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venerdì 5 maggio 2017

Yemen - A sud si chiede la secessione, la coalizione saudita è un'armata Brancaleone

di Roberto Prinzi
 
Migliaia di yemeniti sono scesi in piazza ieri ad Aden per protestare contro i licenziamenti del governatore della città Aidarous al-Zubaidi e del ministro Hani ali bin Braik, decisi, lo scorso 27 aprile, dal presidente yemenita Abed Rabbo Mansour Hadi. Nel corso della protesta – i cui numeri sono stati giudicati da alcuni commentatori inferiori alle attese – i manifestanti hanno chiesto all’ex governatore di formare una “nuova leadership nazionale che possa rappresentare il Sud”.

La motivazione dietro la mossa di Hadi è semplice: al-Zubaidi e Hani Bin Braik – protagonisti nelle battaglie anti-houthi ad Aden e nei territori meridionali – sono troppo vicino ai secessionisti del Sud e agli Emirati Arabi Uniti (EAU) e pertanto rappresentano un pericolo per il “nuovo” Yemen che nascerà una volta rimossi i ribelli sciiti. Una dichiarazione che può lasciar basiti a prima vista dato che l’EAU è tra i principali sostenitori della coalizione a guida saudita che combatte proprio per Hadi e fa parte di una commissione di coordinamento con il governo yemenita formata a Riyadh con la benedizione di re Salman.

Ma la meraviglia iniziale deve cedere subito il passo ad un’analisi più attenta degli obiettivi delle forze presenti in campo. Il legame conflittuale tra il presidente yemenita in esilio e Abu Dhabi va avanti infatti da tempo. Il primo, accusa il secondo di violare la sovranità del Paese e di offrire appoggio politico ai secessionisti meridionali che aspirano a riportare in vita quel che fu tra il 1971 e il 1990 lo Yemen del sud. Due giorni fa il portale Middle East Eye ha riferito che il presidente Hadi ha accusato personalmente Mohammed bin Zayed (il principe ereditario di Abu Dhabi e comandante supremo delle forze armate emiratine) di comportarsi in Yemen come un occupante piuttosto che come un liberatore. Secondo fonti vicine ad Hadi citate sempre dal sito statunitense, la rottura era stata sancita alla fine di febbraio quando il presidente era volato negli Emirati per poter appianare le differenze con l’alleato. In particolare sul controllo dell’aeroporto della “capitale provvisoria” Aden, una questione fondamentale sia per lo spostamento e il rifornimento delle truppe emiratine che per lo stesso presidente che vive in esilio.

L’incontro, raccontano però le fonti, sarebbe andato malissimo: durato solo 10 minuti in una stanza laterale del palazzo (non come negli incontri ufficiali), sarebbe finito con uno scambio violento di accuse con Hadi che avrebbe dato dell’occupante a bin Zayed mandandolo su tutte le furie. A ricomporre la rottura tra i due “alleati” ci avrebbero provato in almeno due occasioni i sauditi. Ma, più brava con le sciabole contro infedeli, spacciatori e “stregoni” che nelle arti discorsive, Riyadh non è riuscita nel suo intento di calmare le acque: il licenziamento dei due uomini filo-emiratini ne è la prova più evidente.

