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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/08/2017

Venezuela. Il Tribunale Supremo di Giustizia spiega gli arresti di Lopez e Ledezma


“Arrestati gli ‘oppositori’ di Maduro”. I media occidentali riportano la notizia, danno parola soltanto ai familiari degli arrestati (ma del resto avete mai visto sui giornali un’intervista a Maduro o qualcun altro dei ministri del governo?), e si dimenticano di spiegare la ragione di questi arresti. Se non altro, per correttezza professionale minima, anche continuando a criticare, se si vuole.

Sulle ragioni di questi arresti – tecnicamente una revoca degli arresti domiciliari – colma la lacuna la televisione RT, con un servizio qui tradotto da L’Antidiplomatico.

*****

Il Tribunale Supremo di Giustizia venezuelano ha revocato gli arresti domiciliari e deciso per il ritorno al carcere degli oppositori Leopoldo López e Antonio Ledezma per “non aver adempiuto alle condizioni imposte affinché si mantenessero gli arresti domiciliari”.

Il passato 31 luglio, due tribunali di controllo a Caracas, hanno revocato le misure concesse a entrambi dopo aver accertato il non rispetto delle condizioni imposte dalla giustizia per l’ottenimento degli arresti domiciliari.

Inoltre, secondo informazioni dell’intelligence venezuelana, entrambi gli oppositori avevano un piano di fuga “per il quale e con l’urgenza del caso si sono immediatamente attivati i procedimenti corrispondenti”, ha dichiarato il Tribunale Supremo di Giustizia in un comunicato.

Secondo il Tribunale Supremo di Giustizia, le condizioni imposte a Lopez non gli permettevano di realizzare nessun tipo di proselitismo politico a causa della sua sentenza che prevede la “squalifica politica”.

Leggi: Violenza golpista in Venezuela: video mostra responsabilità di Leopoldo López

Lopez ha, al contrario, attraverso le reti sociali non riconosciuto il governo di Nicolás Maduro e il risultato delle passate elezioni per l’Assemblea nazionale Costituente.


Nel caso di Ledezma, il Tribunale aveva imposto come condizioni l’obbligo di astenersi da emettere dichiarazioni su qualunque mezzo, condizione che non ha rispettato, e per questo le sono state revocati gli arresti domiciliari.

Uno dei mediatori del governo con l’opposizione, Jorge Rodriguez, ha spiegato in una conferenza stampa dello scorso lunedì che Leopoldo López si era formalmente impegnato alla pace per ottenere gli arresti domiciliari. “Fu l’unica cosa che gli hanno chiesto. Non mantiene la parola. E’ un essere umano senza onore”, ha affermato Rodríguez.



Secondo quest’ultimo, la rottura dell’impegno con la Commissione Verità, organo creato da Maduro per investigare sui crimini commessi durante le violenze dell’opposizione e aprire un dialogo con quest’ultima, si deve ad una diatriba interna con il dirigente oppositore radicale Henrique Capriles Radonski. “Tra Leopoldo Lopez e Capriles c’è una lotta molto forte, e se Lopeza avesse mantenuto la sua parola e avesse invocato un percorso di pace come promesso,Capriles lo avrebbe definito un traditore e sarebbe stato lui ad appropriarsi del bottino della violenza dell’opposizione”, ha concluso Rodriguez.

FONTE: RT
(Traduzione de l’Antidiplomatico)

Fonte

19/07/2017

La matematica inventata del “referendum” della destra venezuelana. Cose che neanche le primarie del PD...


In occasione del plebiscito illegale e non previsto dalla Costituzione celebrato nella giornata di domenica dalla MUD si sono visti brogli macroscopici, che forse al lettore italiano ricorderanno qualcosa: le primarie del Partito Democratico.

Questo articolo esce in contemporanea su Contropiano e L’Antiplomatico.

Brogli e menzogne. Questo il filo rosso che lega l’insana alleanza tra l’opposizione golpista venezuelana e il Partito Democratico.

In occasione del plebiscito illegale e non previsto dalla Costituzione celebrato nella giornata di domenica dalla MUD si sono visti brogli macroscopici, che forse al lettore italiano ricorderanno qualcosa: le primarie del Partito Democratico. La competizioni elettorali interne del partito di Renzi puntualmente segnate da brogli.



Vale a dire 1 voto ogni minuto e 5 secondi per ogni cabina elettorale, comprese le operazioni di identificazione. Siamo ai confini della realtà.

Uno dei leader dell’opposizione, Henrique Capriles, aveva dichiarato che «la proiezione sulla partecipazione per il 16 luglio è di 11 milioni di persone».

In realtà, nonostante i comprovati brogli, il dato sulla partecipazione si è attestato a 7.186.170 elettori, che rappresentano appena il 37.3% del corpo elettorale.

L’ex presidente del Consiglio Nazionale Elettorale, Jorge Rodríguez, ha spiegato che il numero reale dei votanti è stato di 2.395.390 persone, perché l’opposizione ha moltiplicato per tre i voti delle persone a cui ha sommato i 930.000 voti nulli.

Rodríguez ha inoltre fatto notare che l’opposizione ha dichiarato il voto di 693.000 residenti all’estero, quando nel registro elettorale vi sono solamente 101.000 persone.


Un esempio di irregolarità? Una persona è riuscita a votare ben 17 volte in seggi diversi. In una conferenza stampa con i responsabili del processo elettorale organizzato dall’opposizione, un giornalista ha chiesto se questo fosse possibile.

La risposta di uno dei responsabili, Benjamin Scharifker, è stata affermativa.



Forse basta solo questo dato a squalificare un plebiscito illegale che ha l’unico scopo di giungere alla formazione di un governo parallelo e impedire l’installazione dell’Assemblea Nazionale Costituente, voluta da Maduro per superare con la pace e il dialogo le tensioni create dall’opposizione golpista.

Il plebiscito della MUD, viste anche le analogie, ha lo stesso valore delle primarie farlocche organizzate dal Partito Democratico.

Quanto sta accadendo in Venezuela è uno scenario visto e rivisto nella storia recente. Ex Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria. Anche se il parallelo forse più corretto è quello con l’Ucraina del colpo di stato del febbraio del 2014. A Caracas, come a Kiev, le premesse del golpe sono state prodotte dalle corporazioni mediatiche e il fascismo storico (in Ucraina sono neo-nazisti dichiarati, in Venezuela sono “guerriglieri di Dio” che combattono con i scudi crociati come al tempo delle crociate e danno alle fiamme chavisti e neri) si è presto mischiato con il fascismo moderno, quello delle corporazioni finanziarie che in nome della produttività, competitività e flessibilità distruggono diritti sociali, Welfare e libertà. Olio di ricino tradizionale e olio di ricino moderno (austerità): il cocktail più micidiale di oggi è un pericolo non solo per Ucraina e Venezuela, ma per tutto il mondo.

