Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

31/12/2014

Norman Atlantic. I morti accertati sono saliti a undici, ma non sono tutti

Il bilancio dei morti nell’incendio e naufragio della Norman Atlantic è salito a 11 vittime. Tre sono sicuramente dei camionisti napoletani riconosciuti dai familiari. Ci sono poi vittime anche tra i soccorritori, di cui due marinai di un rimorchiatore albanese colpiti da un cavo che si è spezzato durante le manovre di aggancio. Al momento  i naufraghi messi in salvo, sono 427, ma il numero dei morti sembra purtroppo destinato a salire. Resta il giallo sul fatto che la nave trasportasse altre persone che non risultano però nella lista dei passeggeri. Nel gruppo dei 49 naufraghi giunti al porto di Bari su un mercantile, ci sono infatti due immigrati clandestini afghani. Il settimanale greco To Vima, ha diffuso il numero di 38 dispersi. Il Procuratore di Bari ha affermato che potrebbero esserci altri cadaveri ancora sulla nave ed ha chiarito che nessuno può impossessarsi del relitto senza commettere un reato. La Marina però ha segnalato la presenza di rimorchiatori albanesi incaricati dall'armatore di trainare la nave a Valona. “Abbiamo chiesto alle autorità albanesi di assicurarsi che questo non accada” dicono dalla procura di Bari, che ha ottenuto intanto il via libera dalle autorità giudiziarie albanesi per rimorchiare traghetto fino a Brindisi dove il Norman Atlantic resterà sotto sequestro. Ricordiamo che il bilancio dei morti dell'ultimo grande naufragio navale, la Costa Concordia, era stato di 32 vittime.

Le pessime condizioni meteorologiche ostacolano però l'arrivo sulle coste italiane di altri naufraghi del Norman Atlantic. Si sta dirigendo verso il porto di Taranto il mercantile 'Aby Jeannette' di bandiera maltese a bordo del quale ci sono 39 naufraghi del traghetto Norman Atlantic. Il forte vento e il mare grosso hanno reso impossibili le operazioni di sbarco nel porto di Manfredonia (Foggia). Sul mercantile ci sono anche due persone con ferite lievi, gli altri sarebbero tutti in buone condizioni.

Il comandante della nave, Argilio Giacomazzi, e l'armatore, sono indagati per i reati di naufragio colposo, omicidio colposo plurimo e lesioni colpose. La competenza territoriale per le indagini sull'incendio del traghetto Norman Atlantic è della procura di Bari.

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La crisi, l'Istat, l'occupazione e l'ideologia

Ogni crisi conosce oscillazioni, punti di frenata o addirittura di rimbalzo. E' accaduto anche in quella del 1929, e fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Ma è difficile frenare l'ideologia sparata a palle incatenate dai media di regime quando si parla di economia. La "ripresa alla fine del tunnel" è in fondo un articolo di fede, non il risultato di analisi razionali dei dati.

Dunque, in molti, nelle redazioni, si sono fermati alla lettura delle poche righe dell'abstract, in testa alla "nota mensile" Istat sull'andamento dell'economia italiana per decretare che "La fase di contrazione dell'economia italiana è attesa arrestarsi nei prossimi mesi, in presenza di segnali positivi per la domanda interna".

La recessione sta per finire, la crescita è quasi qui, le ricette della Troika funzionano, il governo Renzi sta facendo il giusto! Titoli tra il disperato e il millenaristico, salvo fermarsi sulla riga successiva del "riassunto", che spiega come "Le condizioni del mercato del lavoro rimangono tuttavia difficili con livelli di occupazione stagnanti e tasso di disoccupazione in crescita". Ma chissenefrega dei disoccupati, in fondo, viva la fine della crisi!

Conviene andare nei dettagli - là dove il diavolo costruisce le sue tane - per capirci qualcosa di più. In fondo l'Istat è un istituto serio, tenuto in piedi da ricercatori preparati, a dispetto dei presidenti nominati dai vari governi per tentare di mitigarne i rilievi critici o le previsioni "pessimistiche" (cioè: realistiche).

