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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/07/2017

“I media internazionali sono parte attiva del colpo di stato in Venezuela”


Intervista al sociologo argentino Marco Terrugi, realizzata da Telesur

(trascrizione e traduzione di Marinella Correggia)

Questo articolo compare contemporaneamente su Contropiano e L’Antidiplomatico.

Sullo stesso tema segnaliamo l’approfondimento del nostro giornale a questo link: http://contropiano.org/news/internazionale-news/2017/07/08/cosa-sta-accadendo-venezuela-approfondimento-093757

D. Come giornalista, che titolo daresti rispetto a questo cosiddetto governo di transizione?

R. La destra sta andando avanti con la sua scalata golpista. Il plebiscito svoltosi la scorsa domenica era un modo per legittimare quello che si sta verificando, quello che stanno dicendo e che succederà venerdì con la cosiddetta designazione di nuovi magistrati al Tribunale supremo di giustizia... una necessità per legittimare queste azioni, per dire al mondo che in Venezuela milioni di persone hanno votato contro la Costituente, contro il governo e a favore di quello che sta nascendo. Sappiamo che i loro voti non sono quelli che hanno detto, che hanno mentito, che non ci sono prove di quei risultati, ma non importa, né a loro importa la legalità.

D. Dunque, è intenzionale che i grandi media internazionali non abbiano detto assolutamente nulla dei milioni di persone che hanno votato nella prova della Costituente?

R. Sì, i media internazionali non sono solo complici, sono parte attiva di quello che sta accadendo in Venezuela, di questa escalation fino al tentativo di colpo di Stato. Quindi devono ignorare quello che accade davvero in Venezuela e presentare una situazione che non è reale. Ci sono quattro elementi centrali per capire come si sta procedendo oggi. Primo: l’annuncio del governo parallelo. Secondo: un aumento ulteriore della violenza, lo vedremo nei prossimi giorni. Il terzo punto ha a che vedere con il fronte internazionale. Il quarto elemento sono i media e l’architettura della comunicazione che legittima tutto questo. Quattro zampe che avanzano simultaneamente. Tuttavia, occorre far emergere una cosa molto importante: si sono proposti di far fuori il governo con la forza ma il rapporto di forza non è sufficiente a farlo, oggi, in Venezuela. Oggi la destra venezuelana non ha l’appoggio delle forze armate né della guardia popolare (forse nazionale, ndt) e nelle strade non è più di tre mesi fa: la loro quantità non è aumentata.

D. E possiamo anche pensare che siano diminuiti, in quantità. Ad esempio anche oggi c’è stato uno di questi trancazos, nella zona più a Est di Caracas, Altamira, Chacao per identificare l’area, e a ogni crocevia non c’erano più di tre o quattro persone...

R. Esattamente. E a questa assenza delle masse, vogliono supplire con una grande violenza. Le persone bruciate vive anche negli ultimi giorni dalla destra... non è un caso, è una forma pianificata, un metodo; quando diminuisce la loro forza aumentano la violenza per avere un grande impatto. Ma è vero, nelle strade sono piccoli gruppi, non masse.

D. E perché non ci sono le masse? Perché meno persone?

R. Per varie ragioni. Prima di tutto, fuori dal paese la destra può aver legittimato la propria violenza, ma nel paese no. Intanto la società venezuelana si rende conto che è di fronte a una destra che sta intensificando le azioni violente. In secondo luogo, gli strati popolari non aderiscono all’appello politico di questa destra, perché è una destra, classista, e che non ha un progetto per il paese. In terzo luogo, hanno un evidente logoramento, sono sostenuti dalla classe medio-alta e non riescono ad allargarsi. Lo abbiamo visto molto bene domenica scorsa, nel saggio dell’Assemblea Costituente: molta molta gente nei quartieri popolari.

D. Sei stato in zone popolari non solo di Caracas ma di altre parti del paese. E’ stata per te una sorpresa vedere così tante persone, fino all’1 di notte, in coda?

R. Non so se sia una sorpresa. Credo che a volte, di fronte alla necessità di rispondere in modo intelligente a un nemico che avanza con tanta violenza, ci siamo un po’ sottostimati. Domenica il chavismo ha fatto un esercizio di democrazia, di coscienza storica, e del fatto che vede e sottolinea che il conflitto si deve risolvere per via democratica, insisto: essa dipende dal fronte internazionale. In Venezuela non ha affatto forza sufficiente oggi, non ha appoggi. Se si vuole estromettere un governo con la forza, in un paese come il Venezuela, ha bisogno delle forze armate, e del popolo. Non c’è nessuno di questi due elementi. Ecco perché è necessario Trump, il Senato, le minacce, le sanzioni che verranno, la destra ha bisogno di queste pressioni da fuori.

D. E le sanzioni economiche, che creano preoccupazione, fino a dove arriveranno? Gli Stati Uniti hanno bisogno del petrolio venezuelano, non c’è bisogno di essere un economista petrolifero per saperlo.

R. Sì, il petrolio e la grande quantità di altre ricchezze presenti in Venezuela. Il fronte economico è importante non solo per recuperare il controllo ma anche per il piano di scontentare la popolazione venezuelana. Insomma, se non sono capaci di convincere la popolazione sul piano politico, allora hanno bisogno che finiscano il cibo, le medicine, i prodotti d’igiene, che i prezzi aumentino, tagliare gli approvvigionamenti, le importazioni, incidere sul piano finanziario, isolare il Venezuela anche diplomaticamente. Che il popolo venezuelano paghi e soffra ogni giorno. Ecco il piano degli Usa, come in passato hanno fatto in altri paesi, Cuba, Cile...

D. Viene subito in mente Cuba. Dovremmo pensare che quella è la strada che tentano. Ma per esempio stanotte il presidente del Nicaragua ha detto: “A che cosa sono serviti agli Usa questi piani? Cuba è lì, in piedi, libera, sovrana”. Dunque che cosa vogliono fare con queste sanzioni?

R. Vogliono anche punire il Venezuela; una specie di rivincita, non c’è solo l’intenzione di recuperare il controllo economico sulle risorse e il potere politico ma anche castigare un popolo che in questi anni di rivoluzione ha dato prova di dignità, coscienza, empowerment, di partecipazione democratica, di tornare a chiedere che cos’è la politica, quale ruolo dobbiamo avere come latinoamericani, quale integrazione continentale, ci sono molte cose che agli Usa danno fastidio. Hanno bisogno che questo popolo senta il peso di una punizione.

D. In tutto questo dobbiamo guardare a qualcosa che non so se sia positiva, ma almeno prima non era tanto evidente quel che volevano gli Usa e ora lo è...

R. Sì. C’è un modo di interpretare quel che è successo con Trump. Il modo di procedere della destra, verso il colpo di Stato, e una guerra di quarta generazione... sempre gli Usa hanno negato la loro partecipazione ai fatti e la responsabilità. Che adesso Trump esca ad annunciare al mondo che va contro il Venezuela, vuol dire che le cose non stanno andando come pensavano. Che cosa è successo? E’ che domenica, contro tutti i pronostici, la gente è andata a votare nelle prove di voto per la Costituente. Insomma: tre anni di guerra economica, di tentativi di colpo di Stato, di violenze nelle strade, roghi di persone e attacchi a infrastrutture pubbliche, scuole, ospedali, e la gente esce di casa e va a votare.

