Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

04/11/2011

La terza guerra mondiale di Obama e Cameron.

Il Guardian di Londra e il New York Times ipotizzano nei prossimi mesi un attacco all'Iran da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna. Si prevedono intensi bombardamenti aerei, il lancio dalle portaerei di missili Tomahawk, che colpiscono un obiettivo nel raggio di 1.287 km, e gruppi di intervento sul territorio. La Gran Bretagna avrebbe già dato disponibilità di una base nell'Oceano Indiano. L'urgenza dell'attacco sarebbe dovuta al fatto che l'Iran renderà presto impossibile distruggere i siti nucleari, trasferiti in bunker fortificati. Il programma nucleare iraniano aveva subito un forte rallentamento dopo il cyber attacco via Rete effettuato sulle macchine presenti nei suoi laboratori dal virus Stuxnet, attribuito a Israele e agli Stati Uniti. Metà delle centrifughe fu messa fuori uso, ma, dopo l'identificazione del virus, il programma è ripreso a pieno ritmo. L'Iran dispone di uranio arricchito sufficiente per realizzare quattro bombe nucleari. Nessuna delegazione internazionale ha però dimostrato che Teheran abbia altri scopi per il nucleare che non siano civili. Gli Stati Uniti stanno stringendo i loro rapporti militari con i governi "amici" nella regione: Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi, Oman, Kuwait e Qatar.
Un attacco all'Iran equivale a una dichiarazione di guerra alla Cina che questa volta non rimarrebbe indifferente come in Libia, con cui aveva preso accordi per il petrolio. Nel 2007 il post "Petrolio e terrorismo" del blog riportava: "Chi controlla il Golfo Persico, dove sarà estratto il 30% dell’intero fabbisogno mondiale, controlla l’energia e chi controlla l’energia controlla il pianeta. La richiesta crescente di energia (la sola Cina passerà dagli attuali 7 milioni di barili al giorno a 16, 5 milioni nel 2030) coinciderà con la concentrazione dell'estrazione di petrolio nel Golfo Persico." L'attacco all'Iran, per molti osservatori, può essere la premessa alla Terza Guerra Mondiale. La Cina, grazie a un accordo con Islamabad, è presente dal 2011 nella base militare pakistana di Gwadar che si aggiunge alle basi nell'Oceano Indiano in Bangladesh, Birmania e Sri Lanka. Gwadar permette alla Cina di presidiare le rotte del Golfo Persico percorse dalle sue petroliere. Sia la Cina che il Pakistan sono potenze nucleari. Attaccare l'Iran è come gettare un fiammifero in un pozzo di petrolio. Dio non gioca a dadi, ma Obama forse sì. Con la nostra pelle.

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Non s'è mai visto un tale proliferare di potenziali conflitti come in questi mesi. Di questo passo, va a finire che la storia si ripeterà ancora una volta.

03/11/2011

Grecia, Papandreu ritratta: 'Niente referendum'.

Ghiorgos Papandreu torna sui suoi passi. Il Governo greco in una nota si è detto pronto a rinunciare al referendum, in cambio dell'appoggio del partito d'opposizione Nea Demokratia. Il premier greco si aggrappa all'accordo del 26 ottobre, l'unica ancora di salvezza per evitare il tracollo: "Se non dovessimo approvare il patto stabilito a Bruxelles - ha detto durante il Consiglio dei ministri-, questo segnerebbe l'uscita dall'euro". Per questo Papandreu si rivolge all'opposizione guidata da Antonis Samaras, che si è detto disponibile ad appoggiare il Governo socialista. Papandreu spera di conservare la fiducia faticosamente ottenuta durante il vertice di Bruxelles, con cui la Grecia si è assicurata un pacchetto d'aiuti da 130 miliardi di euro, ripartito in tre diversi pacchetti annuali, a loro volta parcellizzati in altre sotto-tranche. Se non arrivasse l'aiuto da otto miliardi, previsto per il prossimo mese, il rischio è che le casse dello Stato si esauriscano prima della fine del 2011.
"Andare alle urne adesso, sarebbe una catastrofe" ha poi annunciato il capo del governo ellenico durante un vertice dei ministri, ribadendo che il referendum "non è necessario in sé". Il premier ha cominciato a ritrattare la sua posizione sul ricorso alla consultazione popolare dopo che il ministro delle Finanze Evangelos Venizelos si era detto contrario alla misura. Insieme a lui, la fronda comprendeva altri tre ministri.
Papandreu si è poi lasciato sfuggire che, arrivati a questo punto, ha più fiducia "nel popolo greco", piuttosto che "nello status quo politico". Quest'oggi la Bbc aveva annunciato una possibile domanda di dimissioni del primo ministro greco, poi smentita dalla tv di Stato.

