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lunedì 31 marzo 2014

Palestina-israele - La trappola dell’estensione del negoziato


Prolungamento sì, prolungamento no. Il negoziato israelo-palestinese è sul filo del rasoio: con la data di scadenza che incombe minacciosa all’orizzonte (29 aprile) non è ancora chiaro se l’estensione dei negoziati si farà. Da parte palestinese, dopo il netto rifiuto in un primo momento, ora ci si chiede quale sarà la prossima mossa del presidente Abu Mazen, che ha appena ricevuto la bozza formale della proposta di estensione redatta da Israele e Stati Uniti. Così presentata, la questione è semplice: se l’amministrazione palestinese rifiutasse, verrebbe accusata di non volere la pace. E la colpa del fallimento dell’intero processo di pace ricadrebbe ancora una volta sull’ANP.

Eppure, un’analisi leggermente più approfondita della proposta rivela tutt’altro: in cambio del prolungamento, Israele si impegnerà a rilasciare la quarta mandata di prigionieri palestinesi come parte dell’accordo sul quale sono ripartiti i colloqui dello scorso luglio. La contraddizione è evidente: se c’era un accordo alla base dei colloqui, perché gli ultimi 26 prigionieri non sono stati liberati, come stabilito, lo scorso 29 marzo?

La risposta del governo israeliano è che Ramallah è un partner “difficile” e che la liberazione è stata bloccata perché l’ANP non vuole estendere i negoziati. In un linguaggio informale si potrebbe dire che Tel Aviv abbia rivoltato la frittata: perché la liberazione dei detenuti era parte di un accordo preliminare, e in cambio i palestinesi avevano accettato di sospendere tutte le richieste di adesioni a organismi internazionali per denunciare Israele. Insomma, di abbandonare ogni mossa unilaterale che il partner israeliano, guarda caso, si è ben guardato di fare: dall’inizio del negoziato, infatti, Israele ha annunciato la costruzione di migliaia di nuove unità abitative nelle colonie della Cisgiordania e di Gerusalemme est.

In origine, si doveva discutere della soluzione del conflitto: due entità statali, confini, colonie, status di Gerusalemme, rifugiati, sicurezza. Con il prolungamento quasi “estorto” da Tel Aviv, però, il negoziato sembra andare verso un’unica concessione ai palestinesi: il rilascio dei loro detenuti. E i contenuti della proposta spedita dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ad Abu Mazen lo testimoniano perfettamente: nella bozza si legge che Tel Aviv farà un certo numero di altri “gesti”, tra cui la liberazione di alcune centinaia di altri selezionati prigionieri palestinesi. Da quando Israele è così generoso da rilasciare centinaia di “terroristi” in cambio solo della possibilità di continuare a discutere? La risposta l’ha data Netanyahu stesso qualche giorno fa: “In ogni caso, non ci sarà alcun accordo senza che Israele sappia con chiarezza che cosa otterrà in cambio”.

La questione del prolungamento non dipende solo da Abu Mazen, però: Netanyahu ha già dichiarato pubblicamente che ogni ulteriore accordo dovrà ottenere l’approvazione di tutto il governo. I ministri del partito “Casa Ebraica” guidati da Naftali Bennet e alcuni tra le file del Likud hanno già annunciato che la liberazione di altri prigionieri non avverrà. Secondo un’analisi del quotidiano Haaretz, l’accordo per il rilascio di altri detenuti porterebbe “Casa Ebraica” a lasciare la coalizione di governo.

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