Al di là delle indiscrezioni e dei racconti di fonti (di parte) che possono contenere al loro interno molti elementi romanzeschi, il dato certo è che l’alleanza saudita anti-youthi sia un’armata raffazzonata, formata da gruppi molti diversi, con intenzioni, piani e visioni politiche ancora più differenti riguardo al futuro del Paese, quando lo Yemen sarà “liberato”. Queste divergenze, un tempo attutite dai facili entusiasmi illusori della “guerra lampo” anti-houthi venduta da Riyadh ai suoi alleati, appaiono sempre più evidenti man mano che passa il tempo e il territorio yemenita si sta trasformando in un sanguinoso (e costoso) pantano. E così, nella situazione di totale stallo politico-militare, con il blocco sunnita che non riesce a sfondare a nord e a riconquistare la capitale Sana’a, appare sempre più evidente come ciascun gruppo provi a studiare nuove strade (o meglio, ad imboccare le vecchie) per accaparrarsi quel che resta della torta yemenita. Ecco, dunque, che la “leadership nazionale” sudista richiesta ieri a gran voce ad al-Zubaydi – sebbene appaia per ora un tentativo piuttosto velleitario di raggiungere l’agognata secessione – è una spia di un malessere profondo e reale che serpeggia nella coalizione Brancaleone benedetta da Riyadh. In questo scenario, bisogna capire come si muoverà al-Qa’eda che dalla guerra yemenita ha ricavato enormi vantaggi territoriali (e non solo quelli).

Qualche giorno fa Qasim al-Rimi, il super ricercato leader del ramo yemenita dell’organizzazione jihadista (Aqap), ha di fatto confermato per la prima volta ciò che tutti (anche in Occidente) sapevano da tempo, ma che pochi, per imbarazzo, avrebbero osato dire: i suoi uomini hanno combattuto “spesso” a fianco delle fazioni governative yemenite contro i ribelli houthi. Non sappiamo cosa al-Rimi abbia voluto dire con quel “affianco” (con che modalità e dove?) ma il dato importante è che l’Aqap (“il ramo più pericoloso di al-Qaeda” secondo gli Usa), i Fratelli musulmani locali, i salafiti, Hadi e i suoi mecenati in Arabia Saudita e negli Emirati collaborano insieme da almeno due anni (da quando è iniziata la mattanza nel Paese).

Questo elemento, tuttora taciuto colpevolmente dai media mainstream, è imbarazzante prima di tutto per gli Stati Uniti d’America che da anni, in modo tragicamente ironico, bombardano le postazioni qa’ediste (uccidendo qui e lì civili per cui non piange la comunità internazionale). Né figura migliore fa la stessa Europa che appoggia il governo Hadi in ossequioso rispetto per Riyadh. Con le dovute differenze, una situazione del genere ricorda in qualche modo quanto accade in Siria dove l’Occidente ha di fatto sdoganato i qa’edisti di al-Nusra e le sue sorelle quando servono contro i nemici di turno (lì al-Asad, qui houthi), salvo poi ricordarsi che sono spietati “terroristi” quando presunti suoi affiliati o gli stessi barbuti che hanno combattuto in Siria mietono vittime nel territorio “civilizzato” europeo.

Lontana dai trastulli ambigui della diplomazia internazionale, sul terreno le forze jihadiste stanno approfittando della lotta anti-houthi per estendere la loro legge dell’orrore: Aqap si è di fatti allargata nei territori del sud del Paese arrivando addirittura a conquistare Mukalla, la capitale della provincia di Hadramawt (anche se poi l’ha persa l’anno successivo).

E così, mentre l’armata Brancaleone si divide internamente e la politica resta al palo ad aspettare chi sa cosa ormai, nel Paese i combattimenti continuano a mietere vittime. Non passa una settimana che un rappresentante di una ong locale o internazionale non denunci la catastrofe umanitaria in corso nello Yemen. L’ultimo, in ordine di tempo, è Jan Egeland, il direttore del Norwegian Refugee Council: “Siamo di fronte ad una carestia di proporzioni bibliche – ha detto mercoledì usando parole durissime per il fallimento degli “uomini con la pistola e il potere in Yemen, nelle capitali della regione e in quelle internazionali” di porre fine a “questa crisi prodotta dall’uomo”. “Tutti i nostri sforzi attraverso il Programma alimentare mondiale hanno raggiunto solo 3,1 milioni di persone dei 7 che sono sul punto di morire di fame. Ciò significa che altri 4 milioni non hanno avuto niente ad aprile”. Le conclusioni si possono facilmente trarre da sole.

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