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Gaber cantava "qualcuno era comunista perché abbiamo il peggiore partito socialista d'Europa".
In effetti, 20 anni fa era difficile immaginare che a sinistra, qualcuno sarebbe riuscito ad essere più schifoso di Craxi.

Se l'Italia non fosse nell'euro...

Il giornalista economico britannico Ambrose Evans-Pritchard, responsabile della sezione economica internazionale del Telegraph, ha scritto pochi giorni fa in un suo articolo:
"Lasciatemi aggiungere che l'Italia non è fondamentalmente insolvente. È in questi pasticci perché non ha un prestatore di ultima istanza, una banca centrale sovrana o una moneta sovrana. La struttura dell'euro ha trasformato uno stato solvente in uno insolvente. Ha invertito l'alchimia".
Affermazioni degne di nota che Peacereporter ha chiesto a Evans-Pritchard di spiegare.


Fondamentalmente la posizione debitoria italiana è solida - ci ha detto il giornalista britannico al telefono - perché non esiste solo il rapporto debito pubblico/Pil stabilito dal Trattato di Maastricht.
Se tra i criteri di sostenibilità di un economia si considera anche il debito privato, l'Italia risulta uno dei Paesi più stabili d'Europa. L'indebitamento delle famiglie italiane e delle società non finanziarie italiane è il più basso d'Europa (42 per cento del Pil, contro il 103 britannico, l'84 spagnolo, il 63 tedesco e il 51 francese, ndr) e ciò rende il debito aggregato italiano (pubblico più privato) inferiore a quello di Gran Bretagna, Spagna e Francia, e analogo a quello della Germania.
Inoltre lo Stato italiano è uno dei pochi al mondo ad avere un avanzo primario, ovvero a incassare più di quello che spende, al netto degli interessi che paga sul debito pubblico.
Considerate queste condizioni, se il vostro Paese non fosse entrato nell'euro e aveste quindi una banca centrale sovrana in grado di attuare una politica monetaria autonoma espansiva a sostegno dello sviluppo la situazione dell'Italia sarebbe molto migliore. Ovviamente stiamo parlando in linea puramente teoria, perché ormai che siete dentro non potete uscirne: sarebbe una catastrofe per voi e per l'Europa in generale.
Il problema è che la direzione in cui stiamo andando è proprio questa, perché la politica economia della Bce produce risultati nefasti.
La politica monetaria restrittiva della Bce, che anche in questi ultimi anni di piena recessione ha pedissequamente osservato il suo dovere statutario di tenere bassa l'inflazione tenendo alto il costo del denaro, ha ristretto il credito e di conseguenza ha rallentato la crescita di tutta l'Europa. E ora pretende di salvare Paesi in recessione come Grecia e Italia imponendo loro riduzioni salariali e tagli occupazionali che bloccheranno crescita e sviluppo. Incompetenza, per non dire di peggio.

A questo si sommano la pericolosità politica dell'azione della Bce, che impone i suoi diktat in maniera arrogante e offensiva della sovranità nazionale. Si pensi al piano per la Grecia che prevede l'apertura ad Atene di uffici europei permanenti per monitorare l'applicazione di queste misure, come una sorta di viceré europeo.

Fonte.

Gira che ti rigira il nodo dell'attuale situazione è sempre lo stesso: la sovranità monetaria.
Fortuna che la questione, anche se in salse diverse, viene dibattuta con maggiore frequenza.

