Renata ha 45 anni. è ammalata di cuore, lavora ogni giorno nelle pulizie per conto di cooperative della Legacoop, i suoi committenti sono aziende pubbliche o a partecipazione pubblica, ogni giorno 3 ore, 4 nel migliore dei casi. Renata lavora anche con la febbre perché sta per superare il periodo di comporto che non esistono tutele particolari per chi ha patologie gravi, se sgarra anche di un solo giorno si trova a casa, "in agguato" le colleghe a zero ore per la perdita di altri appalti.
Tra poche settimane scade il suo appalto, la società pubblica che raccoglieva le varie committenze sarà liquidata in quanto il Comune proprietario ha deciso di dismettere ogni partecipazione dalle società strumentali, non solo per rispettare la legge di stabilità del 2014 ma perché con queste azioni andranno a concludere altre operazioni (immobiliari, per esempio). Renata e le sue colleghe sono preoccupate perché non è detto che le società vogliano confermare l'appalto e forte è il timore che ci siano tagli al personale e alle ore. Renata vive con una figlia studentessa e il marito separato le passa 250 euro al mese, giusto il costo della casa popolare.
Un appalto nuovo rappresenta un'incognita, una minaccia per il salario e lo stesso posto di lavoro, il timore di Renata è che lei e le sue colleghe tutte in età avanzate possano essere liquidate con il contratto a tutele crescenti, sostituite da personale giovane, precario e ricattabile ma sicuramente più in salute e produttivo, disposto a subire paghe inferiori.
Antonio lavora in una cooperativa dell'igiene ambientale. Gli hanno detto che in estate faranno la nuova gara di appalto e la cooperativa sociale intende applicare il jobs act. Ha paura di perdere il posto perché con la nuova ditta sconterebbe la sua militanza sindacale, le prescrizioni mediche che gli impediscono di svolgere alcuni servizi pesanti come il porta a porta. In tal caso ci dice non sarà difficile cacciarmi via dopo qualche mese magari adducendo qualche ritardo o infrazione del codice disciplinare, il contratto a tutele crescenti permetterà ai padroni e alle cooperative di liberarsi a costo zero dei sindacalizzati, degli ammalati, dei ribelli.
Marina lavora in ospedale, ha partecipato alla lotta durata mesi per scongiurare tagli e licenziamenti alle dipendenze di una multinazionale. Le lavoratrici in lotta hanno già scontato la partecipazione alla lotta con i turni più pesanti, con provvedimenti disciplinari per avere infranto le regole del codice etico (anche la denuncia delle scarse condizioni d'igiene e sicurezza non è più permessa), la loro paura è che il nuovo appalto sia al ribasso e soprattutto con l'incognita delle tutele crescenti. Per scherzo ci consegna una lista di lavoratrici scomode invitandoci a ritornare tra un anno e vedere chi di loro sarà ancora al lavoro.
Tutte storie, queste, che affiorano nel corso di un'assemblea con le lavoratrici degli appalti (ospedali, pubblico impiego, mense, cooperative sociali e igiene ambientale). Dal 7 marzo in poi, le lavoratrici e i lavoratori assunti dalla subentrante ditta appaltatrice, si vedranno applicate le regole previste dal jobs act. Viene così a cadere il primo luogo comune del Governo per il quale il jobs act sarebbe stato applicato solo per i neo assunti, in realtà riguarda tutti perché alla scadenza di un appalto scatterà una nuova assunzione anche per chi ha 20 o 30 anni di contributi.
Negli appalti quindi tutti saranno dei neo-assunti e sottoposti alle cosiddette tutele crescenti che prevedono piena libertà di licenziamento per i primi 3 anni.
“Verrebbe da rimpiangere la Fornero che qualche residua tutela l'aveva pur lasciata”, dicono i lavoratori del Cobas igiene ambientale che la Fornero l'avevano contestata per il mancato riconoscimento delle malattie professionali legate alla raccolta porta a porta.
In pratica, il decreto considera annullabile dal giudice, a cui si sia fatto ricorso, solo il licenziamento comunicato a voce, o basato su motivi discriminatori (appartenenza a nazionalità, a partiti, a sindacati non graditi all’azienda; avere orientamenti sessuali invisi al padrone). Ma chi mai licenzierebbe per questi motivi o con queste modalità, disponendo di ben altri “argomenti” più efficaci e più sicuri? Facciamo alcuni esempi concreti che scaturiscono dalla nostra esperienza quotidiana di lavoratori e delegati:
È sufficiente a conferire validità al licenziamento anche un ritardo non preavvisato di pochi minuti, o l’aver fumato una sigaretta sul luogo di lavoro, o l’avere fatto una telefonata o l’avere usato il computer aziendale per inviare una e-mail personale o peggio ancora di natura sindacale, la partecipazione a qualche protesta, per non parlare del licenziamento per sopraggiunta inidoneità fisica o psichica alla mansione ricoperta: anche in questo caso il decreto legislativo benedice la cacciata del lavoratore, della lavoratrice, dall’azienda. E attenzione: le lavoratrici degli appalti vivono una condizione di sfruttamento incontrollato, le malattie professionali non sono riconosciute, hanno orari e tempi di lavoro usuranti, sono sottoposte a un controllo sistematico specie ora che hanno autorizzato i controlli a distanza e audiovisivi.
Nel peggiore dei casi, con il contratto a tutele crescenti, l’azienda sarà condannata al pagamento di una indennità pari a qualche mensilità di retribuzione (2 per ogni anno di servizio): un’elemosina con cui sopravvivere e mettersi alla ricerca di un posto di lavoro pressoché introvabile. Le aziende ci guadagneranno ulteriormente perché il risarcimento è di gran lunga inferiore agli sgravi fiscali (8600 euro), questa è l'essenza del jobs act e dei suoi decreti attuativi.
E per concludere le parole delle lavoratrici degli appalti delle aziende regionali e dell'ospedale.
“E' chiaro che l’obiettivo di questo decreto consiste nell’imporre nei luoghi di lavoro un sistema basato sulla ferocia aziendale più estrema, una sorta di dittatura, con cui terrorizzare chi lavora, ridurlo all’obbedienza più cieca, calpestare la sua dignità, infine poter licenziare a man bassa e fare nuove assunzioni di persone già “educate” a entrare in azienda con la testa bassa e a non rialzarla mai più. Il ministro delle Coop Poletti con questo decreto fa un grande regalo al mondo cooperativo e alla confindustria, mettono in una posizione di subalternità i lavoratori”.
11 marzo 2015
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