Basta iniziare con il testo vero e proprio per apprendere che "Con l’eccezione degli Stati Uniti, tra i paesi avanzati prevalgono segnali di rallentamento (Figura 1), che si riflettono nella continua caduta del prezzo delle materie prime in dollari". Linea piatta, poco al di sopra della zero, per l'intera zona euro. Quindi, se proprio disturba sentir parlare di recessione, al massimo si potrebbe discutere di "stagnazione". Saremo pure "gufi", ma non ci sembra una grande prospettiva. E in fondo, come detto, dopo tre anni di caduta continua, un momento di stop ci sta tutto. Non contraddice la tendenza, ne rallenta l'andamento...

La produzione industriale dell'ultimo mese disponibile a consuntivo, del resto, "risulta stagnante" (+0,1%); qualche segnale positivo arriva dalla caduta verticale del prezzo del petrolio e dalla svalutazione dell'euro rispetto al dollaro. Due fattori "esogeni", o addirittura politici, che migliorano le prospettive a breve per le esportazioni. Punto.

I fattori di incertezza - sia lode all'Istat per la scientificità - prevalgono di gran lunga. Il beneficio per le esportazioni, infatti, appare fortemente mitigato dalla contemporanea caduta delle entrate dei paesi esportatori di petrolio, che quindi sono costretti - tra le prime cose - a ridurre le importazioni dai paesi manifatturieri. Quel che guadagni da una parte, insomma, rischi di perderlo dall'altra. C'è addirittura una quantificazione accurata: un esercizio di simulazione effettuato per questa nota 1 indica che la caduta del prezzo del petrolio produrrebbe un limitato effetto espansivo. Per l’area dell’euro esso sarebbe stimato pari a 0,1 e 0,3 decimi di punto, rispettivamente, nel 2015 e 2016. Nel 2015, l’impatto sarebbe nullo in Italia e Germania e pari a 1 decimo di punto in Francia e Spagna". Quasi nulla, alla fin fine.

Per l'Italia in particolare, anche il terzo trimestre si è chiuso in negativo; il -0,1% sarebbe insignificante se non arrivasse alla fine di altri undici trimestri col segno meno. Vanno male costruzioni, commercio, i "servizi di mercato".

Ma per il futuro a breve c'è - soltanto - "Un miglioramento del clima di fiducia" in un paio di comparti,peraltro mitigata da un calo in altri. Si può capire che, per esempio, il manifatturiero vede bene la compresenza contemporanea di calo dei prezzi energetici, svalutazione della moneta e jobs act, ma "Nel complesso, l’indice IESI (Istat Economic Sentiment Indicator) è risultato invariato".

Volendo fare una previsione sul quarto trimestre (che si chiude oggi), l'Istat azzarda "stazionarietà". Ovvero crescita zero dopo una lunga caduta. Evviva?

L'occupazione, si diceva, continua a calare; ma chi lavora è inchiodato al posto molto di più: "crescita delle ore lavorate 0,0 sia in termini di monte ore complessivo (+0,4 rispetto a T2) sia delle ore lavorate per dipendente (+0,3%)". Né le cose sembrano andar meglio guardando alle dinamiche degli inoccupati: "da un lato nuovi attori si muovono alla ricerca di un posto di lavoro, dall’altra le persone già sul mercato sperimentano difficoltà crescenti nel trovare una occupazione". Meno occupati, più sfruttati; più paura di perdere il posto, più persone che cercano un lavoro, a qualsiasi costo.

Cose normali in tempi di crisi, che c'è di "positivo"?

Il rapporto completo dell'Istat.

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Something I can never have


Cosa c’è in gioco in Grecia (e in Europa)

Fallito l’ultimo tentativo di eleggere il presidente, la Grecia va verso elezioni anticipate, il 25 gennaio. Secondo i sondaggi è al momento in testa (con maggioranza relativa) il partito di sinistra Syriza.

Syriza viene abitualmente chiamata “sinistra radicale”, e cosi in effetti dice anche il suo nome. Tuttavia il suo programma è tendenzialmente socialdemocratico, neokeynesiano e a tratti addirittura rooseveltiano. Il Psi di Nenni, cinquant’anni fa, era probabilmente più radicale. Non è che se da noi si autodefiniscono di sinistra Boschi, D’Alema e Gutgeld, debba andare così per forza dappertutto.

Altro equivoco diffuso è che se in Grecia vince Syriza, Atene uscirà dall’euro e questo potrebbe essere l’inizio della fine della moneta unica, a domino.

