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03/03/2025

La rabbia di Israele contro l’Oscar a “No Other Land”

Il primo a scagliarsi contro l’Oscar come migliore documentario a “No Other Land” è stato Miki Zohar, ministro della Cultura e dello Sport di Israele, che ha qualificato il successo del documentario come un “momento triste” per il mondo del cinema. Ai registi ha imputato la colpa di “amplificare narrazioni che distorcono l’immagine di Israele di fronte al pubblico internazionale”, piuttosto che impegnarsi per presentare la complessità della realtà israeliana. Zohar ha specificato che la libertà di espressione è sacrosanta, ma ha parlato di “sabotaggio” per le modalità utilizzate.

Il ministro israeliano ha condannato il tentativo di “trasformare la diffamazione di Israele in uno strumento di promozione internazionale” ed ha immediatamente accennato a ritorsioni, in questo caso non militari ma economiche. Ha infatti rivendicato la riforma del cinema finanziato dallo Stato: “l’obiettivo è quello di far sì che i soldi dei contribuenti vengano destinati a opere d’arte che parlino davvero al pubblico israeliano”, ha tuonato il ministro “piuttosto che a un’industria che costruisce la propria carriera sulla diffamazione di Israele sulla scena mondiale”.

Il film è stato premiato come miglior documentario; al centro della storia c’è la distruzione della comunità palestinese di Masafer Yatta, nella Cisgiordania occupata, da parte dell’esercito israeliano. Il documentario è diretto, prodotto, scritto e montato da un collettivo israelo-palestinese composto tra gli altri da Basel Adra, Rachel Szor, Hamdan Ballal e Yuval Abraham.

L’Oscar a No Other Land non solo è ampiamente meritato ma è anche la conferma che il ferreo controllo degli apparati ideologici di stato israeliani e sionisti sulle varie istituzioni non sta più trovando “pasti gratis”.

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