D. E anche se i media mainstream non lo dicono, questa realtà non si può nascondere... E comunque, in questa congiuntura, tutto ha a che vedere con l’appello per l’Assemblea Costituente. Prima c’era la scarcerazione di Leopoldo Lopez. E’ stato scarcerato, ma all’opposizione non è bastato per avanzare verso una prospettiva di pace; adesso tutto è centrato sulla richiesta di revocare il processo costituente. Perché se la prendono con la Costituente adesso?

R. Credo che sia perché stanno perdendo il controllo dello scenario. Hanno un piano, sconfiggere il governo, e l’Assemblea nazionale Costituente per loro è una perdita del poco potere di controllo che hanno, attraverso l’Assemblea nazionale e la Fiscal general della Repubblica. Per loro il problema è se il 30 luglio si prevede una partecipazione grande, come annunciato domenica. Quindi vogliono in tutti i modi evitare l’Assemblea Costituente, che sarebbe uno spazio partecipativo nel quale molti ripongono grandi aspettative, c’è un grande dibattito...

D. ...anche fra settori dell’opposizione; non quelli della MUD (Mesa de unidad democratica), i referenti visibili di questa cosiddetta opposizione, ma altri...

R. Sì. C’è una parte dell’opposizione che non è golpista, che non è violenta, non è golpista, ma non si è pronunciata apertamente. La strategia dell’opposizione per ora è portata avanti dai golpisti violenti; è importante che si pronuncino i settori democratici, che chiedono una soluzione pacifica, attraverso elezioni...

D. Ma questa opposizione ha la sua quota di responsabilità, perché non ha condannato il livello altissimo di violenza...

R. E’ vero. Comunque... c’è un grande dibattito per esempio sul cronogramma elettorale. In Venezuela c’è un cronogramma elettorale. Ci saranno le elezioni il 30 luglio, con l’elezione della Costituente. Ci saranno le elezioni dei governatori alla fine dell’anno e poi le elezioni presidenziali. Insomma ci chiediamo: cosa vuole adesso la destra? Se danno i domiciliari a Lopez, avanzano un’altra richiesta: se si rinunciasse alla Costituente, chiederebbero un’altra cosa ancora. Il loro piano è far cadere il governo con la forza, subordinare l’economia e il potere politico, e prendersi una rivincita sul chavismo. Ecco il loro piano. Qual è il negoziato possibile?

D. Non possiamo rispondere a questa domanda... Rispetto allo scenario di transizione. Se guardiamo allo scenario, vogliono uno scenario libico, ma là cosa è successo? Una nazione distrutta completamente, con tre presunti governi, uno riconosciuto dall’Onu, l’altro dagli Usa... una nazione che è un disastro, che ora colpisce l’Europa per tutto il tema dei rifugiati e dei migranti. Non è una questione solo di partiti, per toccare il tema sella Libia, là vediamo una distruzione assoluta. Là ce l’hanno fatta, come mai qui no?

R. La destra annuncia cose che poi non può ottenere. Il potere si esercita, non te lo puoi auto-attribuire. Non puoi dire: ora c’è un nuovo tribunale supremo di giustizia, un nuovo governo. La domanda è: e come possono imporlo? Certo se hanno relazioni internazionali, e se gli Stati Uniti giocano con molta forza per imporre...

D. Ma cosa vuol dire? Che ci sarà un’invasione? Perché in quale altro modo potrebbero esercitare questo potere?

R. Per questo diciamo che dipende dal fronte internazionale. Oggi in Venezuela con i loro rapporti di forza interni non possono far sì che il loro governo abbia una vita reale. Nominano un nuovo tribunale supremo di giustizia; e poi? Che farà? Chi lo riconoscerà? Come lo imporranno? Annunciano, ma non possono esercitare nazionalmente questo potere. Per questo vediamo Trump, l’Unione Europea, e questa escalation internazionale... per creare le condizioni... C’è da vedere come evolverà lo scenario internazionale. In questi anni gli Usa hanno compiuto azioni di forza contro altri paesi. Lo faranno? Non lo faranno? E in che modo lo faranno? Ora gli Stati uniti giocano in Venezuela, nell’economia, nel finanziamento dei settori paramilitari, della violenza, c’è un intervento silenzioso degli Usa. Qual è lo scalino seguente? E’ la nostra grande domanda. Attraverso quali strumenti? Ci sono gli addestramenti previsti in Colombia, nel sud dell’Amazzonia... si aprono vari fronti... credo che stiano esplorando quale legittimità hanno per poter applicare una sanzione non solo economica ma anche miliare.

D. E’ un’altra domanda alla quale non possiamo rispondere... Quale sarà il tuo prossimo articolo?

R. Mi interessa molto il protagonismo delle persone, sui loro territori come sul dibattito circa la Costituente. Oggi occorre mettere in moto tutti gli strumenti della democrazia partecipativa, questo popolo è eroico, storico, ha già mostrato una capacità di resistenza e coscienza storica, di essere presente nei momenti chiave, nel modo giusto come domenica scorsa. Dobbiamo essere attenti a questo, vedere che succede, come resistere, e che cosa la gente chiede e come sta pensando di risolvere i grandi problemi del Venezuela.

D. Sì, domenica scorsa è stato davvero impressionante. Grazie...

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19/07/2017

Que viva Maduro carajo!

Nel paese dove secondo i media mainstream non ci sarebbero né la democrazia né la libertà d’espressione ieri Cecilia Garcia Arocha, la rettrice dell’Università Centrale del Venezuela, ha diffuso per conto della Mud i dati sulla presunta affluenza del “plebiscito” contro Maduro.

Prima di concentrarci sui numeri sarebbe bene però riflettere sulle informazioni che questa notizia porta in sé, e che invece, volutamente, i nostri mezzi d’informazione nascondono mentre il ceto politico di certa sinistra non riesce proprio a vedere. In quale “regime” la rettrice di un importante ateneo potrebbe coordinare per conto dell’opposizione le operazioni di voto in una consultazione paraelettorale contro un presidente legittimamente eletto? Una cosa del genere sarebbe solo ipotizzabile in Italia o negli Stati Uniti? Ve lo immaginate il rettore della Sapienza che insieme a quello della Statale di Milano coordinano le operazioni di voto in un referendum contro Mattarella? E poi, quale “dittatura” ha mai permesso di allestire tranquillamente 1933 seggi, di fatto illegali oltre che illegittimi, sul suo territorio?

Una volta trovata la risposta a queste domande passiamo ai numeri forniti dagli stessi antichavisti. Con una celerità degna del più efficiente degli stati nordeuropei dopo pochissime ore, giusto in tempo per le prime pagine dei giornali, la Mud ha dichiarato che avrebbero partecipato al voto 6.492.381 persone in Venezuela e 693.789 all’estero. E che di questi il 98,4% avrebbe detto “Si” al plebiscito per bloccare l’Assemblea Costituente.