L’obiettivo in Venezuela è chiaro: trasformare il paese in una nuova Siria e prendere possesso delle riserve di petrolio e oro più grandi al mondo. Il PD (e purtroppo il nostro governo a quanto pare) come in Ucraina sono dalla parte del fascismo finanziario e di quello storico. Intanto l’Italia, paese allo sbando, discute in Parlamento di un ‘golpe’ organizzato da Maduro con l’Assemblea Costituente (sic!) mentre vengono tessute le lodi del golpista Leopoldo Lopez, sulla cui coscienza pesano i 43 morti causati nel 2014 dal piano eversivo ‘La Salida’.

Fonte

20/04/2017

Venezuela. Manifestazioni contrapposte. Tre morti negli scontri

Ci sono almeno tre morti e diversi feriti negli scontri tra forze di sicurezza, manifestanti della destra e manifestanti chavisti che si sono verificati in Venezuela.

I sostenitori del Movimento di Unità Democratica (MUD), l’opposizione di destra al governo di Nicolas Maduro, hanno marciato per Caracas per raggiungere la sede dell'ufficio del Difensore Civico. Nelle strade di Caracas hanno manifestato anche migliaia di militanti chavisti sostenitori del governo bolivariano.

Gli agenti della Guardia e della Polizia Nazionale Bolivariana (GNB e PNL) hanno bloccato i manifestanti della destra che hanno cercato di forzare il blocco e raggiungere il palazzo scatenando nuovi scontri in cui le forze di sicurezza hanno usato gas lacrimogeni.

Gli incidenti più gravi sono avvenuti nel quartiere San Bernardino di Caracas dove è morto un giovane di 17 anni, Carlos José Moreno, colpito alla testa. E’ stato ricoverato all'ospedale Clinicas Caracas, dove ha subito un intervento chirurgico che non è servito a salvargli la vita.

Il governatore dello stato venezuelano di Miranda, Henrique Capriles leader dell'opposizione di destra ha accusato il governo della morte del ragazzo ma alcuni video dimostrano che a sparare contro il giovane sono stati i gruppi della destra.

Il Pubblico Ministero ha già nominato un procuratore per indagare questa morte. L'Ufficio indaga anche sulle ferite subite da una donna, Carmelina Carrillo, che ha subito un trauma cranico a Candelaria (Caracas), e Antonio Suárez, con ferite alle mani e ai glutei dovuti a pallottole di gomma.
A San Cristobal, una roccaforte tradizionale della destra è morta una ragazza di 23 anni, Paola Ramirez Gomez colpita alla testa. I fatti si sono verificati in Plaza de San Carlos e, secondo i testimoni gli autori sono gruppi di civili armati. Uno degli autori del delitto è stato arrestato.

Risulta ucciso anche un agente della Guardia Nazionale mentre un altro è rimasto ferito nel corso degli scontri. L’agente sarebbe stato ucciso da un cecchino nella città di San Antonio de los Altos nello stato di Miranda governato dalla destra. Il Vice Presidente del Venezuela, Tarek El Aissami, ha riferito ieri sera che i leader della destra usano la morte di due persone per vendere al mondo l’immagine di un paese nel caos e tenere sotto pressione il governo bolivariano. "Sappiamo che ci sono gruppi interessati a vendere al mondo un paese nel caos. Henrique Capriles, irresponsabile della propria condotta, afferma che il governo è responsabile di queste morti e, quindi, dovrà dimostrare le prove di queste gravi accuse in tribunale”", ha dichiarato il vice presidente venezuelano.

Fonte

Penso che sia sempre meno peregrina l'ipotesi per cui l'esperienza bolivariana sia, almeno potenzialmente, prossima ad una notevole battuta d'arresto se non al termine effettivo del proprio corso.

Un altro resoconto sulla situazione in Venezuela. 

28/05/2016

Maduro scuote il Venezuela: manifestazioni per la Rivoluzione, la Costituzione e la Democrazia

Stanchi delle provocazioni, del sabotaggio economico e soprattutto degli atti di violenza, i giovani hanno preso l’iniziativa e sono scesi in piazza in tutte le grandi e piccole città del Venezuela, per rinnovare la fiducia al governo bolivariano del presidente Maduro. Infatti subito dopo la conferenza stampa internazionale del presidente, il governo bolivariano ha assunto una posizione chiara, per denunciare senza mezzi termini la continuazione della brutale campagna mediatica realizzata soprattutto in Spagna e negli USA. Per poi stigmatizzare l’allucinante richiesta di Alvaro Uribe all’OEA di un intervento militare e l’ultima provocazione dell’Air Force imperialista che, per ben due volte, ha violato lo spazio aereo del Venezuela con i voli-spia dei Boeing Awacs. 

L’incentivazione della guerra economica da parte del capo dell’opposizione, Henrique Capriles, e la politica di rappresaglia da parte degli Stati Uniti, hanno fatto capire ai settori popolari e in particolare ai giovani che in questo momento quello che in realtà è in gioco, non è solo l’incarico presidenziale di Nicolas Maduro, ma tutto il sistema socio-economico costruito in 17 anni di governo di Hugo Chavez. Un sistema che l’opposizione vuole a tutti i costi distruggere. Basta pensare che in quattro mesi i deputati dell’opposizione del MUD e lo stesso presidente del Parlamento Ramos Allup, non hanno presentato una sola proposta di legge per migliorare le condizioni del popolo.

Una realtà che non è sfuggita, soprattutto a quei settori popolari che finora avevano creduto alle menzogne della campagna elettorale o che hanno accettato di vendere il proprio voto per una manciata di dollari.

Per questo quando il presidente Maduro ha realizzato la videoconferenza stampa internazionale, in cui i giornalisti potevano partecipare a partire del segnale di Telesur trasmesso in tutte le ambasciate del Venezuela (1), i settori popolari e, soprattutto i giovani, hanno risposto all’appello del presidente e sono scesi in piazza per difendere la Rivoluzione Bolivariana, la Costituzione e la Democrazia!

Le manifestazioni di ieri, 26 maggio, – che nessun organo della “Grande Stampa” statunitense e europea ha riportato –  rappresentano l’opportuna risposta politica ai tentativi delle centrali eversive di Miami e Madrid di far scoppiare un’apparente guerra civile, con cui poter giustificare “un intervento armato pacificatore”.

Infatti, i settori popolari hanno apprezzato la decisione del presidente Nicolas Maduro di decretare lo stato di emergenza costituzionale ed economico, accompagnato da un importante decreto legge per risanare e riordinare l’economia, risultante dal lavoro di analisi e di studio di una specifica commissione composta da economisti, industriali e membri del governo.

