Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/06/2011
31/05/2011
Macelleria Afghanistan.
Attacco alla base italiana di Herat: cinque feriti, uno è grave. Si intensifica l'offensiva talebana in tutto il paese e la Nato risponde con massicci bombardamenti aerei che fanno strage di civili.
''Vedo significativi progressi a Herat, una delle aree in cui preso inizierà la transizione''.
Le ottimistiche parole pronunciate solo una settimana fa dal segretario generale della Nato, Fogh Rasmussen, sono state clamorosamente smentite questa mattina da uno dei più sanguinosi attacchi mai condotti contro una base militare italiana in Afghanistan.
Beffando i controlli di sicurezza all'esterno del Prt di Herat, uno o due kamikaze si sono fatti esplodere davanti al cancello della base, aprendo una breccia attraverso la quale un piccolo commando di guerriglieri è penetrato nel compound, ingaggiando una duro scontro a fuoco con le truppe italiane e con i soldati afgani di stanza nella base. Ci sono stati almeno quattro morti, ma non tra gli italiani, tra cui si contano però cinque feriti, di cui uno molto grave.
In questi giorni la guerra in Afghanistan registra un drammatico aumento d'intensità. Sia in termini di attacchi messi a segno dalla resistenza talebana (venerdì è stato ucciso in un attentato nel nord del paese uno dei principali comandanti governativi tagichi, il generale Daud Daud, assieme a due soldati tedeschi), che in termini di operazioni militari Nato. Di fronte all'intensificarsi dell'offensiva talebana, il generale David Petraeus ha lasciato briglia sciolta alle forze aeree, con l'inevitabile corollario di stragi di civili.
Sabato sera, nella provincia meridionale di Helmand, in rappresaglia a un attacco pomeridiano contro un avamposto dei marines, elicotteri americani Apache hanno bombardato un villaggio del distretto di Nawzad. Sotto le macerie di due abitazioni, rase al suolo dai missili, sono rimasti i corpi senza vita di dodici bambini e due donne. Diversi bambini avevano meno due anni.
''La mia casa è stata bombardata in piena notte! Hanno ucciso i miei figli! I talebani erano ormai lontani da casa mia! Perché ci hanno bombardati!?'', chiede disperato Noor Agha, un superstite, parlando ai giornalisti.
Sempre sabato, il governatore della provincia orientale del Nuristan, Jamaluddin Badr, ha denunciato l'uccisione di diciotto civili e venti poliziotti in uno dei pesanti bombardamenti aerei americani condotti la scorsa settimana sul distretto di Barg-e-Matal, appena conquistato dai talebani. Bombardamenti che in pochi giorni hanno ucciso almeno un centinaio di persone: tutti insorti secondo i comandi Nato; in maggioranza civili innocenti secondo le autorità locali.
Fonte.
''Vedo significativi progressi a Herat, una delle aree in cui preso inizierà la transizione''.
Le ottimistiche parole pronunciate solo una settimana fa dal segretario generale della Nato, Fogh Rasmussen, sono state clamorosamente smentite questa mattina da uno dei più sanguinosi attacchi mai condotti contro una base militare italiana in Afghanistan.
Beffando i controlli di sicurezza all'esterno del Prt di Herat, uno o due kamikaze si sono fatti esplodere davanti al cancello della base, aprendo una breccia attraverso la quale un piccolo commando di guerriglieri è penetrato nel compound, ingaggiando una duro scontro a fuoco con le truppe italiane e con i soldati afgani di stanza nella base. Ci sono stati almeno quattro morti, ma non tra gli italiani, tra cui si contano però cinque feriti, di cui uno molto grave.
In questi giorni la guerra in Afghanistan registra un drammatico aumento d'intensità. Sia in termini di attacchi messi a segno dalla resistenza talebana (venerdì è stato ucciso in un attentato nel nord del paese uno dei principali comandanti governativi tagichi, il generale Daud Daud, assieme a due soldati tedeschi), che in termini di operazioni militari Nato. Di fronte all'intensificarsi dell'offensiva talebana, il generale David Petraeus ha lasciato briglia sciolta alle forze aeree, con l'inevitabile corollario di stragi di civili.