Ora, volendo prendere per buone le cifre sparate dalla destra venezuelana (e noi di certo non lo facciamo) proviamo a usare la calcolatrice, come del resto avrebbe dovuto fare ogni giornalista prima di scrivere cazzate. Dividendo il numero dei votanti (6.492.381) per quello dei seggi (1933) si ottiene un’affluenza media di 3358.7 persone per ogni “punto soberano” (così erano chiamati i seggi). Chi legge e vuole un termine di paragone consideri che a Roma, ad esempio, le sezioni elettorali più popolose non vanno oltre gli 800 aventi diritto al voto registrati. Se poi dividiamo ulteriormente questo dato per 9, ovvero il numero di ore in cui è stato dichiarato che sarebbero rimasti aperti i seggi, scopriamo che domenica scorsa in Venezuela avrebbero votato mediamente 373,2 persone ogni ora, ben 6 al minuto.

Se davvero così fosse gli antichavisti dovrebbero registrare il record nel Guinness dei primati, magari rimedierebbero pure qualche altro dollaro con cui finanziare il golpe. Ma continuiamo a far finta di credere a questi numeri come il più cretino dei giornalisti nostrani. La cifra sparata dalla Mud è comunque ben lontana dagli 8 milioni di votati indicati come obiettivo prima del “plebiscito” ed è inferiore anche ai voti presi dalla stessa Mud nelle ultime consultazioni elettorali.

Andrebbe ricordato poi, ai feticisti della democrazia borghese, che i venezuelani iscritti nelle liste elettorali sono 19,5 milioni e che quei 7,2 milioni di presunti voti rappresenterebbero comunque una minoranza. Insomma, se doveva essere una prova di forza non è andata poi tanto bene. Anche perché in contemporanea con la mobilitazione reazionaria, milioni di chavisti hanno partecipato alle prove generali delle elezioni dell’Assemblea Costituente. Una dimostrazione di tenuta impressionante da parte del bolivarismo che, ovviamente, non ha trovato e non troverà spazio su nessun mezzo d’informazione occidentale.

L’impressione è che i giorni che separano il Venezuela dal 30 luglio, data indicata per l’elezione dell’Assemblea Costituente saranno i più delicati, con un’opposizione che proverà a giocarsi il tutto per tutto e che già per giovedì prossimo ha indetto una serrata generale e nuove manifestazioni di piazza.

Il “dualismo di potere” che ha caratterizzato la prima fase della rivoluzione bolivariana è destinato a rompersi definitivamente e chi ancora non ha scelto da che parte stare sarà chiamato a farlo. Noi stiamo col popolo venezuelano, con la sua rivoluzione e con Maduro. Senza sé e senza ma.

Fonte

La matematica inventata del “referendum” della destra venezuelana. Cose che neanche le primarie del PD...


In occasione del plebiscito illegale e non previsto dalla Costituzione celebrato nella giornata di domenica dalla MUD si sono visti brogli macroscopici, che forse al lettore italiano ricorderanno qualcosa: le primarie del Partito Democratico.

Questo articolo esce in contemporanea su Contropiano e L’Antiplomatico.

Brogli e menzogne. Questo il filo rosso che lega l’insana alleanza tra l’opposizione golpista venezuelana e il Partito Democratico.

In occasione del plebiscito illegale e non previsto dalla Costituzione celebrato nella giornata di domenica dalla MUD si sono visti brogli macroscopici, che forse al lettore italiano ricorderanno qualcosa: le primarie del Partito Democratico. La competizioni elettorali interne del partito di Renzi puntualmente segnate da brogli.



Vale a dire 1 voto ogni minuto e 5 secondi per ogni cabina elettorale, comprese le operazioni di identificazione. Siamo ai confini della realtà.

Uno dei leader dell’opposizione, Henrique Capriles, aveva dichiarato che «la proiezione sulla partecipazione per il 16 luglio è di 11 milioni di persone».

In realtà, nonostante i comprovati brogli, il dato sulla partecipazione si è attestato a 7.186.170 elettori, che rappresentano appena il 37.3% del corpo elettorale.

L’ex presidente del Consiglio Nazionale Elettorale, Jorge Rodríguez, ha spiegato che il numero reale dei votanti è stato di 2.395.390 persone, perché l’opposizione ha moltiplicato per tre i voti delle persone a cui ha sommato i 930.000 voti nulli.

Rodríguez ha inoltre fatto notare che l’opposizione ha dichiarato il voto di 693.000 residenti all’estero, quando nel registro elettorale vi sono solamente 101.000 persone.


Un esempio di irregolarità? Una persona è riuscita a votare ben 17 volte in seggi diversi. In una conferenza stampa con i responsabili del processo elettorale organizzato dall’opposizione, un giornalista ha chiesto se questo fosse possibile.

La risposta di uno dei responsabili, Benjamin Scharifker, è stata affermativa.



Forse basta solo questo dato a squalificare un plebiscito illegale che ha l’unico scopo di giungere alla formazione di un governo parallelo e impedire l’installazione dell’Assemblea Nazionale Costituente, voluta da Maduro per superare con la pace e il dialogo le tensioni create dall’opposizione golpista.

Il plebiscito della MUD, viste anche le analogie, ha lo stesso valore delle primarie farlocche organizzate dal Partito Democratico.

Quanto sta accadendo in Venezuela è uno scenario visto e rivisto nella storia recente. Ex Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria. Anche se il parallelo forse più corretto è quello con l’Ucraina del colpo di stato del febbraio del 2014. A Caracas, come a Kiev, le premesse del golpe sono state prodotte dalle corporazioni mediatiche e il fascismo storico (in Ucraina sono neo-nazisti dichiarati, in Venezuela sono “guerriglieri di Dio” che combattono con i scudi crociati come al tempo delle crociate e danno alle fiamme chavisti e neri) si è presto mischiato con il fascismo moderno, quello delle corporazioni finanziarie che in nome della produttività, competitività e flessibilità distruggono diritti sociali, Welfare e libertà. Olio di ricino tradizionale e olio di ricino moderno (austerità): il cocktail più micidiale di oggi è un pericolo non solo per Ucraina e Venezuela, ma per tutto il mondo.

L’obiettivo in Venezuela è chiaro: trasformare il paese in una nuova Siria e prendere possesso delle riserve di petrolio e oro più grandi al mondo. Il PD (e purtroppo il nostro governo a quanto pare) come in Ucraina sono dalla parte del fascismo finanziario e di quello storico. Intanto l’Italia, paese allo sbando, discute in Parlamento di un ‘golpe’ organizzato da Maduro con l’Assemblea Costituente (sic!) mentre vengono tessute le lodi del golpista Leopoldo Lopez, sulla cui coscienza pesano i 43 morti causati nel 2014 dal piano eversivo ‘La Salida’.