Un decreto legge che attacca i meccanismi della guerra economica, che come ha spiegato il Presidente Maduro: ”...sono meccanismi effettivamente brutali, perché sono stati ideati e realizzati per far soffrire i settori popolari più poveri e i lavoratori, cioè quelli che maggiormente appoggiano la Rivoluzione Bolivariana! Quelli che hanno voluto una Costituzione come la nostra! Quelli che amano il Venezuela e che vogliono viver in pace in un sistema politico dove loro hanno una voce, tale com’è la nostra democrazia partecipativa e protagonista!…”. Per poi sentenziare “...Se l’Assemblea Nazionale boccerà questo decreto, l’opposizione del signor Ramos Allup commetterà un’ignominia nei confronti del Venezuela, dimostrando, nuovamente, che la banda dei Capriles/Allup non ama la patria venezuelana. Per questo noi dovremo andare avanti senza più dipendere da tradimenti e dai traditori!...”

Parole durissime, proferite a voce alta e accorata, da un presidente che, pur conoscendo benissimo gli obiettivi del progetto eversivo del binomio Allup/Capriles, ha sempre rispettato fin nei minimi particolari le regole dell’ordine democratico. Basta ricordare che quando la polizia arrestò i 150 “pistoleros guarimbas”, responsabili della maggior parte dei 43 omicidi e di ben 850 ferimenti, gli stessi furono rimessi nelle mani dei giudici per avere un regolare processo. Mentre in altri paesi, incluso quelli europei, già sarebbe stato proclamato lo stato di guerra, ricorrendo alle “leggi speciali anti-terrorismo”. Ma perché la banda Capriles/Allup non vuole approvare il decreto economico presidenziale? Cosa c’è di così importante in questo decreto che fa paura ai rappresentanti dell’opposizione, insediatisi a Miami e a Madrid grazie al denaro elargito dalla Casa Bianca attraverso le numerose “foundations” che si dicono portatrici della libertà? Quest’argomento ha occupato grande parte dell’intervento del presidente Maduro rivolto, inizialmente, al popolo venezuelano, per poi essere nuovamente messo a fuoco dai giornalisti di Reuters e di France Press.

Infatti secondo il presidente Maduro: ”...La nuova parola d’ordine è Economia, Economia, Economia, non solo per risolvere i gravi problemi che sono sorti con l’inasprirsi di una guerra economica voluta per rompere il rapporto di fiducia che il popolo ha verso il governo e la rivoluzione bolivariana...”. Per questo il presidente ha più volte ripetuto “...Il compito della Rivoluzione Bolivariana è di creare e di far funzionare un nuovo modello di economia, in cui tutti, e quando dico tutti non mi riferisco solo ai militanti bolivariani! ... Tutti significa, lavorare con tutti coloro che hanno amore per la patria venezuelana e cioè gli impresari, gli industriali, i tecnici che non votano per il PSUV, ma che vogliono che il Venezuela risolva i problemi economici provocati dalla rottura degli equilibri nei prezzi del petrolio... Quindi, un nuovo modello economico capace di liberare il paese dalla dipendenza del petrolio, perché gli Stati Uniti e i suoi amici associati nell’OPEC sono riusciti a fare cadere il prezzo del barile da 120 dollari fino a 48 e poi ad abbassarlo fino a 24. E perché hanno fatto questo? Per strozzare la nostra economia come quella della Russia che dipendono dall’esportazione del petrolio e del gas. Per questo stiamo lavorando nella definizione di 15 motori che dovranno ristrutturare l’economia, le linee di finanziamento, i livelli di alta e media tecnologia, oltre a diversificare le linee di produzione per sviluppare i settori produttivi, aumentare la produzione, ridurre le importazioni e ugualmente aprire nuove aree di produzione atte a rafforzare il volume delle esportazioni…”.

Pochissimi giornali occidentali hanno affrontato la questione dei 15 motori dell’economia e del biennio (2016/2018), in cui saranno implementati i progetti dei nuovi programmi produttivi. Infatti, il Venezuela, oltre al petrolio possiede altre importanti ricchezze naturali (bauxite per produrre l’alluminio) il legno, l’oro e le pietre preziose, che però hanno bisogno di molta energia elettrica per alimentare i centri di estrazione. Ciò significa realizzare grandi progetti idroelettrici nella regione amazzonica e nello stesso tempo costruire nuove centrali di energia alternativa (solare ed eolica) per avere un maggior equilibrio a livello nazionale nella distribuzione di energia elettrica per i centri urbani, le zone industriali e le aeree estrattive.

Un programma che potrebbe essere realizzato senza molti problemi se i capi dell’opposizione si comportassero da persone civili disposte al dialogo e alla pratica della democrazia. A questo punto il presidente Nicolas Maduro ha detto: ”...il governo, il PSUV, l’esercito, gli intellettuali, i lavoratori e il popolo in generale vogliono tutti la pace. Infatti, è con la pace che possiamo realizzare i progetti che cambieranno l’economia. Però, attenzione volere la pace non significa che dobbiamo rinunciare ai nostri ideali e alle nostre conquiste! La pace l’abbiamo costruita in questi diciassette anni realizzando elezioni libere e democratiche di cui due le abbiamo perse, ma le altre le abbiamo vinte in un clima di pace!...”. Ricordando poi che nel Venezuela bolivariano la pace è sempre stata associata alla libertà, per questo Maduro ha nuovamente ricordato: “...Vogliamo la pace perché viviamo in un regime di democrazia partecipativa, dove c’è libertà di stampa, non ci sono prigionieri politici, c’è libertà di associazione, non c’è repressione e a questo proposito vorrei ricordare che quando la CNN ha scritto delle barbarità sul nostro governo, falsificando brutalmente la realtà del Venezuela, abbiamo chiesto una rettifica. Se non lo faranno, interverremo in termini giudiziari. In altri paesi il giornalista autore di quelle falsità già lo avrebbero arrestato! Guardate cosa sta succedendo in Turchia, per esempio!...”

Comunque il discorso sulla pace ha immediatamente introdotto l’evoluzione dell’infame progetto eversivo “Freedom” che le eccellenze della Casa Bianca stanno implementando, utilizzando sottobanco alcune teste di legno insediate a Miami e a Madrid, per poi creare in Venezuela le condizioni adatte a far scoppiare una guerra civile. Per questo Nicolas Maduro ha ricordato: ”...Tutti i piani eversivi ideati e finanziati dall’imperialismo hanno sempre questo fine e quest’obiettivo. Per questo motivo la Costituzione Bolivariana stabilisce che le nostre forze armate, pur non essendo offensive, devono difendere la legalità democratica e l’autorità dello stato, proprio come disse il Comandante Chavez. Il quale aggiunse anche questa famosa frase “Cuidado, somos pacificos pero no se metan con nosotros...” cioè “Attenzione, siamo pacifici ma state alla larga da noi!”.