Syriza in realtà non chiede l’uscita dall’euro, ma la rinegoziazione del debito greco; in particolare degli interessi, che soffocano ogni possibilità di investimento pubblico finalizzata alla ripresa. Il modello a cui Tsipras ha fatto più volte riferimento è quello che ha permesso alla Germania di rinascere quando, nel 1953, la sua economia era strangolata dai debiti (tra cui quelli di guerra) e il governo di Bonn ottenne una rimodulazione con moratoria di cinque anni.

In merito al rapporto con l’Europa, il tratto forte di Syriza è la richiesta di un cambiamento nel ruolo della Bce perché finanzi direttamente gli Stati e i programmi di investimento pubblico: «Siamo in attesa di vedere la portata e soprattutto i risultati del Quantitative Easing, che Draghi ha promesso e che dovrebbe apportare benefici tangibili all’economia reale», ha spiegato recentemente Dimitrios Papadimoulis, vicepresidente del Parlamento Ue e principale esponente di Syriza nella Ue. Non è esattamente una posizione bolscevica, né lunare.

Ovviamente non mancano gli interrogativi, il primo dei quali riguarda la stessa Syriza (che, non dimentichiamolo, nasce come coalizione, per di più di sinistra: dunque con tutti i limiti di compattezza derivati) e la possibile maggioranza di governo che attorno a Syriza può formarsi.
Ma credo che gli elementi forti di una possibile vittoria di Syriza trascendano gli aspetti programmatici che riguardano la Grecia e siano invece altri due; questi sì, potenzialmente molto rilevanti anche per il resto d’Europa.

Il primo è che per la prima volta, nel Continente, potrebbe andare al governo una forza esterna all’accoppiata classica centrodestra-centrosinistra, le due forze che si sono alternate per oltre mezzo secolo e che oggi ancora dominano (talvolta in alleanze più o meno allargate) dalla Germania alla Francia, dalla Spagna al Regno Unito, Italia compresa. In altri termini, sarebbe la prima prova di governo, con tutte le responsabilità connesse, per uno di quegli aggregati politici che – in diversissimo modo – tendono a rappresentare la cosiddetta maggioranza invisibile (il turno dopo potrebbe essere quello spagnolo).

Il secondo aspetto, ancora più fondamentale, è che per la prima volta da molto tempo avremmo uno Stato europeo che tenterebbe di rapportarsi alla stessa Ue, alla Troika e più in generale ai poteri economici con tutta la forza che deriva dal suo essere uno Stato e una democrazia, cioè cercando di restituire alla politica la sovranità che le spetta.

Questa sì che sarebbe una rivoluzione, dopo gli ultimi trent’anni.

Chissà se gliela lasceranno fare.

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La Grecia al voto, Syriza alla prova decisiva


Non sappiamo come andranno le prossime elezioni greche. Nonostante tutti i sondaggi diano Syriza primo partito greco, oltretutto con un discreto margine, siamo abbastanza coscienti che di qui al 25 gennaio l’attacco frontale contro ipotesi di governo anti-liberista si dispiegherà con tutta la sua forza, intimorendo una parte dell’elettorato oggi a favore di Syriza. La vittoria di Tsipras non è per nulla scontata, e non è neanche detto che Syriza voglia davvero vincerle queste elezioni. Una vittoria, la responsabilità di formare un governo, renderebbero necessarie delle decisioni politiche che fino ad oggi Syriza ha sempre rimandato, consapevole del tornante storico che potrebbe determinare non solo per la Grecia ma per tutta l’Unione Europea. Nei fatti, la probabilità di una vittoria del soggetto politico guidato da Tsipras da diversi mesi ha prodotto una revisione della radicalità delle proposte politiche presentate agli elettori. Il mantenimento dell’Euro, ad esempio, da questione dibattuta e controversa si è trasformata in certezza, scomparendo dal programma politico del partito greco. Così come il rispetto dei trattati, degli accordi finanziari, eccetera. In questi mesi è sembrato che l’impegno principale di Tsipras fosse quello di tranquillizzare i mercati e le istituzioni della UE. Un tattica persino condivisibile se volta a spezzare la valanga ideologica contraria che in questo mese verrà messa in campo contro la probabilità di un governo di sinistra. Il problema è se si tratti di tattica o di paura, e per capirlo non resta che attendere l’esito elettorale e sperare nella vittoria di Tsipras e compagni. L’unica questione posta apertamente in discussione è la presenza della cosiddetta “troika”, che nei fatti gestisce la politica greca. Una questione certamente importante, anche se ormai secondaria. La “troika” governa bene anche per procura, come vediamo in Italia con Renzi, e non è necessario l’intervento diretto stile Irlanda.

