Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Silenzio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Silenzio. Mostra tutti i post
24/08/2018
Terremoto Amatrice. Il silenzio di tutti i giorni
Dicono che quella di oggi sia la Giornata del silenzio. E, con la consueta dose di ironia involontaria che accompagna ogni tragedia, per una volta il nome sembra adeguato a descrivere la situazione a due anni dal terremoto che spazzò via Amatrice, Accumoli e Arquata.
Un gran silenzio: per ricordare le vittime, certo. Ma anche il silenzio che avvolge una ricostruzione mai cominciata. Il silenzio quotidiano intorno ai sopravvissuti, migliaia di persone in casette colorate di giallo spento, villaggi vacanza permanenti affacciati su macerie mai toccate. Il silenzio delle comunità che si sfaldano, perdono pezzi, si spengono. Nel 2016 ad Arquata vivevano 1.300 persone, adesso i residenti superano di poco i 500. E gli altri? Boh, mah, chissà. È importante? Forse sì, e allora il premier Conte va alla fiaccolata notturna e promette, ancora una volta, che il suo governo non lascerà solo nessuno. O forse no, e allora meglio il silenzio. Un dignitoso silenzio? Oppure un silenzio sinonimo di morte?
Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte: sono i nomi di chi ha governato durante questi ultimi due anni. Vasco Errani, Paola De Micheli e tra qualche giorno qualcun altro: questi i commissari straordinari. Fabrizio Curcio, Angelo Borrelli: i capi della protezione civile. Luca Zingaretti, Luca Ceriscioli, Catiuscia Marini, Luciano D’Alfonso: loro reggono le regioni su cui si estende il cratere.
Chiedetelo a loro cosa vuol dire il silenzio, se sarebbe stato meglio stare zitti prima oppure no, se il presente è vita, morte, dignità o vergogna.
Oggi si celebra e si ricorda, ed è giusto così. Ma, non prendiamoci in giro, domani tutto si fermerà di nuovo. Perché ormai c’è rimasto solo il terremoto a ricordarsi dei terremotati. E del nostro paese, che non c’era, non c’è e forse non ci sarà mai.
Fonte
05/06/2018
Il peso dei silenzi e delle parole sulla morte di Sacko Soumayla
Le parole pesano, ma pesano anche i silenzi. Come macigni. Le parole per quello che possono innescare, i silenzi per quello che possono nascondere.
L’uccisione di Sacko Soumayla, giovane migrante maliano di 29 anni, attivista sindacale tra i braccianti del vibonese, pesa come una montagna sul clima politico e civile nel nostro paese.
Pesano le parole di un ministro degli Interni che non sembra aver compreso come le sue responsabilità – oggi – siano diverse e superiori a quelle di quando era solo un leader dell’opposizione. E se un ministro, parlando di immigrati, afferma che adesso “è finita la pacchia”, crea lo spazio di legittimazione per cui l’ultimo scemo del villaggio o, ancora peggio, un animale raziocinante, si sente legittimato a sparare e ricaricare un fucile per sparare ancora contro “quelli lì”. Quelli per cui “la pacchia è finita”.
Era già accaduto meno di quattro mesi fa a Macerata, si è ripetuto adesso nelle campagne di Vibo Valentia, dove “quelli là” lavorano nei campi, spesso per 3 euro l’ora, e vivono nelle baraccopoli in cui diventa preziosa anche una lamiera da recuperare in una fornace abbandonata da decenni.
Le parole pesano, e più si hanno responsabilità politiche più pesano; più hanno il potere malsano di innescare un clima pericoloso di caccia agli immigrati, fino a ieri evocata ma circoscritta e formalmente contrastata.
Ma non pesano solo le parole, pesano anche i silenzi. Solo che hanno un peso totalmente differente. E’ pesante come un macigno il silenzio nei campi del vibonese disertati dai braccianti per lo sciopero di protesta convocato contro l’assassinio di Sacko Soumayla. Ma è un silenzio carico di rabbia e dignità.
E’ invece privo di dignità, totalmente indecente, il silenzio del governo e della “politica” sull’uccisione di Sacko Soumayla. E’ indecente il perdurante silenzio dei mass media, nonostante dopo le prime versioni da mattinale – sparatoria per un furto – la forte denuncia dell’Usb, il sindacato di cui Sacko era attivista, abbia da subito fornito una versione diversa dell’accaduto. Quella vera, con tanto di testimoni.
