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17/03/2015

Egitto - Pena di morte per la Guida Suprema della Fratellanza musulmana

La guida suprema dei Fratelli Musulmani, 
Mohammed Badie
Il tribunale di Giza ha condannato alla pena di morte la Guida suprema della Fratellanza Musulmana, Mohammed Badi’, e altri 13 membri del movimento islamico per aver causato – si legge nella sentenza – “caos e attacchi contro la polizia e le istituzioni di stato”. Gli eventi a cui la corte fa riferimento sono le proteste scoppiate nel paese dopo la deposizione del presidente islamista Mohammed Morsi. Le forze di sicurezza allora repressero con durezza i sit-in dei sostenitori della Fratellanza uccidendone a centinaia. Una repressione che ha avuto al momento il suo apice in piazza Rabaa al-‘Adawiya il 14 agosto del 2013 dove almeno 600 persone sono state assassinate dalle forze di sicurezza.
 
La corte ha ieri rimandato il caso formalmente al gran mufti, la massima autorità islamica in ambito legale del Paese. Secondo la legge egiziana, prima che abbia luogo una sentenza capitale, si richiede l’opinione religiosa del mufti sebbene il parere di quest’ultimo non sia vincolante ai fini dell’esecuzione della pena. Il verdetto finale della corte è fissato per l’11 aprile. Solo allora gli accusati potranno fare ricorso in appello.

Tra i 14 incriminati, oltre a Badi’, spiccano i nomi di Salah Soltan, un noto predicatore della Fratellanza, e Saad al-Hosseiny, ex governatore della provincia di Kafr el-Shaykh. Badie ha già ricevuto diversi ergastoli e lo scorso anno, in un processo di massa, è stato condannato alla pena di morte.

Le autorità egiziane hanno arrestato migliaia di attivisti laici e sostenitori dei Fratelli musulmani da quando l’esercito, guidato dall’attuale presidente Abd al-Fattah as-Sisi, ha deposto nel luglio del 2013 con un golpe militare il presidente islamista Mohammed Morsi. L’Egitto di as-Sisi ha dichiarato la Fratellanza una organizzazione terroristica nel dicembre del 2013. Una definizione, quella di terrorismo, piuttosto ampia e vaga nel linguaggio del presidente il quale, lo scorso mese, ha promulgato una legge anti-terrorimo che stringe ulteriormente la morsa intorno alla libertà di espressione.

La stampa è imbavagliata e anche le attività delle ong sono controllate. Ad aggravare il quadro vi sono la controversa legge sulle manifestazioni (per protestare è necessaria l’autorizzazione governativa), l’autorizzazione concessa alle forze di sicurezza ad aprire il fuoco sui manifestanti (legge 107/2013), la giurisdizione militare su gran parte delle strutture pubbliche del Paese (università, centrali elettriche, ponti, ferrovie e tutte le proprietà dello Stato) la cui protezione è affidata alle Forze armate. Con la norma approvata a febbraio, nel calderone dei “terroristi” entrano genericamente “entità” e individui che minacciano “l’unità nazionale”. Alla polizia, artefice di abusi nei confronti di manifestanti e oppositori, sono accordati ampi poteri di repressione.

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