Un concetto, politicamente giusto e giuridicamente efficace quando si tratta di difendere il paese da una possibile aggressione che, invece i giornalacci spagnoli presentano come un possibile “autogolpe di Maduro”. Come risposta agli articoli pubblicati da ABC, El Pais, El Mundo e tanti altri giornali spagnoli, il presidente Maduro ha chiesto: ”...A cosa dovrebbe servire un aereo come quel Boeing della Forza Aerea degli Stati Uniti, dotato di una tecnologia speciale per registrare tutte le comunicazioni riservate e militari, oltre che filmare le zone militari, gli aeroporti, i centri di produzione e quelli d’interesse strategico? Per due volte la nostra Forza Aerea è dovuta intervenire per intercettare questi aerei dopo che avevano violato il nostro spazio aereo. Perché lo hanno fatto? Chiederemo una spiegazione al governo degli Stati Unito e vedremo cosa ci diranno, ammesso che ce lo diranno! Per questo le Forze Armate Bolivariane sanno che in questo momento bisogna essere vigili, perché il Venezuela è vittima di un progetto eversivo. Siamo attaccati dall’imperialismo e per questo ci difendiamo, ma chiediamo anche, a tutti i movimenti sociali e ai partiti progressisti di essere solidali con la rivoluzione bolivariana e con il popolo venezuelano. Una rivoluzione e una Costituzione che difenderemo sempre e fino alle estreme conseguenze.”

Alla stessa maniera di Hugo Chavez, anche il presidente Maduro ha inquadrato l’attuale situazione di crisi del Venezuela dentro la logica della geopolitica continentale, in cui l’imperialismo, dopo le disavventure in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria è ritornato in America Latina, cercando di imporre il suo grido di aquila assassina. Per questo il presidente bolivariano ha ricordato le recenti macchinazioni degli Stati Uniti in Medio Oriente, dove “...Paesi prosperi e ricchi come la Libia, l’Iraq e la Siria oggi sono stati distrutti e ridotti alla fame... La verità è che l’imperialismo pretende di fare lo stesso qui in America Latina e la prova l'abbiamo con il colpo di stato realizzato in Brasile, contra la presidentessa Dilma Rousseff. ...Sì, in Brasile c’è stato un colpo di stato, poiché Dilma non ha nessuna responsabilità nelle accuse che gli hanno fatto! E perché lo hanno fatto? Forse non tutti lo hanno capito, ma il Brasile gioca un ruolo importante nell’evoluzione progressista dell’America Latina ed ha una funzione ancora più importante nel processo di rafforzamento dei BRICS. Un processo che non è appena commerciale. E’ un progetto politico per cambiare il metodo di dominazione finanziaria che opprime il mondo attraverso mostri come l’FMI, la Banca Mondiale e le differenti forme di istituzioni legate alla speculazione finanziaria. Istituzioni che affamano i paesi e quando non fai quello che loro vogliono, reagiscono con il colpo di stato o altre misure destabilizzanti! Così fu con Allende! Così è stato con Gheddafi e Bashar al Assad. Così è stato fatto con Dilma! Per questo noi difendiamo Dilma che è il presidente legittimo eletto da 54 milioni di brasiliani. Un presidente che è stato esautorato ingiustamente per facilitare il ritorno dell’imperialismo in America Latina!...”.

Nella conferenza stampa la giornalista di France Press ha toccato l’argomento scottante del referendum abrogativo, che in questi giorni ha fatto scrivere centinaia di articoli, tutti, effettivamente, a favore delle tesi dell’opposizione. Infatti, gli autori di questi articoli o per poca conoscenza del diritto costituzionale bolivariano o semplicemente per mala fede, dicevano che il presidente Maduro vietava il referendum perché lo stesso avrebbe permesso le sue dimissioni. Come risposta alla giornalista francese, il presidente Maduro ha ricordato: ”...l’articolo e i rispettivi capitoli della Costituzione, relativi alla metodologia del referendum abrogativo, furono creati non dall’opposizione, ma dallo stesso presidente Chavez, secondo cui il referendum, poiché istituto giuridico opzionale, rappresenta il massimo della democrazia partecipativa. Infatti i referendum possono essere municipali, locali, provinciali, regionali e nazionali. E’ una forma di espressione opzionale...”.

Infatti, oltre a non essere una legge, per realizzare il referendum sono necessarie una serie di presupposti della giustizia elettorale e nello stesso tempo occorre seguire una specifica metodologia per evitare falsificazioni. Maduro ha quindi ricordato “...gli oppositori legati ad Allup sapevano benissimo che avevano tempo fino all’11 gennaio per presentare alla giustizia elettorale la richiesta di referendum. Invece hanno lasciato passare del tempo per poter, poi, attaccare il presidente della commissione elettorale, che è una donna onestissima, dicendo cose assurde persino sulla figura femminile. Nello stesso tempo, i media occidentali, agitavano l’opinione pubblica a partire dai centri eversivi insediati a Miami e Madrid, scrivendo che il presidente Maduro aveva dato ordine di bloccare il referendum. Vorrei  ricordare che il Venezuela è un paese che ha le sue regole e che bisogna rispettarle. Soprattutto se si tratta di questioni referendarie, che in altre occasioni sono state oggetto di brutali tentativi di manipolazione. Inoltre, voi giornalisti dovreste leggere bene quello che la nostra Costituzione dice nel capitolo relativo al referendum abrogativo nei confronti del presidente della repubblica!...”.

Obiettivamente il messaggio del Presidente Maduro al popolo venezuelano e poi la conferenza stampa nel Palazzo di Miraflores, trasformata in un incontro con la stampa internazionale, hanno permesso di capire quello che sta succedendo in Venezuela e come il governo sta reagendo. Infatti  la conferenza stampa con lo streaming internazionale di Telesur – una pratica di comunicazione che nessun presidente ha mai realizzato  fino ad oggi – è stata molto utile per capire l’oggettività del concetto di democrazia bolivariana e gli aspetti della realtà venezuelana fuori dalle manipolazioni dei media occidentali, che, purtroppo, quando si tratta del Venezuela, o di un altro paese dell’ALBA, utilizzano solo la “velina” scritta dalle eccellenze della Casa Bianca!

Capitolo Italiano della Rete in Difesa dell’Umanità

NOTE

(1) A Roma, i giornalisti sono stati ricevuti nella sala stampa dell’Ambasciata del Venezuela nella FAO dall’ambasciatore Isaia Rodriguez, da dove sono state inviate le domande al Presidente Maduro formulate da Achille Lollo del giornale on-line “Contropiano”, Luciano Vasapollo, direttore della rivista “Nuestra America”, Rita Martufi del CESTES, Geraldina Collotti del Manifesto e Alessandro Bianchi di “L’antidiplomatico”. Lo streaming internazionale della conferenza stampa era poi trasmesso dalla Radio “Roma Città Aperta”, mentre i rappresentanti della centrale sindacale USB-FSM, della Rete dei Comunisti, dell’Associazione Marxista Politica e Classe riassumevano i principali argomenti dello streaming nei rispettivi siti.

Fonte

29/04/2013

La revolucion bonita di Hugo Chavez al bivio: svolta radicale, o inizio della fine?