Sarebbe sbagliato non augurarci una vittoria di Syriza. Un governo guidato da una forza effettivamente di sinistra sarebbe in ogni caso una svolta salutare e possibilmente feconda per tutta la politica europea, soprattutto per quei paesi che subiscono la politica economica della UE e non la determinano. Siamo insomma di fronte ad un passaggio importante: la vittoria di Syriza potrebbe accelerare determinate tendenze politiche tali da mettere in discussione l’architettura “unionista”, liberista e imperialista del soggetto Unione Europea. La perdita di un pezzo sarebbe un colpo non indifferente nel processo di concentrazione capitalista europeo. Il problema è se questo pezzo, guidato per la prima volta da un governo socialdemocratico radicale, abbia davvero voglia di spezzare il circolo vizioso europeista, o adeguarsi lottando su aspetti marginali dello stesso. Staremo a vedere, ma in ogni caso un eventuale governo guidato da Syriza sarebbe una tappa fondamentale anche per noi. Se sarà il bastione dal quale rinforzare le lotte europee sarebbe un passo in avanti per tutti, al di là delle differenze interne alla sinistra anti-capitalista. Se dovesse invece essere l’ennesima delusione, potrebbe essere un colpo dal quale difficilmente potremmo riprenderci.

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30/12/2014

Head like a hole


"L'impietoso manifesto d'intere generazioni!".
Implacabile come sempre.

La Troika fa campagna contro Syriza, ma Bce e Merkel trattano con Tsipras

In un clima di forte polarizzazione e di duri confronti politici è iniziata oggi in Grecia, ufficialmente, la campagna elettorale per le elezioni generali anticipate. Il premier greco Antonis Samaras è stato ricevuto questa mattina dal Presidente uscente della Repubblica Karolos Papoulias per decidere le questioni di carattere tecnico – lo scioglimento del Parlamento e la data delle elezioni – secondo quanto prevede la Costituzione greca. Oggi stesso Papoulias dovrà firmare il decreto presidenziale per lo scioglimento del Parlamento e fissare la data delle elezioni che secondo quanto annunciato dal premier si dovrebbero tenere il 25 gennaio prossimo.

Ieri Samaras, parlando ai ministri del governo bocciato dal voto parlamentare di ieri sul successore di Papoulias, durante l'ultimo Consiglio dei ministri, ha invitato tutti “a fare il loro dovere” e ha voluto ricordare che "la Grecia si trova molto vicino alla salvezza definitiva, ma potrebbe anche entrare in una nuova avventura mai conosciuta sinora. Se il popolo fa la scelta giusta - ha aggiunto Samaras - il populismo questa volta sarà sconfitto definitivamente".
Insomma un invito ai suoi collaboratori a non risparmiarsi in una campagna elettorale che si annuncia assai combattiva e la rivendicazione di un risultato – aver traghettato la Grecia fuori dalla crisi nonostante i duri sacrifici sopportati – che nella realtà non corrisponde ai fatti concreti.

Da parte sua il vice premier Evanghelos Venizelos, leader del Pasok (socialisti) che insieme a Nea Dimokratia di Samaras sostengono il governo di coalizione uscente, ha addebitato esplicitamente ai parlamentari di Chysi Avgi (il partito nazista) quella che ha definito “l’interruzione artificiale della legislatura”. "Ci troviamo di fronte ad un ricatto delle istituzioni con l'aiuto del partito di Chrysi Avgi - ha detto Venizelos - Si tratta di un’interruzione artificiale della legislatura avvenuta contro la volontà del popolo greco". In realtà lo stesso candidato governativo Dimas aveva affermato nei giorni scorsi che se fosse stato eletto anche in virtù dei voti positivi dei parlamentari di Alba Dorata – otto dei quali, in carcere, sono stati condotti temporaneamente in aula per il voto di ieri mattina a bordo dei cellulari della polizia – avrebbe rinunciato all’incarico. Semmai il fatto politico che Venizelos si è ‘dimenticato’ di segnalare è che a favore dell’ex commissario europeo ed ex ministro conservatore hanno votato due deputati passati da Alba Dorata al gruppo degli indipendenti, accolti da minacce e sputi da parte dei loro camerati.