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23/05/2017

La finanza USA nelle campagne di destabilizzazione del Venezuela

“Non sono più gli anni ‘70...” E in effetti le forme di destabilizzazione o regime change da parte dell’imperialismo yankee sono oggi un più diversificate. Il classico golpe viene ancora usato (Honduras, 2009, in piena “era Obama”), ma è diventato un po’ troppo contraddittorio rispetto alla retorica dirittoumanista con cui viene invece accompagnata ogni pretesa di ingerenza interna agli affari di un altro paese. Indipendentemente dalla forma di regime politico esistente in loco, tanto che la celebrazione – frequente, peraltro – di libere elezioni non salvaguarda più dall’accusa di dittatura. Chavez, in Venezuela, aveva vinto tutte le elezioni che si erano tenute nel paese, ma questo non gli aveva risparmiato la qualifica di dittatore da parte della stampa di regime occidentale (in Italia parecchio più servile della madia internazionale).

E proprio in Venezuela si ripropone oggi uno scenario già ampiamente collaudato, un canovaccio dipanato in molti dettagli negli ultimi tempi, ad esempio nei paesi delle “primavere arabe”, oppure nell’Ucraina guidata da Yanukovich, per sostituirlo... con i nazisti banderisti di Jatseniuk e Poroshenko.

Mentre da una parte del globo Trump stringe accordi per uno scambio armamenti/petrolio, nell’altro emisfero, se dovesse fallire quell’accordo, ci si mette al riparo con una “sommossa popolare”, così spontanea che quasi tutti i dirigenti di prima fila risultano a busta paga della Cia...

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La finanza USA nelle campagne di destabilizzazione del Venezuela

Per Prensa Latina, Miguel Fernàndez Martinez
Caracas, 22 maggio 2017
Traduzione e cura di Francesco Spataro
Un nutrito gruppo di artisti e politici molto influenti, appartenenti all’estrema destra venezuelana, sono coinvolti in programmi finanziati dal Governo statunitense, per stimolare azioni violente, che mirano a scardinare il Governo bolivariano.

Secondo un documento, desecretato di recente dal Dipartimento di Stato Americano, il gruppo è composto da tre leaders del partito Primero Justicia, cinque di Popular Will, uno di Acciòn Democràtica, uno di Vente Venezuela, uno di A new time, e da due esponenti della comunità artistica venezuelana.

La notizia, diffusa nel sito del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), mette in evidenza che questi tredici personaggi, hanno ricevuto sovvenzioni attraverso differenti canali statunitensi, per stimolare attività violente che conducano al rovesciamento del governo, guidato dal presidente Nicolas Maduro, “in nome della democrazia”.

In base al documento pubblicato dal PSUV, questi cittadini sono stati contattati da funzionari dell’Ambasciata Americana in Venezuela, per ricevere istruzioni su come influenzare l’opinione pubblica nazionale ed internazionale, attraverso messaggi sui social networks, dichiarazioni rilasciate ai mass media locali e pubblicazioni varie.

Il testo, pubblicato da Washington recita così:

“Nel tentativo di restaurare la democrazia in Venezuela, abbiamo stabilito contatti con politici ed artisti dello spettacolo, che collaborino nel diffondere messaggi atti ad incoraggiare scenari di protesta nel paese”.

Questi comportamenti, sono tesi a generare alti livelli di conflitto nel paese, “aumentando così il rigetto” nei confronti del governo Bolivariano, sottolinea il messaggio.

“I nostri funzionari”, aggiunge il documento desecretato dal Dipartimento di Stato, “hanno provveduto ha reperire tutti i fondi necessari per garantire ogni spesa logistica e tutto ciò che serve per le doverose campagne di marketing.”

La lista delle personalità venezuelane coinvolte include l’attuale presidente dell’Assemblea legislativa nazionale (un oltraggio diremmo noi), Julio Borges, e i deputati Tomàs Guanipa e Juan Guillermo Requesens, tutti membri del Partito Primero Justicia (Prima la Giustizia, partito fondato dal magistrato Alirio Abreu Burelli, della Corte di Giustizia suprema venezuelana N.d.T.)

Sono anche menzionati i parlamentari Freddy Guevara (appartenente a Voluntad Popular), Gabriela Arellano e Luis Florido, nonché il sindaco del Comune di El Hatillo, Davis Smolansky ed in ultimo anche Lilian Tintori, tutti membri di Voluntad Popular.

Altri politici coinvolti sarebbero Henry Ramos Allup di Acciòn Democràtica, Enrique Marquez del partito socialdemocratico A new Time, e Maria Corina Machado, attivista del movimento politico Vente Venezuela (tutti i partiti ed i movimenti citati appartengono all’area di destra del paese N.d.T.).

Secondo quanto riportato, gli undici politici accusati di ricevere sovvenzioni da parte del potere straniero per provocare un clima di destabilizzazione in Venezuela sono tutti appartenenti alla coalizione di estrema destra Mesa de la Unidad Democràtica (MUD), che è alla testa delle manifestazioni che agitano il Paese venezuelano dall’inizio di aprile, che hanno già procurato la morte di 42 persone ed il ferimento di almeno altre 900.

Nel documento desecretato, sono anche apparsi i nomi di Norkys Batista, attrice di telenovelas, ex Miss Venezuela 1999 ed impresaria venezuelana, e del cantautore Miguel Ignacio Mendoza, più comunemente conosciuto con il nome di Nacho, ex membro di un duo di musica pop.

Fonte 

11/12/2015

Il Venezuela, la sconfitta e noi

In Venezuela abbiamo perso, come è ormai noto. Il chavismo è stato nettamente sconfitto dalla destra nelle elezioni parlamentari e l’agibilità del presidente Maduro risulta adesso molto ridotta. La derrota era nell’aria, ma non per questo fa meno male. Gli auspici ricavati dalle recenti elezioni argentine sono stati, quindi, confermati. Il Venezuela è un paese centrale per il socialismo del XXI secolo, adesso la “normalizzazione” può iniziare. Negli anni di Obama gli Stati Uniti sono retrocessi in diverse parti del mondo, ma non hanno mai mollato la presa sul Latino America, soprattutto attraverso il gruppo di potere che “manovra” Hillary Clinton. L’obiettivo di far tornare il sub-continente latinoamericano alla stregua di “cortile di casa” aveva una duplice motivazione: eliminare la “vergogna” di un blocco socialista proprio sotto gli occhi e riprendere il controllo diretto sulle ricchezze naturali dell’area, proprio quando sovrappopolamento mondiale e “questione ambientale” rendevano le derrate alimentari, l’acqua e i terreni per la coltivazione dei biocombustibili progressivamente importanti almeno quanto il petrolio e il gas. Gongolano gli Omero Ciai dai balconi di «Repubblica» e si danno di gomito, soddisfatti, anche non pochi esponenti di sinistra. Sgombriamo, però, il campo dagli equivoci: Nicolás Maduro non ha perso perché la sinistra italiana è stata poco solidale e molto confusa. Contiamo così poco, oggi, a livello mondiale che anche un impegno massiccio del fronte progressista avrebbe spostato di un niente l’esito venezuelano. Senza dimenticare, inoltre, che un impegno infaticabile ed egregio c’è stato ed è stato compiuto da reti solidali come “Caracas ChiAma”. Se citiamo le nefandezze della sinistra (?) anti-chavista italiana è solo per ricordare un elemento che ha agito, come spesso capita, sullo sfondo del palcoscenico, non certo da protagonista. È un dato di fatto, comunque, che chi oggi critica Maduro di essere stato poco carismatico è spesso il medesimo “esperto” che accusava ieri il Comandante Chávez di esserlo troppo, fino quasi a sconfinare nel populismo.

