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lunedì 1 maggio 2017

L’ombra di Džokhar Dudaev e la nazidemocrazia ucraina

Se ne era parlato già nel 2015 e il Comitato investigativo generale russo aveva trovato anche testimoni, nelle persone di nazionalisti ucraini, sotto processo in Russia per reati legati alla criminalità organizzata. Ora ci sono le prove: l'ex primo ministro dell'Ucraina golpista, Arsenij Jatsenjuk, avrebbe preso parte a fucilazioni e torture di militari russi durante la “prima guerra” di Cecenia e lo avrebbe fatto in compagnia di altri “eroi” del nuovo corso ucraino, tra cui l'ex leader di “Pravyj Sektor” Dmitro Jaroš, il capo di “Svoboda” Oleg Tjagnibok, il leader dell'organizzazione nazionalista “Fratellanza” Dmitrij Korčinskij.

Jatsenjuk è ora dunque “ricercato internazionale” e il materiale raccolto dal Comitato investigativo è stato trasmesso all'Interpol. Il diretto interessato, evidentemente abbastanza sicuro delle proprie protezioni, ha fatto sapere che Mosca non riuscirà nell'obiettivo di mandarlo sotto processo. In effetti, dal momento della sua caduta governativa, un anno fa, il giovane banchiere beniamino di Victoria-fuck-the-UE-Nuland – che nelle conversazioni telefoniche del 2014 con l'allora ambasciatore yankee a Kiev, Geoffrey Pyatt, lo aveva imposto alla carica governativa – è sistemato felicemente sulle poltrone dell'alta finanza tra Stati Uniti e Ucraina.

Il governo golpista ha definito la cosa “assurda” e avrebbe a sua volta inviato all'Interpol una richiesta a non procedere; il Ministro personalmente, Arsen Avakov, avrebbe scritto al Segretario generale dell'Interpol, Jürgen Stock, asserendo che “Jatsenjuk non avrebbe mai messo piede in Cecenia” e nel periodo indicato il giovanotto “viveva, studiava e lavorava nel suo luogo di nascita in Ucraina”. Alla richiesta avanzata dai giornalisti di RT di confermare la lettera di Avakov, pare che per il momento Interpol non abbia fornito risposta.

Il Comitato investigativo russo ha fatto sapere di aver le prove della partecipazione di Jatsenjuk ad almeno due scontri armati, a dicembre 1994 e a febbraio 1995, a Groznyj e anche di esser responsabile di torture e fucilazione di prigionieri di guerra russi nel gennaio 1995, sempre a Groznyj. Secondo il presidente del Comitato, Aleksandr Bastrykin, per tali “imprese”, nel dicembre 1995, Jatsenjuk, al pari di altri membri del raggruppamento neonazista UNA-UNSO, era stato insignito della massima decorazione cecena, “Ordine della Nazione”, dall'allora presidente separatista Džokhar Dudaev. RT nota che, in ogni caso, non solo Mosca ha da dire qualcosa sui “meriti” di Jatsenjuk, ma l'Ucraina stessa: nonostante la Procura generale abbia annullato due cause penali, per corruzione – una per 6 e l'altra per 3 milioni di dollari – nei suoi confronti, alcuni deputati della Rada lo accuserebbero della “scomparsa” di parte delle decine di milioni di euro destinati alla costruzione del famigerato “vallo europeo” al confine con la Russia.

Per la verità, getta acqua sul fuoco il direttore del Centro russo per i rapporti giuridici internazionali, Dmitrij Matveev: egli ritiene che l'azione di Mosca rivesta più che altro un carattere politico e, proprio per questo, verosimilmente l'Interpol non darà corso alla causa, dal momento che la “motivazione politica” costituisce uno dei fattori per cui l'organizzazione rifiuta di dichiarare ricercata una persona. Inoltre, conclude Matveev, “considerata l'attuale situazione internazionale, le probabilità che Jatsenjuk venga fermato su richiesta della Russia, nella maggior parte dei paesi sono minime”. Si è visto mai che i padrini abbandonino i propri protetti?