Dopo gli articolo che abbiamo ospitato nei giorni scorsi, una prima analisi del voto di Francesco Gattiglio e la testimonianza dal Venezuela, vi proponiamo una nuova puntata del nostro “Speciela Venezuela”, con un articolo dell’amico Angelo Zaccaria, autore del libro “La revolucion bonita: viaggio a tappe nel venezuela di hugo chavez”, che già in passato abbiamo ospitato sul nostro sito e che ringraziamo per l’ennesimo interessante contributo. Buona lettura!

Il 14 aprile si son svolte le elezioni presidenziali in venezuela, circa 40 giorni dopo la morte del presidente hugo chavez. I risultati sono noti, ma e’ utile riepilogarli. il candidato chavista Nicolas Maduro ha prevalso di stretta misura con  7.575.506 voti  (50,78%). il candidato anti-chavista Henrique Capriles Radonski ha perso per poco con 7.302.641 voti (48,95%). altri candidati han totalizzato meno di 40.000 voti. Gli aventi diritto al voto erano 18.904.364, i voti scrutinati son stati 14.983.748, con una partecipazione al voto del  79,78 %. (fonte: Cne, Consejo nacional electoral del venezuela). Si tratta dei peggiori risultati per il campo chavista, in una elezione presidenziale, da quando chavez vinse per la prima volta le elezioni del 6 dicembre 1998.

Subito dopo la dichiarazione ufficiale dei risultati, il candidato sconfitto Capriles  ha gridato ai brogli, disconosciuto i risultati, chiesto il riconteggio manuale di tutti i voti, chiamato i suoi sostenitori alla mobilitazione “a difesa del voto”. a seguito di cio’, nella giornata del 15 aprile si son scatenate nel paese una serie di squadracce anti-chaviste, che han messo in atto violenze gravissime, le quali hanno lasciato un saldo provvisorio di 8 morti e oltre 60 feriti. Son stati assediati, assaltati o incendiati edifici del governo, sedi del psuv (principale partito chavista), strutture sanitarie “colpevoli” di essere gestite dai medici cubani, zone di edilizia residenziale pubblica, case private di singoli dirigenti o sostenitori del chavismo etc….

Non meno grave il silenzio di Capriles Radonski, il quale solo nel tardo pomeriggio del 16 aprile convoca una conferenza stampa, per invitare i suoi a non lasciarsi trascinare dalla emotivita’ e ad agire secondo ragione, cita ghandi e dice che chi pratica la violenza e’ fuori dal suo progetto di opposizione democrática al chavismo. Un modo per, da un lato riconoscere che le violenze ci son state e provenivano dal suo campo, e dall’altro scaricarsi da ogni responsabilita’ política ed anche personale.

Nei fatti il supremo  vértice anti-chavista ha oggettivamente avallato e coperto, se non anche promosso, per tutta una prima fase, queste gravi violenze, con il probabile obiettivo di creare caos,  e spostare a suo favore alcuni dei fattori di potere in campo, sia interni al venezuela come l’esercito, sia esterni come le grandi potenze regionali latinoamericane.

All’orizzonte la mai sopita tentazione, per le destre di questa parte del mondo, del colpo di stato, magari del XXI secolo, cioe’ democrático, a fin di bene,  umanitario, equo e solidale. Una ultima nota sulla biografia política di Capriles Radonski, il quale ha tentato di catturare una parte del voto degli scontenti del chavismo, con una campagna elettorale dove si e’ presentato come un progressista, fautore della conciliazione nazionale e del dialogo fra venezuelani, simpatizzante acceso dell’ex presidente brasiliano lula.

Le origini politiche di destra di Capriles sono inequivocabili: nato nel 1972, avvocato, rampollo della grande borghesia venezuelana attiva nel settore della comunicazione, dell’intrattenimento e della speculazione immobiliare, fonda nel 2000 il partito primero justicia, su posizioni fieramente neo-liberiste e su questo in polémica coi vecchi partiti socialdemocratici e socialcristiani. Fra i fondatori anche alcuni suoi amici (come Leopoldo Lopez), del gruppo di estrema destra “tradicion, familia y propiedad”, del quale alcune fonti dicono abbia anche lui stesso fatto parte. Inoltre egli si distinse durante il golpe dell’aprile 2002 per aver  partecipato alla caccia all’uomo contro i dirigenti  chavisti, ed al criminale assedio dell’ambasciata cubana, fatto per il quale fu poi incarcerato per 4 mesi (fonte: www.aporrea.org).

Quindi piu’ che un progressista direi che siamo di fronte ad un trasformista, o tuttalpiu’ ad un populista di destra.
Detto tutto questo, e ribadito che non vi e’ nulla di piu’ importante dell’assassinio di 8 persone e il ferimento di 60 ad opera delle squadracce antichaviste, il secondo dato politico cruciale di questi giorni e’ un altro.

Come ho detto sopra quelli del 14 aprile sono storicamente i peggiori risultati ottenuti dal campo bolivariano in elezioni di questo tipo. Nel dicembre del 2006 Chavez vinse le elezioni presidenziali contro Manuel Rosales, per oltre tre milioni di voti. Appena nell’ottobre 2012 Chavez seppure malato sconfigge Capriles per circa 1.600.000 voti. Ora Nicolas Maduro prevale per appena 273.000 voti. Il tutto oltretutto in presenza di un aumento cospicuo e constante della partecipazione al voto, prodotto delle politiche positive attuale dal chavismo per promuovere inclusione e partecipazione política ed elettorale nel paese. Solo fra le elezioni presidenziali del 2006 e quelle del 2012, assistiamo ad un aumento di oltre tre milioni dei partecipanti  al voto.

Da sincero amico della revolucion bonita venezuelana, mi permetto queste osservazioni finali.

La trágica morte di Chavez ha accentuato ulteriormente una tendenza elettorale gia’ in atto da alcuni anni e con Chavez vivente: l’opposizione di destra e’ cresciuta costantemente e ad un ritmo molto piu’ veloce del blocco ad essa  avverso, il chavismo si vede ridotto  il divario di consenso a suo vantaggio. In altri termini, nell’ottobre 2012 i nuovi votanti votano in prevalenza per capriles, e nelle ultime elezioni  mi pare che si assista anche ad una miscela di aumento di astensione nel chavismo e a un  travaso di voti dal chavismo al campo avverso. Infatti da ottobre 2012 con ancora candidato Chavez, ad aprile 2013 con candidato Maduro, il chavismo perde oltre 600.000 voti, mentre Capriles ne prende oltre 700.000 in piu’.

Nel paese, inclusi ampi settori popolari, e’ cresciuto il malcontento per i troppi problemi rimasti ancora irrisolti: inefficienza di rilevanti settori dello stato e dei servizi pubblici, sprechi, black out elettrici, corruzione pubblica, favoritismi, scarsita’ di beni di prima necessita’, inflazione  elevata, insicurezza a e criminalita’ etc. Dopo oltre 14 anni al potere, al chavismo non e’ bastato ricordare le molte conquiste e progressi attuati in campo  sociale, gli indubbi progressi fatti rispetto ai governi criminali ed affamatori della IV repubblica, cosi’ come non e’ bastato il richiamo al pure molto amato Hugo Chavez, o addirittura i ripetuti richiami di Maduro all’esser lui “el hijo de Chavez”.