Come sempre, alle nostre latitudini pecchiamo di “italo-centrismo”, analizzando contesti lontani come se questi si trovassero sulla Penisola o avessero vissuto lo stesso percorso politico dell’Europa nell’età moderna e contemporanea. La destra che ha vinto le elezioni e che si appresta a comandare il parlamento del Venezuela non rientra nel meccanismo delle alternanze, tipico degli Stati europei, per i quali una sconfitta del centro-sinistra non rappresenta un dramma perché tanto i “progressisti” potrebbe presto tornare a governare e comunque perché i due poli hanno ben poche differenze tra loro: no, in Latino America la storia è diversa. Lì la destra al potere significa l’attribuzione di pieni poteri a forze politiche eversive e assassine, in quanto tali già attive, almeno in parte, dopo la morte di Chávez e oggettivamente favorite dalla scelta del governo bolivariano di rispondere agli attacchi della guarimba mediante le “armi” della democrazia. Armi spuntate, come sempre in questi casi. Il Venezuela tornerà a essere una semi-colonia delle multinazionali Usa, con una forte riduzione della sovranità popolare e una nuova esclusione di centinaia di migliaia di proletari a cui il chavismo aveva restituito lavoro, quindi dignità. Questo giudizio è oggettivo.

Forte di importanti conquiste e di ripetute legittimazioni elettorali, il Venezuela con le otto stelle bolivariane sulla bandiera ha scelto da subito di governare mediante i meccanismi della democrazia rappresentativa, intervenendo, però, sulla proprietà privata e sui mezzi di produzione mediante una grandiosa opera di nazionalizzazioni. Si dice (si è detto, si dirà ancora): “però il governo bolivariano non è riuscito a superare la dipendenza dagli idrocarburi”. Eppure non sembra che Arabia Saudita e Qatar, attuali giganti della politica internazionale, capaci adesso di “dare la paga” pure agli Usa, abbiano guadagnato posizioni su posizioni producendo cacciaviti oppure edificando Dubai. No, la realtà è un’altra, molto più semplice: in Venezuela il Psuv ha perso per la guerra economico-commerciale messa in atto a colpi di contrabbando e di aggiotaggio. Iniziata negli Stati periferici, confinanti con la Colombia del narcotraffico, si è estesa in buona parte del paese, a colpi di svalutazione della moneta e di carenza di beni essenziali. È solo in questo modo (oltre che con un vero e proprio golpe militare, come già tentato in passato, ma inutilmente) che un paese socialista – che ha come obiettivo, di conseguenza, la redistribuzione della ricchezza – può perdere parte del consenso popolare. Maduro ha accettato la sconfitta e ha detto che sarà una “sberla salutare”, ma ne dubitiamo. Dietro il volto apparentemente rassicurante di Leopoldo López, lo “studente universitario” di 44 anni che, in quanto tale, sarebbe preso per il culo in qualsiasi altro paese del mondo, ma che viene descritto come “giovane ribelle per la libertà” dai media dell’imperialismo, già si muovono i golpisti di professione. Noi cosa possiamo fare, da qui? Poco o molto, dipende: è poco o molto convincere tutti i compagni che “attraversano” i nostri spazi che, nonostante tutti gli errori e le delusioni, il peggiore dei chavisti è di gran lunga migliore del più “buono” degli antichavisti? È poco o molto offrire, dentro la rete “Caracas ChiAma”, tutto l’appoggio possibile a quella che non è più (solo) la Rivoluzione bolivariana, ma che adesso è anche la Resistenza della Rivoluzione bolivariana, soprattutto da quando si insedierà il nuovo parlamento? È poco o tanto ricordare, agli ingenui e ai distratti, che persino Allende dovette subire in Europa le critiche che hanno accompagnato Chávez e Maduro, salvo diventare – dopo l’11 settembre 1973 – una sorta di santino che oggi si spende tutta la sinistra e persino il PD? Noi continueremo a fare la nostra parte. Infine, adesso più che mai abbiamo l’obbligo di ricordare i 43 morti (e ottocento feriti) che hanno insanguinato l’ultimo anno della politica venezuelana, moltissimi dei quali uccisi per mano delle canaglie filo-imperialiste. La risposta del governo Maduro si è insabbiata nella democrazia rappresentativa. Quantomeno non li dimentichiamo.

10/12/2015

"L'eredità più grande di Chavez, l'integrazione dell'America Latina come popoli liberi, resisterà"

Intervista a Luciano Vasapollo. Il 6 dicembre, alle elezioni legislative del Venezuela, l'opposizione di destra riunita intorno al cartello MUD (Mesa de la Unidad democratica) ha conquistato 112 dei 167 seggi a disposizione. Si tratta della maggior sconfitta del chavismo al potere nel paese dal 1999, che impone un momento di riflessione necessario per il governo di Maduro e il percorso della cosiddetta rivoluzione bolivariana.

Ne parliamo con uno dei massimi conoscitori in Italia delle vicende politiche ed economiche del paese: il professore de la Sapienza di Roma Luciano Vasapollo. L'intervista è stata realizzata e pubblicato sul sito antidiplomatico.it con il quale da tempo stiamo collaborando.


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Professor Vasapollo, il 7 dicembre, il giorno dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento in Venezuela, è caduta senza possibilità di smentita una delle menzogne storiche dei regimi occidentali e del circo mediatico, vale a dire che a Caracas fosse in vigore una dittatura anti-democratica.

Proprio così. Per anni ci avevano detto, scritto, su impulso delle oligarchie finanziarie che volevano trasformare nuovamente il paese in un giardino di casa degli Stai Uniti, che a Caracas fosse in vigore un “regime sanguinario”. Il Venezuela è oggi una grande democrazia popolare, forse la più avanzata al mondo. E il popolo dopo aver spazzato via la dittatura neo-liberale nel 1999 e accompagnato il processo bolivariano in 21 elezioni da allora, il 6 dicembre ha mandato un chiaro messaggio al governo, come ha, onestamente, subito riconosciuto anche il presidente Maduro.

Un voto chiaro, una sconfitta cocente che non può non sollevare dubbi sul percorso intrapreso dalla rivoluzione bolivariana dalla morte di Chavez ad oggi.