Sabato sera, nella provincia meridionale di Helmand, in rappresaglia a un attacco pomeridiano contro un avamposto dei marines, elicotteri americani Apache hanno bombardato un villaggio del distretto di Nawzad. Sotto le macerie di due abitazioni, rase al suolo dai missili, sono rimasti i corpi senza vita di dodici bambini e due donne. Diversi bambini avevano meno due anni.
''La mia casa è stata bombardata in piena notte! Hanno ucciso i miei figli! I talebani erano ormai lontani da casa mia! Perché ci hanno bombardati!?'', chiede disperato Noor Agha, un superstite, parlando ai giornalisti.
Sempre sabato, il governatore della provincia orientale del Nuristan, Jamaluddin Badr, ha denunciato l'uccisione di diciotto civili e venti poliziotti in uno dei pesanti bombardamenti aerei americani condotti la scorsa settimana sul distretto di Barg-e-Matal, appena conquistato dai talebani. Bombardamenti che in pochi giorni hanno ucciso almeno un centinaio di persone: tutti insorti secondo i comandi Nato; in maggioranza civili innocenti secondo le autorità locali.
Fonte.
30/05/2011
Il meno peggio.
"Turiamoci il naso e votiamo DC."
Fu con questa frase che Indro Montanelli sdoganò il concetto di meno peggio agli occhi di un'opinione pubblica che, alla vigilia delle politiche del '76, andava sensibilizzata sul pericolo rosso, rappresentato dall'avanzata elettorale che registrava il PCI sotto la segreteria di Enrico Berlinguer.
A volte mi domando se Montanelli abbia mai meditato sul deflagrante impatto che le sue parole hanno avuto sulla coscienza politica del popolo italiano.
Me lo domando con maggiore insistenza oggi, giorno in cui si festeggia il risultato elettorale conquistato dalla sinistra alle amministrative.
E' vero, in linea teorica ci sarebbe da rallegrarsi per il notevole ridimensionamento della destra, soprattutto in un caposaldo della conservazione come Milano, poi però penso a questa sinistra e in pochi minuti arrivo al già decantato "sinistra di merda", perché quelli che da domani andranno ad occupare le sedie su cui prima poggiavano le natiche i lacchè di Berlusconi, sono i compagni di partito di coloro che hanno demolito il lavoro col precariato (Treu non era di destra), che hanno svenduto la maggior parte del patrimonio industriale italiano (Prodi non era di destra), che hanno pomiciato con Forza Italia per 15 anni (D'Alema e Violante non sono di destra, sono post comunisti che è anche peggio!) e che consigliavano agli operai FIAT di calarsi le braghe davanti a Marchionne (Chiamparino, Fassino, Renzi, non sono di destra, almeno tecnicamente...).
Un discorso a parte meriterebbe De Magistris che si è fatto spedire al Parlamento Europeo con i voti dei simpatizzanti di Grillo sbandierando una cieca fede nella legalità (che ai tempi pareva pure genuina), poi s'è tesserato IDV e appena ha sentito odore di carriera nella politica nazionale, ha prontamente abbandonato il mandato che gli avevano affidato gli elettori per correre al comune di Napoli, non dimenticando di sfruttare l'immunità (come parlamentare europeo) per scansare un paio di procedimenti giudiziari a suo carico.
La domanda, retorica, che mi pongo costantemente è: perché la gente continua a sostenere questo sistema?
La risposta potrebbe darmela soltanto Licio Gelli.
Fu con questa frase che Indro Montanelli sdoganò il concetto di meno peggio agli occhi di un'opinione pubblica che, alla vigilia delle politiche del '76, andava sensibilizzata sul pericolo rosso, rappresentato dall'avanzata elettorale che registrava il PCI sotto la segreteria di Enrico Berlinguer.
