| La guida suprema dei Fratelli Musulmani, Mohammed Badie |
La corte ha ieri rimandato il caso formalmente al gran mufti, la
massima autorità islamica in ambito legale del Paese. Secondo la legge
egiziana, prima che abbia luogo una sentenza capitale, si richiede
l’opinione religiosa del mufti sebbene il parere di quest’ultimo non sia
vincolante ai fini dell’esecuzione della pena. Il verdetto finale della corte è fissato per l’11 aprile. Solo allora gli accusati potranno fare ricorso in appello.
Tra i 14 incriminati, oltre a Badi’, spiccano i nomi
di Salah Soltan, un noto predicatore della Fratellanza, e Saad
al-Hosseiny, ex governatore della provincia di Kafr el-Shaykh. Badie ha
già ricevuto diversi ergastoli e lo scorso anno, in un processo di
massa, è stato condannato alla pena di morte.
Le autorità egiziane hanno arrestato migliaia
di attivisti laici e sostenitori dei Fratelli musulmani da quando
l’esercito, guidato dall’attuale presidente Abd al-Fattah as-Sisi, ha
deposto nel luglio del 2013 con un golpe militare il presidente
islamista Mohammed Morsi. L’Egitto di as-Sisi ha dichiarato la
Fratellanza una organizzazione terroristica nel dicembre del 2013. Una
definizione, quella di terrorismo, piuttosto ampia e vaga nel linguaggio
del presidente il quale, lo scorso mese, ha promulgato una legge
anti-terrorimo che stringe ulteriormente la morsa intorno alla libertà
di espressione.
La stampa è imbavagliata e anche le attività delle ong sono controllate. Ad aggravare il quadro vi sono la controversa legge sulle manifestazioni (per protestare è necessaria l’autorizzazione governativa), l’autorizzazione concessa alle forze di sicurezza ad aprire il fuoco sui manifestanti (legge 107/2013), la giurisdizione militare su gran parte delle strutture pubbliche del Paese (università, centrali elettriche, ponti, ferrovie e tutte le proprietà dello Stato) la cui protezione è affidata alle Forze armate. Con la norma approvata a febbraio, nel calderone dei “terroristi” entrano genericamente “entità” e individui che minacciano “l’unità nazionale”. Alla polizia, artefice di abusi nei confronti di manifestanti e oppositori, sono accordati ampi poteri di repressione.
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