E’ innegabile che esistano figure che segnano il destino dei Paesi
nei quali vivono per un periodo ben più lungo della propria vita. E’
sicuramente questo il caso dell’Ayatollah Rouhollah Moussavi Khomeini
che, a 25 anni dalla sua morte, rimane un punto di riferimento per la
politica e la società iraniana nel suo complesso. Il giorno della
commemorazione dell’Ayatollah (14 Khordad nel calendario iraniano, 3-4
giugno per noi occidentali) diventa, così, momento di valutazione e di
rilancio per la politica interna ed internazionale del Paese.
Nel giorno delle imponenti cerimonie di ricordo che coinvolgono gran
parte del popolo iraniano, anche gli aeroporti si fermano e il discorso
del successore di Khomeini, l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei,
pronunciato davanti al mausoleo dedicato al padre del moderno Iran,
diventa centrale per comprendere la direzione della politica nazionale. Due
le problematiche principali evidenziate dalla Guida Suprema: il
confronto/scontro con gli Stati Uniti, accusati di continue interferenze
nella politica del Paese, e i dissidi interni che rischiano di minare
l’unità nazionale. Da un lato si sottolinea, durante le
celebrazioni per chi nel 1979, contro il volere statunitense, pose fine
al regno dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, come permanga una
contrapposizione netta con l’Occidente in generale e con gli Stati Uniti
in particolare e come questo incida nelle scelte della dirigenza
nazionale. Dall’altra, l’Ayatollah attacca coloro che vorrebbero
intraprendere strade diverse da quella segnata dall’eredità di Khomeini.
Benché possa apparire come una semplice chiamata all’unità
nazionale, questa affermazione è carica di tutte le tensioni che
attualmente attraversano il Paese. Per quanto l’Iran sia da
molti anni segnato da movimenti di opposizione che si pongono in
contrasto con la dirigenza nazionale sia per rivendicare maggiori
diritti sia per questioni etnico-religiose, quest’ultimo messaggio
sembra diretto più al mondo politico che non alla società civile.
I rapporti tra l’ala più conservatrice guidata da Khamenei e quella
che, semplificando, potremmo definire più liberale, rappresentata dal
presidente Hassan Rowhani starebbero, infatti, peggiorando giorno dopo
giorno. A partire dall’apertura dei negoziati sul nucleare,
passando per una maggiore flessibilità per quanto riguarda le norme di
comportamento negli spazi pubblici dei cittadini iraniani, le strade dei
due leader sembrano divaricarsi, lasciando il Paese in una condizione
di latente instabilità.
A titolo di esempio si guardi al discorso che il Primo
ministro ha pronunciato durante le celebrazioni. Questo si è incentrato
in particolar modo sul diritto della Repubblica islamica a sviluppare un
programma nucleare, argomento volutamente non trattato, invece,
dall’Ayatollah. Nel giorno in cui a Vienna riprendono i
colloqui tra l’Iran e il gruppo 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina,
Germania, Francia e Gran Bretagna) per delineare i dettagli di un
possibile accordo definitivo sul programma di sviluppo atomico in vista
del vertice previsto sempre a Vienna dal 16 al 20 giugno,
l’atteggiamento dei due leader risulta totalmente diverso. Di
chiusura nel caso di Khamenei, di apertura condizionata nel caso di
Rowhani. Un cambiamento, quello del Primo Ministro, di valenza epocale,
tenendo conto dei passati rapporti tra Teheran e la diplomazia
internazionale sotto la guida del suo predecessore, Mahmud Ahmadinejad.
A quanto detto fino ad ora si aggiungano due fattori, uno di natura
economica ed uno di natura politica, che contribuiscono alla condizione
di estrema difficoltà in cui oggi vive il Paese. Dal punto di
vista economico, nonostante le aperture al turismo del Primo Ministro, i
lunghi anni di sanzioni e la centralità produttiva del petrolio hanno
indotto tassi di disoccupazione e di inflazione altissimi. Una
debolezza che limita anche le capacità di finanziamento degli alleati di
sempre nell’area e dalla quale è molto difficile che il Paese riesca ad
uscire nel breve periodo. Laddove si guardi alle alleanze si potrà,
inoltre, notare come la crisi siriana abbia inciso negativamente sulla
capacità di azione di Teheran. L’impasse nella quale si trovano
il Governo Assad e, con le debite differenze, gli alleati libanesi di
Hezbollah, ha coinvolto, anche se in minor parte, il Governo iraniano.
Parallelamente, la ristrutturazione delle alleanze d’area a seguito
delle Primavere Arabe e delle prese di posizione in merito alla
questione siriana, ha allontanato da Teheran realtà politiche come
Hamas. La diretta conseguenza è stata un sempre maggiore
isolamento della Repubblica Islamica rispetto alle dinamiche locali ed
internazionali.
A 25 anni dalla morte di Khomeini molte sono le incognite sul destino
dell’Iran: il prevalere dell’una o dell’altra anima dell’establishment
iraniano potrebbe modificare in maniera sostanziale il destino del
Paese.
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