A volte mi domando se Montanelli abbia mai meditato sul deflagrante impatto che le sue parole hanno avuto sulla coscienza politica del popolo italiano.
Me lo domando con maggiore insistenza oggi, giorno in cui si festeggia il risultato elettorale conquistato dalla sinistra alle amministrative.
E' vero, in linea teorica ci sarebbe da rallegrarsi per il notevole ridimensionamento della destra, soprattutto in un caposaldo della conservazione come Milano, poi però penso a questa sinistra e in pochi minuti arrivo al già decantato "sinistra di merda", perché quelli che da domani andranno ad occupare le sedie su cui prima poggiavano le natiche i lacchè di Berlusconi, sono i compagni di partito di coloro che hanno demolito il lavoro col precariato (Treu non era di destra), che hanno svenduto la maggior parte del patrimonio industriale italiano (Prodi non era di destra), che hanno pomiciato con Forza Italia per 15 anni (D'Alema e Violante non sono di destra, sono post comunisti che è anche peggio!) e che consigliavano agli operai FIAT di calarsi le braghe davanti a Marchionne (Chiamparino, Fassino, Renzi, non sono di destra, almeno tecnicamente...).
Un discorso a parte meriterebbe De Magistris che si è fatto spedire al Parlamento Europeo con i voti dei simpatizzanti di Grillo sbandierando una cieca fede nella legalità (che ai tempi pareva pure genuina), poi s'è tesserato IDV e appena ha sentito odore di carriera nella politica nazionale, ha prontamente abbandonato il mandato che gli avevano affidato gli elettori per correre al comune di Napoli, non dimenticando di sfruttare l'immunità (come parlamentare europeo) per scansare un paio di procedimenti giudiziari a suo carico.
La domanda, retorica, che mi pongo costantemente è: perché la gente continua a sostenere questo sistema?
La risposta potrebbe darmela soltanto Licio Gelli.
26/05/2011
25/05/2011
Bob Dylan, 70 anni. E non per caso.
Settant’anni. Un traguardo. Soprattutto se ti chiami Bob Dylan e hai scritto Like a Rolling Stone, All Along The Watchtower, Blowin’ in The Wind, Forever Young, Hurricane. Settant’anni vuol dire almeno tre generazioni. Il vento della sua musica ha soffiato sul vento di continenti, è riuscito ad accomunare milioni di persone con quella forza dirompente che solo la musica e la letteratura riescono a emanare.
Di celebrazioni, in questi giorni, ce ne sono state anche troppe. In fondo è solo un traguardo. Mi sono andato a leggere i giornali in giro per il mondo, la solita nenia. Se volete sapere qualcosa di Bob Dylan fate come feci io a quattordici anni, quando mi comprai la biografia scritta da Anthony Scaduto, lì dentro capirete chi è davvero quel poeta che a vent’anni partì dal Minnesota, Duluth, la provincia gelida di un’America che i fratelli Cohen hanno raccontato in maniera magistrale in Fargo, e arrivò in un ospedale di New York dove il suo idolo, Woody Guthrie, stava per tirare le cuoia e lui fece in tempo a fargli ascoltare solo quei pochi pezzi che aveva già scritto su pezzi di carta.
A New York Robert Allen Zimmerman sarebbe rimasto, e al Greenwich Village – quello degli anni Sessanta, non il quartiere di oggi – sarebbe diventato Bob Dylan.
Mi ero promesso, io che sono dylaniano da quando ero fanciullo, che non avrei mai scritto di Dylan, soprattutto in ricorrenze come queste. Dylan l’ho ascoltato a New York, Londra, Modena e Livorno. Mi è bastato, anche se l’abilità con la quale dal vivo stravolge le canzoni non piace quasi mai. Evito ogni tipo di ipocrisia, e confesso candidamente che forse solo al concerto di New York ho rivissuto la magia trovata nelle pagine del libro di Scaduto: le altre volte l’attesa e l’emozione hanno sempre giocato a mio sfavore.
Non ne avrei scritto, dicevo. Ma è stato un professore di giornalismo della Columbia University a farmi aprire gli occhi. A spiegarmi perché 70 anni, nella musica, sono un traguardo importante.