Era proprio Chavez infatti, che col suo straordinario carisma e amore popolare che riusciva a suscitare, tamponava ed in parte limitava l’impatto negativo di questo malcontento. Una volta venuto meno lui, la pentola si e´un tantino scoperchiata.

Al chavismo non e’ stato nemmeno sufficiente denunciare come ad alcuni dei gravi problemi  citati, come inflazione, criminalita’ e scarsita’ di beni, contribuiscano con attive campagne di destabilizzazione e boicottaggio, i nemici interni ed esterni della revolución bolivariana.

Su questa valutazione mi pare se ne sia imposta un altra: mai nessuna “rivoluzione” ha goduto di tante risorse finanziarie come quella venezuelana, una paese dalle immense risorse naturali, che estrae tre milioni di barili di petrolio al giorno, dove gira tanto denaro e in parte rilevante controllato dallo Stato. Le lacune ed i limiti delle politiche del potere quindi, appaiono giustificabili ma sino ad un certo punto. Cruciale pertanto la percezione diffusa in alcuni settori sociali, che parte di questo fiume di denaro sia stato sperperato a causa di disorganizzazione ed inefficienza, o incamerato indebitamente da una parte della classe dirigente chavista. Questo infatti logora o appanna in parte  quel presunto primato ético e morale, che tradizionalmente rappresenta uno dei principali punti di forza dei movimenti rivoluzionari o di cambiamento.

A questo aggiungasi che, nonostante gli sforzi compiuti in prima persona anzitutto dal grande pedagogo popolare e formatore político Hugo Chavez, una parte della popolazione e’ tuttora affascinata dai miti del consumismo, o da quello della possibilita’ di arricchirsi individualmente grazie alla propia bravura, o mancanza di scrupoli, o entrambi.

Ora che accadrà?

Francamente non lo so. Penso pero’ di poter dire che in assenza di una seria correzione di rotta, queste elezioni del 14 aprile rischiano di segnare l’inizio della fine del processo bolivariano. Una fine che potrebbe gia’ avere una data segnata: il 2016. Anno nel quale terminata la prima parte del mandato presidenziale di Nicolas Maduro, l’opposizone secondo quanto stabilito dalla Costituzione, potrebbe promuovere il referéndum revocatorio del presidente della repubblica.

Il governo ed in primis Nicolas Maduro, son molto ben coscienti della serieta’ della situazione, ed hanno gia’ annunciato la formazione di una sorta di “governo itinerante di strada”, per meglio monitorare a partire dai territorio i problemi del paese, le istanze della gente,  e attuare le necessarie correzioni. Tutto positivo, ma va ricordato che anche dopo altre elezioni, in quel caso vinte pero’ con ben piu’ largo margine, Chavez aveva annunciato in pompa magna  vaste revisioni, e “guerra a morte contro la corruzione e la contro-rivoluzione burocratica”. Ma stavolta lo scenario e´decisamente piu’ preoccupante per il prossimo futuro del chavismo, e quindi suppongo che qualche sforzo in piu’ da parte del governo ci sara’.

Credo anche che lo spazio per l’ala piu’ radicale e rivoluzionaria del processo bolivariano, di certo non e’ destinato fácilmente e crescere. quell’approfondimento del processo che non é´stato fatto nei momenti di maggior forza del bolivarismo e con chavez vivo, non sara’ facile che arrivi ora, nel momento di massima forza e consenso a favore del campo avverso. Tuttalpiu’ e senza una forte pressione dal basso, verranno attuate politiche all’insegna della razionalizzazione e dell’efficienza, dello sviluppismo economico, o della lotta contro sprechi e corruzione.

Ma se ci sta una grossa speranza per il futuro,  questa risiede anche nella energia, nella passione, nel coraggio, nella generosita’, nella forza che hanno i movimenti popolari e di base venezuelani che hanno appoggiato e creduto nella revolucion bonita, e l’hanno difesa nei momenti peggiori momenti nei quali, è bene ricordare, le donne hanno da sempre avuto un ruolo importantissimo.

Il futuro della revolucion bonita dipenderà anche se non soprattutto da come giocherà questo ultimo fattore!

17/04/2013

Venezuela, la destra torna golpista?

Mentre tutte le organizzazioni internazionali, dall’Unione Europea all’Unasur a Mercosur, certificano la correttezza del risultato elettorale venezuelano e Nicolás Maduro riceve le felicitazioni anche di governi di destra, come quello cileno o quello messicano, la civilizzazione della destra venezuelana, un processo lungo dieci anni, va a gambe all’aria e apre uno scenario nuovamente eversivo con decine di episodi di violenza.

Henrique Capriles ha atteso la notte per invitare i suoi alla calma dopo aver gettato benzina sul fuoco per tutto il giorno con dichiarazioni di crescente gravità e già si prepara la giornata campale di domani quando tutte le destre marceranno alla sede del Consiglio Nazionale Elettorale per protestare contro il risultato elettorale. Le classi agiate sono tornate a manifestare nella piazza Altamira, simbolo della destabilizzazione nel primo lustro dell’era Chávez. Manifestano con un cacerolazo, battendo pentole che mai per loro sono state vuote. Intanto sono segnalati decine di atti di violenza contro media pubblici (per i quali né la SIP né Pigì Battista si scandalizzeranno), contro sedi del PSUV (almeno tre sono state bruciate), soprattutto contro poliambulatori pubblici (i CDI) a caccia di medici cubani ai quali fino a ieri Capriles stesso (che nel 2002 durante il golpe guidò l’assalto all’ambasciata dell’Avana) prometteva la cittadinanza e che oggi vengono dai suoi minacciati di morte. Dopo avere per anni finto di farsi piacere il sistema sanitario pubblico messo in piedi da Chávez con l’appoggio solidale di Cuba, anche perché per aumentare il proprio consenso verso classi non benestanti, la permanenza del sistema sanitario pubblico e gratuito garantito dai cubani era essenziale, ecco che l’odio malcelato della destra per i diritti fondamentali, torna a sgorgare spontaneo.

Per qualcuno il quadro di contrapposizione frontale è desiderabile, chiarificatorio, militante, rivoluzionario. Per chi scrive il clima di scontro permanente impedisce il continuare la crescita riformatrice intrapresa certosinamente negli anni di Chávez e l’affrontare mali storici ancora da intaccare. Il nemico alle porte potrebbe essere il pretesto per non fare i conti, dall’interno del processo rivoluzionario, su lassismo, inefficienza, corruzione. È desiderabile - per tutti - che la destra venezuelana, sbollita la rabbia per la sconfitta di misura, accetti il risultato attestato da tutte le entità di osservazione e permanga nel solco della legalità e delle basi costituenti partecipative della V Repubblica. Altrimenti sarà evidente per tutti (gli intellettualmente onesti, ovvio) che quella maschera del Capriles progressista, autonominato erede politico di Lula da Silva, fosse pura propaganda decisa da qualche spin doctor illusionista sbarcato dal Nord.

