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giovedì 18 maggio 2017

L’eterogenesi dei fini dell’anticomplottismo militante

Tra fake news e ossessione anticomplottista, viviamo un’epoca segnata apparentemente dallo scontro senza quartiere tra la “verità” e i suoi nemici. Ma la piega che sta assumendo il dibattito chiude ogni spazio di manovra dialettico sulla questione. Perché se i limiti naturali del complottismo sono evidenti, quelli dell’attuale crociata anti-complottista sono più perfidi, anzi, addirittura più pericolosi. Perchè alla base dell’attuale fioritura complottista (se effettivamente esiste tale fioritura, cosa tutta da dimostrare) c’è una presa di coscienza, sempre più generalizzata, che tra le verità ufficiali e la realtà materiale esiste uno scarto, una distanza, una frattura non più colmata dalla fiducia. Tra la realtà così com’è e la realtà come viene raccontata dalle narrazioni legittimate a farlo, questo scarto è d’altronde sempre esistito. In periodi di forte legittimazione pubblica del potere, questo scarto veniva colmato dalla fiducia in quelle istituzioni predisposte al racconto ufficiale dei fatti (la Chiesa; lo Stato; il partito; la fabbrica; il giornale; eccetera). In un’epoca come questa, in cui lo scollamento tra umori popolari e istituzioni è netto e inequivocabile, lo scarto di cui sopra viene colmato non più dalla fiducia, ma dal sospetto. Un sospetto pubblico, non più mediato, non più alfabetizzato politicamente. Cresce così la propensione complottista, il bisogno cioè di riempire questo vuoto di senso. E’ evidente allora che col fenomeno del complottismo (se esiste, il che è tutto da dimostrare) bisogna andarci cauti. Perché smascherarne la strutturale incapacità di dare un senso alle cose si scontra con la necessità, per la sinistra, di approfondire quello scarto, non ridurlo in nome di fantasiose battaglie comuni contro “le bufale” sul web, le “fake news”, una presunta “oggettività” dell’informazione mainstream opposta alle false ricostruzioni online. E’ superfluo rilevare che la quasi totalità della sinistra abbia indossato elmetto e baionetta e si sia arruolata nella crociata anti-complottista. Non c’era da aspettarsi altro da una sinistra che infatti naviga forte dei suoi zerovirgola nelle elezioni e nella società reale. Ma la tronfia superiorità di chi è in trincea quotidiana a spiegare le idiozie sulle “scie chimiche” di turno, pensando così di aver reso chissà quale servigio alla “verità”, non fa altro che certificare il nulla culturale che rappresenta questa sinistra. Una sinistra che di fronte alla rottura del tacito patto di fede tra verità e potere non riesce a pensare ad altro che rinsaldare quel patto, richiudere quel solco, ri-legittimare un potere a cui non crede più nessuno. Mentre l’unico atteggiamento possibile in una fase come questa è rispondere alle verità ufficiali sempre e comunque con un *non-è-vero*: anche a costo di sbagliare, ma di sicuro attenti a non rinforzare le verità ufficiali. Il sospetto va alimentato, non “curato”, perché è dentro quel sospetto, quella disillusione, quella disaffezione, che la sinistra si gioca la sua partita.

Come scrisse, ormai anni fa, un compagno a noi caro, «la storia non si riduce a complotto. Ma la storia è *anche* complotto» (qui). Questo ovviamente non si traduce nella legittimazione dell’approccio complottista. Il complottismo è strutturalmente inadeguato a dare una spiegazione della realtà perché prevede, in estrema sintesi, un’unità d’intenti (peraltro granitica) tra volontà politica e realtà fattuale. Detto altrimenti, la realtà così com’è sarebbe il frutto di una precisa volontà organizzata di (ristretti) gruppi di potere (il club Bilderberg; il G8; la Trilaterale; i banchieri; eccetera). Il marxismo ha invece svelato la natura oggettiva dei processi sociali, che prendono forma a prescindere dalle volontà politiche del potere costituito, che *segue*, e non crea, la realtà fattuale. Innestato su questo discorso c’è poi una certa autonomia del politico (più leniniana che marxiana) che presuppone leggi interne di condotta indipendenti dalle relazioni sociali di cui pure è figlio. Ma questa dialettica è, appunto, una dialettica. E’ un rapporto vicendevole e mutevole, che tiene sempre in conto i due aspetti invece di assolutizzarne uno soltanto.

Proprio perché politica ed economia (potere e società) sono in rapporto vicendevole, la storia «è anche complotto». Non “solo”: *anche*. E quindi, per tornare all’attualità, non c’è dubbio che il terrorismo mediatico sulla vicenda vaccini (per fare un esempio) si fonda su una mezza verità: le vaccinazioni rappresentano un progresso per il genere umano; nascondendo però l’altra metà: le case farmaceutiche “complottano” costantemente, attraverso le loro attività più o meno occulte di lobbying, per aumentare il costo, le vendite, i ricavi, il bisogno stesso, dei medicinali venduti. Condannare l’infantilismo (quando va bene) del complottismo anti-vaccini ha senso solo se il ragionamento tiene dentro anche la critica serrata alle logiche capitalistiche che innervano l’economia farmaceutica (che *complotta* contro i malati, sia chiaro). Senza i due capi del ragionamento, la crociata anti-complottista si trasforma in ri-legittimazione del potere capitalistico, personificato in questo caso dalle case farmaceutiche. Ma chiaramente questo discorso può essere fatto valere per ogni altro esempio simile. A partire dall’oggetto preferito della diatriba infinita tra complottisti e anti-complottisti: George Soros. Soros non “spiega” il capitalismo e le sue logiche (che sono oggettive e non determinate soggettivamente), ma lo stesso capitalismo non sarebbe pensabile senza i George Soros di turno, con il loro costante tentativo politico di dare razionalità al dominio capitalista. E’ una dialettica, per l’appunto.

Meglio una “fake news” in più che il Ministero della verità governato da Repubblica; meglio il sospetto (per quanto malamente incanalato) che la convinzione diffusa delle magnifiche sorti e progressive delle case farmaceutiche; meglio la disillusione (ancorché cieca) che l’illusione capace solo di provocare estasi del potere costituito. E’ in quella disillusione che la battaglia tra la sinistra di classe e gli altri organizzatori del dissenso (il Movimento 5 Stelle in primis) trova il suo terreno praticabile. Fuori c’è solo l’egemonia ideologica del capitale.

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