La lezione di David Hajdu è molto semplice e basata sui numeri, non sulle parole. 70 anni compie Bob Dylan, 70 ne avrebbe compiuti John Lennon lo scorso ottobre. Joan Baez ha festeggiato a gennaio, Paul Simon raggiungerà il traguardo entro la fine dell’anno. Il prossimo anno, il club dei settantenni pop leggendario crescerà fino a includere Paul McCartney, Aretha Franklin, Carole King, Brian Wilson e Lou Reed. Jimi Hendrix e Jerry Garcia sarebbero stati anche loro settantenni nel 2012.
Coincidenza? Niente affatto, secondo Hajdu.
Tutti questi signori hanno compiuto 14 anni intorno al 1955 e il 1956, quando il rock ‘n’ roll per la prima volta eruttò come un vulcano impazzito.
Quattordici è un'età formativa per quello che sarà il pop. A 14 anni si affrontano le tirannie del sesso e l’età adulta, quella che non ti lascia più le briciole sul percorso per trovare il ritorno. A 14 anni lotti per capire che tipo di adulto ti piacerebbe essere.
“Quattordici è una sorta di età magica per lo sviluppo di gusti musicali”, spiega Daniel J. Levitin, professore di psicologia e direttore del Laboratorio di Musica Perception, Cognition and Expertise della McGill University. ”Sono gli ormoni della crescita puberale i maggiori responsabili. E a 14 anni i gusti musicali ti creano un distintivo di identità”.
Il rock ‘n roll e quell’eruzione che ricorda il professor Hajdu hanno un nome e cognome: Elvis Presley, il re che l’America non ha mai avuto. Lo disse Bob Dylan stesso a Anthony Scaduto: “La prima volta che sentii Elvis fu come fuggire dalla prigione”.
Lo stesso Sir Paul McCartney ha sempre avuto una venerazione per Elvis. Ma non è questo il punto, non è solo il rock ‘n roll. Sono i 14 anni. Non sappiamo se Robert Zimmerman sarebbe mai diventato Bob Dylan se avesse compiuto i suoi 14 anni un decennio prima. Non lo potremo mai sapere. Sappiamo però che quando i Beatles sbarcarono negli Stati Uniti, all’Ed Sullivan Show, avevano 14 anni di età Bruce Springsteen, Stevie Wonder, Gene Simmons e Billy Joel. E forse anche per questo, musicalmente parlando e in modi e termini diversi tra loro, sono diventati quello che sono oggi. Forse per sapere chi sarà il genio dei prossimi anni faremmo bene ad andare a spiare negli armadietti dei ragazzi che frequentano la terza media. Probabilmente faremmo bene a spiare i 140 caratteri che i social network impongono come limite per capire i sonetti che segneranno a modo loro un’epoca.
E’ probabile che coloro che saranno celebrati nel 2067 hanno 14 anni oggi, nel 2011.
Fonte.
Mi cambia la giornata trovare persone che scrivono così di musica, soprattutto quando sì tratta d'artisti che, per un verso o per l'altro, non gravitano nella mia orbita.
Di celebrazioni, in questi giorni, ce ne sono state anche troppe. In fondo è solo un traguardo. Mi sono andato a leggere i giornali in giro per il mondo, la solita nenia. Se volete sapere qualcosa di Bob Dylan fate come feci io a quattordici anni, quando mi comprai la biografia scritta da Anthony Scaduto, lì dentro capirete chi è davvero quel poeta che a vent’anni partì dal Minnesota, Duluth, la provincia gelida di un’America che i fratelli Cohen hanno raccontato in maniera magistrale in Fargo, e arrivò in un ospedale di New York dove il suo idolo, Woody Guthrie, stava per tirare le cuoia e lui fece in tempo a fargli ascoltare solo quei pochi pezzi che aveva già scritto su pezzi di carta.