Poi ci sarebbe il silenzio del rispetto dovuto davanti ad una tragedia umana. Un atteggiamento che sembra uscire macellato dal livore razzista che trasuda da molti commenti, anche su quelli ricevuti in queste ore dal nostro giornale e ai quali risponderemo colpo su colpo, e per le rime.
In questa società in cui abbondano parole stolte e silenzi indecenti, non arretreremo di un millimetro dal nostro lavoro di informazione e denuncia. Ci sono alcuni princìpi per i quali ogni mezzo è valido: combattere il razzismo, nella società come nelle istituzioni, è uno di questi.
Lavoreremo per spezzare questo ignobile connubio tra parole sparate a casaccio e silenzi vergognosi, a cominciare dalla manifestazione del prossimo 16 giugno.
Nata per mettere in primo piano la “questione sociale” delle disuguaglianze e delle promesse mai mantenute da chi arriva al governo, la manifestazione del 16 giugno sarà anche un grido collettivo per dire: “Mai più” per vicende come l’uccisione di Abd el Salam ad un picchetto operaio, la caccia agli immigrati a Macerata, l’assassinio di Sacko Soumayla.
P.s. Soltanto alle 13 di oggi, quindi ben dopo la scrittura di questo editoriale, il Presidente del consiglio ha detto finalmente una parola di condanna su questo ignobile omicidio durate il suo intervento di presentazione al Senato. Fin qui resta l’unico.
Fonte
18/11/2017
Il silenzio dei buoni e la deriva del Sahel
Amava ripeterlo spesso prima di essere stato assassinato il 13 dicembre del 1998 nel Burkina Faso. Ciò che più temeva non era la cattiveria dei malvagi ma il silenzio dei buoni. Lui, giornalista e militante della notizia, sapeva perché questo detto era importante per lui.
Norbert Zongo è una delle icone dei giovani ancora oggi nel Burkina e altrove dove le orme di Thomas Sankara non sono state cancellate. Zongo stava indagando su vicende attinenti alla famiglia presidenziale quando alcuni sicari hanno messo fine al suo anelito di verità. Hanno solo fatto risuonare ancora più forte il grido del suo corpo trovato carbonizzato nell’auto. Erano in quattro e l’autopsia ha rivelato che tutti sono stati uccisi prima del rogo verso mezzogiorno.
L’assordante silenzio dei buoni che lasciano correre perché intanto così va il mondo da che mondo è mondo. Peggio per coloro che non sono preparati al cambiamento. Dovrebbe capire da che parte tira il potere e chi comanda la nave di sabbia che naviga il mondo e approda al Sahel dei migranti. Il silenzio sulle stragi del Mediterraneo, conseguenti alle politiche omicide dell’Occidente. Il silenzio della politica, dell’economia, delle chiese visitate la domenica e le moschee il venerdì.
Il silenzio, quello dei buoni, che è arrivato lontano e continua a fabbricare frontiere di pietra e si accontenta di dichiarazioni postume nei cimiteri di sabbia. Prima di lui era stato ucciso il capitano Sankara un 15 di ottobre del 1987 nel suo Faso.
Entrambi temevano più il silenzio dei buoni che la cattiveria dei malvagi. Quest’ultima si vede meglio e, in definitiva, può essere identificata, combattuta e a volte vinta. Ma non il silenzio dei buoni politici, religiosi, delle massaie, degli operai metalmeccanici, della confindustria, dei capitani di lungo corso e dei generali in pensione.
L’insopportabile silenzio degli impiegati statali e quelli della Croce Rossa Internazionale, il silenzio dei costruttori di armi e di coloro che le vendono e usano, i postini che stanno scomparendo dalle città, i guardiani dei fari ormai meccanizzati e le associazioni che gestiscono i centri di detenzione. Sono silenzi complici, che nulla hanno a che vedere con quello del vento che porta lontano le grida assenti.
Nel silenzio si armano i mercati e si disarmano i diritti di andare da un’altra parte a inventare il mondo. I buoni tacciono mentre si fanno accordi di controllo, detenzione, espulsione e liquidazione. Non si dice nulla quando si deportano le parole assieme alla libertà di futuro. Si guarda dall’altra parte se mancano all’appello quanti erano partiti un giorno dopo aver baciato la madre e l’ultimo nato.
Non c’è nulla di peggiore del silenzio dei buoni diceva Zongo, giornalista nella cenere per le parole rubate alla menzogna. Gli facevano meno paura della cattiveria dei malvagi, scontata e se vogliamo anche grossolana. Ma il silenzio dei buoni quello no, è del tutto insopportabile perchè nell’impunità si rapina la dignità dei poveri.