Plebiscito greco: Papandreou si gioca il tutto per tutto.

Il referendum si farà, così ha deciso il Consiglio dei Ministri che, fino alle tre di questa mattina, era riunito in via straordinaria.
Sarà un referendum il quale porrà all'elettorato il quesito se accetta o meno il testo dell'accordo raggiunto a Bruxelles il 27 ottobre. In alternativa, Governo ellenico ed Europa indicano la porta d'uscita dalla zona euro, così come la bancarotta della Grecia.

Bisogna capire cosa stia succedendo al vertice dell'esecutivo ellenico, cosa sia veramente in gioco col referendum e, alla fine, se è esatto parlare di referendum, almeno in senso tecnico.

Si è scritto molto dello scollamento profondo tra esecutivo e cittadini, uno scollamento che è andato aggravandosi molto negli ultimi sei mesi, consegnando il Governo greco, e il suo Primo Ministro, a una solitudine di proporzioni mai viste nella storia della Grecia democratica.
È innegabile che Ghiorgos Papandreou abbia preso decisioni e imposto misure la cui intensità ha trasfigurato la realtà ellenica in un tempo molto breve. Solo di fronte alle opposizioni, Papandreou non ha dato spesso segnali di cedimento e stanchezza, forse credendo, egli stesso, a quello che amava ripetere spesso: ''io salverò il Paese''. Se fosse delirio di onnipotenza, sincera speranza o cinico artifizio retorico, non è semplice stabilire. Una cosa, però, si può e deve rilevare: i greci lo credevano sempre meno.

Infatti, l'austerità stanca e due anni di politiche lacrime e sangue hanno procurato dissesti gravissimi sia all'economia del Paese che a quella delle famiglie. Due anni di sacrifici per la maggior parte dei greci che, dopo lo choc iniziale, non hanno tardato a capire che qualcosa non stava andando nel verso che il governo aveva preannunciato un'infinità di volte: ''altre misure non saranno più necessarie, elimineremo tutti gli sprechi, creeremo un sistema fiscalmente giusto, razionalizzeremo il funzionamento dello Stato, provvederemo alla ridistribuzione della ricchezza - poca - rimasta. E, alla fine, gli sforzi di tutti saranno premiati e lo sviluppo tornerà'' nella lande desolate dell'economia greca.
Non è andata così: il governo non ha saputo portare fino in fondo gli impegni presi con i suoi creditori. Impegni giusti o sbagliati, non ha importanza in queste ore. È l'inutilità dello sforzo di lavoratori e pensionati che va sottolineato, sforzo che non è servito ad arginare non solo e non tanto il debito, quanto il deficit, sempre maggiore al previsto.
Nuove misure, allora, che allontanavano l'idea di giustizia fiscale tanto da renderla una chimera. Intanto il funzionamento dello Stato non è stato razionalizzato ma bloccato tout court, attraverso lo smantellamento di autorità di controllo, di scuole, di organismi di pubblico interesse e, non ultimo, il licenziamento di 30 mila statali. Questi sono solo esempi, chiarificatori, però, del fallimento sostanziale dei tentativi governativi.

Può essere che la frustrazione abbia portato Papandreou a prendere una decisione che in molti credono suicida. Forse non a torto, almeno in parte. Eppure c'è un dato di cui tener conto, ossia l'arroganza spesso dimostrata da un Primo Ministro sordo ai dissensi e che non ha esitato a definire cattivi patrioti coloro che criticano apertamente le politiche del governo. Nessuna volontà, pertanto, di procedere a un dialogo sostanziale con le opposizioni, tutte, non solo quella del centro - destra. Nessuna possibilità di creare un governo ''di salvezza nazionale'', questo anche per via del rifiuto dell'opposizione della Nuova Democrazia, nessuna volontà di andare alle anticipate, come invece chiedono sia i partiti che l'opinione pubblica.