Toni apocalittici e ultimativi quelli dei due leader della maggioranza che hanno a disposizione poche settimane per convincere i greci a non mandare a casa la maggioranza che ha governato finora il paese sotto dettatura di una troika che partecipa anch’essa alla campagna elettorale con esternazioni quanto mai invadenti.

A ben vedere la Commissione Europea e il Fondo Monetario Internazionale sono già entrati nel dibattito elettorale con tutto il loro peso, nel tentativo di frenare un possibile spostamento a sinistra del panorama politico. Ad esempio il FMI, per bocca del suo portavoce Gerry Rice, ha emesso un comunicato in cui annuncia la sospensione del programma di salvataggio di Atene – la concessione di nuovi prestiti – finché non sarà possibile trattare con il nuovo governo uscito dal voto di fine gennaio. Inoltre il commissario europeo agli Affari Economici, Pierre Moscovici, ha esplicitamente avvertito che “un massiccio appoggio tra i votanti e i leader politici al necessario processo di riforme dirette a migliorare la crescita sarà essenziale per la Grecia”. Al tempo stesso la Commissione Europea ha incitato i cittadini e i politici ellenici a mostrare un forte impegno nei confronti dell’UE e delle riforme ‘suggerite’ da Bruxelles che prevedono più libertà di licenziamento per le imprese private e l’amministrazione pubblica, un ulteriore taglio a pensioni e salari, più privatizzazioni.

L’Eurozona, sotto la spinta di Berlino, ha concesso ad Atene una estensione del periodo di salvataggio fino alla fine di febbraio ed in parallelo ha prorogato la disponibilità dei buoni del Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria nella riserva del Fondo di Stabilità Finanziario Greco utilizzata per ricapitalizzare le banche elleniche. La proroga si è resa necessaria dal momento che l’intervento europeo sarebbe scaduto il 31 dicembre, data dopo la quale la Grecia sarebbe rimasta senza il sostegno finanziario degli altri membri dell’Ue e di fronte al mancato accordo con i creditori internazionali su una ulteriore tranche di ‘aiuti’ da parte della troika si sarebbe trovata con le casse vuote. Una ‘rottura’ che Berlino e soci si sono premurati di evitare, concedendo per l’appunto una proroga che costituisce un formidabile tema di ricatto nei confronti della società greca in vista del voto del 25 gennaio che le istituzioni politiche ed economiche continentali si prefiggono esplicitamente di condizionare.

Infatti la chiusura a febbraio del 2015 dell’attuale revisione del piano di salvataggio costituisce una ‘precondizione’ per lo stanziamento finale, così come per qualsiasi altro credito ad Atene da parte dell’Eurogruppo.

Il leader della principale forza di sinistra del paese, cosciente del ruolo che il ricatto e le istituzioni europee avranno in una campagna elettorale che di fatto rappresenta un referendum pro o contro la sudditanza del paese alla troika, tenta di mandare all’elettorato messaggi rassicuranti. "Con la mancata elezione del presidente della Repubblica, il popolo greco ha vinto una battaglia. Ora il popolo ha l'esperienza, la conoscenza e la scelta nelle sue mani. Potrà scegliere la strada dei memorandum oppure quella della salvezza sociale" ha affermato Alexis Tsipras.

Se dovesse vincere Nea Dimokratia – ammesso che riesca a formare un governo – tutto rimarrebbe come negli ultimi anni, anche se forse l’Unione Europea potrebbe essere incitata comunque ad allentare un poco la corda ad Atene per evitare di strozzare il paziente.
Ma se dovesse vincere Syriza e il partito di sinistra fosse in grado di trovare alcuni partner per formare un governo alternativo non è detto che lo scenario sarà quello di uno scontro frontale tra Atene e Bruxelles.