La cattiveria dei malvagi non passa affatto inosservata. Basta poco per accorgersi della spoliazione di materie prime, dell’appalto dei contratti per l’esplorazione dei giacimenti e lo sfruttamento delle miniere, del commercio di cocaina per il consumo europeo e la vendita degli schiavi in Libia. Tutto accade mentre si finanziano campagne militari e si formano eserciti per combattere il nemico costruito e foraggiato per anni con armi e tecnici.
Ma non è questo che preoccupava l’amico giornalista Norbert che dal silenzio dei buoni è stato ucciso, proprio come temeva gli accadesse un giorno. Amava ripeterlo spesso agli amici che lo ricordano ancora. Non c’è nulla di peggio che quello, il silenzio dei buoni che si girano dall’altra parte o tacciono per viltà. Il loro silenzio, ricorda Zongo, è da temere più che le parole dei malvagi.
Niamey, novembre 017
Fonte
23/04/2017
I quattro silenzi di Niamey
Silenzio. Si scava con le mani sulle colline di Méto,nei dintorni di Zinder. Correva la voce vi si trovasse l’oro in quantità. A migliaia sono andati a cercare ciò che sembrava un dono di sabbia. L’oro si trova ovunque, dicevano le voci del popolo del Sahel. In qualche giorno oltre duemila persone hanno occupato il luogo con mani, pale, picconi e asce. Nulla di dorato è apparso all’orizzonte delle colline e dopo un paio di settimane i cercatori d’oro sono tornati alla vita di sempre. Contadini di sabbia e di sassi non auriferi. Il primo silenzio è quello dei poveri. Dura da un’eternità e si tramanda come un segreto da una generazione all’altra. Un silenzio ostinato e pieno di dignità che pochi sinora hanno saputo ascoltare. Diceva con saggezza Ivan Illic che del popolo non è dalle parole ma dai silenzi che bisogna imparare. Il silenzio dei poveri che seminano il dolore nelle zolle seccate dal vento e dal tempo. D’oro, per gli intenditori, è il loro silenzio, grido di dignità.
Il bilancio ufficiale presentato dalle autorità fa caso di uno studente ucciso, 88 feriti e 313 interrogati. Si tratta degli studenti dell’Università Statale Abdou Moumouni di Niamey. Era il 10 aprile scorso quando i militari hanno risposto alla manifestazione studentesca con lacrimogeni, bastonate, intimidazioni, occupazione dello spazio dell’università e varie ruberie. 23 mila studenti sono stati estromessi dal Campus e sopravvivono in qualche modo. Le scuole elementari, medie e superiori sono da tempo allo sbando. In qualche caso l’anno scolastico non è mai cominciato. Scioperano gli alunni perché scioperano gli insegnanti perchè sciopera il salario, le aule, le attrezzature e l’anno scolastico è pure lui in sciopero. Il secondo silenzio è quello dei partiti, dei sindacati, dei genitori, delle agenzie umanitarie di cooperazione, delle ambasciate e dei comuni cittadini. Il silenzio complice di chi ha messo i figli nelle università e scuole private.
Si muore di meningite nella zona di Diffa, nel profondo Niger provato dal terrorismo di Boko Haram. Si contano a migliaia gli sfollati e i rifugiati dalla vicina Nigeria e dal lago Tchad, abbandonato dagli autoctoni. Scompaiono senza lasciare traccia i migranti tra il mare, la sabbia, la Libia dei campi di eliminazione e i voli charter per i meritevoli di ritorno assistito. Si assenta pure Dio. Il suo è il terzo silenzio di Niamey. Lui, nel suo piccolo, vorrebbe anche poter dire la sua, anzi potremmo dire che l’ha già detta. Sono gli altri che lo mettono a tacere. Quelli che lo controllano, lo pedinano, lo osservano, lo tengono come un ostaggio da negoziare. Non è lui come tale ma i religiosi che gli stanno attorno. Silenziosi davanti ai massacri, all’impunità, all’eliminazione dei piccoli e ai soprusi dei potenti. Il Dio qualunque di Niamey fa del suo meglio tra i minareti, le croci delle farmacie e i cimiteri della città. Si parla di lui e c’è chi lo difende come ne avesse bisogno. Il terzo silenzio è quello dei religiosi che insistono per svegliarlo, invano, presto di mattina.