I risultati definitivi indicano che la vittoria di Nicolás Maduro è stata legittima e chiara, con una differenza di 235.000 voti, oltre il doppio - per capirci - della differenza tra centro-destra e centro-sinistra in Italia, circa il quintuplo considerando il differente numero di votanti. Come chi scrive ha più volte rilevato i sondaggi di entrambe le parti erano fasulli, inservibili prima e tanto più inservibili ora per fare valutazioni sul voto. Il pensare in un trionfale travaso di voti da Chávez a Maduro si è poi rivelato una pericolosa illusione alla quale in molti hanno dato credito con irresponsabile superficialità. Da oggi Maduro, che ha davanti non sei ma tre anni per convincere i venezuelani, dovrà scegliere, innovare, governare, trasformare, oppure perire nell’imitazione del grande dirigente del quale si dichiara figlio.

C’è un dato infatti che non può essere eluso da nessun osservatore. Rispetto all’ottobre 2012, quando il fuoriclasse Hugo Chávez aveva vinto di 1.6 milioni di voti, Capriles ha guadagnato 680.000 voti e il candidato del PSUV ne ha persi 685.000, uno ogni undici. È un travaso di voti perfetto in un sistema rigidamente bipolare. Anche considerando altri flussi minori tra voto e astensione possiamo affermare che almeno mezzo milione di elettori che avevano votato Chávez in ottobre hanno dato questa volta credito all’opposizione. Li ha persi Maduro, che ha scelto di appiattirsi sulla continuità oppure il PSUV (forse il parto più difficile e sofferto dell’era Chávez) senza il leader storico è già in crisi di legittimità? Li ha guadagnati il Capriles che si atteggiava a progressista e potrebbe già riperderli riprendendo in queste ore il volto della destra rancida, nemica dei diritti ed eversiva? O infine lo spostamento, comunque di pochi punti percentuali, è un fatto non sostanziale in un contesto da sempre polarizzato? In Venezuela si fa politica, ed è un bene prezioso.

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15/04/2013

Transizione alla latinoamericana, da Chávez a Maduro

(di ritorno da Caracas) La stretta vittoria di Nicolás Maduro (50,6% contro 49% con Capriles che chiede il riconteggio dei voti) come candidato della continuità con Hugo Chávez nelle elezioni presidenziali venezuelane apre e allo stesso tempo chiude il dibattito sulla prosecuzione del processo bolivariano. Lo chiude, testimoniando anche in Venezuela la solidità del processo democratico nel momento nel quale il candidato dell’opposizione, Enrique Capriles, offre allo stesso tempo un discorso progressista apparentemente analogo a quello della sinistra, accompagnato da un disprezzo e da una denigrazione tipicamente classista verso un processo del quale non può più disconoscere la grandezza.

Capriles, fin da ottobre ma con rinnovata lena durante questa campagna, ha riconosciuto la legittimazione di un’egemonia culturale della sinistra nell’America latina del XXI secolo, che ha sostituito l’inservibile armamentario neoliberale, ed ha – come ossimoro e contraddizione – avocato alla classe dirigente tradizionale – quella stessa del neoliberismo – il ruolo di condurre tale processo. Ma allo stesso tempo il dibattito è aperto in più punti. Nicolás Maduro ha ottenuto un risultato straordinario laddove non era scontato per nessuno che un processo così identificato con la figura di Hugo Chávez potesse sopravvivere alla scomparsa di uno dei dirigenti politici più importanti di tutta la storia latinoamericana. Un certo trionfalismo del campo popolare, che chi scrive ha colto con preoccupazione per le strade di Caracas, si accompagnava al rinviare al dopo alcuni nodi che lo stesso Chávez indicava. Come se la mozione degli affetti potesse cristallizzare a quel 5 marzo, il giorno della morte del presidente, la vita politica di un paese. S’è ripetuto nel campo popolare quello che succedeva nel decennio scorso nell’opposizione: un certo autismo impediva di vedere tanti piccoli smottamenti.

Se la differenza di meno del 2% tra i candidati, soprattutto quando il candidato dell’opposizione presenta un programma analogo a quello della maggioranza, è tale da essere invidiabile nella maggior parte del mondo, non ci si può nascondere che Capriles è stato capace, anche in un momento così emotivamente forte, con un piccolo calo di affluenza, circa il 2%, di sottrarre un voto su dodici al chavismo. Vedremo nelle prossime ore se ci sarà il riconoscimento della sconfitta da parte di Capriles o se seguirà le sirene della parte dell’opposizione che resta eversiva, ma Maduro dovrà interpretare la riduzione della base elettorale socialista come un richiamo ad andare con Chávez oltre Chávez verso sfide sempre più difficili in una rettificazione continua del processo, lavorando sull’efficienza e sull’etica del processo.

Non basterà più dire – ed è senz’altro vero – che quello che ha fatto il chavismo in dodici anni è un risultato straordinario. Chávez ha lasciato una base straordinaria per costruire un Venezuela più giusto, indipendente, sviluppato. Ma adesso non basterà più far notare che corruzione e inefficienza vi erano anche prima del chavismo e non basteranno le più importanti analisi sociologiche sulla persistenza di una violenza angosciosa nel paese. Dovranno essere dati segnali chiari in politica interna, applicando il Piano della Patria di Hugo Chávez per dare risposte a quella parte della società liberata in questi anni dal bisogno primario per permetterle di andare oltre in sicurezza e tranquillità e risolvendo la contraddizione tra ideali socialisti e il quotidiano vissuto in una società dei consumi tradizionale. Resta un’impresa titanica quella di una rivoluzione nella rivoluzione in un contesto nel quale tutto questo dovrà essere ottenuto evitando spaccature del movimento in una situazione che abbiamo spesso descritto come porosa, con continue entrate e uscite tra i due poli. Restano un’impresa titanica ma segnali chiari andranno lanciati da domani, per un governo che ha su di sé la spada di Damocle di un referendum revocatorio strumento di democrazia voluto da Chávez, già tra tre anni.

Al di là del dato elettorale il fatto politico sostanziale emerso negli ultimi anni in tutti i processi elettorali latinoamericani ma con più forza qui in Venezuela, quasi una svolta culturale, è allora il riconoscimento del cambio di egemonia e della non più questionabile rilevanza della figura di Chávez, giunta finalmente anche dall’opposizione. Troppo grande era l’impatto emotivo, la presa di coscienza dell’assenza, perché le elezioni potessero allontanarsi dal riconoscimento postumo dell’importanza di Hugo Chávez nella storia del paese e in quella di tutta l’America latina, per la quale gli ultimi tre lustri hanno rappresentato una sorta di nuovo inizio dopo la catastrofica seconda metà del XX secolo, perduta tra dittature militari e neoliberismo reale per ritrovarsi al punto di partenza del cambiamento necessario.