Negli ultimi mesi una delle attività principali di Alexis Tsipras è stata quella di accreditare il partito nato da una coalizione tra gli ex comunisti del Synaspimos ed altre realtà di sinistra come una forza responsabile presso la politica, i media e l’imprenditoria continentali. Il che, lo abbiamo visto in queste settimane, non ha evitato che i mercati finanziari accogliessero con un tonfo lo scioglimento del parlamento e la sconfitta dell’attuale maggioranza di governo.

Ma secondo vari analisti se da una parte Tsipras e i suoi accentuano la moderazione del programma di un eventuale governo presieduto da Syriza anche dall’altra parte si tendono ponti con coloro che potrebbero sostituire Nea Dimokratia e il Pasok alla guida del paese. Ciò che spaventa di più l’establishment europeo, in fin dei conti, non è un governo socialdemocratico in uno dei Pigs – anche se certamente su alcune delle misure concrete la distanza con Syriza è molta – quanto una possibile rottura politica con la sudditanza nei confronti della Troika e dei meccanismi coercitivi messi in campo dall’Unione Europea attraverso i trattati e i memorandum che possa avere un effetto domino anche in altri quadranti del continente.

E così, secondo l’inviata a Berlino della Stampa Tonia Mastrobuoni, Angela Merkel e la Bce avrebbero già iniziato una trattativa con il leader di Syriza e i suoi economisti servendosi in particolare di un economista tedesco. “Lo 007 della partita greca, racconta un’autorevole fonte tedesca, è un brillante economista di 48 anni dal sorriso gentile, con un master alla Bocconi e una reputazione da straordinario mediatore. È stato membro del comitato esecutivo della Bce ma anche consigliere del governo tedesco e viceministro delle Finanze, è uomo di fiducia sia di Mario Draghi, sia di Angela Merkel e Wolfgang Schäuble. In queste settimane di attesa ansiosa dell’ennesima tappa del dramma greco, forse il solo uomo che poteva tentare la «mission impossible», una triangolazione dietro le quinte tra Berlino-Francoforte-Atene per preparare il dopo-elezioni elleniche. Così Jörg Asmussen sta già incontrando in segreto i vertici del partito che uscirà probabilmente vincitore dalle urne: Syriza” racconta la Mastrobuoni.

Secondo la giornalista l’attuale sottosegretario al Lavoro tedesco è volato ad Atene nelle scorse settimane, ma ha anche incontrato gli uomini di Tsipras a Berlino per cominciare a prefigurare uno scenario post-elettorale che non precipiti nuovamente l’Europa nell’incubo del 2012, quando si rischiò la fine dell’euro.

La campagna elettorale sarà dura, il popolo greco è allo stremo e Tsipras ha costruito il suo consenso sulla promessa di porre fine al giogo imposto dalla troika. Se Syriza chiede ufficialmente una conferenza internazionale su modello di quella dell’inizio degli Anni '50 che abbonò i debiti alla Germania distrutta dalla guerra, ricorda però l’inviata della Stampa, “contrariamente a quanto riportato da innumerevoli cronache, il suo partito non ha mai chiesto di uscire dall’euro, né ha intenzione di fare colpi di testa, nel caso di vittoria elettorale. Anche ieri il suo portavoce, Niko Pappas, ha dichiarato al telefono da Atene che nel caso di un governo Tsipras, la Grecia «non prenderà decisioni unilaterali» e si è detto «sicuro» che «con l’Europa troveremo un’intesa che terrà conto dell’interesse di ambo le parti»”.

I consiglieri di Tsipras starebbero trattando non solo con Jörg Asmussen, ma anche con un membro dell’attuale comitato esecutivo della Banca Centrale Europea. Nulla di male, naturalmente. A patto però che la promessa di un cambiamento radicale non si riveli una bolla di sapone...

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Torna la strategia della Tensione?

La storia ripete, ma la seconda volta è solo una farsa.

A circa 24 ore dalla sentenza della corte d’Assise di Torino che ha assolto i militanti del movimento No Tav dall’accusa di terrorismo (finalmente una sentenza giuridicamente decente!), è iniziata una serie di attentati ai treni ad opera di “anarco-insurrezionalisti”. Ovvio il coro di ministri e politicanti vari che hanno subito rilanciato dicendo che la sentenza era un errore e che questo è terrorismo. Negli stessi giorni, era tratto in arresto un gruppo di neo fascisti a Pescara. In particolare il gruppo di eversori, denominato “Avanguardia ordinovista”, avrebbe avuto in mente decine di omicidi di politici, magistrati e di preti progressisti, sino a provocare un rivolgimento istituzionale per il quale aveva bella e pronta una nuova Costituzione che, fra l’altro, avrebbe abolito il diritto di voto.