In questo quadro, la decisione di indire un referendum appare come l'unica strada percorribile, al fine di mantenere una parvenza democratica, la cui sostanza, però, è tutt'altro che il rispetto della volontà elettorale.
Innanzitutto, c'è da chiarire un elemento tecnico circa il referendum stesso.
La Costituzione greca, infatti, non prevede il referendum ma il plebiscito. Un plebiscito che può essere abrogativo o vertere su ''importanti questioni nazionali o sociali''.
Si aggiunga che il quesito plebiscitario non viene posto da un numero di cittadini ma dal governo stesso o da 120 deputati, dopo il consenso riconosciuto da 180 di loro.
La legge 4023/2011 prevede che l'opinione espressa dal voto, sia vincolante per il governo solo se raggiunto il quorum del 50 per cento. Se sarà proprio il governo a formulare la domanda, si può, pertanto, prevedere che essa venga espressa come un aut aut. O si accetta il patto del 27 ottobre o la Grecia abbandona, definitamente, l'Europa della moneta unica.
È, allora, davvero impensabile che i greci votino a favore dell'accordo in questione? È veramente un atto di follia quello di Papandreou? O è una valutazione molto accurata, sebben rischiosa, circa la possibilità di convincere la società greca all'ultimo affondo? Cosa che, peraltro, garantirebbe a Papandreou la propria sopravvivenza politica.
Sia che stasera a Cannes, a margine del G20, il Primo Ministro greco convinca i Merkel, Lagarde, Sarkozy a portare pazienza. Sia che venerdì il governo vinca la fiducia del Parlamento. Rimangono alcune settimane prima del voto plebiscitario. Settimane nel corso delle quali il governo avrà tutto il tempo per fare campagna elettorale e, forse, vincere una scommessa ad alto rischio. Altissimo, è innegabile.
Quanto ai dissenzienti: meglio che tacciano. Con la mossa a sorpresa di ieri sera, circa il cambiamento dello stato maggiore dell'esercito, l'esecutivo greco non palesa paure e timori golpisti ma ricorda all'opinione pubblica di controllare a pieno le funzioni vitali dello Stato che governa.

Fonte.

Riassunto: la presa per il culo (ennesima per i greci) è dietro l'angolo.
Siamo ad un passo dal rivedere la penisola dei colonnelli...

Voglio armarmi

Nonostante la retorica sul disarmo (sbandierata un po' da tutti in occasione del rinnovo dei trattati internazionali), la crisi economica globale e i conseguenti tagli ai bilanci statali, le potenze nucleari del mondo si stanno avviando verso una nuova era di armi atomiche. Gli Stati Uniti investiranno nei prossimi dieci anni 700 miliardi di dollari nell'industria nucleare; la Russia spenderà almeno 70 miliardi di dollari solo in sistemi di lancio; Cina, India, Francia, Israele e Pakistan, stanzieranno cifre record per sviluppare i sistemi missilistici tattici e strategici.

Le previsioni sono contenute nel rapporto della britannica Basic (British American Security Commission), istituto che redige studi e documenti composto, tra gli altri, dall'ex segretario della Difesa britannico Malcom Rifkind, dal portavoce dell'attuale ministro della Difesa Menzies Campbell e dall'ex ministro della Difesa Lord Browne. "Beyond the United Kingdom: Trends in the Other Nuclear Armed States" è una review dello stato dell'arte nel campo degli armamenti nucleari che esamina il quadro tecnologico del futuro.

Emerge dalla ricerca che Pakistan e India si stanno orientando su testate nucleari più piccole e leggere, da poter essere utilizzate su brevi distanze per usi tattici o 'non strategici'. Nel caso di Israele, invece, la taglia dei missili cruise montati sulla flotta di sottomarini è stata aumentata negli anni, e il Paese sembra essere indirizzato - sulla scorta del proprio programma di un sistema di lancio missilistico - allo sviluppo di un missile balistico intercontinentale.