E inoltre, viene da aggiungere, anche perché le “storiche” uscite di Jatsenjuk, ad esempio, su “Ucraina e Germania invase dall'Urss nella Seconda guerra mondiale” hanno ricevuto ulteriori approfondimenti con il progetto dell'Istituto ucraino per la memoria nazionale (UINP) sullo “Smascheramento di 50 miti propagandistici sovietici sulla Seconda guerra mondiale”. Miti che, secondo il direttore di tale Istituto, Volodymyr Vjatrovič, sarebbero tuttora utilizzati da Mosca per “mantenere i popoli dell'ex Urss nell'orbita dell'influenza russa”, ma il presunto smascheramento dei quali, secondo Aleksandr Karevin su rusvesna.su, altro non nasconderebbe che una graduale e nemmeno tanto nascosta riabilitazione del nazismo.

Prendiamo ad esempio il “Mito 12”, osserva Karevin: secondo secondo l'UINP non sarebbe affatto vero che la Germania abbia attaccato a tradimento l'Unione Sovietica senza dichiarazione di guerra: i nazisti osservarono tutte le formalità e dichiararono guerra secondo le regole del mondo civilizzato, sostiene Vjatrovič. Ora, Mosca non ha mai negato di aver ricevuto la dichiarazione di guerra: solo che questa fu consegnata quando le truppe naziste avevano già varcato le frontiere sovietiche. Ma il “Mito 10” spiega che l'Urss nel 1941 “era lo stato più militarizzato del mondo” e “dopo il 10 luglio tutto sarebbe stato pronto per attaccare a ovest”: dunque, Hitler non fece che difendersi da cotanta aggressività e prevenne l'avversario attaccando il 22 giugno! Il “Mito 13” vorrebbe confutare la qualifica di “fascista” affibbiata a Hitler dalla propaganda sovietica, evidenziando che “il Führer del Terzo Reich Adolf Hitler non ha mai fatto parte del movimento fascista italiano”... E così via, passando per il “Mito 19”, secondo cui i nazisti non volevano eliminare tutta la razza slava, ma solo una parte, dato che il piano “Ost” prevedeva l'eliminazione di “appena” il 25-30% degli ucraini e la deportazione in Siberia di un altro 40%, una volta conquistata Mosca. Ovviamente, “Mito 38”, l'Armata Rossa non liberò l'Ucraina, ma stabilì su di essa il regime totalitario stalinista e i partigiani sovietici, “Mito 28”, provocavano i tedeschi alle repressioni contro la popolazione civile.

Logica vuole, dunque, che il consigliere del Ministero degli interni, il solito Zorjan Škirjak che vede una “pista russa” in qualsiasi incidente domestico ucraino, metta in guardia i suoi concittadini dal portare qualsiasi “simbologia comunista proibita, a partire dal nastro di San Giorgio” (il simbolo della vittoria sovietica sul nazismo) in occasione del prossimo 9 Maggio, anniversario della vittoria. Fregiandosi di quel nastro, sostiene Škirjak, “i terroristi hanno aggredito le città ucraine e ucciso cittadini ucraini. Con quel nastro anche oggi i tank e gli scarponi russi calpestano la terra ucraina. Oggi quello è un simbolo di terrorismo. Chiedo che non si utilizzino quei nastri durante i giorni di maggio. Ciò suscita una logica e giusta reazione nei patrioti e nei cittadini ucraini”. E' appena il caso di ricordare come, già in occasione delle celebrazioni della vittoria del 2016, a Kiev, le organizzazioni neonaziste ucraine avessero aggredito anche persone anziane che stavano festeggiando la ricorrenza del 9 Maggio: un simile “appello” di Škirjak suona come un'adunata ufficiale al pestaggio più violento di chi osi proclamare veri i “Miti 13, 19, 38...”.

Cronache dalla nazidemocrazia europeista ucraina vezzeggiata dal PD.

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