Come collaboratore diretto di questo governo e amico di molti suoi protagonisti, sono in costante contatto con Caracas. Allo sconforto iniziale che aveva preso anche a me, si sta reagendo. Ieri sono stati chiamati d'urgenza i vertici del Partito e si è riunito il governo a Miraflores. Siamo di fronte, non possiamo nasconderlo, ad una sconfitta pesantissima dell'operato del governo di Maduro, ma c'è consapevolezza di questo ed è iniziato un serio ragionamento interno per capire gli errori e dare nuova linfa al percorso rivoluzionario. Il trionfo della destra, al cui interno sono presenti forti elementi fascisti e paramilitari, pone una serie di questioni costituzionali e di rispetto di trattati internazionali. Inizia una fase molto complessa per il paese, ma vi posso assicurare che dal governo del Venezuela non c'è alcuna intenzione di indietreggiare sulla via tracciata da Chavez.

Per affrontare al meglio l'analisi sulla sconfitta e il messaggio chiaro arrivato dal popolo, non possiamo non riconoscere gli errori commessi dalla morte di Chavez ad oggi. Ma bisogna spiegare bene come questa sconfitta sia anche il frutto di una guerra economica e psicologica costante contro un paese, il cui torto è quello di cercare un percorso sovrano e indipendente dalle logiche corporative finanziarie dominanti.

Proprio così. L'origine del malessere sono state le elezioni presidenziali del 2013 con la vittoria di misura, nonostante l'ondata emotiva della morte di Chavez, da parte di Maduro. La morte del Comandante ha portato allo sconforto, una parte dei chavisti non è andata a votare, oppure hanno annullato la scheda. Nei giorni successivi alle votazioni, cioè dal lunedì al giovedì, c’è stato un tentativo di colpo di Stato della controrivoluzione; ormai è storia, immediatamente l'opposizione filo-USA, fascista, oligarchica, scende in piazza armata dall’imperialismo. 11 morti, poi successivamente diventati 43 in 3 giorni, oltre 80 feriti, sparatorie, uomini mascherati che incendiano case, uffici, e con le pistole e le mitragliette sparavano sui policlinici cubani e sulla folla.

Non è un'opposizione democratica, c’è una fetta consistente che è fatta da mercenari, paramilitari, con infiltrazioni fasciste europee, che si presta ai giochi della CIA con continui tentativi di golpe.

Questa strategia continua per almeno un anno, con morti ed attentati, fino a quando l’imperialismo con l’opposizione fascista controrivoluzionaria si accorgono che la strada armata non è possibile, in quanto il Governo del Venezuela con senso di responsabilità non ha dato risposte repressive. La rivoluzione del Venezuela ottiene una grandissima solidarietà, per cui da parte di UNASUR, CELAC c'è la decisione unanime a favore del legittimo governo chavista, e contro questi progetti fascisti di destabilizzazione.

Per cui si sceglie un'altra strada, invece della guerra militare si usa quella economica?

Proprio così: si tratta di creare le condizioni per affamare il popolo e dare poi la colpa ovviamente al governo. In che cosa si è concretizzata? Per esempio nel contrabbando dei beni di prima necessità, cioè la produzione nazionale che era venduta in Venezuela a prezzi attraverso il bolivar (accessibili per tutto il popolo), viene dalla grande distribuzione in mano all'oligarchia, esportata in maniera clandestina ed illegale con l'aiuto dei narcotrafficanti alla frontiera, in Colombia. E' più di anno che va avanti questa storia e parliamo di beni di prima necessità, perché la gente deve convivere con la penuria sul mercato di ciò che serve, dalla carta igienica al formaggio, dentifricio, beni fondamentali.

Entrano quindi in Colombia questi beni, vengono commercializzati da narcotrafficanti e mercenari prima in bolivar alla frontiera con 40/50 volte il loro prezzo oppure vengono riesportati; diventano quindi beni di produzione venezuelana che diventano importazioni e rientrano però dollarizzati (ne hai accesso solo attraverso la valuta USA). Questo fa sì che aumenti fortemente la domanda di dollari ed il suo  prezzo sale. Ancora oggi il cambio ufficiale bolivar-dollaro è un cambio ad 1/6.5, in un anno e mezzo è arrivato a 750 con il cambio a nero.

Raddoppia e triplica quindi l'inflazione speculativa ed indotta, si trova abbattuto il potere d'acquisto dei lavoratori, si hanno con uno stipendio medio circa 10 dollari al mese con il cambio al nero.

C'è poi la guerra del petrolio, tra le altre. Il prezzo cade del 60-70% in pochi giorni; perché? E' un effetto speculativo ed ha come obiettivo la Russia di Putin ed il Venezuela di Maduro perché sono tra i maggiori produttori di petrolio non controllati dagli USA; il Venezuela è il quinto produttore di petrolio al mondo ma il primo in quanto a riserve.

Guerra economica, a cui segue la guerra psicologica alimentata dai media. Questo è stato il quadro con cui si è preparata l'elezione del 6 dicembre.

Questo il contesto, come ha correttamente sottolineato, ma la reazione da parte del governo di Maduro non è stata efficace. E gli errori commessi sono stati evidenziati dalla popolazione nel voto del 6 dicembre. Quali sono stati quelli che maggiormente hanno pesato nelle indicazioni di voto?

Ogni essere umano commette degli errori, ogni processo rivoluzionario commette sulla sua strada degli errori. Negarlo sarebbe un'idiozia. Come collaboratore diretto del governo, secondo me, è stato rimandato troppo a lungo il discorso della diversificazione produttiva. E' vero che l'attacco speculativo e la guerra economica da parte delle oligarchie finanziarie ci sarebbero stati comunque, ma dipendendo meno dal petrolio e ripartendo con la piccola impresa, ridando un ruolo centrale all'agricoltura, abbassando la propensione all'import per i beni di prima necessità, il paese sarebbe stato meno soggetto all'attacco. Negli anni molto si è fatto, con la creazione di imprese socialiste e statali, con le cooperative, e con l'attribuzione di un maggior ruolo al potere popolare attraverso las comunas. Ma non sono state sviluppate a sufficienza.

La nazionalizzazione delle imprese petrolifere ha permesso con la socializzazione delle rendite di finanziare i grandi programmi per l'alfabetizzazione, per l'istruzione, sanità ed investimenti sociali nelle cosiddette “Missioni”. Poi, secondo me, bisognava procedere ad una seconda fase che ancora manca nel percorso rivoluzionario bolivariano: una più decisa fase di nazionalizzazione, per esempio per il controllo del tutto pubblico del sistema bancario. Un paese che vuole rendersi indipendente sempre più dalle politiche capitaliste ed imperialiste deve controllare tutto il sistema finanziario e tutto il sistema bancario, che in qualunque momento ha l'enorme potere di ricatto bloccando i flussi creditizi.

Per citare un altro aspetto: la grande distribuzione dei generi alimentari resta in mano ai gruppi privati, che hanno permesso lo strozzamento della guerra economica in questi mesi. E ancora in Venezuela il 90% dei media sono contro il governo e sono in grado, grazie all'azione coordinata delle corporazioni mediatiche internazionali, di distorcere costantemente la realtà. Tutto questo ha inciso enormemente ed è ora necessario pensare ad una nuova fase della rivoluzione bolivariana.