Per ciascuno degli attori, la nuova corsa al riarmo nucleare sembra essere motivata dalla vulnerabilità percepita di fronte ai nuovi sviluppi nucleari e convenzionali altrove, in un devastante effetto-domino. Ad esempio - si legge nel rapporto - la Russia è preoccupata per i programmi statunitensi chiamati 'Conventional Prompt Global Strike'; così anche la Cina, che analogamente teme gli Usa ma anche l'India, mentre quest'ultima struttura la propria politica sulle paure del nucleare cinese e pakistano. E i pakistani, ovviamente, devono reagire alla 'superiorità delle forze convezionali indiane'.
In un'analisi Paese per Paese (escluso l'Iran) il Basic offre il seguente scenario:

Stati Uniti: il già citato investimento di 700 miliardi di dollari in dieci anni. Ulteriori 92 miliardi di dollari verrano spesi per nuove testate nucleari. Costruzione di 12 sottomarini equipaggiati con missili balistici. Costruzione di missili Cruise aria-terra.

Russia: 70 miliardi di dollari nella triade terra-aria-mare, entro il 2020. Sistema balistico intercontinentale semovente con testate multiple e una nuova generazione di sottomarini equipaggiati con Cruise e sistemi balistici. Costruzione - non annunciata ufficialmente, ma ventilata dagli analisti - di sistemi missilistici a corto raggio per dieci brigate.

Cina: costruzione di un arsenale semovente a corto e lungo raggio con testate multiple. Cinque sottomarini in grado di lanciare dalle 36 alle 60 testate balistiche.

Francia: completamento di quattro nuovi sottomarini con missili a lungo raggio e testate rinforzate. Modernizzazione della flotta dei bombardieri strategici.

Pakistan: estensione della gittata dei missili Shaheen II, sviluppo di Cruise nucleari, realizzazione di testate più piccole e leggere. Costruzione di nuovi reattori a plutonio.

India: sviluppo della nuova versione dei missili terra-aria Agni, in grado di raggiungere tutto il Pakistane e gran parte della Cina, compresa Pechino. Sviluppo di un missile cruise mare-terra e progetto di costruzione di cinque sottomarini con testate nucleari balistiche.

Israele: estensione della gittata dei missili Gerico III, sviluppo di un sistema balistico intercontinentale. Espansione della flotta di sottomarini con testate nucleari.

Corea del Nord: nuovo razzo Musudan, con gittata di 4mila chilometri, in grado di raggiungere il Giappone. Test riusciti del Taepodong-2, con gittata di 10mila chilometri, in grado di raggiungere gli Stati Uniti. Nel rapporto non è tuttavia chiaro se il Paese a sviluppato la capacità di dotare tali missili di testate nucleari.

Fonte


A leggere sta roba mi è venuta in mente questa canzone.


Ai tempi pensavo che i Punkreas fossero dei cazzoni, mi sbagliavo.

02/11/2011

Supercomputer cinese.

È stato avviato il primo supercomputer completamente made in China. Si chiama Sunway Bluelight, e grazie a migliaia di processori a 16 core è in grado di offrire prestazioni di classe "petaflop" che gli danno di diritto l'accesso all'esclusivo club dei computer più potenti del mondo, anche se lontano dai primi posti.
Il Sunway Blulight è stato installato a settembre presso il centro di ricerca di Jinan, nella parte orientale del paese, non molto a sud della capita Pechino. La sua potenza di calcolo è relativamente distante dai più potenti supercomputer esistenti - il primo della lista è infatti il giapponese K che può arrivare a ben 10 petaflop. Non è nemmeno il supercomputer più veloce della Cina, ma è comunque un risultato notevole. In Cina inoltre si sta continuando a lavorare sullo sviluppo di CPU per supercomputer.