C’è infine il silenzio degli intellettuali. Quelli della coscienza critica, della parresia paolina o foucauldiana a seconda dei versanti. I cani da guardia che abbaiano ai ladri. La voce libera di chi non ha nulla da perdere a parte la dignità e la pace con sé. Chi sa intravvedere dove batte il cuore del futuro. Coloro che si legano al popolo come col cordone ombelicale. Invece adesso si scoprono assoldati, venduti o in fase di estinzione come specie rare. Dopo l’epoca delle indipendenze, assistono alla nascita delle repubbliche bananiere per essere complici di elezioni tropicalizzate. Loro, gli intellettuali, assenti da tutto quanto può creare conflitti col potere. Mercenari da strapazzo che combattono per la posizione e tradiscono con monotona regolarità le promesse di un mondo senza colonie. Studiano altrove e perpetuano il potere dei pochi che si passano le redini dell’arroganza finanziaria. Viaggiano spesso e fingono di essere importanti quando tornano al Paese. Il quarto silenzio è quello più assordante perché scava la tomba della democrazia.
Niamey, aprile 017
Fonte
Il bilancio ufficiale presentato dalle autorità fa caso di uno studente ucciso, 88 feriti e 313 interrogati. Si tratta degli studenti dell’Università Statale Abdou Moumouni di Niamey. Era il 10 aprile scorso quando i militari hanno risposto alla manifestazione studentesca con lacrimogeni, bastonate, intimidazioni, occupazione dello spazio dell’università e varie ruberie. 23 mila studenti sono stati estromessi dal Campus e sopravvivono in qualche modo. Le scuole elementari, medie e superiori sono da tempo allo sbando. In qualche caso l’anno scolastico non è mai cominciato. Scioperano gli alunni perché scioperano gli insegnanti perchè sciopera il salario, le aule, le attrezzature e l’anno scolastico è pure lui in sciopero. Il secondo silenzio è quello dei partiti, dei sindacati, dei genitori, delle agenzie umanitarie di cooperazione, delle ambasciate e dei comuni cittadini. Il silenzio complice di chi ha messo i figli nelle università e scuole private.
Si muore di meningite nella zona di Diffa, nel profondo Niger provato dal terrorismo di Boko Haram. Si contano a migliaia gli sfollati e i rifugiati dalla vicina Nigeria e dal lago Tchad, abbandonato dagli autoctoni. Scompaiono senza lasciare traccia i migranti tra il mare, la sabbia, la Libia dei campi di eliminazione e i voli charter per i meritevoli di ritorno assistito. Si assenta pure Dio. Il suo è il terzo silenzio di Niamey. Lui, nel suo piccolo, vorrebbe anche poter dire la sua, anzi potremmo dire che l’ha già detta. Sono gli altri che lo mettono a tacere. Quelli che lo controllano, lo pedinano, lo osservano, lo tengono come un ostaggio da negoziare. Non è lui come tale ma i religiosi che gli stanno attorno. Silenziosi davanti ai massacri, all’impunità, all’eliminazione dei piccoli e ai soprusi dei potenti. Il Dio qualunque di Niamey fa del suo meglio tra i minareti, le croci delle farmacie e i cimiteri della città. Si parla di lui e c’è chi lo difende come ne avesse bisogno. Il terzo silenzio è quello dei religiosi che insistono per svegliarlo, invano, presto di mattina.
C’è infine il silenzio degli intellettuali. Quelli della coscienza critica, della parresia paolina o foucauldiana a seconda dei versanti. I cani da guardia che abbaiano ai ladri. La voce libera di chi non ha nulla da perdere a parte la dignità e la pace con sé. Chi sa intravvedere dove batte il cuore del futuro. Coloro che si legano al popolo come col cordone ombelicale. Invece adesso si scoprono assoldati, venduti o in fase di estinzione come specie rare. Dopo l’epoca delle indipendenze, assistono alla nascita delle repubbliche bananiere per essere complici di elezioni tropicalizzate. Loro, gli intellettuali, assenti da tutto quanto può creare conflitti col potere. Mercenari da strapazzo che combattono per la posizione e tradiscono con monotona regolarità le promesse di un mondo senza colonie. Studiano altrove e perpetuano il potere dei pochi che si passano le redini dell’arroganza finanziaria. Viaggiano spesso e fingono di essere importanti quando tornano al Paese. Il quarto silenzio è quello più assordante perché scava la tomba della democrazia.
Niamey, aprile 017
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)