Così, se prima il lavoratore-folla non doveva guardare in faccia né lavoratori né colleghi, ora tanto chi chiede quanto chi presta un servizio ha un volto e i due s’incontrano nel mondo reale, non in uno spazio virtuale.
Tuttavia, la materialità del corpo di chi viene a fare un lavoro a casa
tua è semplicemente un dettaglio: vendendo servizi di ogni sorta –
dalla riparazione dei pc alle lezioni di yoga – ad anonimi compratori,
il lavoro è completamente spersonalizzato. Il compratore paga per un
servizio che deve essere svolto come lui comanda e il suo feedback vale
tanto quanto il salario del prestatore di servizio, che tra l’altro
viene pagato direttamente dal Grande Sito. Il video pubblicitario di
Amazon Home Service è molto chiaro: al colosso logistico spetta il
compito di impacchettare e spedire a casa nostra, in robusti scatoloni
marchiati col suo ben noto logo, quella merce del tutto particolare
chiamata forza lavoro. I contorni del padrone diventano ancora
più sfumati mentre un invisibile e gigantesco mostro biblico consegna
tutto a domicilio, libri, vestiti e servizi. Ma è questo il bello: come
nel Grande capo, il padrone non c’è!
Se l’economia on-demand non è di certo
un’invenzione originale, l’astuzia di Amazon va di certo riconosciuta.
Perché non sfruttare la sua fama di sito affidabile di vendite online
per farsi strada in un ulteriore settore? Il branding suggerisce certezze e sicurezze, sia per il cliente che per il lavoratore. E che certezze! Se il cliente è certo di poter acquistare qualunque merce o servizio al prezzo più basso in circolazione (il pagamento è anticipato, quindi lo si può confrontare facilmente), anche il lavoratore è certo che dovrà vendersi al salario più basso sul mercato. Auto-imprenditorialità tutta la vita. Con questo sistema, la disciplina del lavoro è garantita: «I professionisti devono soddisfare requisiti di performance inclusi reattività [responsiveness], qualità [quality] e valutazioni [ratings]». Come nei più classici lavori a chiamata, la disponibilità 24h è il primo grande requisito: se non sei responsive all’occorrenza, verrai scartato. Su quality e rating
c’è poco da dire: l’unica misura è quella di chi compra gli home
service su Amazon. E quando il capo non c’è («Quando vendi i tuoi
servizi su Amazon, le richieste ti arrivano direttamente dai clienti») è
il giudizio del cliente a sostituirlo. La paura di una cattiva
valutazione – che può essere espressa con un click, come si valutano con
un pollice verso gli acquisti scadenti – è il solo incentivo possibile.
Insomma, ciò che stupisce e indigna quando si tratta dell’Expo milanese
qui è già grande industria. Se non mi dai neanche una stellina
potrò prendermela solo con me stesso, e magari sarò costretto ad
abbassare il tariffario per bilanciare la scarsità di like.
Come novello gladiatore nell’arena del mercato, dovrò attendere il
feedback dei clienti-spettatori per sapere se sono stato abbastanza
bravo a diventare più feroce e ferino della Bestia-Capitale.
Mentre i dati immessi
dall’utente/cliente diventano strumento di comando e, per certi versi,
oggetto di valorizzazione, il cliente/utente parrebbe trasformarsi
spaventosamente in padrone. Così, se l’algoritmo è un modello per effettuare la scelta ottimale in un contesto di incertezza e addirittura per anticipare il desiderio stesso del consumatore, ciò non potrebbe funzionare se non ci fossero i dati immessi dagli utenti/clienti sotto forma di rating
(chi si farebbe fare un lavoro da un totale sconosciuto?). Peccato però
che non siano loro a definire l’optimum, che è ovviamente stabilito
dalla Bestia-Capitale. Gli utenti/clienti si mostrano allora nella loro vera natura: meri e zelanti esecutori dell’algoritmo della capitale.
Per quanto riguarda il reclutamento, non è crystal clear come esso avvenga, malgrado le garanzie della trasparenza targata Amazon. Sono però profondamente suggestivi i commenti dei nostri service pros:
«Non mi devo preoccupare di raccogliere soldi quando finisco il lavoro»
(in effetti, non devi preoccuparti, tanto non li raccoglierai mai se
nessuno ti chiama!), oppure «C’è un mondo là fuori. La gente compra in
maniera diversa rispetto al passato. È tutto basato su internet. Vendere
Servizi su Amazon mi ha aiutato a competere con un nuovo canale» (sì,
il canale dello sfruttamento, del servilismo e della corsa al ribasso
della paga). A confronto di tale velata crudeltà, sembra quasi tenero il
fatto che la compagnia on-demand Uber abbia offerto servizio taxi
gratuito in occasione del recente sciopero dei trasporti. Al di là di
questo triste marketing autoimprenditoriale, la cosa che colpisce e che
dovrebbe potenzialmente rassicurare il compratore è che il reclutamento funziona come un party o come un evento facebook, «solo su invito».
Significa che qualche anonimissimo commesso di Amazon, vestito con il
cappellino e la t-shirt gialla e nera, si reca di porta in porta a
invitare service pros a mettere il proprio annuncio online? Non
si direbbe. Sembra invece che il criterio sia: intanto «riempi un
formulario per essere preso in considerazione per il programma» poi… ti
faremo sapere, cosa che accadrà solo quando «una posizione si renderà
disponibile nella tua zona». Rimane oscuro cosa ciò implichi: ti
permettiamo di vendere il tuo servizio se abbiamo un’area scoperta? Se
dalle poche informazioni che hai inserito capiamo che sei un bravo
professionista? Oppure se andando a indagare stile KGB sul tuo business
ci rendiamo conto che sei affidabile?
A differenza di Uber e delle altre aziende di economia on-demand, che funzionano quasi come prevedibili caporali tradizionali
che si occupano del reclutamento e lucrano sulla capacità di mettere
in contatto domanda e offerta di lavoro, Amazon si pone come neutro
dispositivo di connessione tra i professionisti dei servizi e gli
acquirenti del servizio, «per conto terzi». Se la paga del servizio
corrisponde esattamente al prezzo a cui è stato venduto al cliente, e i
due tra di loro non si scambiano fisicamente denaro, cosa e come ci
guadagna il Grande Terzo Amazon? Questa informazione non sembra
rientrare nella categoria di «trasparenza del servizio». Spulciando però
sul sito, a ben vedere la risposta c’è: il Grande Terzo lo pagano i
lavoratori e viene automaticamente detratto dal salario. È semplice e
veloce: tu usi la nostra piattaforma, ti servi delle ricevute che
emettiamo e dunque non ti importerà pagare un superfluo 10, 15 o 20%
della paga ricevuta. Crystal clear!
Guardando al pregevole passato e al
presente di Amazon, qualcos’altro appare ancora più chiaro: lo
sfruttamento che la arricchisce non riguarda solo i potenziali service pros
che riempiono il modulo online, bensì tutti i lavoratori dei magazzini
che hanno ritmi di lavoro infernali, paghe da fame e nessuna garanzia. Allora ci aspettiamo che gli scioperi
che hanno iniziato a macchiare la reputazione del colosso logistico
statunitense siano destinati ad aumentare in maniera massiccia e in
tempi brevi. Forse Spartaco sta arrivando.
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