Al suo interno troviamo 8700 processori ShenWei SW1600, per un totale di quasi 140.000 core di calcolo (16 core per processore). Si tratta di CPU a 64-bit, la cui frequenza di lavoro varia da 975 MHz a 1.1 GHz. I processori sono montati su schede che ne uniscono due, insieme a 16 GB di memoria. L'unità base del Sunway Bluelight è poi costituita da un rack che unisce quattro di queste schede (8 CPU, 64 GB di memoria). Valori che si traducono in una potenza massima di 1,07 petaflop, e in una costante pari a 795,9 teraflop.
Secondo Jack Dongarra, che guida il progetto Top500, la nascita di questo supercomputer è stata "una sorpresa". Non solo per il fatto di essere sviluppato completamente in Cina, ma anche perché il Sunway Blulight sembra essere anche un supercomputer molto efficiente, probabilmente grazie a un sistema di raffreddamento a liquido moderno e raffinato.
Questo supercomputer infatti consuma "solo" un megawatt, ma "per costruire un computer così con componenti esistenti ci vorrebbe un'immensa quantità di energia, più o meno quella prodotta da una centrale nucleare di medie dimensioni", spiega Dongarra.
Il design del sistema di raffreddamento sembra quindi essere ancora più interessante del computer stesso. Non è chiaro se gli stessi principi si potrebbero applicare a supercomputer più potenti, ma questo aspetto del progetto cinese ha senz'altro richiamato molta attenzione su di sé.

Fonte.

Impara l'arte e mettila da parte, in attesa di fare le scarpe a quelli chi ti hanno sempre considerato bacino di manovalanza da quattro soldi.

01/11/2011

La terza guerra mondiale della Merkel.

Nel teatrino della consegna della letterina di Babbo Natale di Silvio Berlusconi al vertice dei 17 capi di stato dell’Eurogruppo, c’è una frase della Merkel che è passata abbondantemente sotto traccia: “Se cade l’euro cade l’Europa. Nessuno prenda per garantiti altri 50 anni di pace in Europa”. E Nicolas Sarkozy ci è andato giù ancora più pesante: "L'Europa è il continente che ha conosciuto le guerre più barbare al mondo, e non sono accadute nel Medioevo, ma nel XX secolo, per ben due volte. [...] Lasciare distruggere l'euro è prendersi il rischio di distruggere l'Europa. Colore che vogliono distruggere l'euro si assumeranno la responsabilità di riaccendere i conflitti nel nostro continente".
 In effetti, è pacifico che questa area del mondo stia vivendo un’epoca priva di conflitti armati che è sicuramente la più lunga in tutta la nostra storia. L’altro giorno, dopo i risolini della Merkel e di Sarkozy destinati a Silvio Berlusconi, scrivevo: “ci sono guerre che sono iniziate per molto meno”. La frase di ieri, pronunciata dal cancelliere tedesco, getta una luce sinistra sulla riapertura della scatola del Risiko.




Francia Spagna Italia Giappone Usa Uk Germania Irlanda Pgl
Usa 322 163
796
345 324
1
Francia




22


Giappone 8







Germania 54
111 88




Italia 366 10
39 3 26


Spagna 118

26

58 6
Grecia 54 1 3 1 3 1 19 0,3 10
Portogallo 18 62 1 2
19 33

Tab. 1: Nelle righe i paesi debitori. Nelle colonne i paesi creditori e gli importi in mld $

Se i cosiddetti pigs vanno in default, gli investimenti dei paesi creditori vanno in fumo. Come si può vedere dalla tabella 1, non si tratta propriamente di quattro spiccioli, né ci vuole una fantasia eccessivamente fervida per immaginare tutti i possibili modi di recuperare i soldi.  La storia insegna che le grandi crisi non hanno mai portato nulla di buono. Le tensioni recenti tra gli Stati sovrani e la formazione di un solido asse franco – tedesco, con l’inconsueta esacerbazione dei toni al di fuori di ogni formula diplomatica, non serve certo a sedare i timori.

 Uno scenario di risoluzione militare dei conflitti economici è ancora di là da venire ma, volendo dare alle parole della Merkel il significato peggiore che vi si può attribuire, è utile fare una classifica sommaria della spesa militare di alcuni degli stati interessati più da vicino alla nostra crisi del debito sovrano.