A New York Robert Allen Zimmerman sarebbe rimasto, e al Greenwich Village – quello degli anni Sessanta, non il quartiere di oggi – sarebbe diventato Bob Dylan.
Mi ero promesso, io che sono dylaniano da quando ero fanciullo, che non avrei mai scritto di Dylan, soprattutto in ricorrenze come queste. Dylan l’ho ascoltato a New York, Londra, Modena e Livorno. Mi è bastato, anche se l’abilità con la quale dal vivo stravolge le canzoni non piace quasi mai. Evito ogni tipo di ipocrisia, e confesso candidamente che forse solo al concerto di New York ho rivissuto la magia trovata nelle pagine del libro di Scaduto: le altre volte l’attesa e l’emozione hanno sempre giocato a mio sfavore.
Non ne avrei scritto, dicevo. Ma è stato un professore di giornalismo della Columbia University a farmi aprire gli occhi. A spiegarmi perché 70 anni, nella musica, sono un traguardo importante.
La lezione di David Hajdu è molto semplice e basata sui numeri, non sulle parole. 70 anni compie Bob Dylan, 70 ne avrebbe compiuti John Lennon lo scorso ottobre. Joan Baez ha festeggiato a gennaio, Paul Simon raggiungerà il traguardo entro la fine dell’anno. Il prossimo anno, il club dei settantenni pop leggendario crescerà fino a includere Paul McCartney, Aretha Franklin, Carole King, Brian Wilson e Lou Reed. Jimi Hendrix e Jerry Garcia sarebbero stati anche loro settantenni nel 2012.
Coincidenza? Niente affatto, secondo Hajdu.
Tutti questi signori hanno compiuto 14 anni intorno al 1955 e il 1956, quando il rock ‘n’ roll per la prima volta eruttò come un vulcano impazzito.
Quattordici è un'età formativa per quello che sarà il pop. A 14 anni si affrontano le tirannie del sesso e l’età adulta, quella che non ti lascia più le briciole sul percorso per trovare il ritorno. A 14 anni lotti per capire che tipo di adulto ti piacerebbe essere.
“Quattordici è una sorta di età magica per lo sviluppo di gusti musicali”, spiega Daniel J. Levitin, professore di psicologia e direttore del Laboratorio di Musica Perception, Cognition and Expertise della McGill University. ”Sono gli ormoni della crescita puberale i maggiori responsabili. E a 14 anni i gusti musicali ti creano un distintivo di identità”.
Il rock ‘n roll e quell’eruzione che ricorda il professor Hajdu hanno un nome e cognome: Elvis Presley, il re che l’America non ha mai avuto. Lo disse Bob Dylan stesso a Anthony Scaduto: “La prima volta che sentii Elvis fu come fuggire dalla prigione”.
Lo stesso Sir Paul McCartney ha sempre avuto una venerazione per Elvis. Ma non è questo il punto, non è solo il rock ‘n roll. Sono i 14 anni. Non sappiamo se Robert Zimmerman sarebbe mai diventato Bob Dylan se avesse compiuto i suoi 14 anni un decennio prima. Non lo potremo mai sapere. Sappiamo però che quando i Beatles sbarcarono negli Stati Uniti, all’Ed Sullivan Show, avevano 14 anni di età Bruce Springsteen, Stevie Wonder, Gene Simmons e Billy Joel. E forse anche per questo, musicalmente parlando e in modi e termini diversi tra loro, sono diventati quello che sono oggi. Forse per sapere chi sarà il genio dei prossimi anni faremmo bene ad andare a spiare negli armadietti dei ragazzi che frequentano la terza media. Probabilmente faremmo bene a spiare i 140 caratteri che i social network impongono come limite per capire i sonetti che segneranno a modo loro un’epoca.
E’ probabile che coloro che saranno celebrati nel 2067 hanno 14 anni oggi, nel 2011.
Fonte.
Mi cambia la giornata trovare persone che scrivono così di musica, soprattutto quando sì tratta d'artisti che, per un verso o per l'altro, non gravitano nella mia orbita.
Iscriviti a:
Post (Atom)