppo di deputati che depongono corone di fiori ai piedi di una lapide, il 7 luglio le forze dell'ordine uccideranno 5 operai in sciopero a Reggio Emilia, l'otto luglio altri tre scioperanti verranno uccisi in Sicilia.

Il 19 luglio, scaricato dal suo stesso partito, Tambroni sarà costretto a rassegnare le dimissioni: l'insurrezione genovese aveva dimostrato che qualsiasi tentativo di svolta autoritaria avrebbe dovuto fare i conti con una determinata reazione popolare.

Questa la testimonianza rilasciata a Emilio Quadrelli Da W., uno dei protagonisti dell'insurrezione genovese:
Tieni conto che a Genova il rapporto tra le formazioni partigiane e il partito è sempre stato un rapporto non facile e che il partito tollerava, ma allo stesso tempo cercava di emarginare, tutta quella memoria partigiana che non aveva voce pubblica, non era la voce del partito ma che, almeno in alcuni posti, la Val Bisagno era uno di questi, era molto presente, direi era la presenza reale del partito nel territorio. Per cui, tornando al luglio Sessanta, si può dire che noi, i giovani meno politicizzati, abbiamo dato la scossa ad una situazione che non aspettava altro. Infatti, se poi guardi bene come sono andate le cose, i giovani hanno spinto, ma l'organizzazione di piazza degli scontri, il controllo della città, l'armamento ecc. è stata opera prevalentemente dei vecchi. Poi su questi episodi ci sono state un'infinità di speculazioni. Il partito, che in realtà non ha potuto far altro che rincorrere l'iniziativa, ha presentato questi fatti come l'espressione di una salda coscienza democratica, rivendicandone in qualche modo l'egemonia, cercando di scaricare come teppisti e delinquenti quelli che avevano, di fatto, dato il primo grosso scrollone occupando la piazza e reggendo e contrattaccando le cariche della celere. Questa è stata l'operazione fatta dal partito. Dall'altra, c'è stata un'operazione, diciamo di sinistra, estremista, esattamente speculare, questi hanno visto in questi episodi una frattura interna alla composizione di classe e hanno iniziato a parlare di un nuovo soggetto politico. Per me che c'ero queste sono tutte e due delle cazzate...

Senti, quindi quello che alcuni giornali di centro e di destra scrissero, cioè che a Genova c'era stata una rivolta gestita da teddy boys, è una mezza verità?
Ecco, questo è quanto ti dicevo di come tra i giovani venissero presi e spesso reinventati modelli che si erano intravisti al cinema o su qualche giornale. I teddy boys erano uno di questi. Anche se può sembrare strano tra teddy boys e partigiani c'erano più cose in comune che differenze, molti hanno provato a separarli, ma per noi che c'eravamo non era così. Semmai il problema era con il funzionario di partito, quello che seguiva e applicava la linea del partito. Con questi sì che c'erano degli scazzi. Ma con lui, non con i partigiani o la gente del quartiere. Ai fatti di luglio, in piazzale Adriatico, direttamente o meno, hanno partecipato tutti, giovani, vecchi, donne e ragazzini, questa è la verità.

Fonti: 1 - 2