È importante analizzare alcune caratteristiche di questo voto avvenuto a meno di sei settimane dalla morte del presidente. Maduro non s’è mai discostato dal ruolo di erede designato, compiendolo dignitosamente, stabilendo un contatto empatico col proletariato chavista. Era troppo grande il capitale politico chavista, per rischiare personalismi. È ben difficile da comprendere in Europa la forma del discorso politico venezuelano, militante e allo stesso tempo giocoso, immaginifico e con tratti didascalici da mobilitazione cognitiva per una politica che, liberatasi dall’ingessatura ideologica del pensiero unico neoliberale, ha ricominciato ad essere battaglia di idee.

Enrique Capriles ha proseguito quel processo di civilizzazione dell’opposizione iniziato già nel 2006 da Manuel Rosales, dopo che lui stesso aveva partecipato ai processi eversivi dei primi anni della Rivoluzione bolivariana. Nato come uomo di destra radicale, Capriles oramai si professa progressista e seguace di Lula da Silva. Mal gliene incolse in ottobre, perché proprio l’ex presidente brasiliano lo bacchettò duramente per ribadire il suo appoggio all’amico Chávez. Le televisioni commerciali, in particolare Globovision, continuano a trasmettere 24 ore su 24 un messaggio violentissimo e per molti versi eversivo contro il governo popolare (al quale fa da contraltare appena più civilizzato la bolivariana VTV), ma questo non è già più contro Chávez. Fino a ieri questo era insultato e accusato di qualunque crimine al mondo, riportato senza verifica alcuna dai disinformatori di professione dei media mainstream. Non potevano permettere – dicevano – che uno “zambo” (il termine razzista coloniale per indicare il meticciato più impuro, quello tra neri e indigeni) governasse il paese. Adesso Chávez è nell’empireo, un padre della patria di un nuovo Venezuela inclusivo, del quale anche Enrique Capriles si dice pronto a ripercorrere il cammino addirittura offrendo la cittadinanza a quei medici cubani che hanno costruito da zero il sistema sanitario pubblico e rappresentati come paramilitari infiltrati e pronti al golpe. Un golpe che in Venezuela non c’è mai stato, se non da parte dell’opposizione l’11 aprile 2002 con la partecipazione di Henrique Capriles stesso. Dove ha esercitato il proprio classismo il neo-progressista Capriles è stato allora contro il rivale Maduro, chiamato costantemente, con tono offensivo, per nome o riferendovisi come “l’autista”, ricordando la professione di questi, che più volte ha risposto con ironia arrivando a manifestazioni elettorali alla guida di autobus.

Al di là di queste schermaglie, gli elettori venezuelani, chiamati al voto per la diciottesima volta da quando è iniziata la V Repubblica, non hanno dato soddisfazione alla stampa occidentale, che prevede da sempre un caos che mai si verifica. Polarizzato è il Venezuela, con due visioni antagoniste di paese, ma che si affrontano in pace e in democrazia. Lo stesso Hugo Chávez, il gorilla, il dittatore, ha sempre creduto nelle elezioni e nei processi democratici e ha trasmesso fino all’ultimo un messaggio di continuità democratica nell’indicare il cammino elettorale per la scelta del suo successore. Le elezioni, come sempre, sono state tranquillissime e controllatissime. L’opposizione ha fatto la campagna riempiendo le piazze come sempre in totale libertà d’espressione per denunciare… la mancanza di libertà d’espressione. I venezuelani hanno votato con quella partecipazione democratica, quel credere che attraverso il voto le cose possano cambiare in meglio, come tristemente è sempre più difficile poter fare in Italia. Hanno votato con serietà, comunque abbiano votato e quello di aver risvegliato la partecipazione democratica è un altro dei grandi portati del chavismo.

Il paese che lascia Hugo Chávez al suo successore è un paese cambiato in meglio per sempre. Ho visitato nei giorni scorsi uno dei quartieri popolari passati nel corso di un decennio dall’essere una baraccopoli all’avere dignitose case popolari. Héctor, 30 anni, aveva fatto poco più delle scuole elementari e viveva in una baracca di lamiera in uno dei quartieri a più alta densità criminale di questa città sempre difficile. “Oggi – mi dice con orgoglio – ho un diploma di tecnico informatico preso a Cuba. La mia casa è in muratura e ho tutti i servizi. E posso dire di non aver avuto bisogno del governo ma di averla tirata su con il mio lavoro”. Sergio, che di anni ne ha una dozzina, si offre di farmi controllare la posta elettronica sul suo Canaima, il portatile a basso costo, prodotto in Venezuela e che monta una distribuzione locale di Linux, che il governo ha distribuito gratuitamente a oltre 2,5 milioni di studenti. Loro, mi spiega la mamma, una famiglia di cinque donne di tre generazioni più il ragazzo, hanno potuto beneficiare di aiuti per la casa. Nella modestia sembra non mancare nulla, compreso un enorme televisore che trasmette cartoni animati da un canale dell’opposizione. Yazmín, 53 anni, con una storia drammatica alle spalle, con parole veementi mi esplicita il senso del suo appoggio al governo di Hugo Chávez: “dalla Costituzione in avanti abbiamo trovato la dignità. In questo paese prima non eravamo considerati esseri umani e oggi siamo cittadini”. Evito di spiegarle che per l’europeo progressista medio quello che lei considera dignità è solo populismo e demagogia e quei programmi sociali solo clientelismo. Il suo compagno mi mostra cosa vuol dire non essere considerati umani. Si solleva la gamba sinistra del pantalone fino al ginocchio e mi mostra una cicatrice orribile, di fatto non ha il polpaccio: “È un ricordo del 28 febbraio del 1989, durante il Caracazo. Praticamente mi fucilarono. Sono vivo per miracolo”. Quel giorno il governo di Carlos Andrés Pérez, vicepresidente in carica dell’internazionale socialista, fece assassinarne a migliaia tra quelli che protestavano contro l’FMI. Ministro di quel governo stragista era quel Moises Naím che imperversa sui nostri media. Quel giorno cominciò a nascere il progetto inclusivo di Hugo Chávez.

Certamente Nicolás Maduro non avrà un cammino facile davanti e chi aveva sperato che il consenso e l’emozione per la morte di Chávez potessero essere automaticamente traghettati sul nuovo presidente dovrà rifare i calcoli. Il Plan Patria lasciato da Chávez è un programma lineare di integrazione, di riduzione delle disuguaglianze, di raggiungimento di una vera indipendenza e integrazione del continente che richiederà ancora decenni di operosità. Le missioni costano e la sfida sarà non ridurne la portata in un paese ancora da costruire. Non basterà più il solo petrolio a finanziarle e neanche l’immagine salvifica di Hugo Chávez. Ci vorrà più Rivoluzione ma anche la coscienza che, qualunque cosa succeda, il passato più nero non tornerà.

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