Stato Spesa %Pil pro capite
Usa 698.105.000.000 4,70% 2.653,00
Cina 114.000.000.000 2,20% 75
Francia 61.285.000.000 2,50% 977
Uk 57.424.000.000 2,70% 940
Russia 52.586.000.000 4,30% 430
Giappone 51.420.000.000 1,00% 401
Germania 46.848.000.000 1,40% 558
Italia 38.303.000.000 1,80% 593
Spagna 25.507.470.000 1,10% 398
Grecia 10.398.498.000 3,20% 1.230
Portogallo 3.825.843.000 2,10% --
Tab. 2: Nelle righe i paesi. Nelle colonne la loro spesa militare, espressa in $


A questo punto, stanti i rapporti di forza e gli interessi in gioco, siamo pronti a immaginare cosa potrebbe succedere se le cose non si sistemano in fretta e se la Merkel stesse veramente alludendo a uno scenario di guerra.

 La Francia, che è il terzo paese per spesa militare e che ha prestato una valanga di soldi a Roma e a Madrid, invaderebbe l'Italia e la Spagna. Gli Stati Uniti no perché son grossi. Siccome la Germania deve alla Francia "solo" 54 miliardi, per saldare il suo debito aiuterebbe la Francia nella sua campagna di invasione. Così la Merkel eviterebbe anche di restituire i 111 miliardi che ci deve. E poi, già che ci sono, cadrebbero in sequenza anche il Portogallo e forse anche la Grecia. L'Inghilterra potrebbe decidere di dare una mano, visto che le stanno a cuore i 22 miliardi prestati a Sarkozy e i 26 che le dobbiamo noi. E siccome ne vuole anche 345 dagli Stati Uniti, questi non metterebbero becco, per non inimicarsi la regina. Ma anche per non infastidere Parigi che tutto sommato vuole da Washington oltre 300 miliardi. Anzi, potrebbero anche dare un aiutino, casomai servisse. Il Giappone, essendo esposto più del doppio con la Germania che non con l'Italia (e dovendo 8 miliardi alla Francia) resterebbe a guardare. Tanto più che il suo esercito ha una maggiore inclinazione alla difesa e non è molto bravo ad aggredire. La Cina, che detiene saldamente il debito pubblico degli Stati Uniti, pur avendo l'esercito più popoloso del mondo potrebbe risolversi a non mettere a rischio i suoi crediti e a lasciar fare.
 L'incognita è la Russia. Che farà Putin, dopo aver condiviso il lettone con il suo compare di Arcore? Ci lascerà invadere così facilmente? In fin dei conti, è quello che ha fatto Silvio con il suo amico Muammar. Anzi, ha pure dato una mano. Oppure, visto che ha molti interessi economici incrociati con l'Italia, a cominciare da quelli energetici, potrebbe decidere di aiutarci (certo, a quel punto né gli Stati Uniti nè la Cina resterebbero affacciati alla finestra)?
 Insomma, vuoi vedere che alla fine saranno proprio i comunisti a salvare Berlusconi?

Fonte.

Manifesto economico per l'Italia.

In questi ultimi tre anni ho avuto il privilegio di poter visitare tutte le regioni italiane, tranne ancora la Sardegna, di conoscere con approfondimento le problematiche e le peculiarità legate al territorio, di confrontarmi con forze sociali ed organizzazioni produttive, di ricevere un determinato feedback da studenti universitari, pensionati, lavoratori occasionali, di essere invitato in qualità di relatore da enti locali ed istituti scolastici superiori, così facendo ho cumulato un bagaglio di proposte, di modifiche, di migliorie, di cambiamenti da attuare nel nostro paese sulla base delle aspettative e desideri di milioni di italiani.

Molti lettori che mi seguono attraverso il mio portale sulla rete o il mio canale di videoinformazione su YouTube mi hanno più volte invitato a redigere una sorta di formulario, di vademecum, di proposta non politica ma di politica economica volta al rilancio del nostro paese e di quelle potenzialità ancora inespresse per ragioni che abbiamo affrontato fino a prima.  Studiando in profondità il modello economico di altri paesi e i loro punti di forza, ho sviluppato quello che ho definito il "Manifesto Economico per l'Italia" ovvero un programma di interventi di portata economica rilevante con lo scopo di dare al nostro paese quella marcia in più che dovrebbe avere.