Insomma siamo in pieno remake degli anni settanta, fra attentati “anarchici” ai treni e complotti neo nazisti. Qualche differenza, per la verità, ci sarebbe: ad esempio è possibile che gli attentatori ferroviari questa volta siano effettivamente (o più semplicemente, si ritengano) anarchici e non fascisti come nel 1969, ma resterebbe da vedere se fra loro non ci sia qualche suggeritore di ben altra estrazione.

Così come è plausibilissimo che un gruppo di poveri spostati di provincia abbia progettato, magari in preda ai fumi dell’alcool, omicidi politici a go go ed abbia sognato una nuova Italia fascista. Tutto sta a vedere quale fosse poi la reale pericolosità del gruppo e cosa ci fosse di concreto nella preparazione di questi omicidi. Il semplice fatto che pensassero in quattro gatti, da Pescara, di dar via ad una rivoluzione fascista nell’Italia del 2014, non depone molto bene sul loro stato di sobrietà. Dopo di che è sempre possibile che dieci o venti esaltati, assolutamente non in grado di sovvertire le istituzioni, però possa benissimo essere capace di fare un omicidio ed è giusto prevenirli. Ma di qui a parlare di una “pericolosa trama fascista” ne corre…

Vedremo che elementi ci sono e a che stadio di preparazione erano questi supposti attentati; tuttavia la cosa mi pare molto più piccola di quanto i titoli di giornale (piuttosto a digiuno di notizie in giorni come questi) non facciano immaginare. Per un momento ho drizzato anche io le orecchie, sentendo il nome di una vecchia conoscenza come Rutilio Sermonti, ideologo e fra i massimi dirigenti di Ordine Nuovo.

Sermonti non è né un pagliaccio, né uno che, per quanto novantenne, possa mischiarsi ad una sconclusionata banda di paese, per cui sorgeva il dubbio che gli arrestati potessero essere solo una scheggia di una cosa più complessa e numerosa. Ma è bastato poco per capire che Sermonti non c’entra nulla con questa sconclusionata riedizione dei fasti ordinovisti.

Il fatto è che, come dice il vecchio Marx, la storia talvolta si ripete, ma la seconda volta sotto forma di farsa. Ho lavorato a lungo sulla strategia della tensione e questa me ne sembra una cattiva imitazione con un fortissimo sentore di finto. Ripeto: può darsi che anarco insurrezionalisti e neo ordinovisti si credano davvero tali, ma manca tutto un contesto politico e culturale che possa rendere plausibili le due cose e dargli peso. Al massimo abbiamo davanti due sparutissimi gruppi di decerebrati. Nulla che possa giustificare il clamore mediatico che se ne sta facendo con titoloni in prima pagina.

Siamo seri, qui l’unica cosa che ricorda davvero gli anni settanta è l’opportuna coincidenza di certi episodi con il profilarsi delle scadenze politiche, sociali ed economiche: elezione del Presidente, subito dopo elezioni regionali, approvazione delle riforme istituzionali, probabile ripresa della crisi a breve tempo, incombente protesta sindacale per la riforma dell’art. 18…

Insomma sono situazioni in cui il fantasma del terrorismo può far comodo. Soprattutto alla vigilia di una elezione quirinalizia così incerta, che può degenerare in un marasma senza precedenti ed occorre forzare un po’ la mano ai “grandi elettori”.

E’ un numero che abbiamo visto troppe volte ed anche i particolari sono stucchevolmente simili: gli attentati ai treni, l’armamentario fascista, il linguaggio delle rivendicazioni, persino la trovata del nome del gruppo pescarese che è una bella sintesi fra “Avanguardia Nazionale” ed “Ordine Nuovo”. Ci mancano le banche e le Br. Su: almeno un po’ di fantasia…

Detto questo, ugualmente c’è di che essere preoccupati: non vorremmo che questa  mini serie televisiva “Il ritorno del terrorismo” preludesse a qualche botto più serio, magari per dare un bel giro di vite all’opposizione. Anche se annoiati, tocca tenere gli occhi aperti.