E quindi dopo aver compreso gli errori commessi, iniziata questa riflessione interna al Psuv, cosa, in concreto, dovrebbe fare ora il governo di Maduro per riconquistare la fiducia di quella parte di popolazione che ha deciso di non votarlo domenica?

Per tutte le premesse che ho indicato precedentemente, l'impulso ora deve essere quello di socializzare maggiormente, dovrà esserci una presa di posizione netta anche sui distretti socialisti, sulla produzione distrettuale. E poi la diversificazione della pianificazione. In un percorso di rivoluzione socialista, infatti, la pianificazione centrale per gli interessi strategici nazionali deve essere al centro, chiaramente, ma il Venezuela, come del resto l'Italia, ha delle caratteristiche territoriali molto pronunciate e per questo è giunto anche il momento di pensare ad una pianificazione territoriale che dia impulso alle caratteristiche locali, favorendone a seconda dei casi, l'agricoltura, il turismo e l'artigianato.

Oggi, questo immenso schiaffo preso, ci pone di fronte ad un bivio: il ritorno alla calle per un nuovo impulso rivoluzionario più socialista o cadere nella trappola delle oligarchie che vogliono far tornare il paese ad essere il giardino di caso degli Usa. Il Segretario esecutivo del Mud, per farvi capire l'opposizione in Venezuela, proprio oggi parla di privatizzazioni, ritorno alle multinazionali, la fine dell'Alba bolivariana, un ingresso nell'area di influenza degli Usa e addirittura di “gettare nella Savana” i resti di Chavez. Stiamo parlando di una destra oligarchica e molto pericolosa che potrebbe sospendere alcune delle regole democratiche e che farà il referendum revocatorio. L'opposizione ha già detto che in Parlamento vuole un'opposizione, purché non sia chavista, più o meno come nella "democrazia" in occidente che l'unica opposizione che si accetta è quella che la pensa come il governo sulla gabbia dell'euro, della Nato e dell'Ue.

Non dimentichiamoci però che per la Costituzione del Venezuela, in un articolo sancisce che il Presidente ha il potere di sciogliere una Camera che sta andando contro gli interessi e la sicurezza del paese.

Quanto ha pesato lo scenario internazionale attuale di nuova guerra non più tanto fredda sulle elezioni in Venezuela?
Enormemente. Gli Stati Uniti – oggi una delle tre braccia dell'Impero, insieme a Unione Europea e le petro-monarchie che usano l'ISIS in Medio Oriente per i loro fini – hanno scelto di tornare in America Latina in modo perentorio perché hanno bisogno di nuovi mercati. La crisi sistemica porta a tentativi di uscirne da parte del mondo occidentale attraverso la guerra militare, sociale, in un clima sempre più militarizzato. Scacciato dal Medio Oriente e con la forte concorrenza della Cina in Asia, il regime nord-americano ha deciso di tornare in America Latina perché ha disperato bisogno di nuovi mercati.

Questo clima non può non ricadere sui Paesi dell'ALBA. La crisi si risente a livello dell’intera America Latina ed il paese più sotto attacco da parte del potere capitalista e delle multinazionali è il Venezuela perché, senza dubbio, la forza economica dell'ALBA proviene prevalentemente dal Venezuela che sa ridistribuire socialmente i proventi dei suoi giacimenti di petrolio permettendo un afflusso di petrolio a Cuba ed ad altri paesi a prezzo politico e ricevendo altri beni in cambio attraverso i mercati interni dell'ALBA, quelli compensativi, di complementarietà e solidarietà. Ogni paese mette a disposizione ciò che può: Cuba avrà il petrolio a prezzo politico e mette a disposizione talento umano, cioè migliaia di medici, insegnanti o si favorisce lo scambio complementare con altri prodotti del Nicaragua o della Bolivia.

La vittoria di Macri in Argentina e quella dell'opposizione venezulana alla parlamentarie sono due moniti, due campanelli d'allarme molto seri. Ma l'eredità più grande del Chavismo, l'integrazione dell'America Latina come continente di pace e non più giardino di casa di nessuno, resisterà. Cuba, Ecuador, Bolivia, il governo e il popolo del Venezuela sono ancora lì. La Celac e l'Unasur sono ancora lì. I popoli rivoluzionari dell'America Latina sapranno affrontare e sconfiggere questa nuova sfida della destra oligarchica. Da Caracas, i dirigenti del governo e del Psuv, dopo lo stordimento iniziale del risultato, sono a lavoro con una convinzione: non si indietreggia di un passo perché Chavez vive e la lotta di classe in Venezuela segue.

Fonte

09/12/2015

Venezuela, il cielo plumbeo di un paese diverso

di Fabrizio Casari

Le elezioni parlamentari in Venezuela hanno confermato quanto i sondaggi andavano indicando da tempo circa la crisi di consenso del governo Maduro. A guardare i numeri non lo si può negare, ma sarebbe sbagliato leggerli come se rappresentassero solo uno scontro interno. In realtà, in Venezuela lo scontro è stato tra il governo di Caracas e l’intera destra internazionale.
Il MUD, coalizione dai mille volti e nessuno dei quali accettabile, ha vinto ben oltre le sue specifiche capacità di attrarre consenso. Il dato dell’astensione, infatti, elemento tipico di un elettorato stanco e di un Paese in gravi difficoltà, ha castigato oltre ogni previsione l’operato del governo.

Nel menù della vittoria elettorale della destra venezuelana c’è di tutto. La campagna mediatica internazionale, la violenza, l’appoggio dei centri finanziari occidentali e l’aggressione diplomatica e politica statunitense che, solo pochi mesi or sono, facevano dire alla Casa Bianca che “Il Venezuela è una crescente minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Per l’America Latina, per la sua storia e per il discorso politico continentale, una tale affermazione non è mai solo una boutade propagandistica; comporta una serie di conseguenze gravide di pericoli sul piano del rapporto tra USA e singoli paesi del continente.

Il petrolio venezuelano fa gola, l’ha sempre fatta. Per toglierlo dalle mani del Paese e rimetterlo in quelle delle sette sorelle, la battaglia politica della destra venezuelana è stata combattuta, negli ultimi 16 mesi, in tutti i modi (soprattutto illegali) e su tutti i fronti (soprattutto all’estero). Non è passato giorno senza che il MUD non corresse ai quattro lati del pianeta a mobilitare la destra contro il governo di Caracas e gli appelli sono stati ricevuti e fatti propri. La veemenza di una destra che somiglia più ad un organizzazione criminogena che non ad un’alleanza politica, ha ricevuto tutto il sostegno internazionale che poteva ottenere.

