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venerdì 28 marzo 2014

Svela complotto turco contro la Siria, Erdogan spegne Youtube


Erdogan è davvero disperato. Dopo aver bloccato twitter su tutto il territorio nazionale turco – anche se tramite degli escamotage è possibile accedere comunque al social network – durante la giornata di ieri il ‘sultano’ ha chiuso anche youtube. La rete, a suo avviso, è colpevole di permettere a milioni di elettori di venire a conoscenza delle inchieste della magistratura nei confronti suoi e del suo entourage, svelando anche ai più distratti il sistema clientelare-mafioso attraverso il quale l’Akp ha costruito il suo potere politico ed economico dal 2002 in poi. Il 30 marzo si vota per le elezioni amministrative più importanti degli ultimi decenni e gli scandali rivelati dalle inchieste, insieme alla rabbia di un pezzo consistente della società turca nei confronti dell’autoritarismo e delle misure economiche antipopolari adottate dal governo, potrebbero sancire la fine del potere del leader dell’Akp.

Ieri una nuova tegola sul già traballante Erdogan: proprio su youtube qualcuno ha caricato una conversazione durante la quale si ascoltano dirigenti politici governativi e militari turchi pianificare una provocazione contro la Siria per giustificare un intervento militare contro Damasco. La conversazione riportata nel breve video parla chiaro: il progetto prevede la realizzazione di un finto attacco dell’esercito siriano in suolo turco e poi la ‘giustificata’ reazione di Ankara contro la Siria. Le voci intercettate dall’anonima talpa sarebbero quelle – afferma il quotidiano Hürriyet – del ministro turco degli Esteri e fedelissimo di Erdogan, Ahmet Davutoglu, che discute con il capo dei servizi segreti, Hakan Fidan, e con il "número due" dello Stato Maggiore delle Forze Armate, Yasar Gürel, a proposito di come mettere in scena un bombardamento alla tomba del sultano Solimán Sah, il nonno del fondatore dell’Impero Ottomano, in una zona del nord della Siria controllata da miliziani islamisti. Ankara considera la tomba come territorio turco in virtù di un accordo firmato con i colonialisti francesi nel 1921, quando la Siria era sotto mandato di Parigi. Tant’è che una ventina di soldati delle forze speciali turche dall’inizio della guerra civile siriana sorvegliano il monumento.

Naturalmente ora è scontro sull’autenticità della intercettazione, una delle tante diffuse nelle ultime settimane su Youtube e sui social network, che non a caso sono diventati da tempo l’oggetto degli strali del Primo Ministro che ha promesso di ‘sradicarli’ dal suolo turco. E dopo aver bloccato l’accesso a Twitter ieri Erdogan ha ordinato di impedire anche l’utilizzo di Youtube, anche se ormai il video era ampiamente rimbalzato su migliaia di siti, giornali, profili. Tanto che secondo la stampa il presidente turco, Abdullah Gul, ha convocato d’urgenza i tre presunti partecipanti alla conversazione incriminata. Formalmente la decisione di bloccare Youtube è stata adottata dalla Autorità delle Telecomunicazioni come ‘misura amministrativa di precauzione’ senza che sia intervenuta la magistratura, come previsto dalla legge bavaglio varata dal parlamento nei mesi scorsi proprio per aumentare il potere di controllo e di censura del governo sul web. Così come nel caso di Twitter, anche il blocco dell’aggregatore di video può essere bypassato cambiando i parametri del DNS del computer dal quale si effettua l’accesso. Sul contestatissimo blocco di Twitter deciso venerdì dal premier ieri si era pronunciata la Corte amministrativa di Ankara, che ha ordinato la sospensione immediata del provvedimento, definito «contrario ai principi dello stato di diritto». Ma per ora il blocco rimane e anzi si allarga.

Nei giorni scorsi l’aviazione e la contraerea turche avevano abbattuto un caccia siriano impegnato nei bombardamenti di postazioni dei miliziani islamisti nel Nord della Siria, con la scusa che il velivolo aveva sconfinato in suolo turco. L’esecutivo di Ankara ha anche minacciato un intervento militare diretto in suolo siriano con la scusa di fermare i combattimenti tra le milizie qaediste dell’Isis – Stato Islamico in Iraq e Siria – e altri gruppi ribelli moderati. Non solo il governo di Damasco, ma anche tutte le opposizioni turche avevano accusato Erdogan di tentare di distrarre l’opinione pubblica dagli scandali per corruzione che lo hanno investito direttamente, ed ora l’intercettazione sembra confermare le accuse ed anzi svela uno scenario ancora più inquietante. Erdogan era stato accusato già più volte in passato di aver dato il via libera ai servizi segreti e ad alcuni pezzi del suo esercito affinché addestrassero, armassero e rifornissero le milizie islamiste opposte al governo Assad, anche quelle legate ad Al Qaeda, le stesse che secondo molte fonti sono state responsabili del massacro di Reyhanlı, località nella provincia meridionale di Antiochia dove l’11 maggio del 2013 alcune autobomba hanno fatto strage di civili: 51 morti secondo fonti ufficiali, forse il doppio per fonti alternative. Il governo accusò del massacro un gruppo di estrema sinistra turco ‘manovrato’ dal governo siriano, ma poi l’accusa venne facilmente smontata e si ritiene che siano state proprie le milizie islamiste coperte da Erdogan a compiere un’atrocità che ha scatenato contro il governo turco un’ondata di violente manifestazioni popolari, quasi un prologo dei moti di piazza che hanno scosso tutta la Turchia per tutta l'estate del 2013.

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