Non si tratta di un programma politico che necessiterebbe di maggior approfondimento e di soluzioni per determinate aree strategiche del paese (energia, previdenza, sanità, immigrazione, giustizia, trasporti, difesa), ma di un insieme di riforme sul piano economico facilmente e velocemente implementabili da qualsiasi forza di governo con lo scopo di generare sia nuove voci di entrata sia di contenere il costo dell'amministrazione pubblica.

Rappresentanza popolare: abbattimento coatto del 75 % degli emolumenti e compensi ad europarlamentari, parlamentari, consiglieri regionali e comunali; congelamento ed abolizione delle pensioni di anzianità legislativa con effetto retroattivo; dimezzamento del numero dei parlamentari, dei consiglieri regionali e comunali (indennità corrisposte solo sulla effettiva presenza nelle attività consiliari).
Accorpamento amministrativo: i Comuni continueranno a mantenere la loro identità geografica, ma vi sarà un unico apparato amministrativo, sindaco e giunta compresi, per  comprensori urbani con un bacino di 25.000 abitanti. Abolizione di tutte le province in qualità di enti amministrativi, fatta eccezione per le aree metropolitane.

Sovranità monetaria: istituzione di Banca Stato Italia, ente pubblico interamente detenuto dal Ministero del Tesoro, autorizzato dal Parlamento ad emettere moneta in nome e per conto della popolazione italiana a fronte di esigenze e finalità di natura socioeconomica o di investimenti infrastrutturali. Abbandono dell'euro, con il ripristino della nuova lira italiana  e conseguente definizione di un sistema monetario a doppia circolazione valutaria. Tasso di sconto ed offerta monetaria, entrambe variabili macroeconomiche stabilite esclusivamente dal Ministero del Tesoro e dal Ministero delle Finanze in accordo con le linee guida della Politica Sociale per il Paese.

Tassazione della prostituzione: istituzione di un'aliquota unica con regolamentazione della figura professionale e dei relativi obblighi ed adempimenti sia fiscali che sanitari. 

Embargo commerciale:  istituzione di dazi doganali di sbarramento all’ingresso per i prodotti confezionati, assemblati e realizzati al di fuori dell'Unione Europea, in particolar modo per quelli alimentari.

Abolizione delle tariffe minime:  per i liberi professionisti iscritti agli Albi Professionali.

Tassazione della Salute: istituzione della Tassa sulla Salute che colpisce inversamente il reddito dei contribuenti in rapporto a determinate abitudini alimentari e stili di vita (alcol, fumo, droga, abuso di grassi animali e vita sedentaria).

Nuova fiscalità diffusa: detrazione integrale dall'imponibile di tutte le spese ordinarie e straordinarie riguardanti l'amministrazione e la gestione della casa, la fruizione di un mezzo di trasporto (auto e motocicli), oltre a qualsiasi prestazione medica privata. Detassazione degli utili aziendali reinvestiti per l'ammodernamento o l'ampliamento delle linee produttive e/o il miglioramento delle competenze delle risorse umane.

Mutuo sociale: istituzione del Mutuo Sociale per l’acquisto integrale della prima casa. L’immobile che si è deciso di acquistare viene acquisito e diviene proprietà dell’Istituto del Mutuo Sociale S.p.A. (holding immobiliare integralmente a capitale pubblico). Le rate mensili vengono calcolate applicando un tasso fisso di cortesia in relazione alla durata ed alla capacità di rimborso di ogni contribuente. Al termine del periodo di ammortamento l’immobile viene trasferito d’ufficio in proprietà al contribuente senza l’applicazione di alcun onere o tassa. 

No tax area: individuazione e definizione delle no tax area (distretti industriali) nelle seguenti regioni: Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata, Molise con totale esenzione del pagamento di imposte dirette per un arco di tempo di 25 anni ad aziende con insediamenti industriali con più di 250 dipendenti assunti a tempo indeterminato.

Fonte.

Trovo che quella esposta sia una buona base di partenza su cui ricostruire il sistema economico italiano, da integrare necessariamente con il recupero dei capitali evasi da Vaticano, mafie, industriali, liberi professionisti e quant'altro.