Ciò non solo e non tanto per la disponibilità di un gruppo dirigente pronto ad ammainare il prima possibile la bandiera della sovranità nazionale e riportare così il Paese nelle mani dei suoi colonizzatori statunitensi, quanto perché in Venezuela si sono misurate le aspettative di una destra internazionale che, sulla sconfitta del chavismo, ha puntato tutte le fiches a disposizione.
Per questo, sin dalla morte di Hugo Chavez, i centri di potere finanziario e la destra internazionale hanno intravisto la possibilità di fermare la rivoluzione bolivariana, convinti che il retrocedere del processo rivoluzionario possa in qualche modo, nei suoi riflessi, comportare un generale indietreggiamento per l’integrazione latinoamericana. In questo senso la vittoria in Argentina di Macrì ha costituito un’importante ancoraggio per la spallata al Venezuela e per quella che si spera tocchi al Brasile.

Ma l’appoggio internazionale non è stato il solo elemento capace di ribaltare i rapporti di forza all’interno del Paese. Caos, violenze, assassinii politici, delegittimazione internazionale, boicottaggio economico, sabotaggi interni: questa è stata l’essenza della linea politica del MUD, pensata a Washington e Madrid e realizzata tra Miami e Caracas.
Nulla di nuovo per l’America Latina: uno schema storicamente utilizzato dalla destra latinoamericana agli ordini della Casa Bianca che, dal Cile del 1973 ad oggi, ha sempre prodotto i suoi risultati.

Per questo il MUD, con la partecipazione attiva della borghesia speculatrice, non ha solo prodotto violenze ed instabilità politica, ma si è dedicato in forma diretta anche all’accaparramento economico dei beni di prima necessità, rivenduti al confine con la Colombia ad un prezzo decine di volte superiore a quello imposto dal governo.
Lo stoccaggio e l’imboscamento di merci di ogni genere, destinato a procurare la penuria crescente delle stesse nel mercato della distribuzione interna, ha raggiunto l’obiettivo sperato: il mancato funzionamento della catena distributiva, la conseguente stanchezza popolare nel procedere quotidiano delle attività, la crescita esorbitante del mercato nero e, dunque, dell’inflazione. Tutti elementi che hanno prodotto la consapevolezza indotta di un sistema di organizzazione sociale ed economica ormai non più in grado di garantire il suo ordinato svolgersi nella vita quotidiana di milioni di venezuelani.

Su questo singolo aspetto, decisivo per l’esito del voto, si è potuta misurare la sinergia tra operazioni politiche – quali l’accaparramento e il contrabbando di generi alimentari – e la campagna mediatica internazionale contro il governo Maduro.
Un parziale riscontro di questo lo si è potuto apprezzare nelle giaculatorie grondanti entusiasmo dei giornali italiani, La Repubblica in testa. Dove venivano descritte le code e l’assenza di prodotti ma, coerentemente con l’obiettività del quotidiano di Largo Fochetti, nemmeno un rigo veniva dedicato a spiegare come tutto questo era possibile, da dove traeva origine una simile situazione; men che mai veniva offerto spazio al punto di vista del governo.

Inutile, se non fuorviante, addossare la responsabilità della sconfitta elettorale alla presunta incapacità del governo di porre in essere politiche di maggior restringimento del commercio interno ed internazionale. Imputare al governo un cambio di direzione economica del Paese nel senso di un restringimento del libero mercato, così come di non aver dato vita ad una maggiore repressione nei confronti di una destra criminale, significa non comprendere i postulati generali del progetto politico bolivariano.
Certo, errori sono stati commessi e le contraddizioni di un gruppo dirigente non sempre all’altezza della sfida storica possono essere, con il senno di poi, sottolineate. Ma sarebbe un esercizio inutile prima che ingeneroso, anche in considerazione del fatto che il PSUV non dispone di quadri di livello superiore su cui investire ora per la rincorsa verso le presidenziali.

Si può anche ritenere che la prematura scomparsa di Hugo Chavez abbia indebolito inesorabilmente il progetto bolivariano, orfano di un carisma e di una leadership cui l’insieme del gruppo dirigente del PSUV non è riuscito a sopperire. Certo, la personalità del Comandante non era possibile ricrearla per decreto, ma forse la verità è molto più semplice. La sconfitta elettorale racconta la difficoltà di un progetto politico che vede nella redistribuzione dei proventi petroliferi il solo veicolo possibile per una politica economica inclusiva.
In questo senso la destinazione di una quota straordinaria del PIL allo stato sociale, che ha permesso al Venezuela di diventare un paese tra i più equilibrati sul piano dell’accesso alle risorse da parte della popolazione, ha avuto un suo indiscutibile declino con la caduta verticale del prezzo del petrolio. Dal barile a oltre 100 dollari a quello valutato proprio ieri dal Brent, a 38 dollari, vi sono 62 ragioni di una difficoltà crescente a finanziare le necessità di un paese.
Si può insomma ritenere che non si sia riuscito a creare un percorso alternativo nella generazione di ricchezza, ma non si può dimenticare la necessità di utilizzare ogni energia nel contrasto ad una povertà drammatica che, fino all’arrivo del Comandante Chavez a Miraflores, rendeva il Paese una autentica officina delle disegueglianze.

L’esito elettorale assegna così, dopo 17 anni, la maggioranza assoluta all’opposizione al governo centrale e l’assegnazione dei 22 seggi ancora vacanti stabilirà le percentuali esatte della rappresentanza parlamentare. Il dato ha una sua importanza, in un Paese dove la maggioranza qualificata può oggettivamente rendere difficilissimo governare. Per la destra le difficoltà cominciano ora, dal momento che dovrà dimostrare di possedere ricette alternative che non siano la pura cessione a titolo gratuito del Paese agli Stati Uniti.

E’ prevedibile che utilizzeranno gli strumenti costituzionali (referendum) e politici per accelerare l’uscita di Maduro da Miraflores. Ma è tutto da valutare, dal momento che spingere sull’acceleratore dello scontro frontale potrebbe rivelarsi un boomerang a seguito di un risultato comunque reso possibile grazie ad una astensione mai vista prima. Tra il cosiddetto “voto di castigo” e un cambio di regime c’è una enorme differenza nella percezione degli elettori. Il MUD non lo sa, ma i suoi assessori statunitensi ed europei sì.

Per il PSUV, la battaglia persa non significherà necessariamente aver perso la guerra. La riconquista dell’elettorato di riferimento che in questa occasione si è astenuto dovrà essere l’obiettivo per guardare alle prossime presidenziali. Difficile pensare che sia andato definitivamente perso quel sentimento nazionale che, in diciassette anni di democrazia socialista, è riuscito a trasformare un paese da simbolo della spaccatura sociale a sinonimo d’integrazione.

Se, nonostante la crisi e le difficoltà patite, uno zoccolo duro di circa la metà della nazione dimostra di voler comunque confermare una scelta irreversibile per una società più giusta, significa che non tutto ciò che è stato fatto è perso. Si tratta di rimboccarsi le maniche e andare oltre la ripetizione di formule ideologizzate e rigide, di ripensare una nuova strategia politica. Salvare e valorizzare la parte più moderna dell’eredità di Chavez e relazionarla con i mutamenti intervenuti, in Venezuela e nell’intero Cono Sud, è la sfida che attende il PSUV. Mai come in questo caso, ricominciare da capo non significa tornare indietro.

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